Internationale Kommunistische Partei

Questioni storiche dell’Internazionale comunista

Textteile:

  1. Questioni storiche dell’Internazionale comunista (Pt.1)
  2. Questioni storiche dell'Internazionale comunista (Pt.2)
  3. Questioni storiche dell'Internazionale comunista (Pt.3)
  4. Questioni storiche dell'Internazionale comunista (Pt.4)
  5. Questioni storiche dell'Internazionale comunista (Pt.5)

I

Sarebbe una goffaggine religiosa dire che la Rivoluzione d’Ottobre esaurita sul terreno storico, sopravviva nelle menti, trasformata in ideale. Come per le persone fisiche non esiste un oltretomba degli avvenimenti, siano essi persino dell’ordine di grandiose pietre miliari nella lotta delle classi. Ma non è men vero che, se effettive cardinali posizioni politiche e sociali andarono distrutte nella sconfitta subita in Russia dal proletariato internazionale, la dottrina rivoluzionaria marxista sopravviveva sicuramente, uscendo indenne dal disastro. Abbiamo detto indenne, non abbiamo detto migliorata, completata, perfezionata. Infatti, se la gigantesca esperienza storica della Rivoluzione di Ottobre, inscindibilmente legata alla battaglia dell’Internazionale Comunista, rimane un prezioso apporto alla fondazione delle premesse delle future lotte rivoluzionarie, ciò non avviene – come pretendono i revisionisti in cerca di punti «sinistrati» del marxismo da ricostruire – perché ne abbia tratto incremento la dottrina marxista la quale non era meno compiuta e completa «prima» della Rivoluzione d’Ottobre che «dopo» – ma certamente perché l’impresa rivoluzionaria del proletariato russo arrecava un’altra decisiva conferma dell’estrema falsità delle ideologie messe in circolazione dai nemici del marxismo.

La Rivoluzione, da quando è apparso (1847) il Manifesto dei Comunisti, che a sua volta era il «bilancio dell’esperienza» dello scontro tra il tramontante mondo feudale e la dominazione borghese, segue, non precede, l’elaborazione teorico-marxista; quando, per usare un’immagine romantica, la folgore rivoluzionaria scoppia, essa non «illumina» il partito comunista, ma sibbene confonde e disperde le costruzioni dottrinarie dei detrattori, dei nemici-amici del revisionismo molto peggiori che i nemici dichiarati, dell’intellettualità borghese. Se l’atto rivoluzionario venisse a dimostrare falsa anche una sola proposizione marxista, esso avverrebbe anche «contro» il marxismo. Ma l’esperienza storica sta lì a dimostrare che è vero il contrario. La Rivoluzione del 1848, da Marx ed Engels vista come doppia-rivoluzione antifeudale e antiborghese, registrò in Francia la vittoria della borghesia, dappertutto la sconfitta del proletariato, ma sicuramente confermò nel fatto una tesi centrale del marxismo, e cioè che l’interclassismo della democrazia borghese è solo menzogna, l’edificio statale essendo lo strumento della dominazione di una classe sulle altre. Di qui il caposaldo programmatico: lo Stato borghese si distrugge, non si conquista. La Comune di Parigi del 1871 provò il falso della dottrina anarchica: alla distruzione dello Stato borghese non può seguire la produzione senza Stato, ma necessariamente la dittatura del proletariato. Ultima nella serie storica, la Rivoluzione d’Ottobre, dimostrò contro il tradimento degli stalinisti che la rivoluzione proletaria non può trionfare in un solo paese.

Chiunque voglia interpretare esattamente. anche senza avere la pretesa di fondare nuovi criteri storiografici, le vicende della Rivoluzione d’Ottobre e della Russia «al tempo di Lenin», non può a meno, crediamo, di prescindere da quanto abbiamo detto fin qui, in stretta dipendenza dal metodo seguito dal nostro movimento. Per riassumere, il punto nostro è questo: la battaglia rivoluzionaria, dalla pubblicazione del «Manifesto», non aggiunge capitoli «nuovi», cioè inediti, non previsti prima, al corpo granitico della dottrina marxista; al contrario distrugge, insieme con le materiali difese statali della borghesia, anche e soprattutto le fortificazioni ideologiche di questa. Non altrimenti concepiamo l’unità tra teoria ed azione, tra programma e movimento politico. Ora ci pare che l’autore del libro «A Mosca al tempo di Lenin», che risponde, al nome del vecchio comunista, giovane per il sentimento rivoluzionario, Alfred Rosmer, guardi la realtà da un punto di vista opposto. Ci pare che Rosmer concepisca la teoria rivoluzionaria, che noi consideriamo anticipatrice sicura dei modi e delle forme del futuro processo storico, come uno strumento contingentemente adattantesi ai «salti» della realtà sociale. I lettori si avvedranno agevolmente che codesto giudizio generale sull’opera di Rosmer, era schizzata nella penultima puntata del «Filo del Tempo». E schiatti chi ci accusa di snocciolare i grani del rosario «altrui». C’è roba «altrui» nel nostro lavoro collettivo di partito?

Ma ritorniamo al libro di Rosmer che, alla stretta dei conti, è un bel libro scritto da un autentico combattente dell’Internazionale Comunista, che riesce, col suo stile semplice ma non freddo, a parlare a quel fondo passionale che impedisce anche al più eccelso teorico marxista di cadere al livello sotto zero del «professore» borghese, pagato per essere tale.

Le inclinazioni non rigidamente marxiste del Rosmer, come appare dal libro suo, sono un’eredità lasciatagli dalla sua formazione intellettuale. Egli stesso ammette che quando si recò a Mosca nel 1920, in qualità di delegato al secondo Congresso dell’Internazionale Comunista, del cui Comitato Esecutivo doveva divenire membro dal giugno 1920 al giugno 1921, conosceva il marxismo più dalle miserabili contraffazioni messe in giro dai capi opportunisti della Seconda Internazionale, che dalle opere di Lenin (pag. 50). Quando egli avrà tra le mani «Stato e Rivoluzione» e più tardi a Mosca «L’estremismo», solo allora comincerà a guarire dalle convinzioni sindacaliste. Egli apparteneva alle schiere di rivoluzionari che nel 1919-20 aderirono alla Terza Internazionale e al bolscevismo, non a seguito di una convergente esperienza teorica e organizzativa, come accadde per la Frazione Comunista Astensionista rappresentata dal giornale «Il Soviet», sul quale gli scritti di Bordiga svolsero un lavoro parallelo a quello condotto da Lenin in Russia, e come fu il caso del movimento rivoluzionario di Germania culminato nella rivolta della «Lega di Spartaco» di Carlo Liebknecht e Rosa Luxemburg. Rosmer, come molti sindacalisti ed anarchici, si schierò risolutamente dalla parte del comunismo sovietico, perché questi nel dopoguerra apparve alle masse invase dalla febbre rivoluzionaria, il formidabile nemico del socialpatriottismo da cui giustamente si sentivano tradite e sacrificate al macello della guerra imperialista. Tanto più spontanea e profonda doveva essere la loro dedizione alla Terza Internazionale, in quanto il bolscevismo e la Rivoluzione d’Ottobre avevano radicalmente mutato le loro convinzioni sul marxismo, che erano abituati a identificare con le false ideologie degli odiati capi socialdemocratici, corrosi fino al midollo dalla sifilide parlamentare. Il marxismo doveva apparire finalmente nella sua vera essenza di conseguente teorizzazione e pratica attuazione dell’uso della violenza.

Molti rivoluzionari di origine sindacalista, come Rosmer, e anarchici accettarono fervidamente di combattere per l’Internazionale Comunista, perché trovarono in essa il valido strumento di rottura delle incrostazioni opportuniste del movimento operaio. Ma la sfida rivoluzionaria lanciata alla borghesia mondiale, non senza sorpresa, la trovarono scritta, non nella lingua di Bakunin o di Sorel, come avevano creduto fino allora, ma in quella di Marx. Che fossero degli autentici rivoluzionari, desiderosi di lottare per abbattere il capitalismo, lo dimostra il fatto che, senza riserve mentali settarie, abbracciarono e difesero, nelle loro possibilità, il movimento dell’Internazionale Comunista. E sia detto ad onore dei pochi che, come il vecchio Rosmer mantengono fede alla «consegna» ricevuta nel 1920, e della più lunga schiera degli scomparsi.

Il risultato della mancata preparazione teorica e critica alla loro entrata nel campo del comunismo appare da un episodio originale narrato dallo stesso Rosmer nel suo libro, e cioè del suo incontro a Milano con Amadeo Bordiga. Conviene usare le stesse parole, tenuto conto della traduzione, di Rosmer.

«In quei giorni (giugno 1920) egli scrive – era riunito a Milano il consiglio nazionale del partito socialista. Chiesi di Bordiga che supponevo fosse abbastanza vicino alle nostre idee; egli, era il capo della tendenza astensionista e difendeva brillantemente la sua posizione politica nel giornale della sua frazione, Il Soviet. Ma, contrariamente a quanto mi aspettavo, egli tenne subito a distanziarsi nettamente da noi; con quella straordinaria volubilità (traduttore, non volevi dire: prontezza di eloquio?) che ne faceva la disperazione degli stenografi nei congressi, mi spiegò che non era affatto d’accordo con noi; egli considerava il sindacalismo rivoluzionario una teoria erronea, antimarxista e conseguentemente pericolosa. Rimasi sorpreso di quello sfogo inatteso». (pag. 14)

È strano che Rosmer, che pure parla con ammirazione del Soviet, abbia potuto recarsi all’incontro con Bordiga, nutrendo la convinzione di trovare un uomo «abbastanza vicino alle idee» del sindacalismo rivoluzionario. Evidentemente non si trattava, per Bordiga, di uno sfogo estemporaneo; ma solo della incapacità di Rosmer di comprendere (non certo per ragioni diverse dal differente orientamento della sua preparazione teorica) che nessuna posizione sindacalista era compatibile col marxismo, tranne la comune rivendicazione dell’uso della violenza rivoluzionaria, propugnata contro il riformismo.

