Internationale Kommunistische Partei

L’imposta alimentare

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di N. Lenin

Pubblichiamo l’analisi di un recente opuscolo di Lenin nel quale egli giustifica e spiega, dal punto di vista scientifico, la nuova politica economica della Russia dei Soviet. 

La questione dell’imposta alimentare suscita oggi l’attenzione generale e dà luogo a molti ragionamenti e discussioni. La cosa si comprende, poiché si tratta veramente di una questione essenziale della nostra politica nel momento presente. 

Sarà più utile affrontare tale problema non più dal suo lato attuale, ma da quello generale e di principio. In altri termini cercheremo di considerare l’insieme ed il fondo di questo quadro sul quale noi disegniamo ora l’una ora l’altra misura pratica risultante dalla politica quotidiana. 

Per tale scopo, mi permetterà di fare una lunga citazione di un opuscolo da me pubblicato sotto il titolo: «Il problema essenziale della nostra epoca. La malattia d’infanzia «di sinistra» e lo spirito piccolo-borghese…» 

Riporto soltanto ciò che riguarda il «capitalismo di Stato» e gli elementi fondamentali della nostra struttura economica contemporanea, transitoria fra il capitalismo ed il socialismo. 

Ecco ciò che scrivevo allora: 

La struttura economica della Russia contemporanea 

«II capitalismo di Stato costituirebbe un progresso in rapporto allo stato di cose quale è quello della nostra Repubblica Soviettista. Se per esempio entro sei mesi avessimo il capitalismo di Stato stabilito presso di noi, ciò sarebbe un successo enorme e la migliore garanzia che fra un anno noi avremmo in Russia il socialismo definitivamente consolidato ed invincibile. 

lo mi figuro la nobile indignazione che oscurerà il volto di certuni… Come? Nella Repubblica Socialista dei Soviet il capitalismo di Stato sarebbe un progresso! Non è ciò tradire veramente il socialismo? 

E‘ proprio questo il punto che noi dobbiamo esaminare dettagliatamente:

  1. Ci occorre analizzare la natura precisa di questa transizione dal capitalismo al socialismo che ci dà il diritto e la ragione di assumere il nome di Repubblica Socialista dei Soviet. 
  2. Ci occorre smascherare l’errore di colore che non vedono che il principale nemico del socialismo nel nostro paese è l’elemento piccolo-borghese, il carattere piccolo-borghese della nostra struttura economica.
  3. Ci occorre comprendere bene il significato di Stato soviettista ed in cosa esso differisca economicamente dallo Stato borghese. 

Esaminiamo dunque queste tre circostanze. 

Non s’è ancora trovato nessuno che abbia negato il carattere transitorio dell’attuale stato economico della Russia. Non s’è trovato un solo comunista che abbia negato che l’espressione di «Repubblica Socialista dei Soviet» riflette la volontà del potere dei Soviet di realizzare questa transizione verso il socialismo, ma non pretende affatto qualificare di «socialista» l’attuale regime economico. 

Cosa significa dunque la parola transizione? Non significa essa, in materia economica, che il regime considerato possiede ad un tempo degli elementi, delle particelle, dei rimasugli di capitalismo e di socialismo? Tutti riconoscono che questa è la realtà. Ma tutti non riflettono alla natura degli elementi appartenenti a strati sociali ed economici diversi quali ci si presentano in Russia. Ciò nonostante tutta la questione è qui. 

Enumeriamo questi elementi: 

  1. II regime patriarcale, cioè per una parte considerevole la economia contadina naturale 
  2. La piccola produzione mercantile (regime di cui fanno parte la maggioranza dei contadini, quelli che hanno qualche cosa da vendere); 
  3. Il capitalismo privato;
  4. Il capitalismo di Stato; 
  5. II socialismo.

La Russia è così grande e così varia che questi differenti tipi economici e sociali vi sono inseriti gli uni negli altri. L’originalità della situazione consiste precisamente in questo. 

Quali sono gli elementi che dominano? E‘ chiaro che fra i piccoli contadini è l’elemento piccolo borghese che domina, e non può essere altrimenti, poiché l’enorme maggioranza dei coltivatori sono dei piccoli produttori di merci. La scorza di capitalismo di Stato (monopolio del grano, controllo sugli imprenditori privati, cooperative borghesi) è intaccato ora in un punto, ora in un altro dagli speculatori, ed il principale oggetto di speculazione è il grano dei contadini. 

