Riunione Generale internazionale numero 154 del 24 e 25 gennaio 2026. I militanti traggano dalla dottrina comunista la certezza nella vittoria di domani
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La Riunione Generale internazionale del partito di gennaio, ha avuto luogo nei giorni 24 e 25 gennaio. Come sempre nelle Riunioni Generali, ai compagni presenti, in persona e collegati online, sono stati presentati i risultati del lavoro teorico che continua, con modalità che non sono cambiate nel corso dei 75 anni di vita del partito, nella sua forma ricostituita nell’immediato dopoguerra.
I temi trattati sono stati la questione sindacale, la questione militare, la guerra civile in Germania, la storia della Sinistra, la storia del sindacalismo in Francia.
Di seguito presentiamo i riassunti dei rapporti, che saranno pubblicati per esteso su futuri numeri dei nostri organi di stampa.
Rapporti sulle questioni sindacali
La serie di rapporti sulle questioni sindacali, iniziata alla riunione generale del settembre scorso è continuata con l’esposizione di tre capitoli distinti.
Il lavoro parte dalla constatazione che nel succedersi dei grandi cicli storici seguiti al vittorioso affermarsi della borghesia dopo la Rivoluzione del 1789, le associazioni economiche del proletariato subirono vicissitudini varie passando dalla aperta negazione da parte dello Stato borghese, al riconoscimento legale e fino all’assorbimento e la sterilizzazione dei sindacati operai, privandoli di ogni autonomia per impedirne la direzione ad opera del partito rivoluzionario
All’interno delle organizzazioni operaie le tendenze revisioniste e riformiste, contrastate dal marxismo rivoluzionario, si svilupparono progressivamente fino a divenire, alla vigilia della prima guerra mondiale, dominanti in tutti i partiti della II Internazionale.
Con la guerra la situazione precipita, i partiti socialdemocratici aderiscono alla Union Sacrée ed è solo grazie a loro se la borghesia riesce a portare i proletari dei vari paesi a scannarsi sui fronti di guerra. Il ciclo si chiude con il completo aggiogamento anche delle centrali sindacali al carro delle rispettive borghesie nazionali.
Fatta eccezione della Russia sovietica, questo assoggettamento perdura e si rafforza anche dopo il ritorno alla pace e ai sindacati viene affidato un compito puramente riformista.
Se da nazione a nazione questo assoggettamento assume aspetti diversi, come ebbe ad affermare Karl Radek, «le varie bandiere coprivano dappertutto la stessa merce». È un dato di fatto quindi che in assenza di una direzione comunista rivoluzionaria i sindacati svolgono azioni puramente riformiste relegate all’interno dell’ambito capitalista.
Questo non comporta però l’uscita dai sindacati da parte dei comunisti, ma al contrario rafforza il loro scopo di prenderne la direzione dando ad essi un indirizzo ed una finalità che superi le rivendicazioni contingenti e arrivi allo scontro frontale rivoluzionario.
«Il sindacato, anche quando è corrotto, è ancora un centro operaio. Uscire dal sindacato socialdemocratico corrisponde alla concezione di certi sindacalisti che vorrebbero costituire organi di lotta rivoluzionaria di tipo sindacale e non politico.»
«La sinistra del partito comunista italiano si è opposta da sempre alla tattica che esige l’uscita dai sindacati riformisti. Noi abbiamo sempre combattuto con la massima energia le tendenze alla secessione dalla Confederazione sindacale riformista di sindacati indipendenti, sostenitori del partito comunista.»
Su queste basi teoriche proprie del P.C.d’I, del Komintern e del Profintern abbiamo svolto i nostri rapporti.
Questo studio che prende in esame le varie questioni sindacali sorte tra le due guerre mondiali in Italia, allo stesso tempo dimostra come non si trattasse di questioni puramente italiane, ma ricorrenti in ogni Stato capitalista borghese. Nella pratica le problematiche erano e restavano le medesime.
