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Vulcano della produzione o palude del mercato? (Pt.5)

Kategorien: Agrarian Question, Economic Works, Party Doctrine

Teil des Textes: Vulcano della produzione o palude del mercato?

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II – GRANDEZZE E LEGGI NELLA TEORIA DELLA PRODUZIONE CAPITALISTICA

12. Due inconciliabili lezioni

Ci è dunque giovato seguire una redazione tutt’altro che recente per una buona messa in fuoco di questioni vecchie e nuove, soprattutto di questioni che l’evolversi del „pensiero contemporaneo“ non risolverà giammai. Il sempre più macchinoso garbuglio di esso deve estinguersi, prima che si vada oltre.

La critica cui abbiamo tenuto passo (proprietà intellettuale: Labriola prof. Arturo, Napoli) parte dal proposito di stabilire che l’opera di Marx non è di scienza dei processi economici, ma è compito da classificare nel campo della filosofia, ossia ricerca di dati della „coscienza“ a proposito dei fatti economici. Perché a Marx interessava esporre questi dati, e non una teoria oggettiva dell’economia presente, e preferirli anche se contraddicevano a risultati della osservazione positiva, al punto di costruire volutamente un sistema di illusioni sociali? Perché – a detta di questa critica – Marx, idealista, volontarista, „attivista“ (oggi dicono), sotto la scorza materialista, aveva bisogno di arrivare ad un programma di capovolgimento dell’ordine capitalista da attuarsi da masse „illuminate“ dal capo teorico; e se a tale scopo serve meglio una nozione illusoria che una scientificamente valida, è la prima che va preferita.

In questa costruzione di stampo cerebrale e letterario, dunque, si cerca una volontà che cambi il mondo sociale (ed economico), si ritiene che una tale volontà non possa suscitarsi che diffondendo i dati di una „coscienza“ di stampo interno, speculativo, della reale vita economica; si immagina (pretendendo che Marx lo abbia immaginato) che, svolto tal compito dal genio teorico, alla volontà seguirà l’azione irrompente delle masse. Dopo di che sarà quel che sarà, non essendo per pensatori del genere affatto necessario che si abbia l’avvento di una struttura sociale, quale Marx aveva mostrato di attendersi.

Interessava molto a noi contrapporre a questa „lettura“ di Marx la ben diversa nostra. Marx fa sicura ed oggettiva ricerca delle leggi dello sviluppo economico e per esprimerle si serve di nozioni e di grandezze matematiche non iniettate da fuori nella realtà, ma in questa scoperte. Tuttavia Marx fa, sì, tale lavoro gigante solo per giungere al programma rivoluzionario e alla contrapposizione teorica e pratica di un nuovo assetto sociale al vecchio, ma – basterebbe qui a decidere la questione di interpretazione il materiale immenso con cui Marx distingue sé stesso dagli utopisti – tale programma non è sentito, scelto, voluto da Marx soggetto, ma esso stesso rinvenuto allo sfocio della ricerca positiva e scientifica. L’errore – tra tanti altri di Stalin – sta dove si dice che nelle pagine del Capitale si legge solo la descrizione e la critica della economia borghese, non la definizione dei lineamenti cardinali dell’economia comunista. Grandeggia dunque il programma e quindi la lotta per esso, ma la sua forza è di poggiarsi sulla reale analisi dell’economia presente; non si tratta di creare una presentazione di questa, deformata al fine di servire il prestabilito – dove e come? – programma.

Tutta la stortura vorrebbe essere sorretta da una lettura fuori posto della famosa ultima tesi su Feuerbach: troppo i filosofi si son dati da fare a spiegare il mondo, si tratta ora di mutarlo. La tesi vuol dire che se ci vogliamo allineare sul fronte del mutamento rivoluzionario – quando e quale la realtà lo impone, e lo insegna a chi vi sa leggere – è il caso di mandare in pensione i filosofi, che speculando in sé cercano le regole del divenire del mondo; stendendo ben altro ponte, non speculativo e idealista, tra dottrina e combattimento. Ed invece nella redazione che seguiamo si arriva a questo, che è tutto l’opposto: Marx non è economista perché come tale avrebbe spiegato sì, ma confermato, il mondo capitalistico: essendo invece votato a sovvertirlo si è fatto… filosofo!

13. Coscienza borghese, qui tutto

Pazientemente abbiamo seguito l’indagine sulla ubicazione di quella misteriosa coscienza, ove Marx avrebbe attinto le nozioni base, le figure tipiche della sua esposizione, di quella che diviene così davvero – a fragile consolazione di tutti i conservatori – una „sacra rappresentazione“ di personaggi da leggenda. Si tratta di sapere quale sia il fertile sottosuolo ideale in cui Marx ha scavato il valore, il plusvalore, il profitto, il sopraprofitto, il prezzo di produzione, che non sarebbero – ahi di noi – esatte grandezze tra loro commensurabili e suscettibili di legami che formano scientifiche leggi, ma illusioni in cui la coscienza fermamente crede, e non altro.