La parte più importante della lotta si svolge dunque in questo campo. Fra chi si svolge essa, se adottiamo gli strati economici designati più sopra? E‘ fra il 4° ed il 5° grado della mia enumerazione? Certamente no. Non è il «capitalismo di Stato» che combatte il «socialismo», ma la piccola borghesia più il capitalismo privato, che insieme combattono ad un tempo il capitalismo di Stato ed il socialismo. La piccola borghesia resiste ad ogni intervento, registrazione o controllo governativo, sia che venga dallo Stato capitalista che dallo Stato socialista. Questo è un fatto reale indiscutibile, ed è per non averlo compreso che si commette una serie di errori economici…

Non veder ciò, è manifestare con il proprio accecamento la propria sottomissione ai pregiudizi piccolo-borghesi. 

Il piccolo borghese possiede una riserva di moneta, qualche migliaio di biglietti «onestamente» ammassati, e sopratutto disonestamente grazie alla guerra. Ecco il tipo economico ben caratterizzato che è la base della speculazione e del capitalismo privato. II denaro è un segno che permette d’acquistare una parte della ricchezza pubblica, e milioni di piccoli proprietari conservano tenace- mente questo segno, lo nascondono allo Stato, non vogliono credere a nessuna specie di socialismo o di comunismo, si ritirano soltanto all’annuncio della tempesta proletaria. O noi sottometteremo al nostro controllo ed alla nostra statistica questo piccolo borghese (vi arriveremo purché noi organizziamo i poveri, cioè la maggioranza della popolazione o del semi-proletariato, attorno all’avanguardia cosciente del proletariato) o è lui che rovescerà il nostro Governo operaio. La cosa è fatale e inevitabile, così come i Napoleone ed i Cavaignac hanno rovesciato la rivoluzione precisamente appoggiandosi ed ingrandendo su questo terreno della piccola proprietà. Così si pone la questione e non altrimenti…

Nella scala economica, il capitalismo di Stato è infinitamente superiore alla nostra situazione economica attuale. Ciò sia detto per incominciare. 

In secondo luogo, questo capitalismo di Stato non ha nulla di pericoloso per il Potere dei Soviet, poiché lo Stato Soviettista è quello nel quale gli operai ed i contadini poveri detengono il potere. 

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Allo scopo di rendere ancor più chiara la questione, citeremo innanzi tutto un esempio concreto di capitalismo di Stato. Nessuno l’ignora, questo esempio è la Germania. Questo paese ci presenta l’ultima parola della grande tecnica e della moderna organizzazione capitalistica, ma sotto la dominazione dell’imperialismo junker e borghese. Cancellate le parole sottolineate, mettete al posto dello Stato militarista, aristocratico, borghese, imperialista, uno Stato ancora, ma di un altro carattere sociale, di un altro contenuto di classe, lo Stato soviettista, cioè proletario, ed avrete l’insieme delle condizioni che presuppone il socialismo. 

II socialismo è impossibile senza la tecnica del grande capitalismo basata sugli ultimi ritrovati della scienza contemporanea, senza un’organizzazione governativa perfettamente regolare che subordina decine di milioni d’abitanti alla stretta osservanza di una norma unica di produzione e di ripartizione. 

E‘ ciò che noi marxisti abbiamo sempre affermato, ed è inutile perdere anche solo due secondi a discutere su ciò con della gente che non ha compreso neanche questa verità (come gli anarchici ed una buona metà dei socialisti-rivoluzionari di sinistra). 

II socialismo è egualmente inconcepibile se il proletariato non detiene il potere nello Stato. Anche ciò è elementare. La storia, con il suo cammino originale, – e nessuno, se non dei menscevichi imbecilli di prima forza, poteva attendere ch’ella ci dasse immediatamente, tranquillamente, in modo semplice e facile, il socialismo «perfetto» –  ha dato vita nel 1918 a due metà separate di socialismo, come due pulcini che si preparano a venire alla luce l’uno a fianco dell’altro sotto il guscio comune dell’imperialismo mondiale. La Germania e la Russia nel 1918 sono l’incarnazione evidente, l’una delle condizioni materiali, economiche e sociali, l’altra dello condizioni politiche del socialismo. 

