Διεθνές Κομμουνιστικό Κόμμα

Il Programma Comunista 1957/2

Patti colonici: Stabilità da forca

Al fine di divertire l’attenzione italiana dalla crisi dell’esodo il partitone monta una delle sue ondate di campagne sulla questione dei patti colonici; inforca un altro dei suoi cavalli di eredità fascista: il blocco dei fitti della terra, vantando con questo di mirare al cuore della proprietà terriera.

Il colono che affitta un pezzo di terra dal proprietario legale per un canone in moneta, o in parte in natura, se la lavora e se il suo lavoro è solo di assoldare giornalieri e girare per i mercati grassi a sbettolare e metter pancia ogni giorno più, deve restare intangibile nella sua funzione anche se è il più bel campione di parassita sociale. Il contratto non può essere disdetto dal proprietario senza una giusta causa, e questo glorioso ipocrita principio deve diventare permanente.

Che razza di principio sia questo non è dato capire. Se la lotta centrale delle campagne deve consistere nell’andare a braccetto con l’imprenditore capitalista contro il proprietario fondiario, e non nel combatterli entrambi, nessuno potrà mai dare senso concreto alla differenza tra il diritto al possesso alla terra e la giustizia dei motivi con cui si ammette la casistica della sua restituzione da parte del fittavolo.

Si tratta della solita bassa demagogia per cui prendere i voti del ricco mezzadro e colono è tanto comodo quanto captare quelli del lavoratore povero della terra.

Nei capolavori di asineria che sono i voti dei sindacati “comunisti” si lega questa insulsa frase fatta “giusta causa permanente”, che significa intangibilità del diritto fondiario salvo una mora contrattuale d’imperio statale, ad una rivendicazione non meno frase-fattizia: la stabilità sulla terra e nel lavoro. E dalla stabilità sulla terra alla proprietà di essa non vi è che un passo, anzi è la stessa cosa: sindacati e comitati di partito chiedono apertamente l’accesso del lavoratore alla proprietà della terra.

Fino a che il grande capitale industriale e finanziario domina la società l’uomo che lavora può essere stabile sulla terra solo come stabile bestia da soma.

La politica agraria – e del resto anche quella industriale – del partito stalinista non ha nessun senso di passaggio dal capitalismo al socialismo, ma è decisamente retrograda nel cammino stesso della società borghese.

Il Manifesto di Marx tracciò l’epopea del ciclone con cui il capitale aveva lanciato in giro per il mondo geografico e sociale le masse lavoranti senza poter scorgere e frenare le conseguenze lontane di questo vortice centrifugo da cui uscirà la rivoluzione operaia mondiale.

I traditori di oggi con la formula infame della stabilità, così puzzolente che l’ultimo dei riformistoni di mezzo secolo addietro ne avrebbe inorridito, lavorano per il rinculo della tecnica agricola in un manutengolismo di Stato ad un contadiname bigotto e chiesista candidato ai macelli di guerra, gli pongono come ideale non la società che non commerci più terra e la porti in alto alla comunione dell’opera fecondatrice sui milioni di ettari, apologizzando in modo schifoso la nuova servitù della gleba, con un “patto” legale più vile della “accomandita” del villano al nobile – che in guerra ci andava lui – di mille anni fa.

L'imperialismo delle portaerei

L’imperialismo, nel suo aspetto generale di conquista e dominazione di organismi politici ed economici, da parte di un centro statale superiore, non è fatto esclusivo del capitalismo. A prescindere dal loro contenuto sociale, esistono numerosi tipi dello stesso fenomeno storico: un imperialismo asiatico, un imperialismo greco-romano, un imperialismo feudale e finalmente un imperialismo capitalista. Agli operai rivoluzionari interessa, soprattutto, la differenza sostanziale che distingue l’imperialismo capitalista dal suo contrapposto storico, e cioè l’imperialismo feudale.

Sempre tacendo le altre differenze fondamentali, l’imperialismo feudale e l’imperialismo capitalista si distinguono nettamente in quante l’uno si manifestò in costruzioni statali che avevano un fondamento territoriale e terrestre, mentre l’altro si presentò sulla scena storica soprattutto come dominazione mondiale fondata sulla egemonia navale, e quindi sul dominio delle grandi vie oceaniche. Sotto il feudalesimo, poteva esercitare una funzione imperialistica il potere statale che disponeva del primato militare terrestre; sotto il capitalismo, invece, che è il modo di produzione che ha portato ad altezze inaudite la produzione di merci ed esasperato fino all’inverosimile i fenomeni del mercantilismo già insiti nei precedenti modi di produzione, l’imperialismo è connesso al primato navale, oggi divenuto primato aeronavale.

Imperialismo capitalista è anzitutto egemonia nel mercato mondiale. Ma, per conquistare tale supremazia, non bastano una possente macchina industriale e un territorio che le assicuri le materie prime. Occorre una grandissima marina mercantile e militare, cioè il mezzo con cui controllare le grandi vie intercontinentali del traffico commerciale. Gli avvenimenti storici mostrano infatti come la successione nel primato imperialista sia strettamente legata, in regime di mercantilismo capitalista, alla successione nel primato navale.

La decadenza della Repubblica veneta, che assurse a grande potenza e splendore all’epoca delle Crociate, prese inizio dalla perdita del monopolio del commercio tra l’Asia e l’Europa. Il traffico intercontinentale si svolgeva, parte per via mare, e cioè nel Mediterraneo e nel Mar Rosso, parte per via terra. Infatti, non esistendo un canale che tagliasse l’istmo di Suez, bisognava trasbordare le merci portate dalle navi che attraccavano ai porti della costa egiziana del Mar Rosso, su traini terrestri e fluviali che assicuravano il collegamento coi porti mediterranei, tra i quali primeggiava Alessandria.

La scoperta dell’America aveva resi il Portogallo e la Spagna padroni di vasti imperi coloniali, i primi nella storia dell’imperialismo moderno. Veri precursori dell’imperialismo del tipo statunitense, i Portoghesi non si preoccuparono della occupazione di grandi territori, badando soprattutto a impossessarsi dei passaggi obbligati del traffico mondiale. Nell’ambito di tale grandioso piano, era indispensabile conquistare l’egemonia nell’Oceano Indiano, ponte di passaggio tra i continenti più progrediti dell’epoca: l’Europa e l’Asia. Avvenne così che, partendo dalla Colonia del Capo, conquistata nei primi anni del ‘500, essi misero le mani su Ceylon e su Malacca, spingendosi fino all’arcipelago della Sonda, e più tardi in Cina, dove occuparono Macao. Ma il colpo che ferì mortalmente la supremazia veneziana fu l’occupazione portoghese dell’isola di Socotra e dello stretto di Ormuz, situati rispettivamente all’ingresso del Mar Rosso e del Golfo Persico. In tal modo, le antiche vie d’acqua e di terra del commercio euro-asiatico furono interrotte, e le navi che tentavano di violare il blocco portoghese spietatamente colate a picco. Allora la Repubblica di Venezia e il Sultano d’Egitto, per salvare gli interessi comuni, strinsero alleanza contro i nuovi padroni dell’Oceano Indiano, ma la flotta alleata fu sconfitta nella battaglia di Diu (1509).