Sindacalismo rivoluzionario e marxismo

L’equivoco di Rosmer non fu caso isolato nell’immediato dopoguerra. Allora si era abituati, nel movimento operaio ed anche nella politica borghese, ad associare alle formazioni anarchiche e sindacaliste rivoluzionarie ogni idea di opposizione all’opportunismo dei capi della Seconda Internazionale. Infatti, quando pervennero in Europa, filtrando attraverso le maglie della censura militare e deformate dalle abominevoli falsità del giornalismo borghese, le prime notizie sulla Rivoluzione d’Ottobre, molti confusero il bolscevismo con l’anarchismo. Tanto il marxismo era divenuto, per colpa dei socialdemocratici accademicamente fedeli a Marx, sinonimo di opportunismo e di tradimento! In condizioni storiche, diametralmente opposte, non accade a noi, grazie allo stalinismo che pretende di essere un movimento marxista, di venire confusi con gli anarchici (con grande sdegno di costoro)? …

Le posizioni del sindacalismo rivoluzionario, che Rosmer ingenuamente si aspettava di sentire lodare da Bordiga, racchiudevano un nucleo innegabilmente antimarxista, che la Frazione Astensionista aveva combattuto fin dal suo originarsi nel seno del vecchio PSI.

La caratteristica fondamentale del movimento, che ebbe il massimo esponente nel Sorel, era la negazione dell’azione politica e del partito. Più che in una concezione generale della realtà sociale e dello sviluppo storico del capitalismo, la posizione antipolitica scaturiva da un’acre polemica contro la democrazia borghese e le conseguenze corruttrici che essa esercita sulle formazioni politiche operaie. Ma la critica, pur giustificata e acuta, della democrazia, poiché andava disgiunta dalla esatta dottrina della lotta di classe, che è possibile solo se fondata sulle dottrine economiche formulate da Marx, impediva ai sindacalisti di formarsi una giusta nozione dello Stato politico, della lotta politica, del partito. Di conseguenza, la leva del sovvertimento rivoluzionario dello Stato borghese era vista nel sindacato, cui si profetizzava l’assunzione del controllo e della direzione delle lotte insurrezionali. Ma l’insanabile conflitto con il marxismo non si arrestava alle questioni relative alla fase al di qua della conquista del potere. Il rifiuto di riconoscere il ruolo e le funzioni del partito politico comportava necessariamente la confluenza del sindacalismo rivoluzionario nell’anarchismo, in quanto che la conquista violenta del potere veniva identificata con la abolizione dello Stato. All’abbattimento del potere statale borghese succedeva la organizzazione dei produttori autonomi diretti dai sindacati divenuti gestori della produzione.

Chiaro che la posizione originale del marxismo doveva essere rivendicata necessariamente anche nei riguardi dei «nemici del nemico socialdemocratico». Non bastava contrapporre allo sciatto riformismo parlamentare dei socialisti alla Jaurès o alla Guesde. alla Scheideman e alla Kautski, la rivendicazione dell’uso della violenza rivoluzionaria. Il compito di operare la rigida totale discriminazione del programma marxista fu svolto in Italia, fin dal 1918, dal movimento del «Soviet», la prima gloriosa bandiera del comunismo innalzata nella Europa Occidentale, al di qua del «cordone sanitario» di Clemenceau.

Le Tesi della Frazione Astensionista del P.S.I. furono pubblicate dal «Soviet» in due puntate. La prima, comparsa nel numero del 6 giugno 1920, conteneva la parte teorica; la seconda, comparsa nel numero del 27 giugno 1920, la critica delle scuole anti-marxiste. Scegliamo questo testo perché in esso sono condensate, in forma di tesi necessariamente scheletriche, le elaborazioni teoriche e critiche diffuse in circa due anni dal «Soviet». Un semplice confronto di date ci avverte che le posizioni della Sinistra Italiana sono sistemate in stesura organica prima del 2° Congresso dell’Internazionale Comunista (21 luglio-6 agosto 1920) che doveva fissare i famosi «21 punti», cioè le condizioni di ammissione richieste ai partiti che domandavano di aderire alla Internazionale. Prova non certamente unica della concomitanza di sviluppo del lavoro e dell’azione internazionalista in Italia e in Russia. Quando sentiamo dire, secondo le cagliostrate togliattiane, che il Partito Comunista sarebbe stato guadagnato … al marxismo solo dopo la burocratica assunzione dell’ordinovismo alla Direzione! Ma di ciò alla prossima puntata, alla quale diamo appuntamento alle ombre degli scomparsi e ai viventi, autori di dumasiane storie sul P.C. d’Italia.

Riprodurre anche larghi estratti delle «Tesi» è impossibile, senza contare che un lavoro del genere andrebbe oltre lo scopo di delimitare le posizioni marxiste da quelle sindacaliste, al che il passo citato di Rosmer ci dà lo spunto. Benché non sia espressamente nominato l’avversario, il punto 10 della Parte II reca la critica e la condanna del sindacalismo rivoluzionario. Eccolo:

«Le organizzazioni economiche professionali non possono essere considerate dai comunisti né come organi sufficienti alla lotta per la rivoluzione proletaria né come organi fondamentali dell’economia comunista.

«L’organizzazione in sindacati professionali vale a neutralizzare la concorrenza tra gli operai dello stesso mestiere e impedisce la caduta dei salari ad un livello bassissimo, ma come non può giungere alla eliminazione del profitto capitalistico, così non può nemmeno realizzare l’unione dei lavoratori di tutte le professioni contro il privilegio del potere borghese. Da altra parte il semplice passaggio della proprietà delle aziende dal padrone privato al sindacato operaio non realizzerebbe i postulati economici del comunismo, secondo il quale la proprietà deve essere trasferita a tutta la collettività proletaria essendo questa l’unica via per eliminare i caratteri dell’economia privata nell’appropriazione e ripartizione dei prodotti.

«I comunisti considerano il Sindacato come il campo di una prima indispensabile esperienza proletaria, che permette ai lavoratori di procedere oltre verso il concetto e la pratica della lotta politica il cui organo è il partito di classe».

Qualche criticonzolo potrebbe fare la «pensata» di buttarsi sulla locuzione «economia privata» usata nel testo per impostare il solito gioco: ieri sostenevate il contrario di oggi. Tempo perso! Il punto 12 è là ad avvertire che «il passaggio di intraprese private allo Stato o alle amministrazioni locali, non corrisponde minimamente al concetto comunista». Ciò fatto, ritorniamo al bravo Rosmer, cui riconosciamo almeno il merito di non posare a creatore di «nuove» teorie.

La tesi citata respinge punto per punto tutte le principali posizioni del sindacalismo rivoluzionario: azione economica, sindacato come organo rivoluzionario, abolizione dello Stato come atto insurrezionale, gestione della produzione da parte dei sindacati. Le opposte posizioni comuniste ne risultano per contrasto: supremazia dell’azione politica, partito di classe spoglio di influenze operaistiche, conquista del potere e dittatura del proletariato, organizzazione centrale della produzione e della distribuzione, deperimento dello Stato. Chiaro che l’unico punto comune ma non certamente tale da cancellare la sostanziale inconciliabilità dei programmi, era la rivendicazione dell’uso della violenza, propugnata contro il riformismo.

Non solo ragioni di spazio, ma anche il disegno del presente studio ci impongono di evitare la riproduzione di altri punti, quali l’11° sui Consigli di fabbrica, il 12° sull’aziendismo, il 15° sulla dittatura e infine il 17° sull’anarchismo. Li riscriveremo nelle prossime puntate, venendo a parlare del contrasto sorto tra la Sinistra Italiana da una parte, e l’Ordinovismo e il Comintern dall’altra. In quell’occasione il libro di Rosmer ci fornirà interessanti particolari. Prima di chiudere vogliamo però riportare la tesi n. 6 della prima parte (teoria) del testo:

«Questa lotta rivoluzionaria è il conflitto di tutta la classe proletaria contro tutta la classe borghese. Il suo strumento è il partito politico di classe, il Partito comunista che realizza la cosciente organizzazione di quell’avanguardia del proletariato che ha compreso la necessità di unificare la propria azione, nello spazio al di sopra degli interessi dei singoli gruppi, categorie o nazionalità; nel tempo, subordinando al risultato finale della lotta i vantaggi e le conquiste parziali che non colpiscono l’essenza della struttura borghese. È dunque soltanto l’organizzazione del partito politico che realizza la costituzione del proletariato in classe lottante per la sua emancipazione».

Rosmer è servito. Ci darebbe atto, ne siamo sicuri, se ci leggesse, che lo abbiamo fatto con la stessa mancanza di acidità che si nota nella critica delle posizioni politiche che egli non condivide.

La Sinistra Italiana, ieri organizzata nella Frazione Astensionista e nel Partito comunista d’Italia, oggi continuantesi nel nostro partito, può affermare di avere, nei trentacinque anni trascorsi, tenuto fede al principio di «subordinare al risultato finale della lotta i vantaggi e le conquiste parziali» che facilmente si possono ottenere, barattando con arrivistiche dottrinelle pseudo-marxiste che sembrano premettere notorietà e successo, il duro programma marxista che chiede ai suoi sostenitori solo l’ostinata determinazione di non mollare uno solo dei capisaldi. La Sinistra Italiana non è stata guida di imprese rivoluzionarie, per necessità del corso storico; ma, contrariamene a quanto accaduto alle formazioni politiche travolte nel crollo della Terza Internazionale, cui non scampava lo stesso partito bolscevico, ha saputo trasformare una terribile sconfitta del proletariato internazionale in premessa sicura di ancora più terribile sconfitta della borghesia. E l’ha fatto perché, sull’esempio di Marx e di Lenin, ha tratto dalla sconfitta di una rivoluzione proletaria la conferma della inattaccabilità della teoria marxista e l’ennesima prova del marcio della cultura dominante.