La vittoria della Rivoluzione proletaria in Germania spezzerebbe al primo colpo con estrema facilità il guscio imperialista (che per disgrazia è fatto d’un acciaio migliore e per tal ragione non cede sotto i colpi di qualsivoglia pulcino) e realizzerebbe la vittoria del socialismo universale a colpo sicuro, senza difficoltà o con il minimo di difficoltà giudicandone naturalmente le difficoltà dal punto di vista della storia universale e non da quello di qualche piccola cerchia di individui. 

Se la Rivoluzione tedesca tarda a scatenarsi, noi dobbiamo seguire la scuola del capitalismo di Stato dei tedeschi, imitarlo con tutte le nostre forze, non temere i processi dittatori per accelerare questa assimilazione della civiltà occidentale da parte della Russia barbara, non esitare dinanzi ad alcun mezzo barbaro per combattere la barbarie… 

L’elemento che domina oggi in Russia è il capitalismo piccolo borghese. Da questo capitalismo una sola ed unica via conduce verso il grande capitalismo di Stato e verso il socialismo. Questa via passa per una sola ed unica stazione intermedia, che si chiama «statistica e controllo nazionale della produzione e della ripartizione». Chi non comprende questa verità commette un imperdonabile errore economico, sia ch’egli ignori i fatti reali, non veda le cose come sono, non sappia guardare in faccia la verità: sia che egli si limiti ad opporre astrattamente il «capitalismo» al «socialismo» senza penetrare nelle forme e nei gradi concreti per i quali attualmente presso di noi si opera la transizione dall’uno all’altro… 

Ed è precisamente perché è impossibile fare un progresso al di là della attuale situazione economica della Russia senza passare per questo punto comune al capitalismo di Stato ed al socialismo (statistica e controllo nazionale), che è una profonda bestialità teorica lo spaventare gli altri e se stessi con non so quale «evoluzione nel senso del capitalismo di Stato». Ciò conduce veramente a deviare dalla vera «evoluzione» ed a non comprendere il suo cammino; in pratica ciò conduce a ritornare verso il capitalismo piccolo-borghese. 

Per convincere il lettore che il mio giudizio sul capitalismo di Stato non è immaginato per i bisogni della causa, ma rappresentava già la mia opinione prima della presa del potere da parte dei bolscevichi, mi permetterà di citare il seguente brano d’un opuscolo intitolato: «La catastrofe imminente e come combatterla», scritto da me nel settembre 1917.  

«Provate a mettere al posto dello Stato capitalista dei grandi proprietari fondiari, lo Stato democratico rivoluzionario, vale a dire distruggendo rivoluzionariamente tutti i privilegi e non temendo di realizzare rivoluzionariamente la democrazia più assoluta. Voi vedrete che il capitalismo monopolistico di Stato, unito ad uno Stato veramente democratico rivoluzionario, equivale necessariamente ad un progresso verso il socialismo. 

Il socialismo infatti non è altro che la tappa che segue il monopolio capitalista di Stato. Il capitalismo monopolistico di Stato rappresenta la più perfetta preparazione materiale del socialismo, è l’anticamera del socialismo, un gradino della scala che nessun altro gradino intermedio separa più da quell’altro gradino che si chiama il socialismo» (pag. 27 e 28). 

Notatelo bene, queste righe erano scritte sotto Kerenski, e si trattava non già della dittatura del proletariato, nè dello Stato socialista, ma semplicemente dello Stato «democratico rivoluzionario». 

Non è chiaro che più noi abbiam sorpassato questo stadio nel campo politico, più abbiamo completamente realizzato nei Soviet lo Stato socialista e la dittatura del proletariato, e meno saremmo perdonabili di temere il capitalismo di Stato? Non è chiaro anche che dal punto di vista materiale, economico, industriale noi non abbiamo raggiunto questa anticamera del socialismo? Non è chiaro che senza passare per questa anticamera che noi non abbiamo ancora raggiunto è impossibile arrivare al socialismo? 

L’imposta alimentare, il commercio libero e le concessioni 

I ragionamenti enunciati più sopra, datando dal 1918 contengono parecchi errori per quanto riguarda i periodi di tempo. Questi appaiono oggi più lunghi di quello che non apparissero allora. Ciò non ci meraviglia. Ma gli elementi essenziali della nostra situazione economica sono rimasti gli stessi. 