Il risultato finale della lotta fu che il traffico intercontinentale venne deviato sulle rotte atlantiche, per cui Lisbona divenne il centro del commercio mondiale e la capitale della maggiore potenza imperialistica dell’epoca, mentre Alessandria decadde rapidamente. La Repubblica di Venezia, ad onta del formidabile colpo, riuscì bensì a durare a lungo, ma il suo primato imperialista era ormai perduto.

La storia successiva non si svolse in maniera diversa. Essa dimostra che l’imperialismo borghese è l’imperialismo delle flotte, perché il suo regno è il mercato mondiale. Chi possiede l’egemonia mondiale nel campo navale si abilita all’egemonia nel campo del commercio mondiale, che è il vero fondamento dell’imperialismo capitalista. Due guerre mondiali provano come l’imperialismo degli eserciti ceda inevitabilmente il terreno all’imperialismo delle flotte. Due volte potenze terrestri come gli Imperi Centrali e l’Asse nazi-fascista si sono misurate con le potenze anglosassoni, superiori nel mare e nell’aria, e due volte sono uscite dal conflitto totalmente sconfitte.

La seconda guerra mondiale ha presentato un fatto nuovo, ma che si spiega con le secolari leggi di sviluppo dell’imperialismo. Infatti, non solo le potenze terrestri hanno riportato un’assoluta sconfitta, ma anche una potenza del campo a loro avverso – la Gran Bretagna – è uscita disfatta dall’immane lotta, e non per capacità distruttiva del nemico, ma per superiore potenzialità navale e commerciale del maggiore alleato: l’America. Per la Gran Bretagna, la Seconda Guerra Mondiale, quanto ad effetti provocati nell’equilibrio navale mondiale, doveva rappresentare quello che per la Repubblica di Venezia rappresentò la battaglia di Diu. Infatti l’Inghilterra non può certo dirsi distrutta, ma il suo primato navale e la sua egemonia sono definitivamente tramontate. Il declassamento della flotta ha comportato la disgregazione dell’impero coloniale britannico che appunto la flotta teneva unito.

Oggi è l’epoca dell’imperialismo americano. Non a caso gli Stati Uniti hanno ripetuto a danno dell’Europa la manovra strategica inaugurata dai Portoghesi nel secolo XV. Sbarrando la via d’acqua del traffico commerciale Europa-Asia (sappiamo tutti che il Canale di Suez non sarebbe stato bloccato se Nasser non avesse goduto dell’appoggio statunitense contro l’Inghilterra), gli Stati Uniti hanno preso per la gola l’Europa e definitivamente distrutto le residue tradizioni imperialistiche britanniche. Sappiamo che cos’è l’imperialismo del dollaro: esso non occupa territori, anzi “libera” quelli su cui grava ancora la dominazione colonialista e li aggioga al carro della sua onnipotenza finanziaria, sulla quale veglia la flotta aeronavale più potente del mondo. L’imperialismo americano si presenta come la più pura espressione dell’imperialismo capitalista, che occupa i mari per dominare le terre. Non a caso la sua potenza si fonda sulla portaerei, nella quale si compendiano tutte le mostruose degenerazioni del macchinismo capitalista che spezza ogni rapporto tra i mezzi di produzione e il produttore. Se la tecnica aeronautica assorbe i maggiori risultati della scienza borghese, la portaerei è il punto di incontro di tutti i rami della tecnologia di cui va orgogliosa la classe dominante. Coloro che sono abbacinati dall’imperialismo russo fino a dimenticare la tremenda forza di dominazione ed oppressione della potenza statunitense, rischiano di cadere vittime delle deviazioni democratiche e liberaloidi che sono il peggiore nemico del marxismo. Non a caso la predicazione liberal-democratica ha il suo pulpito maggiore nella sede del massimo imperialismo odierno. Essi non vedono come la Russia, il cui espansionismo si svolge tuttora nelle forme del colonialismo (occupazione del territorio degli Stati minori), è ancora alla fase inferiore dell’imperialismo, l’imperialismo degli eserciti, cioè il tipo che per due volte è stato sconfitto nella guerra mondiale. Dicendo ciò, non si cambia una virgola alla definizione che diamo della Russia: Stato capitalista. Si constata un dato di fatto. Tutti gli Stati esistenti sono nemici del proletariato e della rivoluzione comunista, ma la loro forza non è eguale. Quel che conta soprattutto per il proletariato, il quale vedrà coalizzarsi contro di lui tutti gli Stati del mondo appena si muoverà per conquistare il potere, è prendere coscienza della forza del suo più tremendo nemico, il più armato di tutti e capace di portare la sua offesa in qualunque parte del mondo. L’imperialismo a forza prevalentemente terrestre fu proprio del feudalesimo. Ciò non vuol dire che le potenze imperialistiche che dispongono di una limitata potenza navale tramandino tradizioni feudali, giacché, se questo fosse vero, il Giappone avrebbe raggiunto all’epoca della Seconda Guerra Mondiale un livello capitalista superiore a quello toccato dalla Germania, visto che la flotta nipponica era più agguerrita di quella tedesca. Vuol dire soltanto che, nel confronto delle potenze imperialistiche, o aspiranti all’imperialismo, è al primo posto la potenza che possiede la flotta più grande. È questa che, ai fini della conservazione e repressione capitalista, riveste un’importanza maggiore. Orbene, quale potenza mondiale può oggi svolgere operazioni di polizia di classe in qualsiasi parte del mondo, se non quella che possiede la maggior forza e mobilità? La Russia, dunque? No, anche se gli avvenimenti ungheresi sembrano averle consegnato il diploma di primo gendarme della controrivoluzione mondiale. Invero tale compito può essere svolto unicamente dagli Stati Uniti, cioè dall’imperialismo delle portaerei. Per essere precisi: delle cento portaerei.

La marina da guerra degli Stati Uniti dispone attualmente di ben centotré navi portaerei, sulle quali possono far base – scrive Il Tempo – cinquemila aeroplani,* compresi velivoli a reazione e bombardieri di medio raggio, e varie centinaia di elicotteri. Fra alcuni mesi i cantieri navali di New York e Newport consegneranno alla US Navy altre tre grandi portaerei: la Ranger, la Indipendence e la Kitty Hawk. Un’altra dello stesso tipo (classe Forrestal) è stata ordinata ai cantieri di New York. Queste navi, attualmente le più grandi esistenti nelle marine militari del mondo, sono lunghe 315 metri, dispongono ognuna di 100 aeroplani, possono raggiungere la velocità di 35 nodi ed hanno a bordo 3.360 uomini di equipaggio e 466 ufficiali. Quanto è costata la Forrestal? Duecentodiciotto milioni di dollari, pari a centotrenta miliardi e ottocento milioni di lire. Queste unità saranno superate in dimensioni e caratteristiche dalla superportaerei della classe CVAN (Nuclear Attack Aircraft Carriers) che dislocherà 85 mila tonnellate (dinanzi alle 60 mila delle Forrestal) avrà un ponte di volo lungo circa 400 metri e, azionata da otto turbine ad energia atomica, raggiungerà una velocità e un’autonomia finora mai conosciute da alcuna potenza navale. Per finire, le superportaerei della classe CVAN saranno dotate di missili radiocomandati. E figurarsi che cosa tenderà a divenire questa macchina di dominazione e di guerra – col po’ po’ di bilancio per la difesa annunziato da Ike – ora che gli USA non solo promettono aiuti economici al Medio Oriente, il quale prima o poi dovrà accettarli, ma cortesemente si offre di difenderli caso mai chiedessero (richiesta… su comando) il loro benevolo aiuto militare!

