Internationale Kommunistische Partei

Un uomo e una classe

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Conoscere come sia avvenuta, anche nei minimi particolari, la sua fine ha per noi scarso interesse, così come ha scarso interesse il macabro spettacolo offerto dalle sue spoglie appese in una piazza di Milano.

Sia stato uno del popolo, nella sua ribellione, o sia stato un manipolo di regie guardie della finanza a finirlo, non ha importanza; ciò interesserà l’onesto cronista che deve preparare il materiale allo storico imparziale. A noi spetta soltanto registrare il fatto che Mussolini non è più.

Siamo uomini di parte, cioè di partito; prescindiamo perciò da tutto quanto può avere attinenza a fatti secondari e vediamo il tragico dramma dell’uomo in quanto fu l’esponente di un regime. E soprattutto di un regime nato nella e per la società capitalistica, di quella società che trova oggi ancora in se medesima elementi di forza per apparentemente trasformarsi mimetizzandosi, pur di sopravvivere nel tempo con i suoi privilegi.

Occorre saper valutare gli aspetti del dramma.

La moltitudine pervasa da morbosa curiosità, e senza odio, è accorsa ieri a vedere il cadavere appeso dell’uomo già finito prima ancora di morire; la stessa moltitudine, invasa da uguale morbosa curiosità, e senza amore, accorreva anni addietro a vederlo vivo nella più grande piazza di Milano.

Mussolini non ha mai amato il «suo» popolo, come il popolo, in verità non ha mai amato Mussolini. L’atto della sua morte è stato certamente compiuto senza odio, come gli applausi a lui rivolti un giorno erano sicuramente senza fede. Giustizia si è fatta su lui, implacabile, tragica nella forma, suggellata dalla morte. Sono stati gli eventi connaturati nell’opera sua a pronunciare la sentenza, non gli uomini.

Mussolini non è più, nessuno lo piange, forse neppure la casalinga consorte, neppure la figlia, per il lutto da lui seminato tra i suoi. Il popolo oggi respira e volge un pensiero di commiserazione e di sdegno a colui che del popolo ha solo voluto servirsi.

Come uomo l’abbiamo già dimenticato. Fu un genio politico? no. Fu un saggio, un buono? no. Fu un generoso? neppure.

Fu uno spregiudicato, un audace, un tiranno.

Fu indubbiamente «qualcuno», che seppe imporsi per la sua sfrontata bramosia di comando nel ruolo della politica del capitalismo, e che della sua più brutale forma seppe costruire un regime.

Come capo del regime lo combattemmo sempre; non combattemmo in lui solo il despota, ma la società, la grande società degli affari del capitalismo italiano di cui egli era il «Direttore» con ampia procura, e della quale era presidente il monarca senza dignità, erano consiglieri i magnati dell’alta finanza, dell’industria, del commercio e dell’agricoltura, e alla quale non mancava, bene inteso, la benedizione della sacra romana chiesa.

Mussolini non è più, ma la società capitalistica rimane col suo inestricabile labirinto di interessi, con le sue contraddizioni, con le sue mire ingorde lontane e vicine, col suo sistema di brutale sfruttamento degli uomini del lavoro.

Fino a quando?

La battaglia di questi giorni deve cambiar rotta e portarsi decisamente sul terreno di classe: gli operai devono gettare in esso tutto il peso della loro potenza per volgerla alla conquista del potere politico e dell’apparato economico, sia di produzione che di scambio.

Solo allora Mussolini sarà sepolto definitivamente e, con esso, il capitalismo e il suo sistema.