Ricapitolammo: l’individuo no, esso è troppo fragile base per una coscienza da cui prendere in fitto figurazioni sia pure illusive – la classe nemmeno (il che dalla nostra opposta sponda avallammo. Ma poi perché? probabilmente perché, per ideologi come quelli in questione, soprattutto la classe è un personaggio illusorio di Marx burattinaio…) – e dunque, come avemmo ad approdare, la famosa „società economica“, pastone al tempo stesso di tutti gli individui e di tutte le classi, la cui potenzialità di possedere una comune visione dei dati sociali si fonda sul fattore dello „scambio“, tessuto connettivo che terrebbe insieme tutti gli elementi e i gruppi più diversi del magma sociale.

Eccoci al punto. La società contemporanea a Marx e ai suoi volubili interpreti è la moderna società borghese, plasmatasi in forme generali appunto col predominio dell’economia di scambio, di mercato. Prima del suo avvento non si sarebbe mai potuto parlare di una, sia pure nutrita di fallaci miti, coscienza sociale. Solo dove ogni oggetto di uso ha forma di merce ed arriva per il mercato, e la cifra del suo prezzo ne universalizza l’effetto su qualunque componente la società umana, solo allora, rotti i limiti delle piccole isole chiuse di produzione e consumo e quindi di vita, può farsi questa caccia alle farfalle delle „illusioni valide per tutti“, in quanto costume, cultura, opinione, prendono a circolare su vasto raggio alla guisa ancor esse di merci. Nelle società preborghesi, ove non possiamo ancora parlare di scambio e di mercantilismo (veda qui chi abbia modo ancora preziosi passi di Marx, nostro quasi quotidiano cibo, citati copiosamente, e regolarmente letti al rovescio) e ove oasi irregolari frammischiano diversi ed eterogenei „modi di produzione“, non si può certamente parlare di „società economica“. Ove sarebbe mai una società economica, quando ancora manchi una economia „sociale“, manchi cioè perfino un’economia nazionale, avendosi solo un mosaico e comunque un conglomerato di „economie locali“? Può apparire, ove una comune organizzazione politica e statale cominci ad apparire, una „società civile“ nel senso di Hegel. Così nell’antica Atene o in Roma e nell’impero si aveva una società civile – sol che tutta la massa degli schiavi e dei semischiavi era „fuori della civiltà“ sociale. La società economica (termine che rifiutiamo in linea di buone dottrine) significa solo questo: la società borghese, questo dato e peculiare prodotto della storia nel quale vige lo stesso „diritto economico“ per tutti i cittadini.

14. Apologetica della civiltà capitalistica

Così Hegel, come tutti gli altri antesignani del „moderno pensiero critico“, e con essi tutti questi marxisti adulterati, sono sullo stesso terreno: la instaurazione della costituzionalità borghese, dello Stato democratico, è uno svolto tanto originale quanto decisivo della storia umana, in quanto rendere universale l’ambiente della società civile vale avere fondato, grazie alla virtù irrefrenabile dello Scambio, questo autentico feticcio: la Società economica.

E se Marx avesse cercato nei dati della coscienza generale di una simile società i tipi, le figure, le strutture della sua esposizione non sarebbe rimasto che alle nozioni – che poderosamente demolì – di libertà, uguaglianza, e come nella famosa citazione, di Bentham, sarebbe rimasto all’illimitato liberismo capitalista, dove in sostanza affogano i sindacalisti classici, Sorel alla testa.

Chi non ricorda la pagina finale del IV Capitolo: Trasformazione del denaro in capitale? «Questa sfera della circolazione semplice (…) è quella dalla quale il libero scambista vulgaris trae a prestito le sue concezioni, le sue idee, ed anche il modello del suo giudizio sul Capitale e il Salario». «La sfera della circolazione delle merci, in cui si compiono la vendita e la compera della forza di lavoro, è realmente un vero Eden dei diritti naturali dell’uomo e del cittadino. Ciò che vi domina è solamente Libertà, Eguaglianza, Proprietà e Bentham!».

Non occorre dunque battere lunga strada per mostrare a che si riduce questa pretesa dell’esistenza di una coscienza generale nella società mercantile, e della estrazione dal suo seno, ad opera di Marx, delle parti tutte del suo modello della società capitalistica. Essa risolve il marxismo in una sezione delle ideologie borghesi, vincola la classe proletaria e le sue organizzazioni a rendere omaggio ai capisaldi ideologici dell’ordine borghese e delle conquiste della borghese rivoluzione, facendo di tutto questo un limite insorpassabile alla sua azione. Come del resto nella concezione di quasi tutti i libertari, si eredita e si accetta con entusiasmo dalla borghesia moderna la sua realizzazione dei fondamentali diritti „civili“ – che si identifica con la fondazione di una società economica mercantile; e solo si piatisce che dopo questa elargita libertà civile e sulle sue basi, venga alfine la libertà sociale, ossia la utopia dell’eguaglianza libero-scambista tra datore di lavoro ed operaio.

Ciò vale non aver visto come proprio Marx ha fatto crollare un tale baluardo, ha denunziato – costruendo il suo modello, impiantando la sua funzione della produzione – l’inganno secondo il quale capitalista e lavoratore sono entrambi liberi, eguali, proprietari della rispettiva merce, ed operanti per la soggettiva singola benthamiana utilità, «perché essi entrano in relazione l’uno con l’altro se non a a titolo di possessori di merci, e scambiano equivalente con equivalente».