CGdL E FASCISMO CONTRO LE CONQUISTE OPERAIE
Il 9 ottobre 1921, il Consiglio Direttivo della CGdL propone la sospensione di tutte le agitazioni contro la riduzione dei salari e la costituzione di una Commissione d’inchiesta composta dai rappresentanti di Stato, padroni e lavoratori per studiare la situazione industriale e, in base a ciò, stabilire l’eventuale adeguamento dei salari. Adeguamento che avrebbe potuto anche essere al ribasso se la Commissione d’inchiesta lo avesse ritenuto indispensabile per la salvezza delle industrie.
Naturalmente la collaborazione di classe non può che essere favorevole alla classe borghese e al capitalismo e di conseguenza le strada del collaborazionismo sindacale non poteva che convergere in quella del fascismo
Sarà interessante approfondire lo studio sui contatti, diretti e indiretti, tra Confederazione del Lavoro e fascismo. Infatti tra bonzi confederali e fascisti vi era stato un dialogo a distanza ora estremamente prudente, ora più chiaro, segnato da aperture e mosse tattiche molto calibrate.
I continui inviti, anche se accompagnati da toni minacciosi, lanciati da Mussolini nei confronti della CGdL lo dimostrano. e sul “Popolo d’Italia” scriveva: «I collaborazionisti si reclutano specialmente tra i leaders della CGdL».
Ma anche da parte della CGdL si cercava di arrivare allo stesso risultato e lo dimostrano i tentativi di allacciare rapporti passando attraverso il movimento dannunziano, giungendo fino alla adesione al “patto di pacificazione”, ecc., ecc.
Venne inoltre lanciato il progetto di una “Costituente sindacale” volta ad isolare gli elementi estremisti e comunisti presenti nella CGdL, sostenendo lo scopo dichiarato di «escludere qualsiasi atto che torni a danno della nazione, il cui interesse generale deve, in ogni caso e da tutti, essere considerato come superiore agli interessi particolari di categoria o di classe. I sindacati devono essere sempre disposti a prestare la loro collaborazione tecnica allo Stato, indipendentemente da ogni considerazione di ordine politico.»
Al momento della cosiddetta Marcia su Roma la CGdL rifiutò la proposta di sciopero generale avanzata dai comunisti perché ciò, si disse, «avrebbe compromesso l’indipendenza del movimento operaio e ostacolato il processo chiarificatore di una situazione che si rendeva sempre più insostenibile».
Quindi la presa del potere da parte del fascismo, organizzazione politico/militare nata e sviluppatasi con la scopo di distruggere qualsiasi forma di organizzazione proletaria ed assoggettare le classi lavoratrici ai supremi interessi nazionali, ossia padronali, per la Confederazione Generale del Lavoro era cosa di nessun interesse. Ed è facile comprenderne il motivo.
Sono ormai da tutti riconosciuti i molteplici contatti tra dirigenti confederali e Mussolini all’indomani della Marcia su Roma, nella speranza di poter partecipare in qualità di ministri ai primi governi fascisti.
Nel corso del rapporto abbiamo enumerato tutta una serie di contatti, di promesse, di speranze dei bonzi sindacali e soprattutto le ripetute dichiarazioni di collaborazione “tecnica” con il governo Mussolini, dichiarando che il sindacalismo fascista attuava il programma della CGdL.
Fu il delitto Matteotti ad interrompere, apparentemente e solo per un attimo, quell’idillio tra bonzi sindacali e politici con il fascismo.
Nel frattempo, mentre i dirigenti comunisti venivano regolarmente espulsi, mentre le Camere del Lavoro dirette dai comunisti venivano sciolte, dall’altra parte si assisteva ad un continuo abbandono di dirigenti ed intere federazioni che, armi e bagagli, passavano ai sindacati fascisti.
LO SCIOGLIMENTO DELLA CGdL
La CGdL dai due milioni di iscritti del 1920, si era ridotta ai 200 mila scarsi del 1926.
A fine 1925 D’Aragona rassegnò le proprie dimissioni da segretario generale della Confederazione, al quale successe Bruno Buozzi fino al suo tacito dileguarsi. A lui seguì Maglione.
Il tempo trascorreva, ormai era chiaro che Mussolini non sarebbe mai ricorso alla collaborazione degli screditati bonzi della CGdL, ma d’altra parte la loro missione era quella del tradimento ed il loro compito di affossare quella che era stata l’organizzazione proletaria italiana più prestigiosa.
