Come la Rivoluzione Francese fu una grande rivoluzione sociale
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di C. E. LABROUSSE
Dalla Revue Communiste, l’interessante rassegna dei comunisti francesi diretta dal compagno Charles Rappoport, traduciamo questo articolo che lumeggia assai bene l’aspetto sociale della rivoluzione francese nei rapporti dell’economia agraria.
Premettiamo due osservazioni, non per contraddire, ma per completare quanto nell’articolo non è sviluppato, perché esorbitava dai limiti dell’argomento su cui l’autore si intrattiene con ammirevole chiarezza.
La Francia, paese agrario, ebbe una rivoluzione sociale agraria che rovesciò il sistema feudale per sostituirvi quello della libera proprietà rurale. A questa lotta sociale si sovrappose il mutamento di ordinamenti politici che, col passaggio dalla monarchia assoluta e teocratica alla repubblica democratica, sembrò costituire il lato essenziale ed il contenuto insopprimibile della rivoluzione, che invece nel più profondo e definitivo processo sociale era in realtà compendiato. Nulla di più esatto. Ma al tempo stesso la mutazione di forme politiche si sovrapponeva ad un altro conflitto sociale, sebbene meno importante quantitativamente data la struttura della economia francese di allora: la necessità di liberarsi dalle pastoie della legislazione e dell’amministrazione dell’«ancien régime» della borghesia cittadina commerciale ed industriale. Fu questa che si pose alla testa dei nuovi istituti, e che «prese la mano» al nascente proletariato urbano come ai piccoli proprietari rurali paghi di essersi emancipali dal servaggio feudale; fu questa classe – il terzo stato – che subentrò nella direzione della nazione alla aristocrazia terriera monarchica e cattolica che non depose in realtà che in apparenza il potere sotto il consolato, l’impero e la restaurazione.
Non meno che per i contadini anelanti a liberarsi dalla servitù dei baroni agrari, per i borghesi del commercio e dell’industria il contenuto politico e filosofico della rivoluzione, la conquista di una Costituzione, non erano che l’apparenza esteriore degli interessi di classe.
Quando l’autore fa un parallelo colla rivoluzione russa, è nel vero finché considera la lotta tra piccoli contadini e grandi proprietari feudali, e la liberazione della piccola proprietà, o meglio della piccola azienda agraria dalla oppressione dei signori terrieri. Ma va aggiunto che questo fatto sociale ha in Russia accompagnato non la vittoria della borghesia urbana e la conquista di una costituzione democratica, bensì la vittoria politica del proletariato industriale e la instaurazione del potere dei Consigli proletari.
Il contadino emancipato partecipa in larga misura al potere nella Russia di oggi, al fianco del proletariato delle fabbriche. La morte del feudalismo e la liberazione della piccola azienda non preludono ad un capitalismo agricolo, quale si sviluppò all’ombra degli istituti della democrazia borghese, ma a ben altro avvenire, nel quale sotto la direzione del potere dei produttori l’economia disciplinata su base socialistica prepara altre e ben più avanzate trasformazioni della economia agraria che supereranno la piccola azienda in un processo su cui non è il caso di oltre intrattenerci.
La rivoluzione francese era la sconfitta del feudalismo da parte della borghesia urbana e dei piccoli contadini, la rivoluzione russa è la sconfitta della borghesia urbana da parte del proletariato, e del feudalismo da parte dei piccoli contadini e del proletariato.
Dopo la prima la borghesia apriva la sua parabola ascendente, dopo la seconda il proletariato apre l’era del suo avvento alla direzione della società, intraprendendo la demolizione di tutti gli sfruttamenti.
Nella verità universale della interpretazione marxista che getta fasci di luce sul gioco formidabile delle forze sociali, un’epoca storica le divide. La borghesia francese, che secondo la geniale immagine marxista non poteva muoversi senza tutto rivoluzionare, affranco nel suo sforzo i piccoli contadini; la frazione russa della borghesia mondiale, a centotrenta anni di distanza, non ha potuto scegliere altro posto che al fianco dei generali lottanti per lo zarismo e il sacro diritto dei boiardi. La vita storica della borghesia è alla fine.
Nessuno più dello storico deve rigorosamente diffidare del ragionamento per analogia, poiché le sue generalizzazioni induttive a differenza di quelle del fisico e del biologo, non sono suscettibili d’alcuna conferma sperimentale. II suo primo, se non il suo vero compito, è di differenziare più che di identificare o di generalizzare. Senza dubbio non v’è scienza che del generale, senza dubbio lo scopo della ricerca scientifica è nella determinazione delle leggi, e la storia, come scienza, ha per scopo la determinazione della «legge storica», vale a dire di rapporti frequenti e probabili, (e, non costanti, certi) di causa ed effetto. Ma, nella determinazione di questi rapporti, lo storico non deve procedere alle operazioni dell’analogia e dell’ipotesi che con la più estrema riserva, poiché, come abbiamo già notato, l’esperimento «padre di ogni certezza», non può sanzionarle come condizioni scientifiche.