15. Partito e teoria

Tutto questo vagolare per trovare un soggetto alla coscienza-miniera, dopo aver scartato l’individuo e scartata la classe, e l’introdurre questo strano supporto sociale fondato sulla comune atmosfera mercantilista che lega i componenti delle moderne società, è tutto uno storcer di naso per rifiutare il solo logico titolare che può assegnarsi alla „coscienza“ e, meglio, alla teorica conoscenza propria del comunismo, dell’anticapitalismo; dopo avere in varie guise tollerato, ammesso, plaudito, che entri nella storia come fattore decisivo il genio intellettuale. Questo solo titolare della coscienza rivoluzionaria è il „partito di classe“. Ma questa sola parola suscita orrore nei libertari e nei sindacalisti del vecchio stampo, come nei più recenti opportunisti e centristi di ogni tipo, e perfino negli aspiratori di molti errabondi gruppetti che si dicono ortodossi e avversi alla corruzione stalinistica del proletariato, e che si bamboleggiano colle parole di avanguardia, dirigenza rivoluzionaria, circolo di studi, e via dicendo.

La teoria marxista in tutto il suo completo insieme, come economia scientifica, come interpretazione del corso storico umano, come programma di azione rivoluzionaria e definizione della rivendicazione della società comunista, non può pescarsi come dato di una collettiva consapevolezza di gruppi di uomini, e nemmeno di proletari. Essa ha per portatore una collettività ben limitata, anche quando i precisi confini in momenti convulsi ne divengono non facilmente identificabili, ossia il partito, nel quale al di sopra di spazio e tempo, di frontiere e generazioni, si raccolgono e si collegano i militanti rivoluzionari. In certo senso il partito è l’anticipato depositario delle sicure consapevolezze di una società ancora da venire e successiva anche alla vittoria politica e alla dittatura del proletariato.

Né in questo vi è nulla di magico, poiché il fenomeno è storicamente constatabile per tutti i modi di produzione e per quello stesso della borghesia, i cui precursori teorici e primi lottatori politici svolsero la critica di forme e valori del tempo affermando tesi, che successivamente divennero di accezione generale: mentre nell’ambiente che li circondava gli stessi autentici borghesi seguivano le confessioni antiche e conformiste, non ravvisando nelle enunciazioni teoriche nemmeno i loro palpabili materiali interessi.

16. Il virus disfattista

Non meno abituale nella corretta esposizione del marxismo è il dire che con particolare nettezza una simile „anticipazione“ di forme sociali future è storicamente possibile per la classe operaia, sorta col mondo capitalista e grandeggiante nel seno di esso, rispetto alle vecchie classi rivoluzionarie e alla stessa borghesia.

Ma appunto per questo l’insieme del bagaglio dottrinale, proprio del partito di classe degli operai comunisti, deve particolarmente essere tenuto libero da vincoli di soggezione alle ideologie nemiche e soprattutto borghesi. Oseremmo dire che questa esigenza di incompatibilità dottrinale, settore per settore e linea per linea, si presenterebbe ugualmente – né temiamo qui di venire fraintesi – ove le nostre tesi di partito dichiaratamente distintive avessero per un momento più che sicurezza di scientifico risultato, valore di collettiva illusione rivoluzionaria. Non può senza una generosa semplificazione passarsi il frutto della ricerca scientifica dettagliata nell’impegnativo corpo di tesi, che il partito deve dare con linee forti e decise a sé stesso. E solo in un tal senso – e con stretta relazione a quanto nelle parti precedenti di questa trattazione fu detto sulla impurità delle società capitalistiche e delle stesse situazioni di classe del proletariato – potrebbe al non privo di intuito o di sprazzi di intuito Labriola concedersi, si tratti di Marx o dei convinti seguaci, l’impiego di un ingrediente dell’uno per cento di illusionismo rivoluzionario, come non si nega un bicchierino di cognac prima dell’urto al più eroico soldato.

Ciò tuttavia nella direzione della assoluta originalità ed indipendenza della teoria del partito da quelle della società borghese e della „coscienza corrente“. Ma se invece si traggono le norme di azione e i modelli teorici, come con l’impiego della solidarietà nello scambio e di simili travisamenti, da canoni e direttive della società di classe oggi dominante, allora si pratica il disfattismo opportunista di mille noti episodi storici degli ultimi decenni, allora si perpetra non l’illusionismo rivoluzionario attribuito a Marx come sola fonte di dottrina, ma un illusionismo borghese al cento per cento nelle file della classe lavoratrice. E così avviene che a questa i suoi propri principi, il suo originale programma, il fine della sua azione storica, sono occultati nelle fasi più decisive e cruciali, ed avviene che, come anche oggi, dimentica di tutto ciò sia pronta a combattere per le borghesi posizioni: patria, democrazia, costituzione, santità delle istituzioni statali e sociali vigenti.