Il 4 gennaio 1927, convocato da Maglione, si riuniva il Consiglio Direttivo della CGdL durante il quale vennero presentate tre proposte: 1) migrazione pura e semplice della CGdL nei sindacati corporativi fascisti; 2) continuazione puramente formale della Confederazione; 3) scioglimento immediato.
Il successivo 3 febbraio, su tutti i quotidiani d’Italia, era apparso il testo della dichiarazione di scioglimento nel quale si leggeva: «Il regime fascista è una realtà e la realtà. Questa realtà è scaturita anche da principi nostri, i quali si sono imposti: la politica sindacale del fascismo si identifica, sotto certi riguardi, con la nostra. Il regime fascista ha fatto una legge sulla disciplina dei rapporti collettivi di lavoro nella quale vediamo accolti dei principi che sono pure i nostri. Noi saremmo in contraddizione con noi stessi se ci ponessimo contro lo Stato corporativo o la Carta del Lavoro che il regime fascista intende realizzare. Basta richiamare i nostri voti e i nostri progetti del passato per stabilire che siamo tenuti a contribuire con la nostra azione alla buona riuscita di tali esperimenti».
Il documento terminava poi con una esplicita messa a disposizione del regime fascista da parte dei bonzi sindacali, che grazie al regime fascista potevano arrogarsi il diritto di sciogliere la CGdL e annunciare la morte dei cosiddetti “sindacati rossi”.
Contemporaneamente veniva annunciata la creazione di una “Associazione nazionale per lo studio dei problemi del lavoro”. Rigola spiegava in questi termini la funzione e gli obiettivi che l’Associazione si riproponeva: «La nostra Associazione avrà per scopo lo studio obiettivo dei problemi del lavoro in rapporto alle direttive e alle mete fissate dal fascismo. Tutte le riforme che il Governo ha attuato e va attuando nel campo sindacale sono di una imponenza che nessuno può negare. Noi abbiamo viste accolte nostre radicate aspirazioni; per altri c’è parso perfino al di là di quanto noi avevamo mai sperato. Con quale altro programma potevamo confutare il fascismo se esso, per parte sindacale e sociale, attuava il nostro?»
Fu il fascismo stesso il primo a schifarsi di questo ignobile servilismo e, il 5 febbraio, diramava ai giornali il seguente “foglio d’ordini”: «Non bisogna allargare la portata e il significato della lettera degli ex dirigenti sindacali sino a farne una specie di avvenimento sensazionale. Il regime fascista non ha veramente bisogno di quei riconoscimenti.»
NELLA CLANDESTINITÀ SI RIORGANIZZA LA CGdL
Dopo lo scioglimento della CGdL da parte dei bonzi del Consiglio direttivo, a Parigi, Bruno Buozzi provava a dar vita ad una fasulla rifondazione in esilio. Questo gli avrebbe permesso di continuare ad usufruire di sovvenzioni da parte dell’Internazionale di Amsterdam.
In Italia, invece, le federazioni e organizzazioni di base della CGdL, riunite a convegno il 20 febbraio 1927, in risposta ai vecchi dirigenti traditori riorganizzavano un centro sindacale clandestino, basato sui seguenti punti fondamentali:
1 – Regime interno su una base democratica;
2 – Azione esteriore sulla base della lotta di classe;
3 – Indipendenza organica da tutti i partiti politici e libertà di esprimersi a tutte le correnti sindacali classiste.
In quel lasso di tempo il PCd’I era ormai completamente stalinizzato, la Sinistra non aveva più nessuna possibilità di fare sentire la sua voce alle masse lavoratrici; dobbiamo però riconoscere che la CGdL, rinata clandestina, compì una importante opera organizzativa e di classe. E se i suoi effetti furono modesti a causa della repressione statale e del tradimento dei bonzi sindacali che avevano consegnato la più grande organizzazione proletaria nelle mani del fascismo, fu questa l’unica formazione tesa a organizzare e difendere la classe operaia dall’attacco congiunto di padroni e Stato.
Gli organizzati nella nuova CGdL non lesinarono di certo le loro forze e, sostenuti dal proletariato, svilupparono una attiva campagna di lotta.
