Il New-Deal del PCI
Categorie: Italy, New Deal, Partito Comunista Italiano
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In fregola paragovernativa surriscaldata dall’esito elettorale recente, il partitaccio lancia proclami e programmi come si addice ad un serio aspirante al vertice dello Stato. A mezzo del gruppo senatoriale della Camera ha proposto, con apposita mozione, al governo DC in carica un «impegno» su vari punti, che presentano una precisa caratteristica assistenziale, da un lato verso i disoccupati e lavoratori in cerca di primo impiego, dall’altro verso piccole e medie aziende. La formula, varata dagli USA col famoso New Deal di Roosevelt, dopo il crollo del 1929 per evitare pericolosi contraccolpi sociali, e ripresa da tutti i governi successivamente in simili circostanze, si articola nella creazione di aggiornati e riverniciati «cantieri» per il rimboschimento e per disoccupati o non occupati in genere, di corsi chiamati di «riqualificazione professionale», gestibili da Comuni e Regioni, e di «opere pubbliche», oltre alla vecchia solfa degli investimenti nel Mezzogiorno.
La «proposta» piciista riposa, come si vede, nel mettere a disposizione degl’innumeri strati dei piccoli e medi produttori, in cui regna più che altrove l’anarchia economica, la dispersione, la disorganizzazione, l’impossibilità e l’incapacità tecnica, enormi masse di denaro. Il pretesto è la cattiva amministrazione dello Stato, da cui la «democrazia del decentramento», ovvero la serra calda per le mezze classi. Ma si fanno i conti senza l’oste-banchiere. Si promette vino che dispongono gli altri. Se questa è demagogia, non è demagogia la «proposta» di «cantieri» per i lavoratori, cantieri in cui è legalizzato il sottosalario con cui, nel passato, si sono arricchiti i trafficanti di piccolo e medio cabotaggio. Il disegno «moderno», «avanzato» del PCI e C. si sintetizza nell’obiettivo di far tutti contenti, dalla colossale FIAT al piccolo intrallazzatore, contenti sulle spalle dell’operaio che, fiducioso nel «suo» partito, si vorrebbe disponibile ad accettare i sacrifici della pura, ma «provvisoria» sopravvivenza per il bene del popolo.
Non mancherà, per appoggiare questa «proposta» «progressista» del futuro governo «di sinistra», l’appoggio degli intellettuali e dei preti per convincere i proletari magari a «autoridursi il salario», come si sta già verificando in qualche fabbrica del paradiso socialdemocratico svedese.