17. Marxismo e „categorie“

Stiamo per lasciare uno dei vari testi della riva opposta che ci sono provvidi nella nostra giustificazione dell’impiego dei modelli della società capitalistica, con eguale regolarità di passaporto come lavoro scientifico e teorico e come ordinamento di battaglia di partito. Il modello non ha a che fare con la illusione della coscienza: come abbiamo mostrato, la seconda è l’effetto passivo delle forze formidabili dell’ambiente esterno fisico e sociale sulle volubili e corrive teste degli uomini, nel succedersi delle vicende storiche che essi recitano ma non possono capire; il primo è invece il modo spontaneo ed organico col quale si presenta la trasmissione dei rapporti tra i fatti in quell’arsenale di veri utensili e metodi tecnologici formanti patrimonio di notazioni, di registrazioni, di scritture, di algoritmi, che la specie umana faticosamente si assicura in una lunga serie di lotte; risultato che assolutamente non è personale e non è di classe, e che ci degneremo di chiamare risultato sociale solo nel lontano svolto in cui si avrà società, e non più classi. Il che tra l’altro è condizionato anche dalla formula: non più scambio, non più produzione per lo scambio. Produzione sociale per il bisogno sociale.

E solo alla fine di questa non breve discussione manderemo a spasso la parola con cui si volle, e si vuole in tanti casi, respingere Marx e le sue corrosive verità materiali nei lembi del sogno, delittuoso o generoso che si chiami: la parola categoria.

Marx avrebbe infatti, non individuate le grandezze economiche e la loro materiale misura e calcolo, ma introdotte le „categorie“ nell’economia, così come i filosofi hanno sempre lavorato alla loro introduzione nella logica ossia nella generale scienza delle leggi del pensiero.

Il valore quindi di una merce, il suo prezzo di produzione, non sarebbero proprietà determinabili realmente della merce di cui si tratta, come il suo peso o il suo prezzo in contingente luogo e data. Sarebbero categorie, ossia generali nozioni del pensiero o del linguaggio di tutti gli uomini che di merci si interessano o discutono, né Marx avrebbe dato a quelle e a tutte le altre analoghe nozioni diversa e maggiore portata.

Nel sistema marxista, il quale getta le basi di una soluzione originale e diversa della questione della conoscenza, non hanno posto categorie di sorta.

Una concezione come ad esempio quella di Kant, di cui come dicemmo talvolta si vede in Marx un seguace (!), si svolge tutta nel dare la caccia ad elementi irriducibili del pensiero contenuti in esso pregiudizialmente ad ogni sua relazione col mondo esterno; e pur rovesciando molti idoli antichi, e lunghi secoli di filosofico illusionismo, si finisce col fermarsi a tre capisaldi almeno, non deducibili dall’esperienza fisica ed empirica. Essi sono le „intuizioni a priori“ dello spazio e del tempo, premesse ad ogni scienza della natura. E nelle scienze della società sono gli „imperativi categorici“ che, insiti in ciascun individuo, gli mostrano il bene ed il male, gli comminano di seguire la via del dovere e della morale.

Non è qui il luogo di svolgere i nostri accenni alla posizione marxista circa la conoscenza fisica e il millenario dibattito oggetto-soggetto: certo è che già la scienza ufficiale ha per lo meno mostrato che le due intuizioni spazio e tempo possono ridursi ad una sola.

Ma certa è la estraneità e la incompatibilità del marxismo con ogni sistema, religioso o idealista che sia, fondato sulla regolazione del comportamento individuale, come fondamento del procedere del meccanismo sociale.

Il marxismo non sarebbe nulla, se non fosse la riduzione di questi „valori“ categorici, in materia di etica – ed anche di estetica, ossia di senso del bello o del brutto – allo stabilire leggi dei fatti materiali esterni che, secondo le quantità di oggetti e di forze in gioco, determinano i fattori economici e permettono di mostrare con quanta variabilità oscillino le risultanze etiche, ed estetiche, da secolo a secolo, da paese a paese.

Marx, se non dispiace, non si dedicò a fondare nuove categorie del pensiero, ma ad attaccare le poche che restavano in piedi e demolirne la irriducibile assolutezza; e l’economia non fu il campo in cui egli abbia condotto a passeggiare il filosofico estro, ma quello su cui solidamente si fondò per sloggiare la primordialità dei valori morali, estetici, e anche giuridici e politici, anatomizzandone la scarsa consistenza e la mutabilità incessante.

E se non da lui, tutte le residue categorie del pensiero classico saranno risolte e scomposte, come le nebulose coi grandi telescopi, a complessi di fisiche accidentalità varie, nella società di cui Marx tracciò le leggi di formazione.

18. Si serve roba fresca

Crediamo che i nostri ascoltatori non si siano stancati dell’uso fatto di testi tutt’altro che recenti e del tradizionale metodo di porre le cose in chiaro pettinando le tesi (le controtesi) dovute non a palesi nemici, a dichiarati avversari del marxismo, ma avanzate da tipi anfibi che si dichiarano a loro volta socialisti, filoproletari, e se occorre rivoluzionari. Esempi classici sono i Lassalle, i Bakunin, i Dühring (di cui nel libro ora chiuso non mancano elogi e rivendicazioni di serietà contro la scarnificazione fatta da Engels), i Proudhon, i Rodbertus e così dicendo.

