Partito Comunista Internazionale

Polemiche sul programma dell’Ordine Nuovo Pt.1

Categorie: Italy, Party Doctrine, Party History

Il richiamo che il compagno Gramsci fa alla libertà di critica e di controllo reciproco è superfluo, poiché tale libertà e fuori discussione. Non è superflua invece questa mia osservazione: che egli doveva, come segretario di redazione dell’Ordine Nuovo, prima di dividere i reprobi dagli eletti, provocare in tempo utile quella disamina della rispettiva posizione circa i problemi della rivoluzione, prima della quale egli non aveva il diritto di darmi disertore. Si sarebbe così evitata forse anche quest’epistola a lungo metraggio, che speriamo abbia le stelle più propizie del mio lungo discorso al Congresso camerale.

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Mi si rimprovera di aver accettato «di essere relatore al Congresso senza mandato di nessuna organizzazione sindacale», e l’equivoco dell’intervento «ufficiale ma non ufficiale». Gramsci vuol rubare il mestiere a Chignoli e farsi paladino della procedura.

Devo riportare i lettori all’esordio della relazione «ufficiale» della Commissione Esecutiva della Camera del Lavoro, pubblicata a pp. 41-50 del fascicolo che comprende le relazioni sull’Ufficio di collocamento, sull’Istituto Medico-legale, sui Consigli di fabbrica, in cui è spiegato che quella C.E. si è rivolta a me, come studioso del problema (diceva la lettera d’invito), perché indicassi in un progetto (nella lettera di progetto non si parlava) «chiaramente gli scopi, le funzioni, i mezzi atti a dar vita ai Consigli di fabbrica, ed a stabilire i loro rapporti con gli organismi sindacali Iocali: Sezioni e Camera del Lavoro».

La C.E. inoltre stabiliva «che in caso di dissenso sulla relazione Tasca, da parte di qualche suo membro, fosse riconosciuto il diritto alla eventuale frazione di minoranza, di affermarsi con relazione propria». Ed accadde che la C.E., esaminate le mie proposte, concludesse ufficialmente cosi: «… serenamente dobbiamo affermare la nostra insoddisfazione; ci pare che la relazione Tasca manchi completamente delle ragioni che la dovevano comporre, ci pare soprattutto che manchi la indicazione dei rapporti intercorrenti fra Consiglio di Fabbrica e Sindacato, che manchino le norme per la messa in valore ed in opera dei Consigli di fabbrica sul terreno locale».

Esplicito, nevvero? Non per Gramsci, che mi chiede chi rappresentavo là dentro, in nome di chi parlavo. In nome mio, egregio compagno, delle mie idee, delle mie convinzioni, e in qualità di socialista. Al Congresso camerale, così come in tutte le riunioni (assemblee di Commissari, di Categoria, di Fabbrica) in cui sono intervenuto, ritenendo mio dovere di approfittare di tutte le opportunità che si presentano di «fare della propaganda».

Ma Gramsci ha voluto portare alla ribalta, mettendolo in pulito, il giudizio di parecchi compagni, i quali, quando seppero che avevo accettato l’invito della Camera del Lavoro di stendere una relazione sui Consigli (e non ne avevo ancor scritto un rigo), andavano sussurrando che ero diventato un riformista, perché m’ero messo «con quelli della Camera del Lavoro». Quando mi giunsero queste voci di cui Gramsci, lusingatore nello spaccio della bestia trionfante, s’è reso interprete, ho provato nell’intimo mio un senso di sdegno, che ho espresso vivacemente, verso coloro che considerano la Camera del Lavoro come la «torre del lebbroso», alla quale si possono lanciar sassi di lontano, e porgere tutt’al più le quote delle tessere in cima a lunghe canne per evitare l’infezione, a meno di essere un monatto che, come me, non ha niente da perdere e può anche cioncare e cantare o, putacaso, fare una relazione nella casa dell’appestato. Sdegno inoltre contro coloro che giudicano i compagni in ragione di una curiosa applicazione del proverbio: «dimmi con chi vai, e ti dirò chi sei», per cui basta andare con questo o quel gruppo, per qualsiasi motivo, con qualsiasi intenzione, per un’ora o per un anno, per salvarsi dalla squalifica, o per incontrarla.

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La mia relazione volle deliberatamente lasciar da parte «la formulazione teorica del nuovo movimento» (V. fascicolo cit., pag. 25), per affrontare taluni problemi concreti, specie i rapporti coi Sindacati, la possibilità dell’estensione dei Consigli a tutte le industrie, la lotta per il loro riconoscimento (V., id., pag. 30).

Esamino ora taluni appunti … filologici mossimi dal compagno Gramsci, a cui è rimasta un po’ di pedanteria della scuola, dove si acquista facilmente la celebrità dimostrando che un tale ha dimenticato di citare un libro, o che ha trascurata una delle cento interpretazioni che vi sono di un’epigrafe o di un testo.