Premetto queste indicazioni per rassicurare il lettore sullo spirito che presiede a questo studio. Una comparazione fra la Rivoluzione francese e la Rivoluzione russa non potrebbe limitarsi ad una compiacente analogia o ad un accademico parallelo. Lo studio di questi due fatti capitali della storia umana ci conduce a ben altre conseguenze che non sia la determinazione di vaghi rapporti di parentela.
Per quanto ci manchi la documentazione precisa ed esatta su di una quantità di dettagli della Rivoluzione russa e l’insufficienza del rinculo storico sia un grande ostacolo per un giudizio d’insieme, non si potrebbe contestare al grande movimento rivoluzionario orientale questi due tratti dominanti:
La Rivoluzione russa, nei suoi risultati sociali provvisori, ha portato alla costituzione della piccola proprietà contadina con la soppressione della grande proprietà fondiaria.
La Rivoluzione russa mantiene questi risultati sociali e le sue conquiste politiche con la dittatura del proletariato.
Lo studio del movimento politico francese dal 1789 al 1794 ci conduce a constatazioni dello stesso genere:
La Rivoluzione francese, nei suoi risultati sociali essenziali, ha portato alla liberazione della piccola proprietà contadina con la soppressione della proprietà feudale.
La Rivoluzione francese ha mantenuto questi risultati sociali e le sue conquiste politiche con la dittatura d’una minoranza rivoluzionaria, in opposizione armata con le Assemblee uscite dalle consultazioni nazionali.
C’è forse bisogno d’aggiungere che queste constatazioni non hanno il valore di rivelazioni? Io non pretendo all’inedito od all’originale, in queste pagine mi limito ad una scorsa molto generale della Rivoluzione francese, considerata come rivoluzione sociale1.
Mio unico scopo è d’aggiustare, di mettere in rilievo un certo numero di fatti conosciuti, troppo ingiustamente dimenticati in certi centri in cui la Rivoluzione russa – è giudicata dall’alto, con un’ignoranza intransigente ed una dimenticanza voluta di ogni spirito critico; fatti, d’altronde, egualmente dimenticati nei nostri stessi centri, in cui la Rivoluzione francese non è quasi considerata che sotto il suo aspetto politico. Ciò è prendere con sorprendente sicurezza la parte per il tutto, l’occasionale per l’essenziale: la Rivoluzione francese fu innanzi tutto una grande rivoluzione sociale, altrimenti possente e profonda che i diversi accidenti politici i quali per troppo tempo hanno attratto l’attenzione esclusiva della storia.
Nel Bollettino della Commissione di storia economica della rivoluzione, Aulard, storico erudito ed ufficiale della Rivoluzione francese, scriveva un giorno che il grande movimento che ha segnato la nostra storia interna alla fine del XVIII secolo, finora considerato come specificatamente politico, appariva sempre più come un movimento sociale. Questo giudizio, per noi marxisti, esprime una verità famigliare. Come le grandi rivoluzioni religiose del XVI secolo esprimono principalmente i desideri di secolarizzazione della proprietà clericale, egualmente la Rivoluzione francese, considerata nel suo senso tradizionale, è l’espressione politica superficiale e brillante di un irresistibile movimento contadino che tende all’espropriazione della feudalità.
Per comprendere la forza e la generalità di questo movimento e paragonarlo al movimento commerciale e finanziario che porta nello stesso tempo la borghesia al potere politico, il richiamo di alcune semplici nozioni sarà necessario e sufficiente.
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La Francia nel 1789 era una nazione contadina. Per quanto si può giudicare dalle informazioni che ci dànno gli statistici amanti del risparmio, su 25 milioni d’abitanti essa contava 21 milioni di contadini. Fra di essi, coloni, giornalieri o mezzadri conducevano una vita molto penosa. II nutrimento di un colono raggiungeva, nel Poitou, 36 libbre all’anno; nel Berry 25! I giornalieri guadagnavano 10 soldi al giorno. Si contava ancora un certo numero di servi, forse un milione, principalmente nelle terre della Chiesa. Ma la gran massa di contadini apparteneva ai «censuari» sottoposti a tutti gli abusi della proprietà feudale. Questi erano i più disgraziati.