Veniamo tuttavia a qualche fonte che non solo è recentissima e quindi si presenta come „al corrente“ di tutte le posizioni e le scuole moderne, ma che per di più appartiene non equivocamente ai difensori aperti ed ufficiali del sistema capitalista: sarà interessante come venendo mezzo secolo avanti, e trasferendosi dai vaghi socialpopolari ai dichiarati capitalisti, suonano esattamente le stesse campane, e ci si vibrano gli stessi colpi, a noi ostinati e immobili marxisti.

Usiamo a tal fine una serie di articoli a puntate inseriti nel 1953 e 1954 nella „Organizzazione Industriale“ ossia nell’organo ebdomadario della Confederazione Generale dell’Industria Italiana. Freschezza dunque di data, paternità ineccepibile: nulla da dire. L’autore, G. B. Corrado, è professore di economia, ma dove, questo non lo sappiamo.

Ci serviamo in ispecie delle serie: Concetto di valore e moneta che lo esprime – Moneta e matematica – Moneta e tempo. Ci troviamo subito di fronte ad una decisa presentazione del mercantilismo moderno e capitalistico come sistema di leggi „eterne“ e „naturali“, dalle quali l’umanità non uscirà e non potrebbe uscire, perché sarebbe sospendere la produzione, quindi il consumo, quindi la vita, e fare un collettivo harakiri. Sebbene dunque qui siano utilizzate, non senza incomodare ogni tanto Dio stesso, tutte le enciclopedie edite fino adesso in tutte le lingue, e richiamate tutte le risultanze ultime sulla fisica nucleare, e i concetti modernissimi di meccano-geometria dell’universo e della materia, noi rileviamo al solito che Carlo Marx aveva letto Corrado, visto che risponde a Corrado e guarda dalla stratosfera i passettini dei Corradi tutti.

19. Il feticcio moneta

Basteranno poche citazioni per dimostrare come il „demiurgo“ di tutta una tale teoria sia la „moneta“, che esisteva in principio, attorno alla quale si gira, a cui sempre si ritorna, pur definendola costantemente una „incognita“. Non una incognita nel senso dell’analisi algebrica, cioè una quantità che „si scrive“ col simbolo x e si chiama incognita, ma al solo fine di determinarla nel suo esatto valore, bensì incognita in questo altro senso: che può esservi inflazione o deflazione, basso potere di acquisto o alto potere di acquisto, moneta pregiata o moneta depregiata, non monta: il denaro esercita parimenti la sua miracolosa funzione; guai se sparisse: tutto si fermerebbe di colpo e morrebbe la specie umana.

Un poco strano questo tentativo di economia matematica in cui la moneta è a volta a volta definita incognita, definita numero, definita costante. L’autore vuol dire che il numero-moneta collegato ad un dato segno, o banconota, può corrispondere nel corso del tempo, e da mercato a mercato, a mutevolissima quantità di un bene o di un altro, di una merce o di un’altra. Varia quindi come mezzo di scambio e anche come „titolo“ sui beni. La parola costante è poi usata non in senso matematico, bensì storico: matematica e storia escono maluccio da tutto questo. Sentite: «La moneta in corso si presenta come una costante di valore mutevole e dal moto perpetuo». Ora per il matematico le quantità sono o costanti, se il valore è fisso, o variabili, se il valore è appunto mutevole.

Ma qui tutto vuole sfociare alla eternità della moneta, che sarebbe eterna quanto la produzione e la vita, tacendosi che si è avuta produzione senza moneta (primo comunismo, baratto) e vita senza produzione (prime comunità di uomini vaganti e frugivori). «La produzione – equivalente della moneta – ci fu e ci sarà sempre (…) Ci sarà quindi sempre la moneta perché essa è uno strumento indispensabile ai servizi della produzione e quindi dei bisogni eterni dell’uomo, creatura di Dio». Ci siamo con Dio, tornato ormai di moda per avallare dottrine claudicanti. Ma non sono creature di Dio gli animali, che consumano e non producono? E Dio non creò Adamo perché consumasse senza lavorare? In effetti le cose non andarono così: per quel che ci dicono i miti, inventore della produzione (dunque della moneta a dir di Corrado) fu Satana in veste di serpente; per i pagani il comunismo era capitanato in terra da Saturno, simbolo di ogni saggezza; il denaro lo inventò la truce Mammona, avida di sanguinanti olocausti. Ancora: «La natura dei beni economici, rivestendo le proprietà dell’infinitesimo e dell’infinito… [lasciateci tamponare col nostro poco imparaticcio di scuola teologia e storia, poi verremo alla matematica di cui si fa un diverso governo] avrà sempre bisogno assoluto ed imprescindibile del numero moneta che di tali scambi è lo strumento indispensabile».

Quindi moneta eterna all’indietro e all’avanti, e quindi «la moneta è una costante in quanto risponde ad una esigenza costante dell’umanità». Questo carattere „feticcio“ della moneta, analogo a quello della merce, trattato nel paragrafo celeberrimo di Marx, che ne svelò per sempre il segreto in un rapporto di spostamento coatto di lavoro-valore tra uomini e uomini, è palese in quanto invece di dare dimostrazioni realmente storiche e sperimentali si ricorre ad ogni passo a fattori soprannaturali: «Il papiro diventa sempre più indispensabile alla produzione, che diventa sempre più sinonimo di scambio (!), e diventa sempre più sinonimo di scambio perché il Creatore ha posto come condizione tecnica della soddisfazione degli interessi del singolo la soddisfazione dei bisogni e degli interessi del prossimo».

