Internationale Kommunistische Partei

La questione cinese nel corso del nostro lavoro di partito

Kategorien: China, Party History

Teil des Textes: Riprendendo la Questione Cinese

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Nel nr.5 di quest’anno abbiamo ricopreso ab ovo lo studio della «questione cinese». Prima tuttavia di continuare nella pubblicazione di questa serie di articoli, vogliamo ricordare che tale quezstione ha avuto nella nostra stampa abbondanti sviluppi per diverse ragioni fondamentali che non hanno alcun rapporto con la smania dei democratici borghersi di vantare prima e di accusare poi di «imperialismo giallo», gli sforzi della nazione cinexse per vincere la sua secolare arretratezza e divenire una grande potenza «moderna», cioé capitalistica. In realtà, nella dottrina marxista e nella storia delle lotte di classe del proletariato mondiale, la Cina occupa un posto che solo il nostro partito ha saputo difendere, e continuerà a difendere, contro il tradimento del social-imperialismo russo e le falsificazione della storiografia nazionale maoista.

Prima di tutto dal 1920 al 1927 la Cina ha dato il solo esempio di un’azione anche solo relativamente indipendente della classe proletaria nella storia dei moti anticoloniali dei due dopoguerra. E la disfatta dei comunisti cinesi, imputabile essenzialmente alla direzione politica dell’Internazionale, ha avuto per le rivoluzioni dell’Oriente l’importanza che in Europa ebbe il fallimento della rivoluzione tedesca. È in Cina e negli anni ’20 che si è giocata la sorte dei proletari di tutte le colonie finora levatisi contro la dominazione imperialista. Sottolineando questa svolta storica, il nostro partito non ha mai negato né minimizzato la forza esplosiva degli antagonismi scoppiati in diversi paesi arretrati prima e, soprattutto, dopo la seconda guerra mondiale. Ma alle speculazioni di “sinistra” su eventuali sviluppi “socialisti” in questi paesi, esso ha costantemente opposto che nessun problema di azione rivoluzionaria può essere risolto finché si lasciano in soffitta le armi della dottrina rivoluzionaria marxista: il corpo di tesi del Secondo Congresso dell’Internazionale e del Congresso dei popoli d’Oriente di Bakù.

Il nostro partito ha ricordato queste posizioni programmatiche e tattiche sin dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale, quando grandi movimenti di indipendenza nazionale riuscirono a scrollare il giogo dell’imperialismo, e Mosca giurava di armare e dirigere la loro guerra santa contro il potere del capitale (Articolo “Oriente” in Prometeo, serie II, n.2, febbraio 1951). L’importanza della rivoluzione e la sconfitta proletaria del 1927 è stata pure sottolineata negli articoli “Rivoluzione e controrivoluzione in Cina” (Programme Communiste, nr. 20-21, 1962) e “Il movimento sociale in Cina” (nr. 27-28, 1964): citiamo i testi usciti nella nostra rivista internazionale, perché più completi di quelli apparsi in queste colonne). Non è stato invece possibile, per ragioni contingenti, dedicare tutto il posto necessario né alla storia delle lotte di classe dal 1920 al 1927, né alla politica di Mosca, che riuscì ad isolare l’azione concomitante delle masse asiatiche e del proletariato della metropoli inglese per condurle separatamente alla sconfitta (ruolo delle “quattro classi” a Canton e del “comitato sindacale anglo-russo” a Londra; vedi però una sintesi in Prometeo, serie I, nr. 2 e 3, “La tattica del Comintern”, agosto 1946). Infine, l’ammirevole lotta di Trotski contro il tradimento dell’Internazionale in Cina dovrà essere presentata sistematicamente attraverso i testi che denunciano il rinnegamento delle tesi di Lenin e delle prospettive rivoluzionarie di un Ottobre asiatico (un brano del discorso dell’agosto 1926 è stato però riprodotto nel nr. 9 del 1967). Il partito affronterà questo compito collettivo con la migliore denunzia dell’attuale “cultura” del “socialismo in un solo paese”, ricordando che il proletariato di tutto il mondo ha una sola “cultura” da conquistare o difendere: la coscienza dei suoi obbiettivi di classe e gli insegnamenti storici delle sue lotte passate.