Il 15 marzo 1927 usciva il primo numero di “Battaglie Sindacali” (clandestino) – Organo della nuova CGdL; un settimanale veramente ben strutturato, per il lavoro organizzativo e di lotta, le notizie delle varie azioni proletarie, notizie sindacali, convegni internazionali, ecc.
Lo sciopero meglio organizzato e riuscito fu quello dal 29 giugno al 1° luglio, delle 10.000 mondariso delle provincie di Novara e Vercelli contro le drastiche riduzioni dei salari. Nel corso delle riunioni del C.D. venivano sottolineati i buoni risultati conseguiti tra la massa proletaria, si prendeva atto delle piccole, ma numerose manifestazioni e scioperi dei lavoratori, veniva deciso il lancio di manifesti per incitare i lavoratori ad opporsi ai continui attacchi padronali.
La CGdL clandestina, epurata dei capi opportunisti, risorgeva per convogliare tutti questi movimenti il cui ritmo incalza giorno per giorno, per svolgerli al loro sbocco naturale, al loro sbocco rivoluzionario.
Naturalmente si trattava di lavoro ben difficile da svolgere sotto il continuo pericolo di arresti a causa di delatori infiltrati e di indagini da parte della polizia.
La CGdL clandestina si portava addosso però la condanna che la avrebbe fatta degenerare: la dipendenza dallo stalinismo e dalle sue svolte tattiche, o se vogliamo, repentini voltafaccia.
Questione militare: Operazione Spada Bianca (settembre 1919 – febbraio 1920)
I vertici sovietici ben sapevano che erano necessari ulteriori sforzi, oltre a quelli già sostenuti dall’Armata rossa, per difendere la rivoluzione proletaria anche a seguito della progressiva avanzata della “Direttiva Mosca” messa in atto dai controrivoluzionari bianchi. Per attuare al meglio i suoi piani, Denikin prevedeva la stabile conquista di Voronež e quella di Orël sulla direttrice di Tula, sede del più importante arsenale e delle industrie militari per l’esercito rosso, la cui perdita, secondo Trotskij, sarebbe stata più grave che la perdita di Mosca.
Intanto si preparava l’evacuazione di Pietrogrado, ritenuta difficilmente difendibile da un attacco bianco dal nord della Finlandia, dal mare dalla flotta britannica e francese e da ovest dall’Estonia.
Per Denikin la conquista di Pietrogrado e quella prevista a breve di Mosca avrebbe significato la totale sconfitta della rivoluzione proletaria. Proprio per questo all’Armata rossa fu chiesto uno sforzo supremo per difenderla.
Il comando dell’Intesa, sotto la forte pressione della Gran Bretagna, spingeva Denikin a sferrare l’attacco definitivo il prima possibile, valutando a loro favore lo stato della guerra civile sull’intero teatro di guerra. Un nuovo fronte a nord su Pietrogrado avrebbe anche alleggerito la pressione rossa sul fronte sud di Denikin e ad est nel fronte siberiano dove l’ammiraglio Kolčiak tentava di arrivare a Mosca da est.
Fu incaricato il generale Judenič di costituire una valida armata per la conquista di Pietrogrado utilizzando al meglio i generosi aiuti britannici di armi, munizioni, tanks, veicoli, treni, alcuni aeroplani, nonché uniformi e cibo. Judenič aveva già combattuto con i nazionalisti bianchi contro i rossi in Finlandia e Estonia da cui si aspettava un aiuto in cambio del suo sostegno per la loro indipendenza.
Riuscì quindi ad organizzare una forza di 19mila combattenti frettolosamente addestrati, carente però di una valida e collaudata struttura di comando. A questi la VII Armata rossa poteva contrapporre 27mila combattenti con sufficiente armamento, dovendo però controllare un esteso fronte di 250 Km dalle coste del Golfo di Finlandia fino al settore sud del lago Peipus, mentre il fronte bianco era concentrato su un ridotto fronte di 145 Km. Inoltre quelle forze rosse difettavano di efficienza perché le loro unità migliori erano state trasferite sul fronte sud per contrastare l’avanzata su Mosca.
È stata esposta una prima cartina della zona con gli spostamenti delle armate.