II contadino censuario possedeva la sua terra. Proprietà puramente fittizia, perché i diritti feudali ch’egli lasciava in cambio gli toglievano la maggior parte del prodotto del suo lavoro.
II numero dei proprietari «censuari», vale a dire delle vittime della proprietà feudale, era certamente aumentato nel XVIII secolo.
II fatto che la proprietà contadina, – scrive Aulard nella sua opera sulla Rivoluzione francese ed il regime feudale, – ha continuato a crescere nella seconda metà del secolo XVIII, è ormai fuori di dubbio. Con documenti che mi sembrano degni di fede. Lutcisky ha dimostrato che alla vigilia della Rivoluzione, nel Limosino, in 85 parrocchie dell’elettorato di Tulle, su 147.000 arpenti di terra i contadini ne possedevano 137.080, e che nelle 43 parrocchie dell’elettorato di Brive su 63.000 arpenti i contadini ne possedevano 34.000, cioè più della metà del tutto; d’altra parte, in questi due elettorati, egli non ha trovato che il 17 per cento di contadini non proprietari.
«Ci sono anche dei villaggi nei quali la proprietà si trova oggi meno divisa di quello che essa fosse sotto l’antico regime… Tutte le vessazioni della feudalità si abbattevano sul nuovo proprietario ed alle volte egli si sente ben più disgraziato di quando non possedeva nulla».
«Così l’accrescimento della proprietà contadina, lungi dal limitare la feudalità, la rese sensibile ad un maggior numero di gente, e ne generalizzò per così dire, il lato odioso alla vigilia della Rivoluzione. Infatti sul contadino «censuario», si abbatteva la esigente molteplicità dei gravami feudali: censo, o canone periodico in danaro od in natura; «champart», o rilascio d’una parte del raccolto (campi pars) in misura d’altronde estremamente variabile2: decima o percezione a beneficio della Chiesa d’una parte dei prodotti agricoli che va dal quarto al quarantesimo; diritto di laudemio ad ogni cambiamento di proprietà; feudalità, o tasse percepite con l’uso obbligatorio del forno, del mulino, del compressore signorile; «diritto di caccia», estremamente oneroso per il contadino e che in molte località conduceva ad una vera distruzione del diritto di proprietà, come risulta dai Quaderni degli Stati Generali: come pure in Normandia o in Provenza, il danno era tale che i confinanti delle foreste non avevano, per così dire, che la nuda proprietà dei loro campi: «I cervi, i cinghiali ed altre bestie di ogni specie ne sono le usufruttuarie». Per la conservazione di questa selvaggina il contadino era obbligato a piantare appositi cespugli (épiner)».
«Mentre il signore ed i suoi accoliti, con i loro cani, corrono a cavallo nella terra seminata o fra il grano e le vigne, il contadino non è libero di difendere il suo campo, d’avere un fucile, un cane, un gatto; condannato sotto pena d’ammenda, di prigione, di galera in caso di recidiva, a rispettare la selvaggina che distrugge il suo raccolto e per non molestarla, per non distruggere qualche nido di pernici egli deve astenersi dal lavorare, dal sarchiare, dal falciare in tempo utile. In molte località egli è tenuto a «épiner», vale a dire a piantare in mezzo alla sua terra dei cespugli per servire da rimessa».
D’altronde non abbiamo accennato che ai diritti feudali più conosciuti, ai quali tutti i contadini «censuari» erano sottomessi. Ma ogni regione si distingueva per una quantità stravagante di servitù. Qui, c’era il diritto di «focatico», con il quale si comprava l’autorizzazione d’accendere il fuoco nella propria capanna, là c’era il diritto di «pascolo» o tassa per aver diritto di nutrire il proprio bestiame con l’erba del proprio campo.. Ecco cosa bisogna intendere sotto l’antico regime per proprietà contadina: il coltivatore possiede il suo campo.. Ma il signore ha delle pretese sull’erba!
Bisogna notare che, per valutare giustamente questi diversi carichi, non ci si deve limitare a considerare il profitto che ne ricavava il proprietario feudale, ma il danno che ne provava il contadino. Ecco per esempio come si esprime sulle feudalità il Quaderno del Tiers di Nemours :
«Facendo i calcoli, si troverà forse che le feudalità danno un reddito assai piccolo e lungi dal valere per i signori ciò che esse costano al popolo» diceva il Tiers di Nemours.