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Un’altra ragione fondamentale assegna alla Cina un posto di prim’ordine nella nostra concezione e nella nostra critica dei movimenti nazionali borghesi, ed è il fatto che, dal 1917, è l’unico paese arretrato che si sia conquistate, a prezzo di innumeri sofferenze, tutte le condizioni politiche di un pieno sviluppo del capitalismo nazionale. I suoi dirigenti la presentano ai popoli oppressi come il “modello” della loro completa emancipazione: il nostro partito, invece, la presenta come un esempio dei limiti sociali della emancipazione politica borghese. La nostra critica si è rivolta anzitutto alle tradizioni del “socialismo” maoista, di cui abbiamo provato che è figlio della sconfitta proletaria, erede legittimo del populismo di Sun Yat-sen ed ultima incarnazione del nazionalismo del Kuomintang. Fra tutti i partiti affiliati a Mosca, il P.C.C., fu, fino alla rottura cino-sovietica, quello la cui ideologia e il cui programma erano i più apertamente borghesi e la cui linea teorica ha sempre e soltanto riflesso la decomposizione ideologica dello stalinismo e le contraddizioni del capitalismo cinese (“Lezioni della polemica russo-cinese”, Programme Communiste n. 28-30, 1964). Il partito di Mao pretendeva almeno di realizzare “a fondo” questa rivoluzione borghese? Abbiamo dimostrato che una tale pretesa non si giustifica né in teoria né in pratica, studiando la politica agraria del P.C.C. e le sue successive alleanze col partito di Chiang Kai-shek (“Il movimento sociale in Cina”, Programme Communiste nr. 28-35, 1965). Se la “democrazia nuova” ha messo più di vent’anni a trionfare, lo si deve non solo alla sconfitta del 1927, ma alle esitazioni e ai compromessi del socialismo piccolo-borghese, oltre che al peso della reazione internazionale. A questo proposito, due fatti sono stati sottolineati: l’influenza dei fronti popolari sulla lotta fra P.C.C. e Kuomintang negli anni ’30, e la collusione dell’imperialismo russo-americano nel fare ostacolo alla rivoluzione cinese. Tali sono i limiti dell’emancipazione borghese già analizzati da Marx e ulteriormente rafforzati dalla senilità del regime capitalista: limiti politici, sociali e internazionali, che solo il proletariato era in grado di vincere nell’arena della sua lotta di classe. Questo aspetto è stato certo sviluppato di più nella nostra stampa e, per facilitare il lavoro politico delle sezioni, resterebbe solo da completare una lunga cronologia delle lotte di classe in Cina, che per ora abbraccia soltanto il periodo 1911-49.