I contadini poveri (proletari e semi proletari) sono divenuti per la maggior parte dei contadini medi. Per conseguenza l’elemento piccolo-proprietario e piccolo-borghese si è fortificato. D’altra parte la guerra civile fra il 1918 e il 1920 ha accentuato ad un punto estremo la rovina del paese, ha ritardato la restaurazione delle sue forze produttive, ha indebolito in sommo grado il proletariato. A ciò s’aggiunsero il cattivo raccolto del 1920, la carestia di foraggio, le malattie epizootiche, tutte cose che ritardarono più fortemente ancora la ripresa dei trasporti e dell’industria, esercitando il loro contraccolpo diretto sul nostro principale combustibile, il legno portato dalle mute dei contadini. 

In definitiva la situazione politica all’inizio della primavera del 1921 esigeva imperiosamente e d’urgenza delle misure immediate, decisive ed eccezionali per migliorare la situazione del contadino e per sviluppare le sue forze produttrici. 

Perché il contadino e non l’operaio? 

Perchè per migliorare la situazione dell’operaio, bisogna avere innanzi tutto del grano e del combustibile. Questo è oggi il maggiore ostacolo se si considera il complesso della nostra economia nazionale. Ora la condizione necessaria per aumentare la produzione ed il raccolto del grano, il taglio ed il trasporto della legna, è di migliorare la situazione del contadino aumentandone le facoltà produttrici. Bisogna incominciare dal contadino. II non comprendere ciò, il vedere in questa speciale considerazione per il contadino non so quale rinuncia o semirinuncia alla dittatura del proletariato, è semplicemente non vedere le cose come sono e lasciarsi influenzare dalle parole. 

Dunque, ci occorrono innanzi tutto delle misure serie ed immediate per elevare le forze produttrici della classe contadina. 

Per ottenere questo risultato, bisogna operare una riforma fondamentale della nostra politica alimentare. Questa riforma è la sostituzione della requisizione con un’imposta alimentare, con libertà di commercio, una volta pagata quest’imposta, libertà per lo meno di mezzi di scambio locali. 

– In cosa consiste la sostituzione dell’imposta alimentare alle requisizioni? 

L’imposta alimentare è una delle forme del nostro passaggio da una specie originale di comunismo, il «comunismo militare», resa necessaria dalla guerra, dalla rovina e della miseria estrema, allo scambio dei prodotti che sarà il regime normale del socialismo. Questo scambio a sua volta non è che una delle forme di passaggio dal socialismo, con le sue particolarità risultanti dal predominio del piccolo-borghese nella nostra popolazione, al comunismo. 

L’originalità del «comunismo militare» consisteva nel fatto che noi prendevamo al contadino tutto il suo superfluo e talvolta anche una parte del necessario, per coprire i bisogni dell’esercito e degli operai. Noi prendevamo la maggior parte a credito, in cambio di carta/moneta. Non avevamo altro mezzo per battere i proprietari e i capitalisti del nostro rovinato paese di piccoli contadini. 

Il fatto che li abbiamo sconfitti (malgrado l’aiuto dato ai nostri sfruttatori dalle più formidabili potenze dell’universo) non dimostra solamente i prodigi d’eroismo di cui sono capaci gli operai ed i contadini in lotta per la loro liberazione. Esso dimostra altresì la funzione obbiettiva di lacchè della borghesia assunta dai menscevichi, dai socialisti-rivoluzionari, Kauski e C., col farci un rimprovero di questo «comunismo militare». Al contrario bisogna farcene un merito. 

Non e però meno indispensabile apprezzare questo merito nel suo giusto valore. II «comunismo militare» era una necessità risultante dalla guerra e dalla rovina. Non era e non poteva essere la politica rispondente alla missione economica del proletariato. Non era che una misura temporanea. La vera politica del proletariato che applica la sua dittatura in un paese di piccoli contadini è d’ottenere il grano in cambio di prodotti manifatturati necessari ai contadini. Questa è la sola politica alimentare rispondente agli scopi del proletariato, la sola che sia capace di gettare le fondamenta del socialismo e di condurre alla sua piena vittoria. 

L’imposta alimentare è un avviamento verso questa vittoria. Noi siamo ancora così rovinati, così oppressi dal giogo della guerra (che infieriva ancora ieri e che, per la rapacità ed il dispetto dei capitalisti può nuovamente scoppiare domani) che, noi siamo nell’impossibilità di: pagare in prodotti manifatturati la totalità del grano che ci è necessario. Sapendo ciò, noi introduciamo l’imposta in natura, vale a dire noi prendiamo a titolo di imposta la quantità minima di grano che ci è indispensabile per l’esercito e gli operai, ed il resto l’otterremo in cambio di prodotti manifatturati. 