Lo Stato maggiore bianco di questa armata nord occidentale aveva già studiato due ipotesi di attacco su Pietrogrado. La prima privilegiava il fattore tempo per impedire l’arrivo di rinforzi rossi e proponeva un attacco diretto a sud della città passando per il nodo ferroviario di Gatčina. La seconda proponeva un lungo aggiramento da sud-est con il controllo di Novgorod e della ferrovia Mosca – Pietrogrado per isolare completamente la città dal sud. Poi l’attacco finale.
L’operazione “Spada Bianca” nacque dal compromesso tra le due opzioni in cui il punto fermo era la manovra di tagliare tutti i collegamenti ferroviari per impedire ogni rifornimento. L’offensiva sviluppava un attacco su 7 colonne da direzioni diverse allo scopo di confondere il nemico e distogliere le forze rosse dall’attacco principale.
Il 28 settembre 1919: inizia l’offensiva bianca in direzione della linea ferroviaria Pskov-Luga. Dopo una settimana di scontri la ferrovia è controllata dai controrivoluzionari.
10 ottobre: inizia la conversione delle varie colonne verso Pietrogrado, facilitata dallo sbandamento delle forze rosse della VII Armata che per non rimanere isolate devono riallinearsi con quelle più a sud della XV Armata.
Il sistema di spionaggio sovietico non riuscì a raccogliere adeguate informazioni utili a capire le reali intenzioni dei bianchi.
11 ottobre: inizia l’offensiva generale bianca con un’avanguardia di carri armati Mark V. Le truppe russe non disponevano di difese anticarro e furono costrette ad arretrare oltre il fiume Luga i cui ponti erano stati fatti saltare nella precedente campagna di maggio. Ciò fermò l’avanzata dei carri. I cannoni navali della flotta britannica nel golfo di Finlandia coprì l’avanzata dei bianchi che occuparono Jamburg il giorno seguente.
Nei giorni seguenti la manovra bianca proseguì con successo verso lo scalo di Tosno sulla principale linea ferroviaria Mosca – Pietrogrado. Purtroppo anche in questo caso la rapida avanzata bianca fu possibile perché le truppe rosse arretravano o si arrendevano al primo contatto coi bianchi. Abbiamo letto parte della lettera:” Agli operai e operai rossi di Pietrogrado” di Lenin sul grave pericolo incombente su Pietrogrado e la rivoluzione.
16 ottobre: Trotskij parte col suo treno blindato verso il fronte nord con un progetto chiaro dovuto ad una corretta analisi della situazione che abbiamo riportato da “In viaggio n° 97” dai suoi scritti militari. Espone il suo piano di difesa della città con l’organizzazione di sistemi di trincee e barriere di filo spinato da stendere in maniera ben articolata per intrappolare le unità bianche che presumeva potessero penetrare in Pietrogrado come ben ampiamente illustrato in “In viaggio n° 98”.
Per sostenere il suo progetto fece affluire rinforzi dalla Carelia, arruolò fino alla classe 1901, ordinò a tutti i membri del partito in grado di usare armi di mettersi a disposizione e dette l’avvio alla costruzione di trincee e barricate nella città.
18 ottobre: parte la terza fase dell’attacco di Judenič su tre direttrici. Le difese rosse reggono l’impatto mentre la stampa straniera esulta per la caduta di Pietrogrado che sarebbe confermata dalla conquista bianca di Puskin e Carskoe Selo, un tempo residenze dello zar a pochi chilometri dalla Città.
Il piano controrivoluzionario stava funzionando quando il comandante bianco incaricato di bloccare la linea ferroviaria da Mosca, decise di non rispettare le consegne ed vi inviò solo un piccolo distaccamento, subito neutralizzato dai rossi, per spingere il grosso delle sue forze verso Pietrogrado temendo di essere escluso dalla battaglia finale e dalla conseguente “gloria”. Da quella linea affluivano 10 treni al giorno di rinforzi di uomini, munizioni e cibo. Diverse di queste nuove unità furono inviate verso sud per tagliare la ritirata dei bianchi.
21 ottobre: Denikin accerta lo sfilacciamento delle sue unità prive anche di collegamenti tra di loro dove i suoi ordini arrivano in ritardo o si perdono, impedendo un eventuale cambio di strategia. A causa delle perdite subite intuisce che se Pietrogrado non cadrà al primo assalto non sarà più possibile conquistarla. Trotskij in “Il cambiamento” ne In viaggio n°99 accerta le difficoltà dei bianchi, elogia i primi parziali successi e incita allo sforzo finale.