La storia non ha mai visto una potenza così spaventosa, permanentemente in agguato nei mari. L’imperialismo delle portaerei è l’ultima tremenda risorsa della dominazione di classe che non intende perire. Con esso la rivoluzione proletaria dovrà combattere la battaglia decisiva. Assumono così una chiarezza folgorante le tesi leniniste sulla rivoluzione mondiale, e cadono miseramente le traditrici pseudo-dottrine delle “vie nazionali al socialismo”. La borghesia non si può abbattere nazione per nazione, Stato per Stato, ma solo attraverso la rivoluzione dei continenti e l’abbraccio insurrezionale dei proletariati al di sopra delle frontiere.

Quale garanzia di durata avrebbe uno Stato rivoluzionario del proletariato sorto in una parte qualsiasi del mondo, ove l’imperialismo americano fosse in grado di maneggiare dagli oceani le sue spaventose armi di distruzione? Per schiacciare la potenza repressiva del capitale occorrerà che il proletariato si rivolti in armi alla scala mondiale contro la classe dominante. Esiste allora una sola “via” al socialismo: quella internazionale ed internazionalista.

L’imperialismo americano, con le sue cento portaerei, non monta la guardia soltanto alla propria sicurezza nazionale. Esso monta la guardia al privilegio capitalista in ogni parte del mondo, dovunque il proletariato rappresenti una minaccia alla conservazione borghese Perché mai, di fronte alla classe nemica che unifica la sua difesa, il proletariato dovrebbe frazionare le proprie forze nell’ambito delle varie nazioni? La superba flotta navale americana, che oggi terrorizza il mondo, diventerà un ammasso di ferrivecchi se il vulcano della Rivoluzione riprenderà ad eruttare. Ma bisognerà che l’incendio, si appicchi alle nazioni e ai continenti: all’Europa, all’Asia, all’Africa, ma soprattutto all’America. Vedremo allora che cosa diventa una super-portaerei atomica quando l’equipaggio innalza la bandiera rossa.

Non ci nascondiamo affatto che occorrerà attendere non poco per vederlo. Ma siamo certi che non si riuscirebbe a vederlo né presto né tardi se le avanguardie del proletariato non acquisissero un’esatta nozione dell’imperialismo capitalista.

* Le cifre riportate non sono realistiche. In realtà gli Stati Uniti avevano a quell’epoca una dozzina di portaerei negli hangar delle quali era stipato un migliaio di aerei al massimo.

Inni al sole

Il «caso Reale» ha dato la stura, in tutti i settori della stampa non-togliattiana, ai più frementi inni alla libertà, alla democrazia, alla civiltà borghese e via dicendo, finalmente vittoriose sul … marxismo. Ma, fra tutti gli inni, quello più divertente è stato sciolto da Oreste Mosca sul «Corriere Mercantile» di Genova del 3-1: un inno al sole del padronato italiano di cui gli operai riceverebbero i dolci e facondi raggi. Si freghino gli occhi gli operai, e leggano come la benefica opera dei grandi industriali avrebbe agito sulla coscienza del «ribelle» napoletano, già manipolatore dei traffici oltre cortina per conto del PCI.:

«Tu – scrive l’articolista rivolto all’espulso – a contatto con gli operatori economici, hai avuto occasione di constatare come ogni modesto capo di azienda faccia per i suoi operai molto di più di mille organizzatori comunisti; e non parliamo dei casi di formidabili imprese, come i Valletta, i Faina, i Valerio, i Cini, i Pirelli, gli Olivetti, i Marzotto, i Fassio, i Lauro, i Marinotti, i Motta, i Piaggio che si preoccupano di dare lavoro in continuazione a decine di migliaia di operai, che sanno guadagnare denaro costruendo, fabbricando, esportando, mandando merci o navi per tutte le terre e i mari del mondo sovraccaricandosi di infinite preoccupazioni, sicché alla fine perdono il sonno e l’appetito, e questo denaro da essi guadagnato ad altro non serve che ad allargare sempre più il mondo del lavoro, a dare possibilità ad altri milioni di uomini di avere una casa, un pane assicurato, un lavoro continuativo. Si possono limitare i benefici dei raggi del sole? Essi beneficano tutti. Così è della vita degli affari, che, quando è prospera, benefica tutti».

Chiaro, no? Potremmo vivere, senza chi ci dà il pane rinunziando al sonno e all’appetito?  Potrebbe vivere, la società, senza capitani di industria così cristianamente munifici? No di certo, Reale o chi per lui ha quindi un compito ben definito:

«Far capire agli umili che tutto il socialismo compatibile con la natura umana realizzabile nello stato attuale dell’economia italiana è da tempo attuato: che il «furto» creato dal plusvalore in danno degli operai è una favola perché la legislazione sindacale ci protegge tutti (anche me, direttore di giornale) contro i «padroni» e che soprattutto non esistono contrasti insanabili, tra operai e imprenditori, non esiste una stupidissima lotta di classe eterna, perché nel mondo contemporaneo, ognuno può giocare le sue carte, se ha volontà di lavorare, studiare e risparmiare, e i privilegi, gli ingiusti privilegi della nascita, sono continuamente minati e quasi ridotti al lumicino».

E allora non resta. per un medico-chirurgo come il «mio caro Eugenio» che estirpare «il bubbone marxista dal movimento operaio italiano» e creare «un grande partito operaio moderno, che non attenda miracolosamente la catastrofe dell’economia capitalista (che non avverrà mai) e che si porti invece sul terreno delle concrete realizzazioni, allenando i lavoratori più capaci e più intelligenti a diventare tecnici e capi delle aziende in un non lontano domani».

Attendiamoci dunque da Mosca o da Reale il socialismo dei padroni (magari dei proletari allenati a divenire capi d’azienda) e, messa la cuffia da notte, anticipiamo il «non lontano domani» in cui finalmente gli operai capiranno che in fabbrica non faticano ma … si godono il sole.

Struttura economica e sociale della Russia d’oggi Pt.29

Parte II – Sviluppo dei rapporti di produzione dopo la rivoluzione bolscevica

139. Rassegna delle cifre

I fondamentali dati svolti, relativi alla popolazione russa e alla variazione della sua composizione sociale, in quanto si riferiscono direttamente ai motivi di base della propaganda apologetica dell’URSS, meritano che vi si ritorni sopra, prima di proseguire, con una rielaborazione più attenta che risparmierà a noi e ai compagni che leggono uno dei tanti errata-corrige che valga a rimediare a qualche incongruità rimasta tra la massa delle cifre. Soprattutto ciò è necessario per mostrare quanto siano dubbi certi risultati che vengono, con una non disprezzabile pianificazione centrale, fatti avanti ad ogni momento: mentre noi non possiamo far altro – né altro sarebbe utile fare – che operare sulle risultanze della statistica russa “ufficiale”, compendiate in ispecie nell’ultimo “annuario”, senza fermarci a vedere quanto siano diverse le cifre date o presunte che figurano nei vari annuari non russi, statali o di enti internazionali.