II

Il partito politico internazionale – non la coalizione e federazione di partiti autonomi ma un organismo unitario a direzione centrale – è uno strumento di lotta che appartiene unicamente alla rivoluzione proletaria. Le epoche storiche passate non potevano produrre un analogo fenomeno, perché poggiavano su meccanismi economici che funzionavano in ambienti sociali circoscritti. La stessa rivoluzione borghese capitalistica, che pure allargava di molto la sfera sociale della produzione, non usciva dal quadro dello Stato unitario, nonostante il fatto che gli scuotimenti sociali e politici si ripercuotevano spesso in un’area più vasta che i confini della nazione.

Un esempio classico è fornito dalla Rivoluzione francese (1789-1815). Il crollo delle impalcature assolutiste semi-feudali in Francia suscitò moti rivoluzionari oltre le frontiere francesi e il giacobinismo diventò un movimento universale nell’Europa occidentale e centrale. Con l’appoggio politico e il sostegno delle armate sanculotte, i governi rivoluzionari di Parigi favorirono energicamente la lotta dei democratici rivoluzionari d’Italia, Belgio, Olanda, Svizzera, Germania, Polonia. Risultato dell’azione convergente degli eserciti repubblicani e delle insurrezioni locali furono in Italia la Repubblica Cispadana trasformata nel luglio 1797 in Repubblica cisalpina, la Repubblica ligure e la Repubblica veneta (maggio-giugno 1797), la Repubblica romana (1798), la Repubblica partenopea (1799); in Isvizzera sorse la Repubblica elvetica (1798); in Olanda la Repubblica batava (1795); in Polonia fu costituito il Granducato di Varsavia, nucleo della costituenda Polonia spartita nel 1795 tra Russia, Austria e Prussia. Ma il giacobinismo europeo non fu affatto un partito internazionale. Le costruzioni politiche d’oltre frontiera rappresentarono per la Francia rivoluzionaria altrettanti puntelli del regime interno e ciò apparve chiaro per la politica del Direttorio, e in seguito di Napoleone, che dovevano assoggettare le terre occupate a regimi che nelle forme democratiche e repubblicane imponevano una politica volta a servire gli interessi talvolta esorbitanti dello «Stato-guida» francese. Era nel determinismo della rivoluzione democratico-borghese che le repubbliche nazionali, suscitate dalle armate napoleoniche lungo il loro trionfale cammino, subissero l’influenza dominatrice del nazionalismo francese e dialetticamente vi si opposero, invocando gli stessi «immortali principii» dell’89.

L’esempio più recente della inconciliabile opposizione tra rivoluzione capitalista ed internazionalismo è stato fornito dalla rivoluzione russa. Oggi riesce agevole comprendere che il fallimento della battaglia proletaria in Russia e il conseguente svolgersi del corso storico capitalista, pervenuto all’attuale regime che nulla più conserva di proletario e comunista, si è accompagnato alla progrediente involuzione della Terza Internazionale e alla sua totale scomparsa. Lungi da noi la tentazione di accomunare gli odierni partiti stalinisti, che dappertutto agiscono come strumenti di conservazione e di controrivoluzione ai partiti giacobini di 150 anni or sono, i quali, pur lottando per rivendicazioni prettamente borghesi operavano rivoluzionariamente in un ambiente storico dominato dalla reazione aristocratico-clericale. Al contrario i partiti staliniani, anche nelle zone ancora prevalentemente precapitalistiche, cioè nelle condizioni ambientali proprie della rivoluzione democratico-borghese, lavorano nell’interesse dell’imperialismo. Vedemmo, infatti, il partito stalinista dell’India appoggiare la lotta del nazionalismo rivoluzionario contro l’Inghilterra, durante il periodo dell’alleanza tra Hitler e Stalin, per passare poi alla politica dell’appoggio all’Inghilterra, allorché nel giugno 1941 la Germania invase il territorio russo, costringendo il governo di Mosca ad allearsi con l’Inghilterra. Nella fase «di guerra fredda» il partito comunista indiano operava per la terza volta un rovesciamento di fronte, accostandosi di nuovo al movimento indipendentista. Perciò in forza di questa e molte altre prove, si può correttamente sostenere che partili staliniani hanno svolto e svolgono un ruolo completamente controrivoluzionario e che il Governo di Mosca ha adoperato e adopera le sue filiazioni politiche estere nell’interesse esclusivo della rivoluzione capitalista svolgentesi entro le sue frontiere, come fecero, in forme ideologiche e condizioni obiettive diverse, i governi rivoluzionari di Francia.

Quanto detto fin qui non costituisce certamente un’esercitazione letteraria. Tutt’altro. La battaglia ingaggiata nel 1917 in Russia fallì appunto, e noi ne subiamo le tragiche conseguenze, perché il movimento dell’Internazionale comunista si infranse contro la resistenza della reazione borghese e dell’opportunismo. Il crollo della Terza internazionale, liquidata definitivamente con un provvedimento burocratico imposto dal Ministero di Mosca, era da spiegarsi soltanto con il grado di sviluppo della lotta di classe nel mondo, oppure bisognava sostenere che alle negative condizioni obiettive andavano aggiunti fondamentali errori della dirigenza dell’Internazionale? Ecco il problema. Oggi, è facile, guardando all’indietro gli avvenimenti, individuare le cause, il decorso e lo sbocco finale della degenerazione nazionalista di quello che fu, dal 1919 al 1924, il glorioso partito mondiale del comunismo rivoluzionario. Enormemente più difficile e, conviene dirlo, veramente eroico fu criticare in maniera aperta e intransigente l’indirizzo politico del Comintern negli anni in cui il prestigio dei capi russi era immenso. Eppure questo lavoro fu svolto dalla Sinistra Comunista Italiana, che fino al 1926 si batté contro le aberrazioni del fronte unico, del governo operaio e contadino, dei blocchi antifascisti sostenendo che simili stratagemmi tattici falsavano il programma comunista e indebolivano la lotta internazionale per il comunismo.

L’esperienza della Terza Internazionale ci insegna che la rivoluzione comunista potrà trionfare sul capitalismo alla condizione che sappia affidare la attuazione del suo programma ad un’organizzazione politica internazionale immune delle deformazioni patologiche che la Sinistra Italiana individuò e condannò nel corso della evoluzione della Terza Internazionale. Alla Sinistra Italiana non spetta, dunque, solamente il merito storico della restaurazione della dottrina e del programma marxista, in lotta con il tradimento staliniano. Nel corso della serrata polemica sostenuta nei confronti della dirigenza dell’Internazionale, la Sinistra Italiana riuscì a formulare la giusta tattica rivoluzionaria del partito internazionale, raddrizzando i tragici errori del bolscevismo russo, che pure magnificamente aveva saputo condurre la lotta contro l’opportunismo locale. Che i partiti comunisti affiliati alla Terza Internazionale siano divenuti irrimediabilmente strumento del nazionalismo borghese grande-russo è un fatto innegabile, ma certamente meno importante che la spiegazione delle cause della loro compiuta involuzione reazionaria. Quel che importa è che la nuova Internazionale, potrà utilizzare quando risorgerà – e finché dura il capitalismo e la dominazione di classe nessuna forza umana potrà impedirlo – la lezione impartita dagli errori del Komintern e dalla lotta della Sinistra Italiana.

La terza internazionale e l’opportunismo

La nuova associazione internazionale dei lavoratori fu profetizzata da Lenin fin dallo scoppio della prima guerra mondiale. La votazione dei crediti di guerra e l’attiva collaborazione ai poteri belligeranti da parte dei partiti socialisti tradizionali ebbe l’effetto di far passare il fronte di guerra anche nella Seconda Internazionale, cui essi erano affiliati. «La Seconda Internazionale – scrisse Lenin nel 1° novembre 1914 – è morta, uccisa dall’opportunismo. La Seconda Internazionale ha compiuto la sua parte di necessario lavoro preparatorio, per l’organizzazione delle masse proletarie durante il lungo periodo della più dura schiavitù capitalistica e dei più celebri progressi del capitalismo negli anni della pace, nell’ultimo trentennio del secolo decimonono ed al principio del ventesimo. Alla Terza Internazionale spetta il compito di organizzare le forze del proletariato per l’assalto rivoluzionario al regime capitalista, per la guerra civile alla conquista del potere politico contro la borghesia d’ogni paese, per la vittoria del socialismo».

La rivendicazione e i compiti della nuova Internazionale erano così chiaramente posti. La successiva pubblicazione dell’«Imperialismo», avvenuta nella primavera del 1915, segnava una data decisiva del movimento internazionalista. Il marxismo rivoluzionario annunciava – per bocca di Lenin – l’avvento dell’epoca delle finali battaglie nella lotta di classe tra borghesia e proletariato, e al fronte della guerra imperialista che realizzava la «federazione di tutti gli Stati contro il proletariato» preannunciava l’unificazione delle forze della Rivoluzione proletaria nei ranghi dell’Internazionale comunista.

