Fino a quando la “prosperità” tedesca?
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Sebbene in misura meno forte che negli anni precedenti, l’economia tedesca ha segnato nel 1953 nuovi, imponenti sviluppi, con un andamento ben diverso da quello degli altri Paesi europei. La produzione nazionale lorda a prezzi costanti è aumentata del 6,5%, e sarebbe cresciuta ancor più senza il declino dovuto a sfavorevoli condizioni atmosferiche dell’attività agricola; il numero dei salariati è salito a 15,8 milioni (aumento del 4% sul 1952), il numero dei disoccupati (ora 1,07 milioni) è diminuito; la produttività supera del 6% il livello 1952. In aumento è il risparmio e gli investimenti sono stati autofinanziati per circa la metà del totale; le esportazioni sono cresciute del 7%, la bilancia commerciale è in attivo (+600 milioni di dollari nei primi 10 mesi dell’anno), si è proceduto ad alleggerimenti fiscali a favore dell’industria e del commercio. È, per il capitalismo tedesco, una piccola età dell’oro.
Durerà, e fin quando? La Germania è avvantaggiata dal ritardo al quale la sua ricostruzione post-bellica è stata costretta: perciò il mercato interno è ancora in espansione e, sui mercati esterni, la Germania gode del privilegio di una maggiore modernità produttiva. Gli investimenti e gli aiuti americani hanno inoltre accelerato il processo di razionalizzazione e di sempre maggior produttività (cioè di sfruttamento del lavoro vivo) di un’industria dall’attrezzatura già poderosa e modernissima. Tuttavia, il margine di saturazione del mercato estero va riducendosi parallelamente a quello del mercato internazionale, e l’ombra di quel milione e più di disoccupati già ora esistente si proietta sul quadro prospero (per il capitalismo) della economia germanica. Anch’essa avrà bisogno di respiro. Si aprirà la corsa ai mercati dell’Est? O i canali della distribuzione si intaseranno? Dietro la prosperità, c’è la minaccia del ristagno. Dietro il ristagno l’ombra della rivolta di Berlino – anche nel settore occidentale.