La scena delle classi è in Russia cambiata in quarant’anni (è la tesi del Cremlino) così nettamente da non aver paragone nel mondo, anzi in nessun quarantennio di un grande paese del mondo. Questo scatto da gigante è quantità che diventa qualità, è vittoria rivoluzionaria, è socialismo.

Si sa che in questo lavoro noi rispondiamo: il cambiamento c’è, una vittoria rivoluzionaria c’è: è il socialismo che abest, che non risponde presente!

Ci corre dunque almeno l’obbligo di provare che tutti gli scatti miracolosi rinnovano quelli di un fenomeno che ha già riempito mondo e storia: la rivoluzione capitalista dei grandi paesi. In dati settori vi è anzi molto di meno, di ritardatario. Quei movimenti nei numeri non sono quelli che non una nazione ma un insieme internazionale vedrà, quando la rivoluzione strutturale mostrerà in che cosa il socialismo capovolge il capitalismo, come la dottrina già conosce.

I principali salti storici di cifre che la russa apologetica avanza sono i seguenti: aumento della popolazione – aumento dell’incremento di popolazione – diminuzione drastica della mortalità – natalità più alta che negli altri paesi – aumento assoluto e relativo della classe industriale – aumento della popolazione urbana, diminuzione della rurale – diminuzione assoluta e relativa della classe agraria.

Intendiamo riguardare con una certa calma come stanno le variazioni quantitative in rapporto a quelle del passato e del presente dei paesi che – a dire di tutti: partiti borghesi, Cremlino, e… noi – è pacifico siano capitalistici. Ed in rapporto a quella che è la teoria marxista della società socialista, nella quale a fine didattico ci spingiamo a profetizzare quale dovrà essere – o noi siamo fessi forte – la meteorologia statistica:

Indici della produzione agraria e industriale sensibilmente costanti ed uguali a quelli della popolazione – indice crescente della produttività del lavoro e indice decrescente in proporzione inversa del tempo di lavoro – mortalità bassa tendente a maggiore equilibrio tra l’età giovane e l’adulta e limitata al 10 per mille annuo – natalità sul livello del 15 per mille annuo – incremento di popolazione basso e di circa il 5 per mille annuo.

Questa società immaginaria in cui fosse avvicinato il limite della vita biologica a quello della possibilità produttiva, e quindi non troppo vecchia né troppo giovane, non è tratta come un ideale dai complicati calcoli della demografia matematica, ma è fatta per dare un’idea della rinnovazione delle generazioni in un supposto flusso normale, che segua l’epoca delle catastrofi. Essa è tale che 1000 abitanti sono 1160 dopo 30 anni, 1350 dopo 60, 1570 dopo 90. Allora ne saranno nati 1740 e morti 1140, ossia non vi saranno sopravviventi troppo vecchi, di massima.

Inoltre i fenomeni migratori da una parte all’altra del globo dovranno essere di tale vastità da avvicinare la densità locale alla densità optimum, o capacità della terra di ospitare uomini viventi.

La società borghese ha bisogno di un “proletariato” perché ha bisogno di far nascere molti, di uccidere molti, di far progredire popolazione e produzione decisamente, fino a grandi intervalli di distruzione compensatrice.

140. Curva demografica russa

Passando dunque ancora una volta in rassegna le cifre, stabiliamo le variazioni della superficie territoriale russa.

Questa era nel 1914 di 22,3 milioni di kmq. La prima guerra mondiale ebbe per effetto la formazione a spese della Russia di vari Stati indipendenti: Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia (parte già russa) e la superficie scese a 21,5 milioni di kmq. Naturalmente non teniamo conto delle transitorie occupazioni straniere dopo la rivoluzione del 1917.

I recuperi cominciarono nel 1939 con l’annessione di parte di territori della Polonia, spartiti con la Germania, e l’incorporazione delle tre repubbliche baltiche, della Bessarabia e Bucovina del nord tolte alla Romania, dell’Ucraina occidentale, di una parte della Carelia finnica: e la superficie salì a 21,6 milioni di kmq. Scoppiata la guerra con la Germania enormi territori furono invasi, ma dopo la sconfitta finale di questa nel 1945 il territorio russo divenne pressoché uguale a quello zarista, misurando 22,4 milioni di kmq.

L’aumento dipende dalla consolidata annessione ad occidente anche a carico della Germania (Prussia orientale) e della Polonia, e ad alcune minori annessioni in Estremo Oriente (Sahalin e Curili).

Rispetto alla situazione prebellica la Polonia ha dato 0,19, le tre repubbliche baltiche 0,16, la Finlandia 0,05, la Romania 0,05, il Giappone 0,05. Altri vantaggi territoriali sono a carico della Turchia e dell’Asia centrale.

Difficile definire le contrazioni minime del 1919 e del 1943. Due commissariati del Reich hitleriano giunsero ad amministrare (Ostland ed Ucraina) oltre un milione di chilometri quadrati.

Tenendo presente la superficie si possono così sintetizzare le variazioni della popolazione. Al 1913 sotto lo zar 159 milioni. È bene notare che di tale popolazione ben 120 milioni erano nella Russia europea. Quindi la densità generale era allora come ora molto variabile; mentre risultava di 7 abitanti per kmq, era nella Russia europea 21,6, nell’asiatica 2,3 appena.

Il primo dato della popolazione dopo le rovine della guerra mondiale e della guerra civile si ha per il 1926: 147 milioni, ma certo non fu il minimo. Contro le enormi perdite giocava un aumento di popolazione, che come vedremo è dato nel 1913 del 17 per mille e nel 1926 del 24, il che vorrebbe dire tra 2,7 e 3,4 milioni di abitanti all’anno! Ci accontenteremmo di due milioni: nel 1926 la popolazione avrebbe dovuto salire nello stesso territorio a 159 + 26 ossia 185 milioni. Ammesso che i territori perduti all’ovest avessero allora 15 milioni dì abitanti, riduciamo a 170 milioni. La perdita di vite umane risulterebbe di 23 milioni: ma si vede che la cifra è molto incerta.

Dai 147 milioni del 1926 si prende a risalire. Nel 1939 prima di ogni annessione si era, nei dati dell’annuario russo, a 170,6 con l’aumento di 23,6 milioni in 13 anni; media bruta meno di due milioni all’anno, che giustifica la deduzione di poc’anzi.

Le annessioni consentono un balzo. Sono 12 milioni in Polonia, 3 in Romania, 5 e mezzo nelle repubbliche baltiche, poco altrove: si possono accettare 21 milioni e si va a 191,7, popolazione data per l’inizio del 1940.

Questa conquista di popoli sarà pagata a caro prezzo con la terribile emorragia della seconda guerra mondiale, che viene calcolata all’estero in 17 milioni di uomini. I russi non ci danno cifre che al 31-12-1949 e la cifra risulta, dopo vari anni dalla totale rioccupazione, e in territori ulteriormente accresciuti, di 180,2 milioni. Nel decennio si sono perduti 11,5 milioni di abitanti. Ma poiché l’ulteriore annessione ad ovest rispetto al 1940 ha dato 1,4 milioni, la perdita sale a 12,9. Ammettiamo che demograficamente si dovesse crescere ancora non di due milioni ma solo di uno all’anno: sarebbero altri 10 milioni che mancano, e in tutto la guerra ne ha fatti perdere (almeno) 22,9, ben più dei 17 ritenuti in occidente.