Le conferenze internazionali di Zimmerwald (18-21 settembre 1915) e di Kienthal (6-12 maggio 1916) costituirono altri importanti passi in avanti del movimento internazionalista, sebbene il marxismo rivoluzionario vi risultasse in minoranza. Fu a Kienthal che l’Ufficio di Zimmerwald di Sinistra, composto da Lenin e dai suoi compagni di corrente, propose di trasformare la guerra imperialista in guerra civile rivoluzionaria in tutti i paesi, anticipando così la posizione fondamentale della Terza Internazionale. Ma doveva essere la Rivoluzione d’Ottobre, che consegnò il potere politico al proletariato comunista di Russia, a spalancare le porte alla nuova associazione internazionale.

Se la guerra imperialista, con il suo corteggio di orrori e di crudeltà immani, aveva condannato agli occhi delle masse l’ala destra riformistica della socialdemocrazia, che aveva aderito senza riserva alla guerra, il dopoguerra, che doveva smascherare la demagogia e la vacuità del verbalismo rivoluzionario, scosse violentemente il prestigio del centro massimalista. I piccoli gruppi rivoluzionari, l’ala sinistra, che fin dal 1914 avevano avversato la guerra e invocato l’assalto rivoluzionario al potere capitalistico, acquistarono enorme influenza e, aderendo alla Terza Internazionale fondata a Mosca nella primavera del 1919, trascinarono seco, in un crescendo trionfale di entusiasmo, milioni di lavoratori. Alla testa del grandioso movimento, che doveva riempire di terrore la borghesia del mondo, furono in Italia la Frazione Comunista Astensionista, in Germania la Lega Spartachiana, in Olanda la Sinistra tribunista. Negli anni 1919 e 1920 la maggioranza dei lavoratori socialisti in Francia, in Italia, in Germania, nei territori dell’ex impero Austro-ungarico, nei Balcani, nella Scandinavia, in Polonia, era per il bolscevismo e la Terza Internazionale, cioè per la dottrina e l’organizzazione politica che la Rivoluzione d’Ottobre e le imprese rivoluzionarie, anche se sfortunate, dei comunisti in Germania, in Ungheria e in Baviera dimostravano essere il nemico più risoluto e conseguente del capitalismo.

Il primo Congresso della Terza Internazionale significò, per così dire, solo la posa della prima pietra

del grandioso edificio che doveva essere innalzato dal Secondo Congresso tenuto nel luglio-agosto del 1920. Il ristabilimento dei traffici internazionali e la sconfitta della rivolta bianco-imperialistica contro il potere dei Soviet, senza omettere le irresistibili pressioni dal basso che costrinsero i governi europei ad allentare le maglie del blocco contro la Russia bolscevica, permisero a molti delegati di raggiungere Mosca. Il Partito Socialista Italiano, che aveva aderito in blocco alla Terza Internazionale, nonostante le divisioni interne, mandò a Mosca Serrati, Graziadei e Bombacci; la C.G.L. inviò i suoi segretari D’Aragona, Duroni e Colombino. A rappresentare la Frazione Comunista Astensionista fu delegato Amadeo Bordiga. Il caso del P.S.I. che inviava a Mosca una delegazione in cui figuravano persino esponenti del riformismo personalizzava la situazione internazionale del movimento operaio. Il processo chiarificatore che aveva fatto importanti passi con la separazione e la violenta opposizione della Lega Spartachiana, che fin dalla fine del 1918 si era costituita in partito comunista (K.P.D.) era ben lungi dal ritenersi avviato su scala mondiale. In effetti, riformismo e comunismo sebbene irriducibilmente nemici sul terreno della teoria e del programma, non si erano ancora discriminati su quello politico in non pochi casi. Se si considera che nella travolgente ondata di entusiasmo, persino formazioni di operai cristiani e di pacifisti optarono per la Terza Internazionale, si comprende come il compito più urgente del Secondo Congresso fosse la delimitazione netta del programma e dei compiti dei partiti che domandassero di aderire all’Internazionale. Era facile prevedere che senza questo importante lavoro il nuovo organismo internazionale non sarebbe neppure cresciuto, ripetendo la sorte della Prima Internazionale, sfasciatasi per l’inconciliabile opposizione tra marxisti e bakuniniani.

Il Secondo Congresso fu all’altezza del delicato quanto arduo compito. Il risultato dei suoi lavori si condensò nel testo contenente le «condizioni di ammissione alla Internazionale Comunista», che furono adottate nella seduta del 30 luglio 1920. Nel preambolo, dopo di aver proclamato: la «Seconda Internazionale è definitivamente distrutta», si metteva in guardia contro il facile ottimismo delle masse politicamente impreparate e perciò incapaci di scorgere il calcolo opportunista sotto le affrettate mozioni di adesione adottate da direttivi di partito e raggruppamenti sicuramente equivoci, e si dichiarava apertamente: «L’Internazionale Comunista è minacciata dal pericolo di essere inquinata da elementi vacillanti ed indecisi che non si sono ancora definitivamente liberati dalla ideologia della Seconda Internazionale.

«Oltre a ciò in alcuni grandi partiti (Italia, Svezia, Norvegia, Jugoslavia, ecc.) la cui maggioranza sta sul terreno del comunismo, è rimasta fino al giorno d’oggi una notevole ala riformista e socialpacifista, che aspetta soltanto di risollevare il capo e cominciare il sabotaggio attivo della rivoluzione proletaria, aiutando così la borghesia e la Seconda Internazionale».

Seguivano le 21 condizioni di ammissione. Esse erano ispirate allo scopo della formazione di partiti politici di tipo comunista, intesi cioè come strumento della lotta armata contro il potere borghese, e perciò soggetti ad un regime di forte accentramento e di ferrea disciplina, mentre l’organizzazione partitica della socialdemocrazia era foggiata ai fini della competizione elettorale. Ma tale risultato non era possibile senza una netta rottura con il riformismo e il socialpatriottismo. Inutile era formulare il programma comunista, la cui accettazione era imposta dalla «condizione» XV, se i partiti che l’avessero approvata avrebbero continuato ad alimentare nel proprio seno quella che con termine oggi in voga si potrebbe definire la quinta colonna opportunista. La condizione VII obbligava i partiti che desideravano appartenere alla Internazionale Comunista a rompere completamente col riformismo e il centrismo, e citava i nomi dei capi che a quelle tendenze si rifacevano: Turati, Kautski, Hilferding, Hillquist, Longuet, Mac Donald, Modigliani. Ma la condizione VII se colpiva i capi opportunisti, lasciava da parte la questione dell’atteggiamento da assumere nei confronti di chi votava contro il programma nei congressi di adesione. A ciò servivano i punti 20 e 21. L’apposita commissione del congresso, su una mozione di Lenin, approvò la condizione XX che almeno i due terzi dei dirigenti dei partiti che chiedevano di aderire dovessero essere dei provati comunisti. A nome della Sinistra Italiana, Bordiga propose, appoggiato da altri rappresentanti di sinistra, una formulazione più radicale che divenne la condizione XXI. Essa diceva: «Quei membri del partito che respingono le condizioni e le tesi formulate dall’Internazionale Comunista debbono essere espulsi dal Partito. Lo stesso vale specialmente per i delegati al congresso straordinario».

Lenin, da quel geniale marxista che era, non disconosceva, l’abbiamo visto, il lavoro svolto dalla Seconda Internazionale. Ma, alla fine della sua esistenza, essa disvelò tutte le deficienze e le magagne derivanti dall’essere un allineamento di partiti a direzione nazionale, uniti da legami blandamente federativi. Che mancasse un centro dirigente fu chiaro allo scoppio della guerra mondiale, allorché ogni partito esercitò la sua autonomia di azione schierandosi col proprio governo nella sacra unione patriottica. Al contrario, la Terza Internazionale si presentò come organismo unitario, i cui partiti-membri accettavano la direzione di un centro supremo; con l’adozione delle 21 condizioni di ammissione, essa si avviò potentemente a diventarlo. I risultati del Secondo Congresso non si fecero attendere. In Germania, la maggioranza dei delegati del partito socialista indipendente accettò al Congresso di Halle le 21 condizioni e si fuse col partito comunista di Germania. In Francia nacque al Congresso di Tours il partito comunista. Lo stesso avvenne in Inghilterra. Ma dove il comunismo combatté la sua grande battaglia fu in Italia nel gennaio 1921, data della fondazione del Partito Comunista d’Italia.

In seguito si verrà a parlare delle vicende della formazione del Partito Comunista d’Italia, di cui si dovrà tenere conto perché la lotta polemica della Sinistra Comunista Italiana nel seno della Terza Internazionale si legò strettamente al conflitto di corrente nel seno del P.C. d’Italia, che si delineò, sul terreno teorico, fin dall’epoca dell’uscita dell’«Ordine Nuovo» e venne alla luce allorché gli ex ordinovisti assunsero la direzione del partito. La storiografia di comodo dei togliattiani ha l’interesse di far apparire l’ordinovismo in costante dissidio del «settarismo bordighista», falsando così la storia. In realtà, al Congresso di Livorno, al Congresso di Roma, nei dibattiti dell’Internazionale almeno fino al 1923, le posizioni della direzione di sinistra furono costantemente riconosciute dai seguaci di Gramsci.

Ma di ciò appresso. Il contributo dato dalla Sinistra Italiana alla elaborazione della tattica del partito internazionale del comunismo non si arrestò al lavoro svolto brillantemente al Secondo Congresso. Nei successivi congressi, i delegati della Sinistra Italiana dovettero assumersi l’ingrato ma necessario compito di criticare i falsi indirizzi impressi, a volta a volta, al movimento internazionale, arrivando persino a formulare la profezia della futura involuzione reazionaria del grande organismo che tanta passione rivoluzionaria aveva suscitato al suo sorgere.

