L’opportunismo cambia il pelo ma non il vizio Pt.1
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La fase dello sviluppo imperialistico del capitalismo, per i marxisti rivoluzionari, è quella in cui le contraddizioni del sistema raggiungono un punto di intensità tale che periodicamente ed inevitabilmente la sopravvivenza dell’oppressione di classe esige la distruzione di ingenti quantitativi di forze produttive, in uomini e mezzi. Lo sviluppo delle forze produttive non può più essere contenuto nei limiti angusti dell’appropriazione privata del prodotto sociale e le guerre sono il salasso che consente ad un regime già cadavere per la storia di camminare attraverso i periodi di ricostruzione (le parentesi più o meno lunghe di apparente prosperità e stabilità), fino ad un nuovo bivio. E ogni volta le contraddizioni del capitalismo si presentano aggravate. Lenin ha sinteticamente definito l’imperialismo, ultima fase del capitalismo, come una fine colma di orrori.
Guerra o rivoluzione, dittatura della borghesia o dittatura del proletariato: questa l’alternativa della storia per la classe lavoratrice, che veramente ogni giorno di più non ha nulla da perdere se non le proprie catene.
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Alla nostra visione dialettica del divenire della società, l’opportunismo, nelle sue ondate storiche e nelle sue infinite varianti, oppone una teoria evoluzionistica che in ultima analisi è quella classica della borghesia, già ridotta in briciole dalla storia e da Marx. La storia delle società non si svolgerebbe più sul filo rosso dei grandi sconvolgimenti generati dal contrasto tra lo sviluppo delle forze produttive e i rapporti di produzione, bensì seguendo un lineare cammino di indefinito progresso delle une e degli altri. Al materialismo storico si sostituisce un volgare automatismo economico-politico: l’organizzazione e la lotta operaia determinerebbero, nel quadro delle cosiddette riforme di struttura, un graduale esautoramento della classe dominante e una trasformazione della stessa classe sfruttata come dei ceti intermedi; al vertice di tale processo si collocherebbero la sparizione della divisione in classi e lo stato di tutto il popolo. E il lato più divertente e al tempo stesso tragico di questa teoria, che pretende di essere un prolungamento del marxismo e del leninismo, è costituito dalla lotta popolare contro quei nuclei della classe dominante che non si assoggettano al destino e, animati da un cieco spirito di revanche, si mettono a fare gli apprendisti stregoni.
Sia che questo abbandono della concezione dialettica marxista venga giustificato dagli opportunisti con lo sviluppo degli istituti rappresentativi, sia che essi cerchino di puntellare le loro traballanti argomentazioni ricorrendo all’introduzione di qualche « scoperta » (come l’esistenza di un presunto « campo socialista » che impedirebbe ogni movimento ai gruppi imperialistici, o come la lotta antifascista che avrebbe portato il capitalismo, nella alleanza contro metafisiche forze del male, a concessioni tali da garantire l’avvento pacifico dell’ordine popolare) il contenuto fondamentale, da Bernstein ad oggi, non cambia.