Noi dunque ignoriamo l’altro minimo del 1945, che subito dopo la riannessione dovette essere di circa 170 milioni. I russi danno per il 1950 un incremento demografico del 17 per mille e dunque di 3 milioni annui; nei quattro anni e mezzo dalla fine della guerra sono 13 e mezzo che tolti dai 180 danno anzi 166 e mezzo, meno di quanto sopra dedotto.

Ricomincia la salita. Alla fine degli anni 1950-51-52-53-54-55-56 ci si danno le cifre: 183,2 – 186,4 – 189,6 – 192,6 – 196 – 199,4 milioni e infine all’aprile 1956, 200,2. Il passo è di 3,0 a 3,4 milioni annui.

141. Natalità e popolazione

Poiché ogni confronto sugli estremi della serie di 43 anni sarebbe ingiusto per la Russia, in quanto non terrebbe conto delle due cadute di due volte 23 milioni di uomini, gettati nel rogo della gloria e dell’infamia del mondo umano, diremo solo di passaggio che la salita della popolazione in 43 anni da 159 a 200 milioni ossia del 26 per cento sarebbe con quei 46 milioni di morti del 57 per cento.

Il 26 per cento in 43 anni non è infatti per nulla un fenomeno nuovo. In Italia gli stessi 43 anni hanno dato (a pari territorio) circa il 35 per cento, ed i 43 precedenti, dal 1860, il 45 addirittura. In America (USA) in un quarantennio abbiamo questi sbalzi di popolazione: 1910-1950, 65 per cento. 1870-1910, 132 per cento. 1830-1970, 210 per cento. 1790-1830, 230 per cento.

Vediamo ora la stessa Russia (europea), andando a ritroso dal 1914; 1850-1910, 70 per cento; 1815-1851 (solo 36 anni), 50 per cento; 1762-1796 (34 anni), 89 per cento.

Abbiamo scelto paesi nelle più diverse condizioni, aperti all’immigrazione, all’emigrazione, e chiusi in se stessi. Il 26 per cento effettivo, e il 57 per cento molto ipotetico, non raccontano nulla di meraviglioso: tanto meno che la Russia moderna, per sbalordire i borghesi, abbia piantato in faccia a loro il socialismo. Quanto a noi, ci ha sbalordito perché ci ha sputato sopra.

Per mettere dunque da parte gli effetti di guerre, di rivoluzioni, e di migrazioni positive e negative, guardiamo la marcia demografica, l’eccesso dei nati sui morti, e vediamo se qui vi sia il miracolo.

Dal 1913 al 1955, ci si dice, la natalità russa è diminuita, ma si tiene ad un ritmo elevato rispetto al mondo capitalista. Prendiamo i dati russi. Nel 1913 il numero dei nati ogni mille abitanti era enorme: 47. Nel 1926, 44. Per il 1940 ci viene dato il 31,7, per il 1950 il 26,5, e da allora resta stazionario: oggi è 25,6.

Confrontiamo coi dati italiani. Il 1902 ci dette 33,4. Negli anni della guerra si scese a 18. Nel 1920 si riprese col 32,2 e si riprese a scendere lentamente; 1938: 23,8. La guerra fece scendere nel 1945 a 18,3 e poi vi fu una ripresa: 23 nel 1946, ricominciando a scendere fino a 17,5 nel 1953. Nel 1954 si è avuto 18,0. Lo scarto 1913-1954 (tra 31 e 18) che in Russia è del 100 a 57, in Italia è stato del 100 al 58. Che di mirabolante in quel di Russia? La natalità scende, fatto di tutto ilmondo moderno borghese.

Una discesa analoga è di tutti i paesi. L’Inghilterra, tra il 1920 e il 1954, è scesa da 21,7 a 15,6. La Francia è scesa poco, perché ci aveva pensato prima. I dati tedeschi mancano. La Spagna da 30 a 20. La Svezia da 20 a 15. Si potrà dire che in Europa oggi pochi paesi battono il 25,6 russo; infatti solo la Jugoslavia con 28,4 e… Malta con 28,1 (annuari ONU). Ma gli Stati Uniti? Qui vi è il fatto strano, e non in Russia: non ci viene certo in mente di scoprirvi socialismo!

Dal 1920-24 al 1930-34 la legge generale vige: da 22,8 a 17,6. Ma poi si sale significativamente: nel 1950-54 si è da 23,5 a 24,9. Effetto di troppa prosperità alla faccia dei fessi, e di prosperità tipicamente cafona-primitiva. Comunque la rata di natalità pareggia la vantatissima di Russia: mentre questa tra quei cinque anni scade del 3 per cento, l’americana sale del 6. Un anno o due e la “Coppa Emulazione” passa l’Atlantico. Forse l’ha già passata al 1956.

Che fanno gli asiatici? Dal 1920 ad oggi il capitalista Giappone va da 35 a 20: carte in tutta regola. E la Cina? Peccato, sappiamo solo che la feudale Formosa va da 41,8 a 44,5. Un dato da Russia zarista. L’India da 33 a 24,8 nel 1952. Il Sud America non dice nulla di nuovo. Altro esempio di bidonatore del pianeta: Venezuela, da 29,9 a 46,8. L’Australia da 24,4 a 22,5. La Nuova Zelanda, paese originale e ricco, da 18,1 a 25,8, contro la regola. Il Canada secondo la curva statunitense, e non quella britannica.

Nella rata assoluta odierna, quali Stati non selvaggi battono la Russia? Il detto Canada con 28,7, quelli dell’America centrale (di molto), il Messico, quasi tutto il Sud America (sono in genere paesi a bassa densità come la Russia), tutti gli Stati dell’Asia, Medio Oriente escluso.

142. La morte ripiega

I dati della mortalità sono decantati come più impressionanti. Certo non è poco scendere dal 30,2 del 1913 all’8,4 del 1955. In 43 anni la mortalità si riduce del 27,8 per cento. Nel 1926 la rata per mille aveva già ceduto al 20,0. Nel 1940 era 18,3, nel 1950 è già 9,6. Naturalmente sono dati di anni non di rovina.

Quali le corrispondenti rate italiane? Nel 1901 la nostra rata di mortalità era del 22 per mille. Nel 1913 del 18,7. Nel 1954 è stata dell’ordine di quella russa, ossia 9,1 per mille. La riduzione in quei 41 anni è stata del 48 per cento.

La diminuzione della mortalità dovuta anche ai progressi della medicina è altro fatto moderno generale, sul quale naturalmente influiscono anche il clima e la situazione economica. Altro fattore che indiscutibilmente aggrava la mortalità è l’alta densità territoriale e l’urbanesimo, quando non vi corrisponda alto tenore economico (esempio Italia meridionale, Spagna, Cina, ecc.).

Nella Russia zarista la popolazione lottava contro un clima sfavorevole e una miseria inaudita. Ma aveva a suo vantaggio un solo dato: la bassa densità. Questa giocava nelle città e nelle campagne: nel 1913 la popolazione urbana era il 19 per cento del totale.