Non occorre meno del Padreterno per assumere che l’interesse di un singolo a mangiare non coincida con l’interesse a far digiunare un altro o tanti altri, in regimi sia storicamente anteriori che posteriori allo scambio e alla moneta.

20. Somiglianze commoventi

Ha dunque tanta importanza che questo scrittore difenda con tale impegno l’eternità del meccanismo mercantile, la sua naturale immanenza all’economia, alla vita degli animali sociali? Indubbiamente: si scrive, si parla dal giornale consacrato soltanto alla difesa diretta degli interessi industriali, capitalistici, e si ha qui una prova che il capitalismo non può contrastare la nostra tesi della certa non lontana sua sparizione, e sostituzione con altre forme di produzione, che collegando disperatamente la produzione con lo scambio mercantile e con la mercantile legge del valore, dello scambio tra equivalenti.

Perché questo, collegandoci col „Dialogato con Stalin“, ci permette per via scientifica di dedurre che l’economia russa in tanto è mercantile in quanto è capitalistica, che la pretesa del famoso ultimo scritto teorico di Stalin sul socialismo che rispetta e applica la legge del valore, serve di rigorosa prova del carattere in effetti non socialista non solo della reale economia russa, ma anche della politica economica di quel governo.

Sono queste le effettive prove „a posteriori“ di validità indiscutibile in sede di ricerca, che valgono anche quando la esposizione si presentasse, per facilità di diffusione, come una costruzione „a priori“. Mentre la stessa ricerca perde ogni credito, e ricade nelle costruzioni „a priori“ per la sua stessa essenza, quando per provare un fatto smentito dalla osservazione empirica (eternità dello scambio) si ricorre alle decisioni di un dio.

Non meno suggestivo è che il modo di battere in breccia la nostra deduzione marxista del valore, e delle sue leggi „prima dello scambio“, abbia le stesse battute che trovavamo in uno dei tanti disertori del socialismo, come quello prima utilizzato. Sentite qualche altro passo. «Chi dà il valore alle cose sono gli uomini… perciò è assurdo parlare di omogeneità e costanza dei valori… Il concetto filosofico che il valore di una cosa, e la sua stessa esistenza, non sia quello che è in sé e per sé (ossia come potrebbe esserlo agli occhi di un essere perfettissimo come Dio), ma ciò che noi crediamo che sia, è l’espressione delle più comuni e ricorrenti realtà…. Anche qui l’immateriale domina il materiale, lo spirito trasforma la materia e le nostre stesse reazioni… Dio ha fatto l’uomo in modo che sia massimo il numero delle cose che possono piacergli… e ciò spiega, anche fisiologicamente (!), l’efficacia, il valore, l’utilità della pubblicità…».

Questo discorso ce lo sentiamo fare ad ogni passo (altro esempio del nostro terra terra andare a posteriori): sei un essere perfettissimo come un dio? No, e allora fregati, non puoi pretendere di sapere che cosa è la „cosa in sé“ e di calcolare il suo valore; adesso ci penso io a dartela da bere, e a costruire la mia scienza e la mia prassi sulla statistica di come ho fatto fessi quelli che mi sono stati ad ascoltare. La sola scienza possibile è questa mia! La scienza, che si pretendeva – ammazzali! – scritta da Marx, di come gli uomini si lasciano illudere.

21. Matematica ed economia

Siamo al solito punto della fondazione di una scienza economica con metodi quantitativi e quindi con impiego del calcolo matematico. Le teorie sono molte dal campo borghese, ma tutte tendono a stabilire che si può tentare di scrivere la funzione dei prezzi e la funzione dello scambio, ma non si deve osare di introdurre e cercare di desumere con leggi matematiche la quantità: valore.

L’affare dell’applicazione della matematica alla scienza, nel campo fisico, mezzo secolo fa camminava „comme sur des roulettes“ e si trattava solo di mettere analoghe rotelline sotto la fisiologia, la psicologia e la sociologia. Ma prima che a tanto si fosse giunti, hanno fatto un certo affare quelli che amano ogni tanto uscire dal seminato e far venire – più irriverenti spesso di noi crassi materialisti – alla ribalta la divinità, la immaterialità dello spirito e altri antichi o moderni stupefacenti: la faccenda del legame fra matematica e fisica solleva da qualche decennio dispareri e difficoltà di non lieve peso, ma soprattutto tali che il pettegolare culturgiornalistico ci ha potuto sovrapporre campagne sensazionali come quelle di moda a proposito di scandali da spiaggia.

Ora per dire da pover’uomini (i cittadini di Poveromo, località Apuana) qualcosetta in materia, cominciamo con lo stabilire che la cosa si imbroglia se si considera la matematica come una costruzione del puro pensiero, astratta e precedente ad ogni applicazione alla natura. Per noi essa è un utensile dell’umanità come tutti gli altri, quindi sempre più complesso ma mai definitivo e perfetto, che si deforma nell’impiego, e che viene trasformato da chi lo impiega ogni volta che se ne forgia uno novello: e per noi è impiego non di singolo anche eccellente, ma di specie collettiva.