La «mozione» su cui avvenne il voto del Congresso fu quella che chiudeva la mia relazione scritta, e fu essa la «riassuntiva delle discussioni svoltesi nel Congresso». L’Avanti! ha pubblicato come mozione una «traccia di lavoro pratico da svolgersi», esponendo la quale ho detto chiaramente al Congresso che le norme della mozione Schiavello eran quelle torinesi (che avevo sorto gli occhi, sul banco da cui parlavo), meno il comma e),che dà ai commissari il compito del controllo «per impedire comunque alienazioni da parte dei capitalisti del capitale investito in immobili nella fabbrica», compito che, dati i rapporti attuali tra industriali ed operai, non può essere mandato ad effetto se non colla conquista del potere da parte della classe operaia. Ed ho anche spiegato che mi riferivo alla mozione Schiavello, unicamente perché essa partiva da Milano, sede della Confederazione, e donde le iniziative sindacali possono trovare una risonanza ben maggiore che da Torino: ciò di cui più volte s’è convenuto, discorrendo, tra gli amici dell’Ordine Nuovo.

L’affermazione di Garino al Congresso del dicembre scorso è letteralmente identica a quella dell’editoriale «Sindacalismo e Consigli» del n. 25 dell’Ordine Nuovo. Ma io mi sono riferito ad essa, come «tesi Carino», perché nel Congresso stesso il Gramsci ha sostenuto che il Consiglio, per adattarsi alle condizioni attuali prerivoluzionarie, «non può che funzionare come ampliamento del dominio sindacale: il Sindacato deve sorreggere il Consiglio dei Commissari» (Avanti!, 16 dic. 1919). Ora, se è possibile un ampliamento del dominio sindacale, (e va inteso ampliamento in senso funzionale, non topografico), è segno che il Sindacato può anche assumersi altri compiti che quello di difendere l’operaio come salariato. Garino va oltre Gramsci, se anche si tratta letteralmente della stessa tesi, perché I’uno nega e l’altro ammette, sia pure come necessità contingente, che il Sindacato abbia una possibilità dì sviluppo.

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Il compagno Gramsci mi fa dire che io sostengo che «il predominio del capitale finanziario su quello industriale è «un vizio contratto dalle abitudini di guerra», e non un portato naturale dello sviluppo del capitalismo. E mi accomuna con Kautsky, e mi mette «contro la tesi fondamentale della Terza Internazionale».

Il brano della mia relazione dice esattamente cosi: «Il capitalismo tende sempre più, viziato com’è dalle abitudini di guerra, a spostare il suo campo d’azione dalla fabbrica alla banca, dalla produzione alla circolazione, dai singoli gruppi ai trust politici che devono dominare i poteri centrali, e controllare tutta la vita nazionale; dai ministeri alle frontiere, dalle banche all’esercito» (fasc., cit., pag. 28).

Orbene nel Manifesto della Terza Internazionale leggiamo: «Il capitale finanziario, il quale ha precipitato l’umanità nel vortice della guerra, ha subito – esso stesso – in questa guerra un mutamento catastrofico. La dipendenza dei valori monetari dalla base materiale dell’industria e della produzione si trovò completamente sconvolta.

Perdendo sempre e sempre di più il suo significato di mezzo e di regolatore dello scambio capitalistico di prodotti, il danaro cartaceo si è convertito in mezzo di requisizione, di usurpazione e di violenza militare-economica» (V. Comunismo, pag. 26-7).

Anche il manifesto della Terza Internazionale, dunque, d’accordo con Kautsky! Ma Gramsci ha la mania del «centrismo»: un giorno o l’altro se la prenderà con Gesù Cristo perché, vile centrista, si è lasciato impiccare fra due ladroni.

Sostenere che quella della fase del dominio del capitale finanziario su quello industriale è una «tesi economica» propria dei teorici della Terza Internazionale, è un canard polemico di pessimo gusto.

Nel 1913 in un giornaletto di studenti ho scritto una recensione del libro di Arturo Labriola sul capitalismo (Bocca, 1910), dove riassumevo i capitoli in cui l’autore studia la fase nella quale il capitale «esaurito il suo margine d’impiego nel lavoro, si fa parassita dello stesso capitale, e dalla sfera della produzione rientra nella sfera della circolazione, donde era uscito agli inizi del periodo della grande industria» (Corriere universitario, n. 4-5, aprile 1913, pag. 14).

E si noti che il libro del Labriola non è frutto di ricerche originali, è un manuale di intelligente compilazione, e che la la fase postliberale del capitalismo vi è esaminata proprio in relazione al colonialismo, all’imperialismo, ecc.