Lo studio delle crisi economiche e politiche della Cina indipendente, dalla collettivizzazione accelerata fino alla “rivoluzione culturale” passando per il “balzo in avanti” e la rottura cino-russa, si iscrive in un’analisi e in una critica marxista non velate da anguste preoccupazioni per i destini del capitalismo nazionale né, ancor meno, dalle suggestioni dell’ideologia nazional-socialista cinese. Per il fatto di aver realizzato tutte le condizioni politiche dell’indipendenza borghese, la Cina fornisce la prova più clamorosa degli enormi ostacoli che l’imperialismo mondiale può opporre alla creazione di nuovi centri motori del capitalismo. Dopo di aver vanamente sperato l’aiuto dell’America, poi della Russia, la Cina ha dovuto subire, accettare e teorizzare il proprio isolamento, fattore di crisi della sua economia e di equilibrio per l’ordine imperialista costituito dall’India al Giappone. Così privato di tutta la “cultura” materiale dei paesi capitalistici progrediti, lo Stato cinese ha rivelato più nettamente il suo carattere di classe opponendo al mondo borghese non le parole d’ordine della rivoluzione proletaria internazionale, ma la corsa folle alla “indipendenza economica”, la magra “cultura” del contadino arretrato e dell’operaio dissanguato fino all’ultima goccia. La sorte della Cina borghese ha confermato la nostra duplice previsione: che dalla pace imperialistica non ci si deve attendere né progresso né sviluppo armonico delle nazioni, e che, cercando di liberarsi dalle leggi implacabili del mercato mondiale, lo Stato anche il più potente può solo imporre i rigori alle masse da esso controllate e aggravare tutte le contraddizioni “in seno al popolo”. Queste posizioni sono state illustrate sia in occasione della rottura Pechino-Mosca (“La Cina farà da sé” in Programme Communiste nr. 26, 1964), sia attraverso lo studio economico e teorico della serie sul “Movimento sociale in Cina”, e saranno riprese non appena potremo completare la nostra documentazione con statistiche ufficiali più recenti sulla “lunga marcia” del capitalismo cinese.

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Il conflitto cino-sovietico venutosi ad accavallare alle difficoltà dell’accumulazione capitalistica in Cina, è stato pure analizzato in una prospettiva che non faceva alcuna concessione né alle contingenze locali né alle pretese divergenze ideologiche. Fin dall’inizio abbiamo dichiarato che non si tratta di una semplice bega di famiglia per decidere se lasciare nel mausoleo il cadavere di Stalin o gettarlo nella pattumiera della storia. Il conflitto si annunciava molto più profondo e durevole, perché rispecchiava la duplice pressione del mercato mondiale e degli interessi nazionali divergenti nel cosiddetto “campo socialista”. Abbiamo dimostrato che tutte le riforme economiche all’interno della Russia, come nei rapporti fra i paesi “socialisti”, dovevano necessariamente condurre all’isolamento della Cina e gettarvi, fin dal 1956, le basi della politica attuale (“Il movimento sociale in Cina”, VII, Programme Communiste nr. 37, 1966). La rottura cino-sovietica si presenta quindi come un caso particolare (e particolarmente netto) di quel fallimento del “sistema socialista”, che il nostro partito previde fino dalla sua nascita alla fine della guerra. Essa è la migliore smentita alla propaganda staliniana che pretendeva di aver creato un sistema di economia mondiale libero dalle costrizioni del mercato capitalista, e di offrire ai paesi arretrati, come sola possibilità di emancipazione, un commercio “eguale” e “mutuamente vantaggioso” con i paesi del nuovo blocco. La rottura cino-sovietica volta una nuova pagina della controrivoluzione mondiale: una pagina che si era aperta a Berlino, Poznan e Budapest, e che si chiude a Pechino. Le Tesi sulla questione cinese (Il Programma Comunista nr. 23, 1964 e 2, 1965) riassumono questa esperienza storica delle rivoluzioni di Oriente imbrigliate dallo stalinismo, e ne valutano i risultati.

Secondo la nostra visione storica mondiale dei processi molecolari della economia e della politica, gli episodi della “rivoluzione culturale” cinese si inquadrano in un contesto nazionale molto più angusto, al quale i dirigenti pechinesi non riusciranno a dare la risonanza “proletaria” che lo stalinismo aveva conservato dalle grandi battaglie dell’Ottobre. Numerosi articoli della nostra stampa hanno già presentato la “rivoluzione culturale” cinese come espressione teorica e pratica del “socialismo in un solo paese”: altri sono stati poi dedicati alla polemica contro le varie filiazioni mondiali del maoismo, uno fra l’altro nel nr. 5 di quest’anno. Per altri riguardi la questione resta aperta al nostro studio collettivo, e sarà compito generale nostro svolgerla fino in fondo.