III

Le massime esplosioni sociali del primo dopoguerra in Europa si verificarono – a parte naturalmente la Russia sovietica – in Italia e in Germania, Stati che rappresentavano gli anelli più deboli dello schieramento borghese. Qui, il movimento comunista registrò al suo attivo il raggiungimento di tappe di grande importanza, segnatamente per opera della Sinistra Comunista Italiana, che andò immune dalle evidenti tare teoriche che inficiarono il lavoro dottrinario e l’azione politica del comunismo in Germania.

Partiti comunisti aderenti alla Terza Internazionale sorsero nel 1920, sulla base delle 21 condizioni di ammissione votate dal Secondo Congresso dell’I.C, in Francia ed in Inghilterra, per rimanere nel campo delle grandi Potenze capitalistiche. Ma la loro azione politica si esaurì col tempo in una consuetudinaria prassi di agitazione e di propaganda che doveva afflosciarsi addirittura, a processo involutivo compiuto, nel politicantismo parlamentare del Fronte Popolare. Solo a distanza di due decenni, il conformismo politico doveva cedere il posto – in Francia – all’esperimento di azioni di guerra civile, non però volte verso obiettivi rivoluzionari, ma sibbene rispondente alle ferree esigenze della guerra imperialistica e della scoperta involuzione borghese dello Stato di Mosca. Nelle isole britanniche, il partito comunista che pure era affondato in pieno nel bellicismo, non doveva fare, per ovvie ragioni, l’esperienza della guerriglia partigiana imperialistica. Così, al momento dello scioglimento di ufficio della Terza Internazionale (15 maggio 1943) la storia della rivoluzione proletaria era ferma in Francia al periodo marzo-maggio 1871, epoca della Comune di Parigi; e in Inghilterra addirittura al biennio 1838-40, in cui si situò il movimento dei Cartisti. Ma nella storia della guerra imperialista avvenivano radicali mutamenti dei rapporti di forza: i massimi puntelli dell’imperialismo che erano usciti indenni dall’incendio rivoluzionario che aveva lambito l’Europa, non sfuggivano alle leggi della accumulazione e concentrazione del capitale che dovevano causare lo spostamento del centro mondiale imperialistico a Washington.

In Germania, la rivoluzione proletaria scaturì direttamente dalla guerra, o meglio dal disfacimento statale e sociale provocato dalla sconfitta militare e dalla caduta della monarchia degli Hohenzollern. Sfruttamento delle condizioni di caos tramandate dalla guerra e lotta a morte contro il governo socialdemocratico Ebert – Scheidemann, rimasto a tentare l’estrema difesa del capitalismo tedesco, furono i due tratti fondamentali che la rivoluzione della Lega di Spartaco ebbe in comune con la battaglia vittoriosa del bolscevismo. Ma il parallelismo non andò oltre questo ristretto campo, e ciò non solo in riguardo al diverso corso storico che in Germania aveva oltrepassato di molto l’avvento del capitalismo e la formazione di forti tradizioni opportunistiche, ma soprattutto in riguardo al deficiente sviluppo teorico del comunismo tedesco. Il proletariato rivoluzionario, cadendo gloriosamente sulle barricate di Berlino, nelle sanguinose giornate del gennaio 1919, perdeva la battaglia non solo per la preponderanza degli sgherri del socialdemocratico Noske, ministro degli interni della repubblica borghese, ma per l’intima debolezza del movimento rivoluzionario, che, nonostante la guida di capi di primo ordine quali furono Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, non aveva saputo elaborare una esatta piattaforma teorica e programmatica. Nel movimento rivoluzionario, tale è l’unità tra teoria e pratica che gli errori nel campo dottrinario si pagano col sangue e la sconfitta sul terreno della dichiarata guerra di classe. Dove il filisteo o il fanatico dell’attivismo crede di vedere vane accademie o bizantinismi di sette marxistiche, lì si difende invece la carne e il sangue delle future formazioni di combattenti rivoluzionari.

Gli errori dottrinari di Rosa Luxemburg non erano di quelli marginali che non intaccano la sostanza vitale del marxismo. Negli anni precedenti e durante la guerra mondiale, le sue posizioni incerte sui fondamentali problemi della interpretazione del corso storico dell’imperialismo e sulla teoria della questione nazionale avevano costretto Lenin ad ingaggiare una polemica serrata, e non sempre castigata, che non si arrestò neanche davanti al formidabile argomento della Rivoluzione d’Ottobre. L’instaurazione della dittatura sovietica in Russia non ebbe effetto sui gravi smarrimenti della Luxemburg nel campo del programma e della tattica rivoluzionaria. È nota la sua opposizione al principio della dittatura del proletariato, nella accezione bolscevica e marxista. La assunzione e l’esercizio totalitario del potere politico da parte del partito bolscevico la trovò dissenziente, così come lo era stata negli anni della guerra e ancora prima nelle discussioni di corrente con Lenin. Sarebbe interessante mostrare come le posizioni programmatiche della Luxemburg collimassero con la sua concezione del corso storico capitalistico, ma al nostro compito non compete.

Le conseguenze che derivavano potrebbero essere espresse meglio dalle teorie della Luxemburg non che dal programma, da lei formulato, che fu accettato dal Congresso della Lega di Spartaco, riunito a Berlino il 30 dicembre 1918. Ragioni di spazio vietano di citarne larghi estratti, ma sarà sufficiente trascriverne i passi seguenti:

«La Lega di Spartaco non assumerà le redini del governo se non per la chiara, indubbia volontà della grande maggioranza delle masse proletarie tedesche e con il cosciente consenso di esse alle opinioni, ai fini ed ai metodi di lotta della Lega di Spartaco.

«La rivoluzione proletaria può‘ solo gradualmente, passo per passo, attraverso il golgota delle proprie amare esperienze, attraverso sconfitte e vittorie, giungere alla piena chiarezza e maturità. La vittoria della Lega di Spartaco non sta al principio ma alla fine della rivoluzione. Essa si identifica con la vittoria delle grandi masse dei milioni di proletari socialisti».

Come si vede, il programma della Luxemburg e degli altri capi del Partito Comunista di Germania era chiaramente diretto a fronteggiare l’ondata prorompente dell’estremismo istintivo regnante negli iscritti ma oltrepassava lo scopo, trascurando, anzi rifiutando, di riconoscere al partito di classe le funzioni di organo indispensabile della guerra di classe e della dittatura rivoluzionaria. La conquista del potere politico non può essere, senza dubbio, opera del solo partito, ma presuppone il distacco di larghe masse dai partiti opportunisti in periodo di grave decadimento dell’impalcatura statale borghese. Ma è proprio la conquista del potere che determina il definitivo spostamento della grande maggioranza delle masse verso il partito rivoluzionario. Ad esempio, all’epoca del Secondo Congresso dei Soviet, tenuto il 28 ottobre 1917, i bolscevichi detenevano la stentata maggioranza del 51 per cento dei mandati; bisogna arrivare al quinto Congresso, tenuto il 4 luglio 1918, cioè sette mesi dopo la conquista del potere, perché la maggioranza salisse al 66 per cento. È chiaro dunque che contrariamente a quanto sosteneva la Luxemburg, per la Lega di Spartaco, la vittoria del bolscevismo in Russia segnò l’inizio, non la fine della Rivoluzione.

L’errore capitale dello spartachismo, che doveva condurlo alla catastrofe, consistette nella falsa concezione dei rapporti tra partito e classe, nella incapacità di comprendere che la «coscienza» della classe è condizionata dall’azione del partito rivoluzionario. Il partito rivoluzionario trova la sua guida solo nella teoria, che non è scienza infusa ma «bilancio della esperienza» delle lotte secolari della classe: agendo, trascina seco le masse, e le rende consapevoli dei loro interessi fondamentali di classe. Chi ha compreso ciò, chi intende in tale senso l’interpretazione marxista del capovolgimento della praxis, coerentemente accetta il principio dell’indispensabilità del partito di classe centralizzato e la posizione programmatica della dittatura rivoluzionaria. Ogni altra diversa concezione dei rapporti tra classe e partito non può condurre che alle deviazioni democraticoidi dell’operaismo, per cui la elaborazione della teoria rivoluzionaria e le decisioni di azione diventa, grazie ad ipotesi intellettualistiche che non trovano conferma nella realtà, capacità di ogni individuo che socialmente fa parte della classe dei lavoratori. Al contrario le orgie elettorali stanno lì a provare che se consultata democraticamente la massa propende sempre per soluzioni contrarie ai propri interessi di classe. Una «democrazia operaia», cioè una forma di governo democratica senza la borghesia, che dai rivoluzionari anti-dittatoriali viene non da oggi invocata, non cambierebbe i risultati.

Da ciò non si deve dedurre che pensiamo che un diverso orientamento teorico dei capi dello spartachismo, i quali furono, specialmente nella persona di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, teorici geniali e combattenti eroici del comunismo degni dell’imperitura memoria del proletariato, avrebbe avuto l’effetto, nelle cupe giornate del gennaio 1919, di permettere la conquista del potere al proletariato. Ma certamente una concezione meno operaistica della dirigenza del partito e dei rapporti tra il partito rivoluzionario e gli schieramenti politici equivoci che parvero volere attaccare risolutamente il governo Ebert-Scheidemann, ma poi lasciarono praticamente soli gli spartachisti a fronteggiare la scatenata feroce controrivoluzione militare, avrebbe attenuato le proporzioni del disastro e impedito il brutale assassinio di Rosa Luxemburg e di Karl Liebknecht.