Su questo punto non bisogna dimenticare questo: la miseria e la rovina sono troppo grande perché noi possiamo restaurare di colpo la grande produzione industriale, nazionalizzata, socialista. Per tale scopo ci occorrerebbero delle enormi riserve di grano e di combustibile ammassate nei grandi centri industriali, ci occorrerebbe poter sostituire le macchine usate con delle nuove, ecc. L’esperienza ci ha convinti che queste son cose di impossibile realizzazione immediata. Noi sappiamo che dopo i disastri della guerra imperialista, gli stessi paesi più ricchi e più sviluppati saranno incapaci, per un lungo seguito di anni, a risolvere questo problema. Noi abbiamo dunque bisogno di favorire in una certa misura la ripresa della piccola industria, che non richiede macchine, né stock nazionali, né grandi approvvigionamenti di materie prime, di combustibile o di viveri e che può rendere immediatamente dei servizi alla coltura contadina ed aumentare il suo rendimento. 

Quale è la conseguenza di questa misura? 

Questa libertà relativa (locale, se volete) del commercio serve di base ad una restaurazione della piccola borghesia e del capitalismo. Il fatto è innegabile, sarebbe ridicolo chiudere gli occhi da- vanti ad esso. 

É ciò necessario? E‘ giustificabile? Non c’è in esso un pericolo? Io intendo porre molte quistioni di questo genere. Per lo più esse manifestano soltanto l’ingenuità, per non dire di più, di coloro che le avanzano. 

Guardate come io definivo nel maggio 1918 i diversi strati economici e sociali che compongono la nostra struttura economica. Nessuno potrebbe riuscire a mettere in dubbio la presenza simultanea in Russia di elementi appartenenti a questi cinque gradi od a questi cinque strati, dal regime patriarcale, vale a dire semiselvaggio, al regime socialista. Dalla parte dei piccoli contadini domina lo strato patriarcale mescolato allo strato piccolo borghese, la cosa va da sé. Sviluppare il piccolo sfruttamento vuol dire sviluppare l’elemento piccolo-borghese e poiché c’è lo scambio, l’elemento capitalista: questa è una indiscutibile ed elementare verità d’economia politica, confermata per di più dall’esperienza quotidiana e dalla stessa più rudimentale osservazione. 

Quale è dunque la politica che può esplicare il proletariato socialista di fronte ad una simile realtà economica? Dare al contadino tutti i prodotti da lui domandati e fabbricati dalla grande industria nazionalizzata in cambio del grano e delle materie prime? Questa sarebbe la politica più desiderabile e più normale, e noi abbiamo incominciato a praticarla. Ma noi non possiamo dare tutti questi prodotti, noi siamo lungi da ciò e passerà molto tempo prima che lo possiamo fare, per lo meno ne saremo incapaci fin tanto che non avremo terminato la prima tappa dell’elettrificazione. 

Come dunque procedere? 

Si può provare ad impedire, soffocare assolutamente ogni sviluppo di scambio privato non governativo, cioè del commercio, del capitalismo. E per tanto questo sviluppo è inevitabile poiché ci sono in paese dei milioni di piccoli produttori. Questa politica sarebbe una sciocchezza ed un vero suicidio da parte del partito che la sperimentasse. Una sciocchezza poiché essa è economicamente impossibile, un suicidio, perché il Partito che la sperimentasse farebbe immancabilmente fallimento. Confessiamolo senza vergogna, noi conosciamo certi comunisti che hanno peccato «nel pensiero, nella parola e nell’azione» cadendo in questa politica. Cerchiamo di guarire di questi errori. É assolutamente necessario, poiché altrimenti sarebbe molto male. 

Oppure (questa seconda alternativa è la sola politica possibile e la sola sensata) non si tenterà di impedire né di soffocare lo sviluppo del capitalismo, ma di indirizzarlo nel senso del capitalismo di Stato. 

La cosa è economicamente possibile, poiché questo capitalismo di Stato è una realtà, sotto l’una o l’altra forma, in uno od in altro grado, ovunque esistono degli elementi di commercio libero e di capitalismo in generale. 

Può esserci un connubio, un’alleanza, una coesistenza dello Stato soviettista o della dittatura del proletariato e del capitalismo di Stato? 