È indiscutibile che la costruzione di una struttura sociale del tipo capitalista moderno ha potuto avanzare in Russia più nel campo dei servizi generali che in quello stesso economico tecnico, ed è da ritenere giusto questo vanto: il numero dei sanitari è ben dodici volte di più che nel 1913. Questo è un diretto risultato di ogni economia statizzata, del capitalismo di Stato, e altrettanto per branche analoghe. E questo fattore ha anche controbattuto gli effetti dell’urbanesimo e della carenza di alloggi, fatto comune all’Italia, che lo ha pure sormontato.

Ma che cosa è della mortalità nel resto del mondo? In Europa vari paesi hanno un tasso di mortalità più basso dell’ufficiale 8,4 russo, e non molti sono al di sopra dell’italiano 9 per mille circa, e non di molto. L’Olanda dà 7,5. La Norvegia 8,4. Il dato peggiore di grandi paesi è il 12 della Francia, sempre tuttavia migliore del 17,4 del 1920.

Dati favorevolissimi hanno le popolazioni bianche soggiornanti in Africa: fino al 4,6, 4,8, 4,7 nell’Unione Sudafricana. In America, il Canada ha meno della Russia: 8,2, e così alcuni paesi del Centro America. Una rata pari alla russa la dà l’Argentina. L’Asia ha rate basse ovunque o quasi (si ignora la Cina). Il Giappone ha 8,2, meno della Russia, e… Formosa l’8,l. Il Giappone, scendendo dal 23 del 1920-24, è andato da 100 a 35,4 in 32 anni, il che passa il 100 a 28 in 43 anni, accampato dai russi. Minime le rate del Medio Oriente tutto: intorno a 5. In Oceania abbiamo i principali paesi sulla rata italiana del 9, e alcune popolazioni bianche di paesi di colore a rate infime, come in Africa.

La bassa mortalità dunque, ed anche la rapida diminuzione della mortalità, che sarebbe facile avere a velocità molto più forti con indagini nelle statistiche del secolo scorso, di cui non disponiamo, non vale dunque per nulla a stabilire che in Russia si sia ottenuta in quanto si sia passati ad un’originale e particolarmente feconda, redditizia forma economica. La demografia della Russia segue le leggi dei modi di produzione storici, e si viene ad adagiare su quelle note della forma capitalistica più squisita.

143. L’incremento di popolazione

Considereremo solo l’incremento naturale, ossia l’eccedenza di nascite sulle morti, degli statistici, ben sapendo che per la Russia come complesso non hanno giocato fenomeni migratori, anche se si deve ritenere che alcune aliquote di abitanti siano state trasferite dai paesi confinanti di “democrazia popolare”.

Comunque l’elaborazione ufficiale sovietica palesemente ha coordinato i tassi di incremento demografico con le cifre di popolazione totale riferite ai vari millesimi.

La rata di incremento naturale è sempre alta. Lo era già nel 1913: 16,8, e sarebbe quasiidentica all’attuale: 17,2. Dunque non è con questo “pezzo” per fuochi artificiali che si può presentare la Russia di oggi cambiata dal nero al bianco!

Comunque il fenomeno interessa troppo per non parlarne. Noi intendiamo sostenere che sono gli elementi antisocialisti che in una struttura sociale tengono alto il tasso di incremento naturale. Tra questi sono la presenza di economie familiari, ed in genere di collegamento famiglia-azienda, su cui gravita tutta la campagna russa, ed il vigere dell’istituto familiare monogamo che – ma chi se ne ricorda oggi? – una volta anche un socialista da tre soldi descriveva come superato nella sua società, e il Manifesto dimostra come già minato nell’economia capitalistica pura. Poi vi è la pressione per “produrre produttori” che nasce dalla spinta all’accumulazione, fatale in ogni economia mercantile, e dalla conseguente corsa a superindustrializzare. In genere ogni economia la cui struttura istiga l’interesse individuale contro quello sociale ha per effetto l’incremento di popolazione. L’istinto possessivo conduce a quello del possesso sessuale nel senso non fisiologico ma economico, agli istituti di eredità e di famiglia, che favoriscono la prolificazione; tutto ciò cammina in quel senso, che con la rivoluzione socialista attendiamo di cominciare a invertire, fatti a pezzi codici di stati e di chiese. E con la razionale limitazione degli accoppiamenti fecondanti, in ragione ad età, sanità e non parodistica pianificazione delle attività; in cui la prima cosa sarà contare, non più unità moneta, ma unità vere, prima tra esse l’unità animale-uomo.

La marcia russa è stata questa. Dal 16,8 zarista allo strano 23,7 del 1926, che nasce da natalità che resiste alta, e mortalità in ripiego. La causa può indicarsi con sicurezza nel dilagare pauroso e totale, prima della “collettivizzazione” sedicente tale, delle piccole proprietà familiari, salite nelle campagne come sappiamo da 18 a 25 milioni dopo la rivoluzione. Mancano i dati del periodo buono 1928-38, ed abbiamo solo quello dell’anno di crisi 1940 che è basso, 13,4. Non sappiamo nulla di quello che accadde durante la guerra 1939-45 e veniamo agli indici intorno a 17 per mille del 1950-55. Con la popolazione di oggi il 1956 avrebbe dovuto portare tre milioni e mezzo di aumento naturale dei russi.

Confronto con l’Italia. L’eccedenza dei nati sui morti era nel 1901 del 10,5 per mille. Un massimo di 14,2 lo toccò nel 1912. Sappiamo qui gli effetti di una vera guerra: nel 1917 eccedono i morti sui vivi del 6,5 e nel 1918 del 16,9! Si riparte nel 1919 col 2,6, il 1920 ritorna verso i massimi del 13,2 e tutto l’effetto della campagna demografica del fascismo è di portarlo nel 1938 a 9,7 e nel 1939 a 10,2! Ecco quel che vale, agli effetti di uno studio non destinato al palcoscenico, il fragore delle politicantesche consegne, che dal fascismo l’insulsa Italia odierna ha ereditato. La natalità fu 30,7 nel 1921 e 23,6 nel 1939. Il determinismo marxista sa che la fecondazione sessuale non procede su regi o repubblicani decreti. Tutta la politica fu di chiudere di dentro la porta all’emigrazione che di fuori ci avevano battuta sul muso, come oggi ce la tengono, dopo averci regalato l’antifascismo ancor più bagolone. Se ci si perdona la digressione in aria di casa, diremo che l’eccedenza positiva (tornata nel 1939 a 10,2 come detto) non fu capovolta dalla guerra che fecero i bellicosi fascisti come lo era tragicamente stata dall’altra dei pacifici liberali. 1940: 9,9 – 1941: 7,0 – 1942: 6,2 – 1943: 4,7 – 1944: 3,0 – 1945 (con quel po’ po’ di roba!) 4,7. Tutto positivo, tutto passato senza scendere sotto zero come nel 1917 e 1918 maledetti, di carneficina ad est.

E adesso tout va très bien madame la marquise. Siamo maledettamente troppi, ma nel colmare i vuoti non ci batte nessuno. La serie delle eccedenze comincia col robusto 10,9 del 1946 (416 mila matrimoni; massimo il 1947 con 438 mila; interessanti minimi il 1944 con 215 mila e il 1917 con 99 mila; andate a studiare, in tempo borghese, le funzioni della mutazione demografica e le elaborazioni delle tabelle di sopravvivenza!). Adunque eccedenza di 10,9 che poi fino al 1954 scende in questo modo: 10,8 – 11,4 – 9,9 – 10,3 – 10,0 – 9,9 – 9,1. Pare che scenda ancora.