22 ottobre: Judenič, dopo i primi infruttuosi attacchi bianchi alle difese rosse dovuti all’impossibilità di controllare le singole colonne che ora muovevano separatamente tra loro, capì che non era possibile sfondare il fronte rosso. Inoltre non si era attivata alcuna rivolta controrivoluzionaria interna a Pietrogrado del “Centro nazionale” che attendeva solo il suo arrivo per facilitarne l’ingresso. Si trovava invece con le retrovie scoperte.
22 ottobre: la sera parte la controffensiva rossa contro il punto di congiunzione di due divisioni bianche che non seppero resistere a questo inaspettato attacco notturno per cui dovettero abbandonare le loro posizioni di Carskoe Selo e le alture di Pulkovo. Per questo anche le avanguardie bianche giunte presso i sobborghi di Pietrogrado subito si ritirarono per evitare di rimanere intrappolate.
Trotskij celebra il successo in “ Il primo colpo” In viaggio n°100, affermando che era necessario schiacciare Judenič definitivamente per garantire la sicurezza di Pietrogrado.
24 ottobre – 2 novembre: avvengono infruttuosi contrattacchi bianchi per recuperare posizioni.
3 novembre: un accanito assalto da tre direzioni della VII Armata rossa su Gatčina, baricentro bianco, contemporaneo a quello della XV Armata rossa su Luga e la ferrovia Pskov – Pietrogrado, entrambi con successo, pone fine ai piani di Judenič di prendere Pietrogrado. I comandanti bianchi decisero di ripiegare con ordine verso l’Estonia. Rimasero sacche bianche attive e non sconfitte.
14 novembre: cade l’ultima resistenza bianca presso Jamburg. Nonostante le difficoltà una buona parte delle rimanenti truppe bianche dirige verso l’Estonia. Altre sotto Judenič continuano duri scontri con l’Armata rossa.
3 gennaio 1920: il comando sovietico maggiormente preoccupato per la crisi con la Polonia decide di non proseguire l’offensiva e propone all’Estonia la pace e il riconoscimento della sua indipendenza, che viene subito accettata. Le rimanenti truppe bianche riparano disarmate oltre i confini Estoni.
20 gennaio: Judenič scioglie il suo esercito, una parte di questo viene evacuata dalla flotta brtannica; lui poi riparerà presso Nizza sulla Costa Azzurra.
Il fallimento dell’operazione Spada Bianca fu dovuto alla fretta britannica di iniziare l’offensiva anche se le truppe non erano adeguatamente preparate e in numero sufficiente. Di più incise la forte competizione dei vari comandanti che in più occasioni agirono di propria iniziativa in contrasto coi piani assegnati da Judenič. Molti di loro erano vittima di un’euforia individualistica per giungere come primi a liberare Pietrogrado. Utilizzarono in modo scriteriato i carri Mark V mandandoli in avanscoperta senza supporto della fanteria. Ben presto i soldati rossi riuscirono a neutralizzarli e a catturarne alcuni. In sostanza il nostro successo fu dovuto ad una linea di comando effettivamente centralizzata ed un efficiente sistema di approvvigionamento.
Il punto di svolta di tutta la guerra civile si ha il 23 ottobre quando i bianchi di Judenič devono abbandonare le loro posizioni alla periferia di Pietrogrado e nello stesso giorno sul fronte sud, Denikin è definitivamente bloccato ad Orël, punto di massima avanzata della sua “Direttiva Mosca”.
Il movimento sindacale in Francia
Nelle due relazioni precedenti abbiamo descritto le diverse organizzazioni economiche del movimento sindacale europeo tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Abbiamo poi affrontato le caratteristiche del movimento operaio francese (alleanza rivoluzionaria tra borghesia e proletariato fino al febbraio 1848, l’importanza della piccola borghesia come terreno dell’anarchismo, il capitalismo finanziario parassitario, l’imperialismo francese e la conquista delle colonie come fonte di corruzione per una parte del proletariato).