Nella lotta contro la guerra poi queste tesi furono da noi sostenute infinite volte, in perfetto accordo, senza volerlo, coi teorici della futura Terza Internazionale. L’aver creduto fin d’allora nelle stesse tesi, ci dispensa dal difenderci più a lungo dall’accusa che il compagno Gramsci ci muove ora, di ignorarle.

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II compagno Gramsci ci ha dato, nell’editoriale del numero scorso, la sua teoria dei Consigli di fabbrica, come base dello «Stato operaio». C’è in quell’articolo una chiosa descrittiva del concetto proudhoniano «l’officina si sostituirà al governo», e la concezione statale che vi è svolta è anarchica e sindacalista, non marxistica. Egli identifica la società comunista collo «Stato operaio», ed assegna al Partito ed ai Sindacati il compito di «organizzare le condizioni esterne generali (politiche)» dello sviluppo sempre maggiore di quello Stato. Cosa intende il Gramsci con queste «condizioni?». Sono l’organizzazione borghese, che si deve vincere, dai cui assalti occorre salvare il processo di formazione dei Consigli? O sono qualcosa di inerente allo Stato stesso, che entra come elemento della sua struttura e della sua funzione e in quel caso l’espressione «organizzare le condizioni esterne (?) generali (politiche – ? – )» equivarrebbe alla seguente: «attuare lo Stato proprio della classe operaia?».

Poiché il sistema statale dei Consigli non è soltanto il sistema dei Consigli di fabbrica e d’azienda. Questi sono base, condizione dello Stato operaio, ma non sono ancora lo Stato operaio. Tanto più si afferma il valore «sociale» dei Consigli di fabbrica, per quello che vi è di «determinato» nel loro formarsi, tanto più si viene a negare la possibilità che si riduca ad essi, o alla loro federazione (tesi libertaria) la struttura dello Stato comunista. Lo Stato comunista è formato dai Soviet, dai Consigli operai e contadini, che sono organismi a tipo «volontario», i quali soltanto, per la loro natura volontaria, ci possono dare uno Stato.

II Consiglio di fabbrica non è che l’antitesi del potere capitalistico, quale lo trova organizzato sulla sede di lavoro, ne è la negazione, e come tale è incapace di superarlo. Perché il processo di liberazione si compia, bisogna che dall’antitesi si giunga alla sintesi: il Soviet. Nella struttura statale il Soviet sta col Consiglio di fabbrica nello stesso rapporto che il determinismo economico colla coscienza di classe. II proletariato trova nel sistema capitalistico le condizioni che «determinano» il suo sorgere, ma ciò è insufficiente a darci la classe. Questa esiste quando prende coscienza di se, come classe. Dice Marx nel Manifesto: «Sviluppandosi l’industria, il proletariato non solo cresce di numero, ma si addensa in grandi masse, ond’è che la forza gli va crescendo, e con la fotta la coscienza di essa».

All’elemento deterministico si sovrappone quello volitivo. Il Consiglio di fabbrica fa aderire la classe al processo produttivo, la configura e la adegua al esso: nel Soviet la classe domina il processo produttivo, si pone in certo senso al di sopra di esso; poiché la classe stessa è il momento essenziale del processo produttivo, ein quanto «coscienza» conserva tutta la sua libertà di movimenti, il suo potere d’iniziativa per esprimere sempre più stabilmente eorganicamente nel processo produttivo il proprio intervento, diventarne l’agente, ilmotore. Il compagno Gramsci scrive che «Io Stato operaio, perché nasce secondo una configurazione produttiva, crea già le condizioni del suo sviluppo, del suodissolversi comeStato, del suo incorporarsi organico in un sistema mondiale – l’Internazionale comunista» (V. editoriale citato, pag. 26, 1° col.).

Ora è vero che i Consigli difabbrica, ilcui sistema impropriamente – secondo noi – Gramsci chiama «Stato operaio», creano le «condizioni» del processo che sbocca nell’Internazionale, ma non ci danno quel processo. Perché lo sviluppo dei Consigli di fabbrica ci porti all’Internazionale è necessario che entri in giuoco l’elemento volontario della classe che tende a costruire il suo Stato, in cui non solo vi sono le «condizioni» necessarie dell’Internazionale, ma anche la volontà, incarnata in un programma, in un mito, «sufficiente» allo sviluppo di quelle condizioni alla loro messa in moto, in valore fino alla realizzazione compiuta dalla rivoluzione.

In caso contrario si cade nell’astrattismo ingenuo di Norman Angell, che dimostrava l’impossibilità della guerra descrivendo le interferenze dei vari capitalismi in un sistema complesso d’interessi, non più riconducibili ai singoli gruppi nazionali, e si dimostrerebbe la realtà dell’Internazionale comunistica solo dalfatto che il proletariato ha conosciuto la struttura internazionale del fenomeno produttivo, in cui vive e di cui si sente parte «determinata».