Concludere: abbiamo il Papa, abbiamo Togliatti, Nenni e Saragat, eppure si direbbe che la costruzione socialista sta più avanti qui in Italia che in Russia!

Dunque nel confronto ci sentiamo di ammirare quel paese che ha saputo frenare il naturale incremento, più che non faccia la Russia col suo imponente 17,2.

Non vi è che tornare ai dati ONU per dedurne i bravi. Stati Uniti: 15,7. Quasi emulato l’antisocialismo russo. Giappone 11,9: rata tipo Italia. Israele: 21! Hanno inventato essi il dio unico e la famiglia monogama. Formosa: 36,4 (ammazzala!). Argentina: 15,7: dose russa di socialismo: Peron! Venezuela: 35,7. Australia: 13,4. Nuova Zelanda: 17,8: Russia, Russia! Francia: 6,8. Inghilterra: 4,2. Ecco i paesi di capitalismo industriale non ancora emulato in Russia.Germania occidentale: 5,3.

Capitalismo sviluppato più densità vicina al maximum: ecco che cosa frena il naturale incremento. Nel Nord America è alto capitalismo, ma ancora bassa densità.

La densità negli Stati Uniti è appena 21. Nell’URSS 9 ma nella Russia europea 27: l’emulazione è a posto come densità territoriale, e logicamente come incremento naturale. Socialismo ce n’è poco da ambo le parti.

Uno sguardo solo ai paesi europei progrediti ma non super-industriali, almeno per la massa: Belgio 4,8. Olanda 14,1. Norvegia 10,2. Svezia 5,0. Svizzera 7,0. Spagna 10,9 (tipo Italia). Jugoslavia 17,6. Solo paese con tanto poco socialismo quanto in Russia: tutti i prima detti stanno più avanti.

144. Densità di popolazione

Abbiamo, per chiudere questa parte demografica pura, dovuto far presente la distinzione tra Russia europea ed asiatica. Ripetiamo i dati e il paragone con l’Italia. Superficie russa in milioni di kmq: europea 5,57; asiatica 16,83; totale 22,40. Ossia: 18 e mezzo Italie -56 Italie – 74 e mezzo Italie.

Popolazione russa 1955, in milioni: europea 156,7; asiatica 43,5; totale: 200,2. Ossia 3,3 Italie – 0,9 Italie – 4,1 Italie.

Densità russa. Abitanti per kmq: europea 27; asiatica 2,6; totale 9. Densità italiana 160. Ossia 6 volte la Russia europea, 62 volte l’asiatica, 18 volte l’URSS.

È inoltre da notare che anche nella Russia europea le densità variano molto. Nel 1939, quando in tutta la Russia europea si era a circa 25, si ha il seguente specchio per regioni (nella divisione di Pietro il Grande): centro 89, sud-ovest 65, ovest 43, nord-ovest 30, nord 3, sud 72, sud-est 40, est 33.

Il grado di industrializzazione segue necessariamente la densità, sebbene in questo lo Stato capitalista dia risultati diversi dal capitalismo libero nella scelta dei luoghi dove realizzare i suoi impianti – con la contropartita che abbiamo qui un capitalismo unico, ma ad espansione solo nazionale interna, finora; altrove un capitalismo multiplo, ma che ha per campo d’azione il mondo intero.

Ed altra considerazione va fatta. I dati che ci vengono ammanniti per tutto quanto resta chiuso entro la cerchia delle frontiere dell’URSS legano la marcia della popolazione – e in sostanza della produzione – all’incremento naturale. Infatti secondario è lo scambio internazionale di merci, nullo quello di uomini.

Ciò spiega la sbalorditiva sconfitta su tutta la linea nel confronto con lo Stato del Nord America. Questo si è espanso con una velocità enorme, anche se la sua rata di incremento demografico era solamente pari a quella della Russia (ma verso il 1920-30 era ben inferiore) grazie alla potente immigrazione da tutti i paesi della terra. Ha quindi raggiunto e superato l’Inghilterra, strappandole il primato della produzione capitalista. Lo ha potuto fare perché ha fatto volare l’incremento della sua densità di popolazione. Essa dal 1790 al 1950 ha raggiunto una cifra quaranta volte quella iniziale. La Russia nello stesso tempo (europea) l’ha solo quadruplicata. La velocità americana è decupla di quella russa. Solo così avviene che si emula e infine si supera. Nel periodo in cui la Russia si è tagliata fuori dal mondo la sua popolazione sappiamo che non ha guadagnato che il 26 per cento. Quella americana, come abbiamo detto, il 65 per cento nel quarantennio, che vale circa il 70 in quarantatre anni. La velocità 1,70 rispetto a quella 1,26, è 1,35 rispetto ad uno, ossia del 35 per cento maggiore. L’emulazione è irraggiungibile, ed ildistacco col tempo deve necessariamente crescere.

Alla base di un tale fatto indiscutibile sta la chiusura che la rivoluzione ha imposto a se stessa (ed era imposizione mortale) da quando la dottrina solitaria di Stalin uccise quella internazionale di Trotzky-Zinoviev-Lenin.

Un altro colpo terribile al passo della Russia, e non della Russia socialista, che è espressione senza senso, ma della Russia industriale sorgente alla forma capitalista, è stato dato dalla spaventosa perdita subita affittando al capitalismo imperiale dei paesi di ovest la massa della popolazione russa militarizzata.

All’Intesa immolò lo zar 23 milioni di vite, altrettanti ne ha immolati alla stessa alleanza la politica staliniana. Questo ha tarpato le ali ad ogni speranza che la rivoluzione capitalista russa possa raggiungere quella americana. Anche ai fini della formazione delle “basi” industriali del socialismo, la Russia è condannata, se una rivoluzione non spezza e sfonda dall’esterno o dall’interno i varchi tutti della cortina, o se non li sfonda una guerra imperiale, in linea con l’imperiale pace di oggi.

46 milioni di uomini contro 200 sono un aumento di potenziale del 23 per cento. Anzi di più. I 23 perduti nel 1916, con l’incremento naturale comune ai contendenti di 17 per mille, sarebbero oggi 45. I 23 perduti nel 1943 sarebbero, dopo 12 anni, 28, in tutto 72; e su 200 il 36 per cento. Per raggiungere un tale incremento di popolazione con la rata del 17 per mille occorrono circa 18 anni.

Il fallito doppio colpo dello zar prima, e di Stalin poi, ha regalato 18 anni di vantaggio al capitalismo dell’ovest, su quello dell’est.

145. L’inurbamento

Un altro dato sul quale tutta la stampa sovietizzante punta a tutta forza, sempre al fine di dimostrare che vi sono stati mutamenti così profondi e nuovi, da potersi solo spiegare con la comparsa del socialismo integrale sulla terra, è quello dell’aumentata popolazione urbana rispetto al totale.

Questo argomento va distinto dall’altro della mutata composizione sociale della popolazione russa, che ci porta in un campo ancora più delicato quanto ad interpretazione di statistiche di varia provenienza.