Ed allora noi più che seguire elucubrazioni speculative sul piccolo e grande numero, sull’infinito e l’infinitesimo, seguiamo, per fare un po’ di luce da poveri portamoccoli (tra tanti fari abbaglianti) la storia della matematica usata in epoche successive dalla società umana, la quale anch’essa (lega contro la bestemmia, state ferma) riflette la successione dei modi di produzione.

Forse ricordate come la topografia nacque prima della geometria, e alla sua origine fu l’arte dei terminatori di campi dopo che le inondazioni fecondatrici del Nilo si ritraevano: sissignori, siamo imparziali, dobbiamo alla proprietà privata della terra il teorema di Pitagora e i libri di Euclide, e non lo diciamo (sarebbe da PCI) per tirare al comunismo tutti i ginnasiali.

Non faremo tutta questa strada! Arriviamo alla fine e al Corrado 1954. Ciò che egli sembra tratteggiare si chiamerebbe una „economia quantistica„. Non soltanto quantitativa, ma basata, come la fisica di Plank, sui quanta economici.

Il quantum è una porzioncina fissa, piccolissima, di energia, di luce, come il corpuscolo (atomo, particelle minori che l’atomo oggi si dice compongano) lo è di materia. Tutti i quanti sono uguali tra loro, e sono „insecabili“. Quindi la luce varia „a scatti“, sempre di tanto. Suppongo che il quantum di luce sia stato individuato, e che non sia il fotone, ma il nostro misero moccolo intellettuale. Voglio più luce, non posso aggiungere mezzo moccolo o due terzi di moccolo: o niente o un secondo moccolo uguale al primo: due moccoli. Poi non due e un terzo, non due e mezzo, ma tre, quattro, e così via. La luce insigne che promana da uno scrittore non come noi fossilizzato, ma in continuo aggiornamento, che acquisisce i dettami del progresso moderno e si tiene in pari con edizioni ed accademie, si misuri pure come mille, un milione dei nostri quanta-moccoli: non è permesso che ci accechi con novecentonovantanove moccoli e mezzo.

Se la natura funziona per quanti allora la matematica da applicare si riduce, è chiaro, alla teoria dei numeri intieri. Tra tre e quattro ad esempio si forma il vuoto, non ci servono più i decimali: le frazioni, e gli infiniti numeri irrazionali che era possibile con certe diavolerie inserire tra due frazionari diversi di un millesimo, e meno.

Studenti non urlate di gioia: solo aritmetica, non algebra, calcolo, analisi, ma l’altra aritmetica vi farà tremare vene e polsi: il pensiero ed il cervello si muoveranno molto più a fatica di prima.

22. Misteri dell’infinito

Nella matematica economica costruita al fine di rendere il concreto valore cosa incommensurabile e inafferrabile, vediamo fatta una gran parte a misure di moneta infinite e infinitesime: miliardi di miliardi di dollari, e miliardesimi se vi pare di reis brasiliani. Ma a che servono queste astrusità se non a difendere disperatamente il segreto fasullo del feticcio-moneta, la sua inconoscibilità come valore? È avvenuta non poca confusione.

Vediamo un poco. Da millenni gli uomini quando hanno bisogno di matematica usano due apparati, che si chiamano del discretum o del continuum. Domandarci se la natura è fatta (creata…) secondo il discreto o il continuo, non ha senso alcuno, trattandosi solo di vedere come meglio, in date fasi della sua vita fisica, la specie umana ha realizzato vantaggi usando, per dati complessi di rapporti materiali del circostante ambiente, i due utensili: il computo del discretum, il computo del continuum.

Non vediamo molto probante quindi il… bottone attaccato a proposito di un bottone della giacca, che ai nostri sensi appare fatto di un materiale continuo, ma che secondo la fisica moderna consta di invisibili molecole, queste di atomi, gli atomi di nuclei ed elettroni, i nuclei di protoni, neutroni, eccetera. Niente paura, nemmeno quelli della Confindustria portano bottoni di uranio, ma delle solite inerti pastiglie senza sale né pepe di radioattività. Vogliamo dunque anche scomporre il prezzo infimo del bottone in molecole economiche impalpabili, sebbene i ragazzini sul marciapiede si giochino bottoni, proprio perché sono la sola cosa che per essi non ha prezzo, e trovano ovunque senza moneta?

Anzitutto, se usiamo un apparato quantistico, o discreto, o di soli numeri intieri, avremo sì in gioco la legge del grande numero (che nella fattispecie non ci imbarazza, poiché se il tempo di lavoro, ad esempio, non consente di stabilire il prezzo di quel solo oggetto, consente sicura ricerca per milioni di simili oggetti presenti sul mercato…) ma non sarà più il caso che di parlare di grandezze finite: non infinite, né infinitesime. Tutto è misurato da un numero: questo non può essere più piccolo di uno, che è finito, e può essere grandissimo, ma sempre segnabile con una serie di cifre figurative. Quindi un tale infinitare non è, nella questione del valore mercantile, che farragine e spauracchio, checché sia dell’universo, e del bottone.