Tutta la questione, in teoria come in pratica, si riduce a trovare il giusto mezzo di indirizzare lo sviluppo del capitalismo, inevitabile fino ad un certo punto e per un certo tempo, nel senso del capitalismo di Stato, di circondare questo passaggio di condizioni convenienti, e di preparare per un prossimo avvenire la trasformazione di questo capitalismo di Stato in socialismo. 

Per risolvere questo problema, bisogna innanzi tutto figurarci nel modo più chiaro possibile le forme concrete che rivestirà il capitalismo di Stato entro il nostro sistema soviettista, nel quadro del nostro Stato soviettista. 

Il caso più semplice, l’esempio elementare del modo con cui il potere dei Soviet indirizza lo sviluppo del capitalismo sulla via del capitalismo di Stato, sono le concessioni. Tutti riconoscono oggi che le concessioni sono indispensabili, ma non tutti riflettono a ciò che esse rappresentano. Che cos’è una concessione sotto il regime soviettista, quali sono gli strati economici e sociali che si trovano di fronte? E‘ un contratto, un blocco, un’alleanza entro lo Stato soviettista, contro l’elemento piccolo-proprietario (patriarcale piccolo- borghese). Il concessionario è un capitalista, egli conduce il suo affare alla maniera capitalista, in vista di un beneficio, egli consente a questo contratto con lo Stato proletario nella speranza di ottenere un beneficio straordinario, superiore al normale, oppure alcune materie prime che gli sarebbe altrimenti impossibile o molto difficile procurarsi. II Potere dei Soviet trova il proprio vantaggio in uno sviluppo delle forze produttrici ed in un aumento della somma dei prodotti, e ciò sia immediatamente, sia entro un breve termine. Noi abbiamo ad esempio un centinaio di sfruttamenti di miniere, di foreste. Non possiamo utilizzarle tutte per mancanza di macchine, di viveri e di mezzi di trasporto. Per queste stesse ragioni sfruttiamo male i boschi confinanti. Il cattivo ed insufficiente sfruttamento delle grandi imprese rafforza l’elemento piccolo-proprietario in tutte le sue manifestazioni: (diminuzione della coltura contadina nel territorio circonvicino, e per contraccolpo in tutto il paese), distruzione delle sue forze produttrici, diminuzione della fiducia nel Potere dei Soviet, furti, generalizzazione della piccola speculazione (la più pericolosa di tutte), ecc. Impiantando il capitalismo di Stato sotto la forma di concessioni, il Potere dei Soviet rafforza la grande produzione contro la piccola, l’elemento progressivo contro l’elemento reazionario, la macchina contro il braccio, aumenta la semina dei prodotti della grande industria di cui egli dispone (trattenuta proporzionale), fortifica l’ordine economico governativo in opposizione all’anarchia piccolo-borghese. Questa «politica delle concessioni» condotta con la misura e la prudenza che si conviene, contribuirà senza alcun dubbio a migliorare rapidamente (fino ad un certo punto, poco considerevole) lo stato della produzione e la sorte degli operai e dei contadini, naturalmente a prezzo di certi sacrifici, concedendo al capitalista decine e decine di milioni di libbre dei nostri prodotti più preziosi. La determinazione della misura e delle condizioni nelle quali le concessioni sono vantaggiose e non presentano pericoli, dipende dal rapporto delle forze e si decide nel corso della lotta, poichè le concessioni sono una specie di lotta, una continuazione sotto un’altra forma della guerra di classe e niente affatto una sostituzione alla lotta di classe della pace fra le classi. E‘ la pratica che indicherà la tattica da seguire in questa lotta. 

Le concessioni sono forse la forma più semplice, più netta, più chiara, più esattamente delineata, che il capitalismo di Stato riveste entro lo Stato soviettista. Noi possediamo qui un contratto scritto e formale con il capitalismo occidentale più coltivato e più sviluppato. Conosciamo esattamente ciò che diamo e ciò che guadagniamo, i nostri diritti ed i nostri obblighi, il tempo per il quale accordiamo la concessione, le condizioni di riscatto prima del termine, se questa clausola è prevista. Noi paghiamo un certo tributo al capitalismo mondiale, gli versiamo un acconto su questo o quel punto, ed in cambio riceviamo immediatamente un certo rafforzamento del Potere dei Soviet, un certo miglioramento della nostra situazione economica. Tutta la difficoltà nel caso delle concessioni si riduce a pesare e ad apprezzare bene tutte le clausole del contratto. Queste difficoltà sono reali e senza dubbio nell’inizio degli errori sono inevitabili, ma pertanto essi sono minori che negli altri campi della rivoluzione sociale ed in particolare negli altri modi di sviluppo, di ammissione e d’impianto del capitalismo di Stato. 