Questa terza relazione tratta degli inizi dei sindacati operai prima del 1871 fino alla fondazione della CGT nel 1895 e dei diversi partiti socialisti. Dopo aver descritto quattro periodi dell’evoluzione della forma sindacale (1848-1871: fase di proibizione; 1871-1914: fase di espansione e assoggettamento; 1914-1926: parabola rivoluzionaria e partito; 1926-1945 e dopo il 1945: fase del totalitarismo statale e del sindacato di Stato), iniziamo descrivendo la fase di proibizione con i primi sindacati operai, fino alla Comune del 1871. Questa fase è segnata dalla infame legge Le Chapelier del giugno 1791, quando la borghesia, appena vittoriosa sulla monarchia grazie all’alleanza con il proletariato, fa proclamare la legge che proibisce qualsiasi associazione di lavoratori.
Ci vollero fiumi di sangue della repressione del giugno 1848 per convincere gli operai che l’instaurazione della Repubblica non significava affatto l’abolizione del dominio borghese, ma, come afferma Marx, che era necessaria la sovversione della forma dello Stato e la dittatura della classe operaia. La Prima Internazionale fu fondata nel 1864, ma al suo interno si scontrarono marxisti e anarchici, il che convinse Marx ed Engels della necessità, a causa del riflusso delle lotte, di liquidarla nel 1872 per sottrarla all’influenza degli anarchici.
Dopo l’assalto al cielo della Comune del 1871 e la feroce repressione che seguì, il movimento sindacale e socialista si sviluppò sempre più rapidamente a causa dello sviluppo industriale e della crescita del proletariato. Apparvero diverse correnti socialiste che difendevano gli interessi dei lavoratori.
La prima corrente è quella di Pierre Joseph Proudhon, che sostiene il cambiamento sociale attraverso l’autogestione e la mutua assistenza, ma senza il parlamento né lotte violente. La seconda corrente è quella dell’anarchico Fernand Pelloutier, uno dei padri del sindacalismo rivoluzionario che segna in modo duraturo il sindacalismo francese e la CGT fino alla prima guerra mondiale. Egli diede inizio al movimento delle Bourse du Travail (Borse del Lavoro) con molteplici funzioni di mutuo soccorso, istruzione e lotta, accogliendo i sindacati; queste borse divennero veri e propri strumenti di propaganda e di lotta operaia. La fine del XIX secolo è quindi caratterizzata dallo sviluppo del movimento sindacalista rivoluzionario, la cui base è costituita dalle piccole imprese e dagli artigiani proprietari dei propri strumenti di lavoro. La corrente marxista detta “collettivista” si svilupperà a partire dal 1876 con Paul Lafargue, genero e traduttore di Marx, e Jules Guesde, che nell’ottobre 1880 fondano il Partito operaio francese con un programma di cui Marx preparò le “considerazioni”, e la cui base operaia è quella delle grandi industrie. Ma altri partiti socialisti si costituirono come i “possibilisti” di Paul Brousse, sostenitori di rivendicazioni possibili ; Jaurès con Millerand fondò il Partito dei Socialisti Indipendenti nel 1890 ; Edouard Vaillant riunì i discepoli di Blanqui nel Partito Socialista Rivoluzionario. La crisi dell’affare Dreyfus (1894-1906), in un periodo di instabilità politica caratterizzato da attentati anarchici e dallo sviluppo di movimenti clericali antisemiti, monarchici e militaristi, spinge la maggior parte dei socialisti, compresi i guesdisti, a difendere la Repubblica minacciata da un “colpo di Stato”, in realtà poco probabile. L’unione delle forze socialiste francesi era fortemente auspicata dalla Seconda Internazionale, dominata dalla socialdemocrazia tedesca corrotta dal riformismo. Millerand, sostenuto da Jaurès, accettò di partecipare al governo liberale al fianco di Gallifet, uno dei massacratori della Comune. E nel 1905 possibilisti, indipendenti, guesdisti e una parte del partito di Vaillant si riunirono in una Sezione francese dell’Internazionale Operaia, la SFIO, alla cui testa c’era Jaurès, mentre i guesdisti avevano ormai sempre meno influenza. La borghesia francese aveva allontanato i clericali e i militari e si stava repubblicanizzando asservendo il movimento socialista.