Da questa impostazione centrale del revisionismo, definibile sinteticamente come la teoria dell’affievolirsi dello scontro violento tra le classi non si discostano, dietro le facciate più diverse e ingannatrici, quei gruppetti di falsa sinistra che sono sorti ai margini dei grossi carrozzoni riformisti e che correntemente vengono chiamati filo-cinesi. Costoro chiedono il consenso dei proletari in nome di una retorica e chiassosa professione di fede « rivoluzionaria » che si articola nella esaltazione pubblicitaria di una « purezza marxista al 100% » accompagnata da alcuni riti farseschi sul tipo della ripetizione del congresso di Livorno, e nel martellamento di una serie di parole d’ordine a prima vista in regola con il programma e la dottrina comunista: internazionalismo, catastrofismo, via rivoluzionaria, e partito «leninista». Quello che ci proponiamo di dimostrare è che le pillole del filocinesismo fatte ingoiare agli ingenui operai, in realtà diffondono la tabe della controrivoluzione. Il ruolo oggettivo del composito movimento che si richiama al maoismo è di coprire alle spalle il barcollante partito dei Longo e degli Amendola, sostituendo una fallimentare teoria e relativo programma con nuove « scoperte » e piani presentati come una reazione al riformismo e indirizzati ad una « ripresa di classe », da effettuarsi sullo stesso percorso al termine del quale si constata la terribile situazione odierna del proletariato mondiale: in null’altro consiste il richiamo dei filocinesi alla tradizione stalinista. In definitiva, i vari gruppi di rispolveratori dello stalinismo cercano di scaricare su falsi obiettivi l’energia dei primi strati operai che confusamente sentono la necessità della riscossa, agendo da freno nei confronti delle masse assopite e qualificandosi con ciò come opportunisti del tipo peggiore; quello appunto degli pseudorivoluzionari. Ci serviremo, spinti da un criterio che non è quello della sciocca attualità, bensì quello di utilizzare una rassegna abbastanza completa delle posizioni filocinesi, di un documento apparso nel 1966 su uno dei loro fogli, precisamente « Nuova unità », e intitolato « Programma d’azione ».
Innanzitutto, occorre soffermarsi sulle « scoperte » di questi sedicenti rigeneratori del potenziale rivoluzionario di classe: ciò che essi gabellano per « la contraddizione principale della nostra epoca » e i pretesi « mutamenti di struttura » del capitalismo dopo la seconda guerra mondiale, due « novità » strettamente connesse fra loro e agenti come pilastro per tutto l’edificio del filocinesismo.
Riportiamo dal testo sopracitato: « La presente epoca è caratterizzata, per un verso, dalla crisi in cui si dibatte l’imperialismo, incapace di risolvere le proprie contraddizioni: per l’altro, dalla lotta del campo socialista, dei popoli oppressi, del proletariato dei paesi capitalistici, per assicurare al mondo una prospettiva di pace di libertà, di giustizia e di benessere ». E ancora: « Attualmente nel mondo la principale contraddizione è quella tra i popoli rivoluzionari dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina da un lato, e gli imperialisti con alla testa gli USA, dall’altro ».
Come i loro cugini filorussi sono costretti a compiere continue acrobazie per giustificare due tesi che fanno a pugni tra di loro, cioè: a) il presunto «esautoramento» del capitalismo di fronte agli altrettanto presunti successi del proletariato incarnato dal « campo socialista » (i fatti dicono che non è né campo, né tantomeno socialista), b) l’innegabile estendersi e intensificarsi dello sfruttamento e dell’oppressione imperialista; così questi aggiornatissimi untori del morbo controrivoluzionario operano nel più puro stile metafisico un divorzio tra soggetto e attributo (capitalismo e imperialismo), trasformando quest’ultimo in un ente con vita e leggi proprie; non è più il capitalismo ad essere intrinsecamente imperialista, e l’imperialismo diventa quasi una nuova formazione sociale.
Per Lenin, ripetiamolo, l’imperialismo è quella fase in cui il capitalismo, spinto dalle sue interne contraddizioni ad estendere continuamente la propria base economica, divora, per via diretta o indiretta, le zone del globo non ancora raggiunte dalla « civiltà », vi esporta quelle stesse contraddizioni che a tanto lo hanno determinato, e quindi le sospinge nell’arena del generale scontro di classe. L’imperialismo, sottolinea Trotski, elimina la questione dei paesi maturi o non maturi per la rivoluzione proletaria. Il capitalismo ha creato il mercato mondiale, la divisione mondiale del lavoro e le forze produttive mondiali, e con ciò stesso ha preparato l’economia mondiale nel suo assieme alla ricostruzione socialista. L’unico problema è quindi quello dei ritmi con cui i diversi paesi giungeranno a questa vera e propria palingenesi sociale. L’internazionalismo proletario è il diretto portato del carattere oggettivamente mondiale della rivoluzione e della trasformazione comunista dell’economia. Scrivono Marx ed Engels nel Manifesto che la lotta del proletariato è nazionale in un primo tempo, ma piuttosto nella forma che nella sostanza. Da ultimo, secondo i marxisti, è l’aggravarsi dei conflitti sociali nelle metropoli occidentali che stimola la penetrazione e il dominio imperialista e la nascita, con esso, delle moderne classi antagoniste fra i popoli colorati. Soltanto dopo la comparsa di queste ultime si sviluppa la lotta antimperialista.