I compiti più essenziali di tutti i rappresentanti del Partito e dello Stato, in ciò che concerne l’attuazione pratica dell’imposta alimentare è di saper applicare i principi e le basi della politica delle concessioni (cioè una politica simile al capitalismo di Stato manifestato nelle concessioni) alle altre forme di capitalismo, di commercio libero, di circolazione locale, ecc. 

Prendiamo la cooperazione. Non è per caso che il decreto sull’imposta alimentare ha avuto come conseguenza immediata la revisione del decreto sulla cooperazione ed un certo allargamento della sua «libertà» e dei suoi diritti. La cooperazione stessa è una specie di capitalismo di Stato, solamente meno semplice, meno nettamente delineata, più imbrogliata e per conseguenza accompagnata da maggiori difficoltà per la nostra autorità governativa. La cooperazione dei piccoli produttori di merci (a questa, e non alle cooperative operaie qui ci riferiamo, perché essa è la forma dominante e tipica in un paese di piccoli contadini) genera inevitabilmente una situazione piccolo-borghese e capitalista, favorisce lo sviluppo di questa situazione, porta al primo piano i capitalisti ed assicura loro i più grandi vantaggi. Non può essere altrimenti, essendoci una predominanza di piccoli produttori e possibilità o necessità di scambio. «Libertà e diritti» per la cooperazione, nell’attuale stato della Russia, significa libertà e diritti per il capitalismo. Bendarsi gli occhi per non vedere questa evidente verità sarebbe sciocchezza o delitto. 

Ma il «capitalismo cooperativo» a differenza del capitalismo privato, diventa sotto il Potere dei Soviet una varietà del capitalismo di Stato e come tale oggi ci è utile e vantaggioso, naturalmente entro una certa misura. Se l’imposta alimentare significa libertà di vendere l’eccedente dei prodotti rimasti dopo il pagamento dell’imposta, noi dobbiamo sforzarci di dirigere questo sviluppo del capitalismo -poiché la libertà di vendita e di commercio è uno sviluppo del capitalismo- nel senso del capitalismo di Stato. Il capitalismo cooperativo rassomiglia al capitalismo di Stato in ciò che egli facilita il controllo, la statistica, la sorveglianza, le relazioni contrattuali fra lo Stato (Stato soviettista in specie) ed il capitalista. La cooperazione come forma di commercio è per noi più vantaggiosa e più profittevole che non il commercio privato, non solo per le ragioni indicate, ma anche perché essa favorisce l’associazione, l’organizzazione di una enorme parte, ed in seguito della totalità della popolazione, cosa che costituisce un passo gigantesco per preparare la transizione dal capitalismo di Stato al socialismo. 

Confrontiamo le concessioni e la cooperazione come forme del capitalismo di Stato. La concessione si basa sulla grande industria meccanica, la cooperazione sulla piccola industria manuale ed anche in parte sulla produzione patriarcale. La concessione riguarda un capitalista od una compagnia, un sindacato, un cartello od un trust, in ogni caso isolato di concessione. La cooperazione abbraccia parecchie migliaia, ed anche dei milioni di piccoli padroni. La concessione ammette e presuppone anche un trattato ed un periodo di tempo preciso. La cooperazione non ammette alcun contratto né uno spazio di tempo assolutamente preciso. E‘ molto più facile abrogare una legge sulle cooperative che rompere un trattato di concessione, ma la rottura di questo trattato equivale di colpo, immediatamente, ipso facto, ad una rottura effettiva delle relazioni d’alleanza o di connubio economico con il capitalista, mentre nessuna abrogazione di legge sulle cooperative, nessuna legge in generale, non romperà effettivamente il connubio del Potere dei Soviet con i piccoli capitalisti, né potrà rompere alcuna specie di relazioni economiche reali. Il concessionario è facile a sorvegliarsi, il cooperatore molto difficile. Passare dalla concessione al socialismo, vuol dire semplicemente passare dall’una all’altra forma delle forme della grande produzione. Passare dalla cooperazione dei piccoli padroni al socialismo, vuol dire passare dalla piccola produzione alla grande, transizione più complicata, ma per contro capace in caso di successo di abbracciare delle masse più estese di popolazione, e di strappare le radici più profonde e più vivaci dell’antico stato di cose pre-socialista ed anche pre-capitalista, le più tenaci di tutte nella resistenza ad ogni innovazione. La politica delle concessioni, in caso di successo, ci darà un piccolo numero di grandi imprese esemplari, in rapporto al livello del capitalismo contemporaneo più avanzato, in capo a qualche decina d’anni queste imprese passeranno interamente nelle nostre mani. 