«E‘ proibito portare il proprio grano ad un forno che non sia quello feudale; non c’é mai stato un vassallo che abbia posto il minimo ostacolo a questo obbligo. Ciò che vi è d’oneroso e di ingiusto è il dover portare il proprio grano al mulino anche in tempo di secca. Gli abitanti sono obbligati a lasciar il loro grano per tre giorni consecutivi, durante i quali non è permesso di macinario in un altro mulino; di che devono vivere in questo tempo? Passati i tre giorni si permette loro d’andare in un altro mulino. Ma per aver questa facoltà, bisogna pagare a questa orribile feudalità una mezza macinatura… Questa insufficienza di mulini impedisce agli abitanti di macinare le maggiori quantità di grano durante l’estate, stagione in cui bisognerebbe convertire il grano in farina perché è attaccato dai vermi. La feudalità del forno non è una minor servit per gli abitanti: succede quasi sempre che viene guastato il pane ed essi sono obbligati a tacere, gli uni per l’impotenza di far valere la giustizia contro il castaldo, gli altri per timore di un cattivo esito della causa che è giudicata dagli ufficiali del signore».
Per quanto in simile materia non si possano produrre delle cifre che con una necessaria circospezione, pur tuttavia possiamo ritenere con seria approssimazione, che il contadino nel 1789 era obbligato ad abbandonare al Re, al prete ed al signore tanto come gravami feudali – molto più importanti – quanto come gravami di Stato, circa l’80 per cento del prodotto del suo lavoro.
E poiché l’agricoltura francese, a parte la viticoltura, era allora di rendimento mediocre, il contadino, «censuario o no», nella sua vita aspra e limitata era quasi ridotto nelle condizioni dell’umanità primitiva.
«I contadini non spendevano quasi nulla per il loro nutrimento nel Limosino si contentavano di un pezzo di pane grossolano, di minestra, di castagne, di fagiuoli (le patate non erano ancora d’uso generale) qualche volta di un po‘ di lardo e di un po‘ di vino. Spendevano poco per i loro vestiti, accontentandosi di quel panno grossolano, ruvido ed inusabile, chiamato Fraguet, che serviva a parecchie generazioni, e di tela non meno ordinaria. Venti milioni di francesi vivevano in una condizione troppo spesso paragonabile a quella delle bestie da soma del Limosino. Ed ecco che I’8 agosto 1788, il ministro Brienne annuncia la convocazione degli Stati Generali per il 1° maggio dell’anno seguente. Secondo l’abitudine si redigono migliaia di Quaderni, nei quali sono raccolte le lagnanze del paese. La Francia è interrogata sulle sue miserie e sulle sue aspirazioni.
Ora vedremo quale fu la risposta dei 21/25 della Francia.
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Qui è necessaria una osservazione. La maggior parte degli storici che hanno parlato dei Quaderni degli Stati Generali, non hanno considerato che i Quaderni delle grandi circoscrizioni amministrative dell’antica Francia quaderni di podesteria o di siniscalcato. I quaderni di parrocchia che si calcolano a decine di migliaia sono stati invece troppo spesso tenuti distanti in uno sdegno ignorante. No risulta una concezione veramente artificiale dei desideri della Francia alla vigilia della Rivoluzione.
Infatti, il contenuto dei quaderni differisce profondamente a seconda che si consulti quelli di podesteria o quelli di parrocchia. I primi sono stati redatti sotto l’influenza della borghesia ricca di titoli mobiliari, creditrice della monarchia e penetrata d’altra parte dello spirito filosofico, particolarmente di Montesquieu e di Rousseau. L’opera di Rousseau, edita a buon mercato, molto volgarizzata, dava agli interessi borghesi una formula filosofica e sentimentale, come Montesquieu aveva dato loro una formula politica. I quaderni di podesteria, esprimendo innanzi tutto gli interessi della borghesia, mettono in testa a tutti i loro voti la Costituzione. La borghesia vuole solamente grandi riforme politiche che le assicurino il possesso del potere. Ed è questo desiderio di riforme politiche, espresso con molta insistenza nei quaderni di podesteria, che sovente si è preso per l’unanime ed esclusivo desiderio della Francia.
Grave errore. Se sotto le espressioni storiche astratte noi vogliamo cercare la realtà concreta, si converrà senza difficoltà che il desiderio generale della Francia sarà, per noi, quello della generalità dei francesi… vale a dire di 21 milioni di contadini. II voto spontaneo del paese non andremo a cercarlo in quei sapienti scritti di podesteria, spesso redatti su modelli parigini e con prefazioni di Cicerone, ma negli umili quaderni di parrocchia, dal testo ingenuo o burlesco, firmati da qualche nome, e «gli altri abitanti non sapendo scrivere» – da numerose croci.