Secondo i filocinesi, invece, 1) l’internazionalismo non consisterebbe nella interdipendenza organica delle lotte, ma nel fare ciascuno i fatti propri nel proprio paese (teoria della non ingerenza o del « marciare sulle proprie gambe »), 2) le contraddizioni del capitalismo troverebbero il loro epicentro nella famosa « zona delle tempeste »: il cuore del sistema non scandirebbero più i suoi battiti nelle grandi metropoli della concentrazione industriale, in cui ad un polo si accumula la ricchezza prodotta dal lavoro sociale e all’altro la schiavitù e la miseria crescenti che prepotentemente si affacciano dalle crepe della prosperità, bensì nelle nazioni coloniali o ex-coloniali; la forza di penetrazione dell’imperialismo non risiederebbe più nell’asservimento al giogo del lavoro salariato delle grandi masse urbane dell’Occidente, viceversa il capitalismo, sempre più « limitato » e « razionalizzato » nella madrepatria, si sarebbe arroccato nelle cittadelle dei paesi sottosviluppati resistendo solo in forza di ciò al processo di erosione attuato dal movimento operaio: ed è a questo punto che l’imperialismo della zona delle tempeste prende corpo come una nuova essenza le cui leggi, sconosciute al marxismo, sono appannaggio esclusivo e gelosamente custodito degli stregoni maoisti.
3) Nell’analisi di Lenin, in ogni nuovo paese che accede a rapporti di produzione moderni, la borghesia nazionale, stretta come in una morsa dal carattere mondiale della economia, è sempre più incapace di portare avanti una politica rivoluzionaria contro i vecchi regimi precapitalistici e contro le forze dell’imperialismo, perché contemporaneamente deve affermare il proprio ruolo controrivoluzionario sulla carne del proletariato indigeno e delle masse contadine. È per questo che le tesi dell’Internazionale Comunista proclamarono che le rivoluzioni anticoloniali erano destinate a limitarsi a conquiste sempre più misere se alla testa di esse non si poneva il proletariato indigeno con il proprio partito indipendente, che, al seguito del proletariato metropolitano, nelle cui mani si trova oggi come ieri la leva decisiva dell’urto tra le classi, avrebbe dovuto assumere la guida del movimento contadino e spingere avanti le rivendicazioni borghesi contro il versipellismo della stessa borghesia marciando sul filo della doppia rivoluzione in quello che negli anni gloriosi dell’Internazionale si chiamò il processo mondiale della rivoluzione permanente. « Pace, libertà, giustizia, benessere »: sarebbe questo il programma « leninista » delle rivoluzioni coloniali? Ohibò, è il programma della piccola borghesia radicale!
Gli opportunisti filocinesi hanno sostituito le tesi di Lenin e di Trotski con la teoria di un indistinto moto popolare dei popoli coloniali contro l’imperialismo, al seguito del quale moto e dei successi del famoso blocco socialista, marcerebbero gli operai dell’occidente in un’azione di puro e semplice fiancheggiamento militare. Al piano economico unico mondiale della dittatura proletaria hanno contrapposto la parola d’ordine della « costruzione dell’economia nazionale con le proprie forze », disfattista in un duplice senso: in quello del carattere internazionale della battaglia comunista e in quello stesso del movimento anticoloniale, che viene con ciò abbandonato di fatto a se stesso, vale a dire all’imperialismo.