Il comunismo in Italia nacque adulto

Il breve, troppo coinciso, richiamo alle vicende dello spartachismo di Germania non lo si deve considerare una inutile digressione, come non lo è stata, nella prima puntata, la individuazione dell’inconciliabile contrasto tra marxismo e sindacalismo rivoluzionario di tinta soreliana. Troppi cretinoidi o avventurieri della politica sono interessati a spacciare la moneta falsa dell’«infantilismo» della Sinistra Comunista Italiana, del conflitto insanabile tra questa e il bolscevismo, tra Bordiga e Lenin. Ora è vero proprio il contrario. È vero, fra tante balle e diffamazioni, un solo dato di fatto, e cioè che di tutti i partiti e correnti comunisti aderenti alla Terza Internazionale, quelli che contarono minori contrasti furono proprio il partito comunista di Russia e il partito comunista d’Italia. Non basta. Almeno fino alla morte di Lenin, le divergenze di vedute registrate nei rapporti tra il «leninismo» e il «bordighismo» puntarono esclusivamente su questioni tattiche.

Sul terreno teorico e programmatico la fusione dei comunisti di Russia e d’Italia, che veramente ne faceva sezioni indissolubili del partito internazionale della rivoluzione, è fatto storico inoppugnabile che risulta dal processo di formazione del partito comunista in Italia. Dal Congresso di Bologna del P.S.I. (ottobre 1919) e ancora prima, dalla pubblicazione sull’«Avanti» nell’inverno 1914-15 degli articoli di Amadeo Bordiga sulle fondamentali questioni sollevate dalla guerra imperialista e dal disfacimento della Seconda Internazionale, per quanti sforzi possano fare i falsificatori di professione, in nulla l’elaborazione teorica e la lotta politica della Frazione Comunista Astensionista si diversificò – fatte le dovute distinzioni delle differenti fasi storiche locali – dall’evoluzione del partito comunista bolscevico. Ma non deve ritenersi che il comunismo in Italia abbia seguito pedissequamente lo sviluppo del bolscevismo russo. I due movimenti ebbero un corso parallelo ed il loro incontro, nelle file della Terza Internazionale ne sanzionò la perfetta sostanziale unità teorica e programmatica. La Sinistra Italiana contribuì decisivamente, l’abbiamo visto, alla stesura delle 21 condizioni di ammissione, che non fu atto di ordine organizzativo, ma una svolta politica nel cammino della Rivoluzione, operata senza lotte. Il principio stesso della fondazione della Terza Internazionale aveva suscitato profondi contrasti nel campo rivoluzionario. È noto che Rosa Luxemburg era contraria alla costituzione della nuova associazione internazionale. Ma gli avvenimenti dovevano confutare i suoi argomenti. Fondata nel marzo 1919, la Terza Internazionale riunì al suo congresso di costituzione piccoli gruppi rivoluzionari: un anno dopo, al secondo congresso, la maggioranza del proletariato socialista europeo ne era l’entusiasta sostenitore.

La Frazione Comunista Astensionista fu immune fin dal suo sorgere nel seno del vecchio P.S.I. dalle «malattie infantile» che colpirono le principali correnti di pensiero politico, che diedero vita ai partiti comunisti aderenti alla Terza Internazionale. Fin dalle origini il comunismo marxista italiano non ebbe alcuna esitazione teorica, ma sostenne intransigentemente, di fronte all’opportunismo, il principio del partito di classe e la sua organizzazione centralizzata, in quanto strumento della conquista del potere e dello esercizio della dittatura rivoluzionaria. La curiosa ricorrente accusa che, da parte stalinista e antistalinista, si muove alla Sinistra Italiana e, in genere, al «bordighismo», è di tenere in conto esagerato il lavoro teorico e di essere inetto all’azione.

Orbene, negli anni 1919-20, la condizione indispensabile dell’azione rivoluzionaria era data dalla formazione di saldi partiti comunisti a fermo programma dittatoriale. Ebbene, tra tutte le correnti marxiste soltanto la Sinistra Italiana puntò risolutamente sulla costituzione del partito di classe mentre altre formazioni si baloccavano con elucubrazioni intellettualistiche, che inceppavano lo sviluppo della nuova internazionale rivoluzionaria. Cosa che i detrattori non ricordano mai, è che a fare «meno teoria» fu proprio la Sinistra Italiana, non perché incapace, ma per il semplice fatto che fin dalle sue origini afferrò in blocco e interpretò senza deviazioni ed esitazioni la teoria marxista. La successiva miseranda fine di coloro che posano a confutatori del «bordighismo» sta a provare quanto siano state valide le loro invenzioni dottrinarie di 30 anni fa.

Il comunismo in Italia nacque adulto. Non attraversò le crisi infantili cui andarono soggetti, l’abbiamo visto, i reduci dal sindacalismo rivoluzionario in Francia, gli spartachisti in Germania, i tribunisti in Olanda, e, dulcis in fundo, gli ordinovisti in Italia. Se ben si legge, il tanto famoso testo di Lenin su «L’estremismo, malattia infantile del comunismo», ci si avvede che il «morbo» contro cui maggiormente si accanisce il medico Lenin è proprio la insufficiente concezione del ruolo del partito di classe, comune a tutti quanti i movimenti che abbiamo nominato. La cosa divenne chiara allorché si trattò per questo di passare alla azione. Allora scomparvero senza lasciare tracce oppure – è il caso dell’ordinovismo – caddero nel pantano del bloccardismo antifascista passando al servizio della controrivoluzione stalinista. La Sinistra Italiana rimasta fedele alle sue origini, non ha dovuto mutare, né nel complesso né nei dettagli, il corpo della dottrine e delle norme tattiche elaborato fin dal 1914. Le future lotte rivoluzionarie, la nuova associazione internazionale comunista, la conquista del potere e la instaurazione della dittatura del proletariato non potranno diventare viva materia di storia che a condizione di richiamarsi ai principi fissati nei testi fondamentali della Sinistra Italiana, del nostro movimento comunista internazionalista. Le «Tesi della Sinistra», «Forza, violenza e dittatura nella lotta di classe», «Proprietà e Capitale», la battaglia di restaurazione teorica dei «Fili del tempo» non sono fatica letteraria, sono tappe della Rivoluzione.

Le sorti del conflitto sorto all’interno del Partito Comunista d’Italia non furono decise, contrariamente a quanto afferma il togliattismo, dal sopravvento dell’ordinovismo gramsciano. La ideologia ordinovista, cui i togliattiani pretendono di richiamare le origini del comunismo in Italia, non ebbe mai partita vinta, in sede teorica ed organizzativa, su ciò che si pretende di chiamare «bordighismo» e che invece fu e resta l’interpretazione autentica rivoluzionaria del marxismo operata con duro lavoro dalla Sinistra Comunista Italiana. L’ordinovismo, dal 1919 al 1923, anno in cui, con la complicità del potere statale di Mosca, già incombente sinistramente sulla Terza Internazionale, si impossessò con prassi burocratica delle redini del Partito, non seppe fare altro che accodarsi alla Sinistra, mai osando rivelare divergenze di principio.

In realtà, la Sinistra Italiana perse la sua battaglia non contro l’ordinovismo resuscitato da morte di Gramsci e Togliatti, che non ebbe mai cittadinanza nel partito, ma sibbene contro la forza bruta dello Stato di Mosca, passato al servizio del capitalismo avanzante in Russia.

La descrizione della lotta della Sinistra contro le aberrazioni di Mosca e i tirapiedi ordinovisti dello stalinismo trionfante merita successiva puntata.

IV

L’andamento della trattazione fin qui seguita potrà aver generato l’impressione che non si sia seguito l’ordine cronologico degli avvenimenti. Per gli obiettivi fissati, non si poteva né sistemare gli avvenimenti nel senso orizzontale suddividendo artificiosamente il corso storico dell’Internazionale in annate; né si poteva disporli nel senso verticale, allineando l’una accanto all’altra le evoluzioni dei singoli partiti-membri dalle origini alla fine. Bisognava invece usare ambo i metodi, considerando i partiti comunisti ora nei loro rapporti reciproci attuali, ora ravvicinando di colpo i termini della loro evoluzione, in maniera da far risaltare il contrasto o la coerenza delle posizioni occupate in successioni più o meno gravi di fasi e di periodi. Tale criterio era l’unico corrispondente al nostro scopo.

Questo scritto non vuole essere una fredda cronologia di fatti o, peggio, un’esposizione di avvenimenti storici a «superiore alle correnti». È invece un atto di polemica che si prefigge di difendere posizioni eminentemente di parte, e cioè: 1) La Sinistra Comunista Italiana, di cui il Partito Comunista Internazionalista assicura la continuazione nel tempo, resta alla resa dei conti l’unica corrente teorica e politica marxista, salvatasi nel naufragio della Terza Internazionale; 2) Il Partito Comunista d’Italia, di cui il Partito Comunista Italiano è solo un apocrifo doppione, sopportò il massimo urto, nella polemica tattica in seno alla Terza Internazionale, da parte del bolscevismo, l’opposizione ordinovista di Gramsci e Togliatti non avendo posseduto giammai, neppure al Congresso di Lione del 1926, la maggioranza effettiva nell’interno del P.C. d’Italia.

Il metodo seguito nelle precedenti puntate e che osserveremo sino alla fine di queste note, ci ha permesso, benché la sostanza dei contrasti di corrente esistenti tra i gruppi considerati sia stata estremamente sintetizzata, di dimostrare che il comunismo raggiunse la sua espressione più compiuta in Russia e in Italia. Ma un’ulteriore discriminazione si impone. Già abbiamo detto – e ripeterlo fa parte del nostro metodo – che l’enucleazione dei gruppi marxisti in Italia non fu una mera fotografia del bolscevismo russo. La Terza Internazionale rappresentò soltanto il punto di incontro e la tappa comune cui i due movimenti, sorti autonomamente in diverso ambiente storico, confluirono, facendo corpo unico almeno nelle questioni non attinenti strettamente la tattica, che, inasprendosi, dovevano poi opporre inconciliabilmente la Sinistra Italiana al bolscevismo.