L’uso ad ogni modo dell’utensile matematico discreto non solo è antichissimo, ma precede l’altro: il postulato della continuità di Dedekind caratterizza la produzione sociale nell’epoca borghese. Ma era già apparso prima, con i grandi dialettici greci, e ciò con analogia alla possibilità di definire un capitalismo (certo un mercantilismo) nel mondo classico.

Pitagora concepisce ancora la linea geometrica secondo il discretum: è una fila di granellini invisibili di minutissima sabbia. Tra due punti (granelli) della linea deve esistere un numero finito (grande quanto si voglia) di punti intermedi. Pitagora applica il suo teorema al famoso triangolo del muratore: tre, quattro, cinque: tre metri su un lato, quattro sull’altro a squadro, cinque sulla diagonale. Si verifica nove più sedici venticinque (il più analfabeta dei muratori non verifica, ma fa così tracciando lo spiccato della casa). Ma se il triangolo fosse (senza andar lungi) tre e tre… la „ipotenusa“ non sarebbe più data da un numero esatto: questo avrebbe infinite cifre decimali. L’utensile pensiero dovette fare un grande balzo. I pitagorici erano ancora uno stadio precritico del pensiero della classe dirigente greca: si affidavano alla teosofia, alla trasmigrazione dell’anima; eccellevano nella musica che sommamente impiega matematica, ma con l’utensile discretum: rigidi numeri finiti danno le vibrazioni delle corde a unisono o intonate tra loro.

23. La freccia e la tartaruga

In una società teocratica può bastare a dirigere un popolo di agricoli la mistica e la musica, non basta in una società di artigiani avanzati ed in un certo senso di industriali (anche se con produzione schiavista e non salariata). Qui occorre misurare, pesare, definire misure e quantità di merci che si imbarcano per mercati lontani, sia pure ancora mediterranei.

Zenone va oltre Pitagora. Se la freccia, dall’arco del cacciatore alla mira, percorre sulla sua traiettoria tanti punticini, allora quando è in uno di essi è ferma, e non si muove, ma pure va da un capo all’altro. Ed allora: dimostrazione che il moto non esiste? Questa fu la banale lettura: il potente dialettico Zenone di Elea dimostrò invece che, dato che il moto esiste (poiché se fai i soliti dubbi sull’esperienza, ti faccio provare a configgerti la freccia nel deretano) necessita concludere che sulla traiettoria – finita – i punti sono infiniti, e che la freccia percorre spazi „evanescenti“ in tempi „evanescenti“, ma tuttavia il rapporto di questi spaziucoli a questi tempuscoli dà la velocità, concetto concreto e finito.

Tale l’atto di nascita dell’infinitesimo: col quale nacque (nella testa dell’uomo) l’infinito. I trenta metri di corsa della freccia li posso dividere in trenta appunto, in trecento decimetri, in tremila centimetri, in trentamila millimetri, ma ho anche imparato a dividerli in trattolini così corti, che la loro lunghezza è come nulla, e il loro numero va oltre tremila, trentamila, e tre seguito da mille zeri. Lietissimo to meet you; onoratissimo, signor Infinito. Ed io, homo sapiens.

Ora se l’economia fosse quantistica come Corrado mostra credere, non ci sarebbe motivo di applicarle, oltre al calcolo di probabilità e alla legge dei grandi numeri, anche l’algebra, la commensurabilità delle parti del valore, e il calcolo, apparato che germinò all’epoca borghese (Leibnitz, Newton) dal greco seme. Ed allora non ci sarebbe motivo di tanto rumore sugli infinitesimi di valore. Ma a noi interessa il calcolo infinitesimale solo come mezzo di trovare quantità finite nelle nostre formule sul capitale costante, il salario, il profitto, la rendita, come interessava a Zenone per qualche cosa di ben finito e concreto: la velocità della freccia.

Zenone è poi famoso per l’Achille, che nella versione di sofisma (la sofistica non fu pagliettismo ma un moto rivoluzionario e critico contro il tradizionalismo religioso e autocratico degli oligarchi) diceva: il piè veloce Achille non può raggiungere la tartaruga. La storiella è bellina. Achille parte handicap, ossia a mille metri dalla tartaruga. Fa i mille metri, ma quella davanti a lui ne ha fatti cento. Corre i cento, ma quella è a dieci. Vola i dieci, ma l’altra precede di un metro. Travalica il metro, ma quella è a dieci centimetri. Il ragionamento va all’infinito, ma la tartaruga sta sempre un certo che più avanti: ha vinto la gara. La soluzione è che sommando infiniti tratti corsi da Achille si ha una lunghezza finita ed esatta (se vi interessa è diecimila diviso nove, ossia metri 1.111, virgola uno, uno, uno…) dopo i quali la tartaruga è raggiunta. Tale lunghezza finita è la somma „di infinite piccole lunghezze“.

Tutto il ragionamento Confindustriale sulla eternità dello scambio vale il sofisma di Zenone (nella borghese lezione fasulla). Poiché la moneta e lo scambio sono eterni, l’Achille proletario non raggiungerà mai la tartaruga capitalista. L’economia matematica non ha integrata la questione, noi, con don Carlo, sì: tra poco la porremo allo spiedo.