Internationale Kommunistische Partei

„Opinione pubblica“ orchestrata contro i lavoratori della scuola

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L’azione congiunta del padrone Stato e dei sindacati tricolore contro i lavoratori della scuola si è manifestata non solo nella firma del famigerato accordo di cui parlavamo nel numero scorso, ma anche nell’accettazione di fatto da parte dei sindacati di un prolungamento del lavoro estivo del personale insegnante che verrà impegnato in «corsi di recupero» ed altre attività scolastiche o parascolastiche. Stranamente, non certo per noi comunisti, ma per la maggioranza dei lavoratori, i bonzi sindacali stessi si sono fatti garanti dell’applicazione della norma giuridica, finora mai osservata, secondo la quale il personale insegnante ha diritto ad un solo mese di ferie, invece di difendere la condizione di fatto per cui, fino ad oggi, i mesi di ferie erano almeno due, in qualche caso tre.

Questa spudorata azione di tradimento degli interessi più elementari di una categoria di lavoratori, questa supina acquiescenza, anzi difesa delle esigenze dello Stato che intende nella scuola, come in tutte le altre sue aziende, «risparmiare sui costi di lavoro» viene svolta all’insegna di un presunto «egualitarismo alla rovescia» che consiste nel sostenere che i lavoratori della scuola lavorano di meno di altre categorie operaie e perciò, in nome dell’«uguaglianza», devono accettare di lavorare di più.

Naturalmente, mentre si dice questo ai lavoratori della scuola, la stessa cosa viene detta alle altre categorie operaie: ad Ariccia ed a Bologna si è detto alle categorie dell’industria, che certo non possono essere accusate di lavorare poco, che prima di pensare ad aumenti salariali ed a riduzione dell’orario di lavoro per gli occupati, bisogna pensare ai disoccupati e perciò rivendicare non «più salario», ma «più investimenti»; unico modo, secondo i bonzi, di ‚pensare ai disoccupati‘ perché, si sa, nella loro visuale di lacchè del padronato, sono «i padroni che danno da mangiare agli operai» e se i padroni non investono, «non fanno lavorare», la classe operaia è perduta. In nome di questo egualitarismo alla rovescia che predica a presunte categorie «privilegiate» di lavoratori di «guardare chi sta peggio di loro», i bonzi sindacali non hanno esitato a montare ed a propagandare essi stessi i presunti privilegi dei lavoratori della scuola fra gli altri operai. E quando, in alcune località, gli insegnanti hanno rifiutato l’aumento del carico di lavoro estivo, si sono fatti essi stessi promotori di pubbliche assemblee ‚popolari‘ per stigmatizzare e condannare il comportamento di questi lavoratori ‚privilegiati‘.

È ciò che è avvenuto a Calenzano (comune industriale della zona di Prato) in un’assemblea alla quale hanno partecipato anche alcuni nostri compagni e durante la quale i bonzi si sono fatti in prima persona portatori del «biasimo» proveniente dalle categorie di operai dell’industria «che lavorano otto ore al giorno e che vanno in ferie solo per un mese» rivolto alla mancanza di «spirito di collaborazione» dei privilegiati maestri ed insegnanti medi che avevano rifiutato di tenere un corso di recupero a settembre.

Solita la solfa fascista: «Se non ci sacrifichiamo un po‘ tutti (gli operai s’intende!) come potremo far uscire il Paese (cioè i capitalisti) dalla crisi?». A questa canagliesca posizione i maestri, per bocca anche di un nostro compagno, hanno risposto che essi non avrebbero accettato nessun aumento dell’orario di lavoro proprio nel momento in cui centinaia di migliaia di disoccupati cercano invano un posto di lavoro e che, se lo Stato vuol tenere le scuole aperte per 12 mesi, cosa che può anche costituire una giusta esigenza per gli operai, lo deve fare assumendo il personale necessario e creando le necessarie strutture, non peggiorando le condizioni dei lavoratori occupati. È stato messo in rilievo come i bonzi si mettano direttamente dalla parte dello Stato come se si trattasse non dello Stato della classe borghese, ma dello Stato proletario. Quando lo Stato dei proletari chiederà ai lavoratori di aumentare il loro orario di lavoro tutti dovranno aderire con entusiasmo, ma finché questa richiesta viene dallo Stato che ha come compito la difesa dei privilegi (questi sì reali!) di coloro che vivono sfruttando il lavoro di tutti gli operai «privilegiati» o no questi hanno il dovere di rispondere che le loro condizioni di vita e di lavoro non si toccano. Schifosa più di quella dei bonzi ufficiali la posizione assunta, nella stessa assemblea, dai falsi sinistri, fortunatamente dissociatisi da noi, che l’aumento del tempo di lavoro e l’abolizione dei «privilegi» poteva andar bene se questo tempo in più fosse stato dedicato «all’aggiornamento», alla «migliore preparazione», all’acquisizione da parte degli insegnanti di «nuovi contenuti culturali più aderenti alla realtà ed ai bisogni della classe operaia» e balle di questo genere.

Si tratta logicamente di piccoli episodi marginali, ma che vanno messi in rilievo dal partito per il loro significato generale. In essi infatti si vedono schierate le forze che si batteranno più in grande domani a cominciare dalle lotte contrattuali dell’autunno.

Da una parte in un unico fronte lo Stato e la classe borghese che tendono a schiacciare le condizioni di vita di tutte le categorie operaie, i falsi partiti operai ed i sindacati tricolore che di questa esigenza capitalistica si fanno difensori in seno alla classe operaia, i falsi sinistri che sostengono le stesse cose dei bonzi adornandole, ad uso degli operai malcontenti, di una fraseologia «innovativa». Dall’altra i lavoratori coscienti della necessità di difendere il loro pane quotidiano, il loro salario, le loro condizioni di lavoro e che, mentre sono tacciati di «corporativi» dai bonzi e dai loro reggicoda «di sinistra», sono difesi dal solo ed unico indirizzo di classe: quello del partito comunista rivoluzionario.