Di che abbonda il capitalismo
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La nicotina non è il solo veleno contenuto nel fumo delle sigarette. Altri entrano nel miscuglio inalato nei bronchi; fra questi l’arsenico, la piridina, il monossido di carbonio e non pochi altri. È provato che il fumo esercita un’azione nociva sui nervi, sulla lucidità mentale, sull’apparato digerente, sul sesso, ecc. Pure, nonostante i malanni che provoca, l’industria del tabacco occupa il terzo posto nella classifica delle umane attività. Nella corsa ai miliardi, due sole industrie riescono a batterla: quella automobilistica e quella cinematografica. Il petrolio, che pure suscita guerre e carneficine immense, non riesce a superare il volume e l’importanza dell’industria del tabacco.
Non a caso, in testa alla classifica delle produzioni mondiali, figurano i rami tra i più parassitari, inutili e dannosi. Da automobili, films, sigarette – di cui si pasce la brama di lusso o la abitudine maniaca – la specie umana ricava poco di utile, né sul piano fisiologico né su quello sociale. Esempio eloquente di come, sotto il capitalismo, il prodotto domini il produttore, codesti «beni» danneggiano due volte il corpo sociale: una volta, nella forma di produttore; l’altra, in quella di consumatore. Quale somma immensa di forza di lavoro e di materie prime preziose vengono sprecate, e nel caso del tabacco, letteralmente ridotte in fumo puzzolente! E quanti danni fisici contraggono i consumatori! Quando non ci rimettono che il sale della zucca, come avviene ai bevitori di films, o lo stomaco intossicato dalla nicotina, debbono ritenersi ancora fortunati, se si pensa che appunto per il controllo di industrie e mercati di tale genere scoppiano guerre grandi e piccine.
Il tabacco è coltivato nel mondo su una superficie complessiva di almeno 3.350.000 ettari di terreno. La sua produzione globale annua supera i 3 miliardi di chilogrammi. Spiace davvero che non si siano calcolate le dimensioni della colossale nuvola di fumo che durante l’anno sale al cielo, esalando dai bronchi biscottati di milioni di uomini e donne. Le nuvole a fungo delle atomiche apparirebbero banali fumate di sterpi al confronto!
L’Europa, la vecchia raffinata e infrollita, non è autosufficiente – povera lei! – in materia di tabacco. Ne produce appena 450 milioni di chilogrammi. Sono pochi, assolutamente insufficienti a spegnere la sete… di fumo dei civilissimi popoli che la popolano, che al di qua dei 600 milioni di chilogrammi all’anno proprio non ce la fanno a rimanere. Donde, la necessità di importarne i restanti 150 milioni di chilogrammi. Sacrificando altre importazioni, utili, come la carne o le bretelle dei pantaloni? Sicuramente.
Il tabacco da fiuto, invece, è decisamente in ribasso. Il giornale da cui ricaviamo i dati riportati, informa che il crollo è particolarmente pesante in Francia, dove le 4200 tonnellate vendute nel 1923 sono scese ad appena 500 tonnellate nel 1953. Ma in Inghilterra, il tabacco da fiuto, indicato lassù col nome di «snuff», sta riprendendo quota, grazie ad accorte manipolazioni dei fabbricanti che al tabacco hanno preso a mescolare mentolo, oppure cocaina, anice, profumi, ecc. God save the snuff…
I fumatori accaniti di tabacco non sono affatto, contrariamente a quanto sembra, gli autori della colossale fortuna della miscela di gas tossici vari che costituisce il fumo di tabacco. Ne sono invece le vittime. Se milioni di uomini e donne sentono il bisogno «istintivo» di succhiare sigari e sigarette, la natura e l’educazione c’entrano poco. Il fenomeno, triste fenomeno di spreco inaudito, si spiega col fatto che il capitalismo, oltre ad imporre di lavorare e produrre nelle condizioni dettate dalla esigenza della sua conservazione, obbliga dispoticamente i suoi schiavi a consumare le merci che trova redditizie. E non si venga a dire che l’uomo, in quanto animale bipede e implume, non può fare organicamente a meno di inghiottire fumo: con tutte le migliaia di sigarette fumate in tutta la loro vita, gli intellettuali del nostro sciagurato tempo non assommano, messi insieme, il valore di un buon allievo di Archimede, o di Dante Alighieri.
In Italia, alla diffusione del vizio del tabacco lavorano gli organi dello Stato, lo stesso che, tramite il Commissariato della Sanità, presiede alla preservazione della salute pubblica. Da noi è il Monopolio di Stato dei tabacchi che svolge una intensa campagna pubblicitaria, incoraggiando i ragazzini, ancora vergini di nicotina, a «provare». Tutto sta nel cominciare, poi magari si finisce con lo «snuff» alla cocaina, e il ricovero in casa di salute. Ma che importa se il tabacco è una merce preziosa che rende miliardi e miliardi?
«Add’à venì» la dittatura del proletariato! Per tanti motivi. Anche per svezzare i succhiatori di sigarette e riportarli allo stato di esseri normali. Tre milioni e trecentomila ettari di terreno coltivati a tabacco sono troppi, bisognerà ridurne progressivamente l’estensione, finché non cadrà ingloriosamente in cenere l’ultima sigaretta dell’ultimo fumatore.
Dunque, dirà il borghese, voi comunisti volete che si producano solo generi alimentari. Peggio. L’assurdo del capitalismo si vede anche lì. In America del Nord si è diffusa nel pubblico la convinzione che bisogna nutrirsi meno, difendersi dalla pletora ipertensiva, per vivere a lungo. Ed ecco tutta la macchinosa pubblicità «scientifica» delle ditte che producono viveri scatolati darsi di un colpo a provare che il loro prodotto contiene poche calorie, nutre poco, si può mangiare in grandi dosi senza ingrassare… Per i nove decimi vorremmo smontarla, la macchina imbecille della vostra divinità: Produzione!