La differenza fondamentale delle origini dei due movimenti fratelli consistette nel fatto che il bolscevismo si sviluppò, a cominciare dall’ultimo decennio del secolo scorso, nell’ambiente storico originale dell’incrocio di due rivoluzioni. Nella decrepita società zarista il bolscevismo, benché gli avvenimenti dovevano poi dimostrarne la incomparabile potenza rivoluzionaria, si trovò ad operare in condizioni sociali ed intellettuali caratterizzate da profondi sommovimenti rivoluzionari. Questo vuol dire che in Russia il bolscevismo fu il meglio preparato, perché fondato sulla dottrina marxista, dei partiti rivoluzionari antizaristi, non l’unico partito rivoluzionario lottante contro lo zarismo. La stessa borghesia ed il contadiname povero tendevano potentemente, sebbene con esitazioni gravi ed incertezze programmatiche, a frantumare la roccaforte dello Stato degli zar e le tendenze sociali innovatrici si espressero in un ricco repertorio di correnti ideologiche, spesse volte importate di peso dall’Occidente capitalista, e di movimenti politici. Di conseguenza, il bolscevismo si trovò a lavorare in circostanze storiche favorevolissime caratterizzate, come abbiamo visto, dalla estrema fluidità delle posizioni ideologiche in lizza, che impedivano l’organizzazione della borghesia capitalista quantitativamente scarna, ma certo non inerte – in solido partito politico. D’altra parte, la tangibile confluenza dei partiti socialdemocratici o populisti con il radicalismo borghese, testimoniavano permanentemente del loro carattere di organismi antiproletari.

Diametralmente opposta era la condizione storica presente in Italia, e in genere nell’Europa occidentale. Qui la rivoluzione borghese non solo era pervenuta da tempo al pieno consolidamento della dominazione del capitalismo e dello Stato borghese, ma aveva prodotto – in connessione con lo sviluppo intensivo dell’industria – stabili e tradizionali partiti operai opportunisti a programma riformista. In Italia, le difficoltà erano aggravate, dal principio del secolo, dal fatto che il ritardo della formazione dello stato nazionale produceva un conseguente ritardo nella storia politica, sicché solo col giolittismo prendeva salde radici la moderna forma demagogica della democrazia parlamentare. Fu gioco facile per il riformismo spacciare le concessioni parlamentari e sindacali della borghesia dominante per altrettante tappe della marcia verso la lontana meta del socialismo. E ciò spiega – sia detto qui per inciso – l’astensionismo dei marxisti nel primo dopoguerra, che i bolscevichi, Lenin in testa, non vollero comprendere, applicando al marcio occidente europeo la tattica usata nei confronti della Duma zarista, che fu teatro non delle sporche commedie a cui ci hanno avvezzati i nostri parlamentari, ma dello scontro di tre classi nemiche di tre epoche storiche: zarismo, capitalismo, socialismo. E per ora chiudiamo la parentesi antiparlamentare, riservandoci di riprendere in seguito la questione.

La politica di opposizione alla guerra imperialista condotta dal P.S.I., che in sostanza non andò oltre la radicalizzazione verbale delle posizioni già conosciute alle correnti neutraliste o austriacanti esistenti nella stessa borghesia, rese estremamente ardua la lotta dei marxisti italiani, ancora inquadrati nella sinistra del P.S.I.. Fu facile ai riformisti mascherare la loro politica controrivoluzionaria con equivoche formule di opposizione alla guerra o addirittura con platoniche adesioni al movimento zimmervaldista. Al contrario, in Russia, i bolscevichi poterono addurre prove schiaccianti alle accuse di complicità con l’imperialismo mosse al partito menscevico, fondandosi sulla politica del governo di Kerensky verso la guerra.

Nonostante l’estrema disuguaglanza delle condizioni obiettive – favorevoli al massimo per il bolscevismo, sfavorevoli al massimo per il marxismo italiano – questi doveva arrivare, per suo conto, a formulare in maniera compiuta il programma della rivoluzione socialista. Che l’insurrezione proletaria e la conquista del potere si verificò in Russia e mancò in Italia, non prova nulla contro la tesi che il bolscevismo andò soggetto a gravissimi errori che la Sinistra Italiana seppe evitare e condannare fin dalle loro origini. La storia della Terza Internazionale sta lì a provare come il bolscevismo, invincibile demiurgo della saldatura della doppia rivoluzione antifeudale ed antiborghese in Russia, fu inferiore al compito di manovrare le forze della rivoluzione proletaria operanti nell’ambiente storico – Europa occidentale ed America – a stabile dominazione capitalista. Le aberranti tattiche inaugurate col Fronte unico e conclusesi col Fronte popolare, non dovevano conservare le formazioni rivoluzionarie costrette a segnare il passo per la stabilizzazione del potere borghese, ma, al contrario, dovevano causare la dissoluzione della Terza Internazionale e creare le odierne disastrose condizioni di confusione e di smarrimento che tanto ostinatamente si oppongono allo sviluppo di sane correnti rivoluzionarie.

Topografia ideologica dell’Ordinovismo

La Terza Internazionale si era scissa dalla Seconda Internazionale sulla questione della conquista del potere, che i gruppi comunisti negarono potersi effettuare con mezzi legalitari, nonostante le lusinghe del riformismo. Ma la comune adesione al principio rivoluzionario non impedì che nella nuova associazione internazionale si riproducessero le vecchie scissioni teoriche che, prima, durante e dopo la guerra imperialista, avevano diviso l’ala rivoluzionaria del movimento operaio. Se si trascurano le divergenze di ordine secondario, la materia fondamentale del dissenso fu la questione del compito del partito. Il partito comunista centralizzato era la condizione indispensabile dell’insurrezione e della conquista del potere? Poteva concepirsi la vittoria sulla borghesia senza la direzione del partito di classe e l’esercizio della dittatura rivoluzionaria?

Secondo la risposta a tale cardinale questione, possiamo dividere la Terza Internazionale in tre correnti. Esistevano formazioni politiche che rispondevano con un reciso rifiuto, negando la necessità del partito. Erano costoro i sindacalisti della spagnola C.N.T. (Confederacion Nacional del Trabajo) che contava un milione di iscritti, il movimento dei «shop steward committee» in Inghilterra, i sindacalisti americani, i sindacalisti rivoluzionari di Francia. Tutti costoro, abituati a lavorare nei sindacati e negli organismi aziendali, erano apertamente ostili al principio del partito politico centralizzato, in cui temevano di vedere riprodursi il burocraticismo conservatore che, per lunghi anni, avevano rinfacciato ai capi socialdemocratici.

La corrente che potremmo definire mediana non negava le funzioni del partito politico e respingeva le deviazioni sindacaliste, ma non arrivava a legare il principio del partito alla rivendicazione programmatica della dittatura rivoluzionaria, attardandosi nel vicolo cieco della cosiddetta «democrazia operaia». Rimanendo all’epoca dei primi due congressi dell’I.C. potremo includere in essa il comunismo tedesco ispirato alle dottrine delle K.A.P.D. e la sinistra tribunista di Olanda.

Contro ambo le correnti, si schierava il marxismo conseguente, i partiti che puntavano senza esitazioni sulla instaurazione della dittatura del proletariato e lavoravano per la costituzione in tutti i paesi di combattivi partiti comunisti. A queste forze, nerbo della nuova Internazionale, si debbono le «21 condizioni di ammissione». Vi figuravano in testa il bolscevismo e la Sinistra Comunista Italiana.

Va da sé che non si pretende di incasellare rigidamente in tre scompartimenti tutto il ribollire di indirizzi e di tendenze del movimento internazionale. Ma non è meno vero che le distinzioni che abbiamo schizzate corrispondevano alla realtà. Infatti, le «condizioni di ammissione» obbligavano le formazioni che chiedevano di far parte dell’Internazionale, non solo a rompere col riformismo ed il socialpatriottismo, ma pure a costituirsi in partiti comunisti.

Rimane ora da situare ideologicamente la corrente di Gramsci, Tasca, e, buono ultimo, Togliatti, che del periodico «L’Ordine Nuovo», apparso a Torino nel maggio del 1919, prese la denominazione di ordinovismo.

L’ordinovismo non rappresentò una corrente del marxismo. Neppure costituì una versione dell’operaismo da cui si originavano i movimenti sindacalisti. Fu un movimento spurio a base interclassista, un’appendice ritardataria della ideologia risorgimentale riscritta in linguaggio marxista, che prese le mosse dalla condanna delle stridenti contraddizioni sociali esistenti tra la zona industriale del settentrione d’Italia e quelle agricole del meridione, dovute al particolare corso della rivoluzione industriale nella penisola, e pervenne a teorizzare l’industrialismo di fabbrica, senza peraltro riuscire a discriminare l’essenziale caratteristica dell’industria capitalista, che non è costituita solo dalla titolarità privata del possesso dei mezzi di produzione e dei prodotti, ma soprattutto dalla organizzazione aziendista della produzione.

L’impresa industriale e commerciale conserva la sua natura e funzione capitalista, anche se rilevata dallo Stato o da organismi operai, perché perpetua le forme della produzione mercantile volta a realizzare profitto monetario, e quindi conserva il principio del lavoro salariato. Sostituendo all’imprenditore privato l’organismo collegiale del consiglio di fabbrica, Gramsci e Tasca si illudevano, nel 1919, di aver scoperto la via maestra della rivoluzione proletaria. In realtà, il carattere della rivoluzione borghese non è espressa dal binomio industria-imprenditore privato, ma al contrario, da quello industria-ditta, proprio cioè dalla formula che l’ordinovismo idealizzava. Che la ragione sociale dell’impresa risponda al nome di una persona fisica oppure alla sigla anonima del consiglio di fabbrica, non cambia la struttura. L’impresa continua a funzionare in vista del profitto aziendale.