La politica cooperativa, in caso di successo, ci darà un progresso della piccola produzione e faciliterà la sua trasformazione, entro uno spazio di tempo indeterminato, in grande produzione sulla base delle associazioni volontarie. 

Prendiamo un terzo aspetto del capitalismo di Stato. Lo Stato invita il capitalista, in qualità di commerciante, e gli paga una certa commissione determinata in precedenza, con l’impegno di liquidare i prodotti dello Stato e d’acquistare quelli della piccola produzione. Quarto aspetto: lo Stato dà in affitto ad un imprenditore capitalista questo o quel stabilimento, miniera, foresta, territorio agricolo, ecc., che gli appartiene. II contratto di locazione è quello che assomiglia di più al contratto di concessioni… Bisogna porsi davanti agli occhi l’enumerazione di tutte le parti, di tutti gli strati componenti la nostra struttura economica, come io l’ho data nel mio articolo del 5 maggio 1918, per ben ricordarsi ciò che noi rappresentiamo. 

Noi, l’avanguardia del proletariato, siamo sulla via del socialismo, ma l’avanguardia non è che una piccola frazione dell’insieme del proletariato, che a sua volta non è che una piccola frazione dell’insieme della popolazione. 

Perché ci sia possibile risolvere vittoriosamente il problema del socialismo, bisogna che noi sappiamo nettamente tutta successione di mezzi, procedimenti e strumenti che sono necessari per passare dal regime capitalista al regime socialista. Questo è il punto centrale del problema…

E‘ permesso concepire come possibile un passaggio diretto da questo stato di cose dominante in Russia al socialismo? Sì, ciò è permesso fino ad un certo punto, ma ad una sola condizione, che noi conosciamo oggi con la più grande esattezza, grazie ad un enorme lavoro scientifico ora terminato. Questa condizione, è l’elettrificazione. 

Ma noi sappiamo molto bene che questa unica condizione richiede per lo meno dieci anni solo per i lavori di maggiore urgenza, e che questo periodo di tempo non può essere ridotto che in caso di rivoluzione proletaria in paesi come l’Inghilterra, la Germania e l’America. 

Per gli anni futuri bisogna dunque non perdere di vista questi anelli mediani della catena che faciliteranno il passaggio dal regime patriarcale e della piccola produzione al socialismo. «Noi» ci per- diamo frequentemente in ragionamenti di questo genere: «Il capitalismo è un male, il socialismo è un bene». Questi ragionamenti sono falsi, poiché essi dimenticano tutta la complessità dei diversi strati economici e sociali esistenti per non ritenerne che due. 

II capitalismo è un male in rapporto al socialismo. Il capitalismo è un bene in rapporto al regime feudale, alla piccola produzione, alla deformazione burocratica risultante dalla dispersione dei piccoli produttori. Poiché noi siamo incapaci di passare immediatamente dalla piccola produzione al socialismo, il capitalismo è inevitabile come prodotto naturale della piccola produzione e dello scambio, e noi dobbiamo utilizzare questo capitalismo di Stato come anello intermedio fra la piccola produzione ed il socialismo, come uno strumento, una via, un procedimento ed un mezzo per aumentare le nostre forze produttrici… 

E‘ apparsa la necessità di rimettere a più tardi la restaurazione della grande industria, è apparsa l’impossibilità di sopportare più a lungo l’interdizione di circolazione fra industria ed agricoltura; ne consegue che bisogna rivolgerci verso ciò che è più accessibile, la restaurazione della piccola industria. E‘ questo il lato dal quale bisogna ricominciare la nostra opera e sostenere l’edificio mezzo rovinato dalla guerra e dal blocco. Con tutti i mezzi ed a qualunque costo bisogna sviluppare la circolazione, senza timore del capitalismo, poiché da noi il governo operaio e contadino in politica, l’espropriazione dei grandi proprietari e della borghesia nel campo economico, hanno messo a questo capitalismo dei limiti abbastanza stretti, abbastanza «moderati». Questa è l’idea fondamentale dell’imposta alimentare, questo è il suo significato economico…