Mentre dunque Lenin vedeva la possibilità dell’esplosione di una rivoluzione doppia nei paesi sottosviluppati come la rottura dell’anello più debole di un’unica catena mondiale, ipotesi non ancora sepolta dalla storia, e ne individuava le probabilità di successo nell’accendersi rivoluzionario dell’Europa avanzata, i bancarottieri filocinesi della rivoluzione ci sciorinano davanti una confusione completa tra due concetti diversi: quello del centro vitale del movimento sociale mondiale e quello dell’anello più debole della catena imperialista. Infatti trovano, in antitesi radicale con Lenin, il nodo gordiano dell’epoca attuale nei paesi arretrati e riservano, con dialettica virata di posteriori, il ruolo di anello debole ai paesi avanzati, magari (vedi « Piattaforma ideologico-politica » sempre su « Nuova unità » del ’66) all’Italia se, per grazia del centro sinistra e per volontà dei maoisti locali, il capitalismo non abbia fatto a tempo, poniamo – « osate pensare », non è forse un motto delle guardie rosse? – a razionalizzarsi. Con questo non vogliamo affatto negare che il ruolo di anello debole possa essere riservato a qualsivoglia paese, avanzato come arretrato; ma solo sottolineare lo sconcio rovesciamento dell’impostazione leninista in coloro che si atteggiano a suoi diretti continuatori.
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Come abbiamo già detto, i filocinesi giustificano la sottomissione del movimento proletario internazionale a quello della borghesia nazionale dell’Asia, Africa e America Latina, con la scoperta dell’insorgere di « elementi nuovi » nella struttura del capitalismo. Se nel passaggio logico questa tesi ha la funzione di suffragare la precedente, nella realtà è essa il cavallo di battaglia dei maoisti nostrani: vedremo più avanti che le novità consistono in una specie di meccanismo anticrisi che affiderebbe il crollo del capitalismo unicamente a elementi di coscienza e di volontà, con il conseguente abbandono di tutto l’insegnamento marxista. Di qui la predicazione di una « via rivoluzionaria » che nella sua articolazione ripropone inevitabilmente il classico schifoso gradualismo dei vari Bernstein, Turati, Bonomi, Kautsky e soci.
È proprio il vecchio e stantio appigliarsi a « mutamenti del capitalismo non previsti da Marx e da Lenin » (che, come mille volte abbiamo mostrato, caratterizza il piccolo borghese pervaso di collaborazionismo sociale) che i filocinesi cercano di far digerire ai proletari pennellandolo con le tinte violente dei moti antimperialisti. In parole povere, ciò che a questa genia di opportunisti interessa non è tanto la esaltazione, per quanto antidialettica, della violenza dei moti borghesi de questo (in risposta a coloro che ci obiettano come, nonostante tutto, i filocinesi appoggino « rivoluzioni reali » mentre noi ce ne staremmo a fare gli ipercritici), bensì il nascondere dietro questo paravento il contenuto invariante del tradimento riformista.
Appunto per questo capovolgimento di logica e prassi, la tesi del partito che governa l’apparato capitalistico cinese e che agita un appoggio puramente retorico ai moti anticoloniali come arma di ricatto a merce di scambio verso le altre nazioni capitalistiche, può essere usato indirettamente dalla borghesia dei paesi dell’Occidente come uno dei tanti espedienti per mistificare e sottomettere il proprio proletariato. Questa è la prova dei fatti che dimostra chiaramente come le tesi del partito pseudocomunista cinese non abbiano neppure una funzione rivoluzionaria in senso borghese e coincidano perfettamente, pur sotto l’aspetto di un’accesa diatriba ideologica, con l’opportunismo del partito russo e codazzo di protetti, restando fermo il contrasto di interessi tra lo Stato di Mosca e quello di Pechino.
Nel prossimo articolo prenderemo in esame la teoria che il « Programma d’azione » di « Nuova unità » avanza in merito alle crisi e al crollo del capitalismo. Crediamo comunque di aver già mostrato a sufficienza come, dietro frasi che a uno sguardo superficiale possono apparire molto rivoluzionarie, si nasconda di fatto la morsa delle tenaglie della controrivoluzione. La storia del movimento operaio è piena di esempi di questo genere: il mostro camaleontico dell’opportunismo si è spesso presentato nelle vesti di una sirena, e le sirene pseudorivoluzionarie hanno sempre, prima o poi, sfoderato il coltello..