Fin dalla guerra mondiale, e proprio a causa di questa, divenne chiaro che lo sviluppo dell’industria capitalista in Europa e in America aveva raggiunto il culmine del suo ciclo, esaurendo definitivamente la sua funzione progressiva: poteva conservarsi oltre soltanto in forme parassitarie, cioè mantenendosi a costo di sperperare masse enormi di forza di lavoro sociale nelle crisi e nei conflitti generati dall’imperialismo. La rivoluzione socialista si poneva allora, e si pone con maggior ragione oggi, non l’indefinito accrescimento della produzione, che dovrà venire drasticamente limitata nei rami parassitari e antisociali imposti dagli interessi della conservazione borghese, ma bensì lo spezzamento dei rapporti di produzione capitalistici. Ora, l’azienda è appunto un rapporto di produzione capitalista. Nella radicale trasformazione della produzione operata dalla dittatura del proletariato, gli interessi aziendali lasciati in eredità dal capitalismo, dovranno cedere, volenti o nolenti gli organismi di fabbrica, agli interessi superiori della classe operaia dominante. Ciò perché interi rami della produzione capitalista verranno soppressi.

L’ordinovismo, fondando l’azione rivoluzionaria del proletariato sugli organismi aziendali, segnava un passo indietro non solo rispetto al marxismo, ma persino allo stesso sindacalismo rivoluzionario che, ripudiando il partito politico, affidava la rottura dei rapporti capitalistici alle grandi organizzazioni sindacali di massa, che sono pur sempre un superamento del parcellamento aziendale delle rivendicazioni operaie. Divinizzando l’industrialismo ed affidandone la direzione al movimento dei consigli di fabbrica, l’ordinovismo esprimeva le esigenze della produzione industriale borghese, del rachitico capitalismo italiano. La prova decisiva è data dalla politica del P.C.I., che alle teorizzazioni ordinoviste di Gramsci e Tasca conseguentemente si ispira. Il partito di Togliatti oggi è alla testa del movimento, più posticcio che effettivo, che pretende di incrementare la produzione industriale e di meccanizzare la agricoltura, gabellando per socialismo un volgare programma di riforme, per giunta utopistiche, nel quadro dei rapporti capitalistici. La feticistica esaltazione della produzione industriale, la maniaca fissazione della produzione per la produzione che ignora la fondamentale rivendicazione socialista di subordinare la produzione all’allentamento dello sforzo di lavoro sociale, da Gramsci sono passate nella odierna direzione del partito di Togliatti, perdendo per via il brillante involucro intellettuale del pensatore sardo. E come si inneggia alla brutale avanzata dell’industrialismo in Russia, per nulla consapevoli delle forme capitalistiche in cui essa si svolge, così si sogna dai falsi marxisti del P.C.I. un’Italia formicolante di industrie dalle Alpi a Capo Passero, per nulla imbarazzati dal fatto che contemporaneamente si invoca la polverizzazione del possesso terriero, che storicamente costituisce un formidabile ostacolo alla industrializzazione.

Vedremo nella prossima puntata quale sia stata la posizione della Sinistra di fronte all’ordinovismo.

V

Siamo arrivati così al capitolo che innamora gli appassionati del romanzesco. Il duello tra ordinovisti e astensionisti! Gli autori di una recente «Storia del Partito Comunista Italiano» intitolano un loro capitolo con l’espressione da gergo sportivo: «Gramsci contro Bordiga»! Così, con leggende del genere, la fondazione del P.C. d’Italia diventa un’imitazione della fondazione di Roma coll’impressionante duello tra fratelli … Si capisce come i togliattiani, sulla traccia dei processi di Mosca, siano i più accaniti nel sostenere la tesi del conflitto «fin dal principio» tra ordinovismo e la Frazione comunista Astensionista. Ma che storici «obiettivi» ne sposino gli argomenti, beh, proprio non si riesce a capire.

La Frazione Comunista Astensionista diagnosticò il male incurabile della corrente dell’Ordine Nuovo fin dalle sue prime manifestazioni. Esiste un numero del Soviet che sfortunatamente non possediamo – in cui mentre si dava l’annuncio dell’uscita dell’«Ordine Nuovo» a Torino, si respingevano senza possibilità di equivoco le deviazioni ideologiche dei suoi redattori e si esprimeva convinta preoccupazione per il proclamato «concretismo» del programma che voleva essere una stretta adesione in tutta la periferia sociale tra rivendicazioni immediate e moto rivoluzionario. Il gramscismo, infatti, coerente alla derivazione idealistica della sua ideologia dialettica nel senso di Hegel e non in quello di Marx, costruisce nella società presente con la rete dei consigli di fabbrica uno schema e modello dello Stato operaio futuro, e tale costruzione è inconciliabile con l’essenziale teoria marxista della distruzione dello Stato borghese e del deperimento successivo dello Stato operaio, risuscitando lo Stato di Hegel limite assoluto del meccanismo sociale definito con una costruzione mentale e logica.

Ma il dissenso non assunse mai, almeno fino al 1923, forme concrete. Ciò avvenne non perché la Frazione Astensionista e la Direzione del P.C. d’Italia, uscita da Livorno, prese a tollerare le ideologie ordinoviste, ma per il semplice fatto che, nei rapporti intervenuti tra le due organizzazioni fin da prima della costituzione del P.C. d’Italia, Gramsci e soci accantonarono decisamente le loro prevenzioni teoriche, e accettarono senza riserve i testi della Sinistra, dando prova, almeno una volta nella loro esistenza politica, di seguire correttamente il marxismo. Passando alla lotta contro la Sinistra, gli ordinovisti dovettero rinnegare se stessi per la seconda volta.

Esiste una prova inconfutabile dell’assenza di quello stato di conflitto, o tantomeno di animosità tra i capi, che togliattiani e non togliattiani pretendono di scoprire tra la Sinistra e l’ordinovismo. Si tratta nientemeno che della questione dell’adesione dell’ordinovismo alla III Internazionale. La corrente dell’«Ordine Nuovo» fu presentata all’Internazionale da Bordiga e, a seguito di una sua relazione, ammessa nei ranghi dell’Internazionale. Lasciamo raccontare l’episodio da A. Rosmer. l’autore del libro «A Mosca ai tempi di Lenin» che abbiamo già citato.

Rosmer, venendo a discorrere delle correnti del socialismo italiano rappresentate al secondo congresso dell’I.C. così scrive:

«Un’altra tendenza, non rappresentata al congresso, esprimeva attraverso i suoi scritti e la sua attività, le concezioni dell’Internazionale Comunista. Era il gruppo dell’«Ordine Nuovo» di Torino, i cui militanti più noti erano Gramsci e Tasca.

«Quando si arrivò alla discussione del paragrafo che riguardava l’Italia, si constatò che nessuno dei delegati italiani era presente (alla riunione della commissione dei mandati, di cui Rosmer era membro, n.d.r.) perché nessuno aveva voluto parteciparvi, non considerandosi autorizzato a parlare in nome del partito.

«Si dovette pregare Bordiga di venire ad esporre e a precisare la posizione de «L’Ordine Nuovo», cosa che egli fece molto onestamente, benché avesse cominciato, come sempre, col far noto che egli se ne discostava.

Ma la precisione della sua relazione rafforzò l’intenzione del relatore di dare l’investitura all’«Ordine Nuovo», e la commissione unanime approvò».

L’episodio prova due cose: 1) all’epoca del secondo congresso dell’I.C. l’«Ordine Nuovo» era pressoché sconosciuto all’I.C, la cui dirigenza s’era determinata ad invitare direttamente Bordiga a rappresentare la Frazione Comunista Astensionista: 2) fu la esposizione di Bordiga, critica ma assolutamente obiettiva, ad indurre la commissione dei mandati ad ammettere lo «Ordine Nuovo» nell’Internazionale. Allora che rimane delle tracotanti falsificazioni degli scribi del P.C.I. che s’affannano a creare l’inverosimile leggenda di un ordinovismo beniamino del Komintern? E che fine fanno le ancor più stupide fandonie sulla lotta personale tra Bordiga e Gramsci?

Le Tesi della Sezione di Torino del P.S.I., proposte dal Consiglio Direttivo costituito a seguito del l’intesa intervenuta tra la maggioranza della sezione aderente alla Frazione Comunista Astensionista e il gruppo dell’«Ordine Nuovo», avevano suggellato, nel maggio 1920 cioè alla vigilia del secondo Congresso dell’I.C, la fusione delle massime correnti del comunismo italiano. Ma, accantonata la pregiudiziale antielezionista, l’accordo si era prodotto sulla questione della lotta contro il riformismo e l’adesione alla Terza Internazionale. Nelle Tesi di Torino, che furono designate per brevità: Le Tesi dell’«Ordine Nuovo», era contenuta implicitamente la sconfessione delle deviazioni ideologiche che il «Soviet» aveva respinto un anno prima. Vanamente, i togliattiani puntano sul fatto che l’Internazionale ritenne le «Tesi dell’Ordine Nuovo» conformi al proprio programma, per diminuire la Frazione Comunista Astensionista. Ciò avvenne soltanto perché non contenevano il principio astensionista. Quando accettò di avallare elucubrazioni propriamente ordinoviste di Gramsci, l’Internazionale aveva già iniziato l’involuzione opportunista.