Cosa domanda in questi quaderni la massa della nazione? Una rivoluzione politica? Una costituzione? Senza dubbio, ma in modo molto particolare ed accessorio. Schiacciata dai canoni, espropriata della terra con i gravami feudali, la Francia domanda innanzi tutto l’espropriazione della feudalità. La rivoluzione politica, quando ne fa cenno, non sarà per essa che un mezzo. Lo scopo, lo scopo immediato è la soppressione della proprietà feudale. Rivoluzione sociale considerevole, se si pensa che la proprietà feudale era considerata, in diritto, altrettanto legittima quanto ogni altra specie di proprietà. «Champart», decima, feudalità costituivano delle rendite fondiarie altrettanto legittime quanto la rendita mobiliare percepita, ad esempio, dai creditori dello Stato.
La nazione, costituita nella sua immensa maggioranza dalla classe contadina, domandava dunque l’espropriazione di tutta una classe di proprietari terrieri. Questo è il voto unanime dei quaderni di parrocchia. La minoranza borghese tenterà invano di ignorarlo, di eluderlo, di usare l’astuzia. Padrona dell’Assemblea Costituente, essa si adopererà immediatamente a fare la sua Rivoluzione. una pura rivoluzione politica. II paese reclamava una rivoluzione sociale. Malgrado la politica conservatrice e repressiva dell’Assemblea, l’ultima parola spetterà ai venti milioni di contadini.
Noi non possiamo entrare, nel corso di questo breve studio, nei dettagli della rude ed ostinata lotta che condusse all’emancipazione della terra dei contadini. Dopo l’enfatico inganno del 4 agosto, i contadini incominciano una lunga guerra sociale di 4 anni. Benché non ci fosse fra essi ed il debole proletariato delle città nessun interesse comune, nessuna comune ideologia, è con la collaborazione incosciente e spontanea degli operai e dei contadini che si compi la rivoluzione sociale. E‘ dopo l’insurrezione del 14 luglio, che il 4 agosto l’Assemblea salvata dalla reazione monarchica, sotto la pressione rivoluzionaria della campagna, incomincia ad intaccare la proprietà feudale. E‘ dopo l’insurrezione repubblicana del 10 agosto che l’Assemblea legislativa, soggiogata, vota, lo stesso mese, la soppressione parziale di questa proprietà. E‘ infine dopo l’insurrezione ebertista del 31 maggio, che la Convenzione decide l’espropriazione generale e totale della feudalità: fino a quel grande decreto del 17 luglio 1793, i contadini non-avevano disarmato.
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Qualche anno più tardi, le conquiste politiche della Rivoluzione saranno annientate dal Consolato, senza neanche un sussulto della nazione. Ma Napoleone si guarderà bene dal toccare la rivoluzione compiuta a beneficio della nazione contadina. Altri regimi verranno. L’Impero, la Restaurazione con il ritorno degli emigrati e la reazione fanatica del 1820. Nulla sussisterà della democrazia borghese. Ma mai si toccheranno le conquiste rivoluzionarie dei contadini.
Così, lo schema della nostra Rivoluzione si può stabilire come segue:
La Francia, nazione contadina, reclama nel 1789 una rivoluzione contadina l’espropriazione della feudalità.
La borghesia sostenuta dalla frazione illuminata della nobiltà e del clero – in tutto un sesto della nazione al massimo – reclama una rivoluzione politica.
Contro la borghesia padrona dell’Assemblea eletta, la nazione contadina realizza, dopo «quattro anni d’agitazione, di lotte, alle volte di guerra civile» la rivoluzione sociale unanimemente do- mandata.
La nazione si lascia facilmente strappare le conquiste politiche desiderate dalla borghesia e di cui comprende imperfettamente la importanza: ma non si oserà mai strapparle le sue conquiste sociali. La rivoluzione politica svanisce davanti al primo gesto del dittatore militare. La rivoluzione sociale rimane.
Si comprende ora a qual punto, nella grande tormenta della fine del XVIII secolo, la rivoluzione sociale fu il fatto essenziale, decisivo, la trama della tragedia? A qual punto l’altra rivoluzione non fu su questa trama che un abbagliante e fragile ricamo?
Note
- Devo pertanto aggiungere che non mi sentirei tenuto alle stesse riserve se queste studio fosse consacrato all’organizzazione della dittature rivoluzionaria. Contrariamente a ciò che si è creduto fin’ora, le prime manifestazioni di dittature della municipalità parigina risalgono al primi mesi della Rivoluzione. Tanto l’idea di dittatura e di rivoluzione democratica apparivano inseparabili! ↩︎
- Il quarto del raccolto nella regione di Lyon, iI sesto nel Poitou, iI dodicesimo net Berry. ↩︎