Non è facile trovare il modo di distinguere la popolazione urbana da quella della campagna, e non sempre la distinzione risponde a quella tra popolazione che si dedica all’agricoltura, e popolazione che si dedica all’industria e ai servizi generali economici e amministrativi.

Quale la minima popolazione di un centro, per considerarlo sede urbana? La statistica russa sembra stabilire il limite di 10 mila, anzi il limite… zero. Ma è dubbio che tutta la popolazione che vive anche in centri di più di diecimila abitanti sia dedita ad altra attività che non l’agricola. Ciò può essere vero dove tutti i contadini vivono in casette o tuguri sparsi qua e là nelle campagne, ed era così in certe zone russe. Poteva forse essere vero nella campagna francese della grande rivoluzione, costellata di piccoli villaggi. Ma ad esempio in un paese di secolare capitalismo poi arrestatosi, con grande capitale e centro statale unitario, come l’Italia meridionale, che si dispose in tal modo dal tempo di Federico di Svevia, dodicesimo secolo, già i contadini vivevano in grosse città di fabbrica da cui sciamavano ogni giorno a lavorare nelle campagne, ed è tuttora così. Con un tale criterio l’Italia meridionale, e specie la Puglia e la Sicilia, presenterebbero un’alta popolazione urbana e una bassa popolazione contadina, capovolgendo la verità.

Finora noi parliamo di popolazione effettiva, compresi donne, vecchi e bambini, e non dell’ulteriore concetto di popolazione attiva, in cui si registrano solo coloro che hanno un’attività lavoratrice, facendo subito sorgere ulteriori distinzioni, che vedremo oltre.

Restando alla partizione dell’effettiva popolazione tra rurale ed urbana, ed accettando le cifre per quelle che sono nei testi da noi consultati, ci vediamo posti di fronte a questo schema. Nel 1913 la popolazione urbana era di 28 milioni contro 131 della rurale, il che fa 17,5 e 82,5 per cento sul totale noto di 159.

Al 1938 abbiamo 56, 115, e 171 milioni in tutto: siamo passati a 32,5 e 67,5 per cento. La rata urbana si è quasi raddoppiata: 185 contro 100, in 25 anni. Nel 1940, dopo le annessioni si avrebbe 61 e 131, ossia 192. Dunque 32 e 68, con lieve passo indietro. Oggi ci danno 87 e 113 contro i 200, ossia 43,5 e 56,5. In 43 anni la rata di urbanesimo è andata da 17,5 a 43,5, e dunque è divenuta due volte e mezza, 250 contro 100.

Sarebbe questo un fenomeno quantitativamente tanto inaudito e senza precedenti storici, da dover incomodare il socialismo per spiegarlo?

Disponiamo di una statistica americana la cui fonte è lo “Statistical Abstract U.S. 1953” dell’ufficio statale di censimento. Dal 1790 al 1830 la popolazione urbana è scarsa e cresce adagio: la colonizzazione è di pionieri agrari e non di imprenditori industriali: per cento abbiamo 5,0 – 6,0 – 7,0 – 7,2 – 8,7. Da qui prende le mosse il fenomeno, e nel 1870 il rapporto è 25. In 40 anni dunque la variazione da 8,7 a 25,0 vale quella da 100 a 287, superiore alla corsa dei 43 anni russi da 100 a 247. Naturalmente nell’ulteriore quarantennio il fenomeno continua, ma l’incremento è minore: da 25 nel 1870 a 45,1 nel 1910 :da 100 a 181. Dal 1910 al 1950 andiamo da 45,1 a 61,5 ossia da 100 a 136.

D’altronde l’inurbamento americano (certamente censito con criteri più sfavorevoli del minimo di 10 mila) è oggi più alto di quello russo: 61,5 contro 43,5; a favore della città.

Dove il fenomeno mirabolante, che si spiegherebbe solo col socialismo? Con lo stesso socialismo, allora, che vi è in America?!

Se scegliessimo tra queste serie un anno americano con la stessa rata urbana del 1913 russo, di 17,5, troveremmo il 1855. Dopo 43 anni abbiamo il 1898 in cui la rata era sensibilmente superiore: 38,5. La curva del fenomeno non è lontana da quella russa, non differendo troppo il 43,5 russo dal 38,5 americano. Infatti la rata odierna russa cadrebbe d’accordo con l’americana del 1906. Secondo quindi il decorso di questo aspetto sociale, su cui si mena tanto scalpore, possono in Russia passare ancora 50 anni esatti, per essere ad un punto che vale quello americano presente, di inesorabile capitalismo! Ma con le “basi” per il socialismo.

Altro disastro della “costruzione del socialismo”. Disse Lenin che il comunismo non si costruisce con le mani dei comunisti. Fu grande. Con le mani dei comunisti (di un passato lontano) si possono al più costruire statistiche.

Per l’Italia abbiamo una statistica ISTAT che dà al 1951 la popolazione in tutti i comuni aventi più di 30 mila abitanti, che costituivano il 35,1 per cento della popolazione. Nel 1901 essi ne costituivano il 26,8, e lo spostamento nei 50 anni era stato da 100 a 131.

Non possiamo paragonare tale statistica con quella russa, che include i piccolissimi centri di 10 mila abitanti, anche in ragione dell’antica origine in Italia delle città “borghesi”, fin dal 1000; nota al marxismo fin dal Manifesto dei Comunisti. Abbiamo tuttavia un certo dato russo della situazione attuale, secondo cui i milioni 84,6 (altrove dati per 87) che stanno nelle città da 10 mila in su, si dividono così: meno di diecimila abitanti, milioni 11,9. Da 10 a 20, milioni 9,3. Da 20 a 50 mila, milioni 13,3. Possiamo dunque togliere da 84,6 i milioni 11,9, i 9,3, e forse 5, per arrivare a 30 mila. Sono in tutto 26,2 e restano 58,4 milioni che starebbero in città di più di 30 mila abitanti. Il rapporto sarebbe 29,1 per cento, che dal 31 italiano dista poco. Dunque anche secondo questo profilo l’avanzamento dell’urbanesimo capitalistico in Russia ha raggiunto quello della borghese Italia, dove è cominciato tanti secoli prima.

In Russia abbiamo un dato nel Manuale di Lino Cappuccio del 1940, dell’Istituto per gli studidi politica internazionale, del tempo fascista. La percentuale urbana nella Russia europea sarebbe stata nel 1724 il 2,5 per cento, nel 1796 il 4,1, nel 1851 il 7,8, nel 1897 il 12,8, nel 1910 il 18,1. Lo sviluppo era dunque cominciato ben prima della rivoluzione 1917, ed il fenomeno era già vistoso: in 59 anni da 100 a 231; il che in regime politico precapitalista è molto forte.

Cade così un’altra vanteria a vuoto, un altro bluff. Quando il socialismo entrerà nella struttura sociale, un sintomo base sarà quello tanto battuto da Marx e da Engels; le città si smembreranno progressivamente in minori corpi edilizi, la densità territoriale urbana andrà cedendo, e le masse agglomerate si stenderanno a soggiornare su tutto il territorio integrale oggi detto rurale: l’esatto rovescio del fenomeno dei nostri tempi, in Russia e altrove.

146. La popolazione attiva

Un primo passo è distinguere frammezzo alla popolazione totale quella dedita alla produzione, quella attiva. Vanno eliminati i bambini, i vecchi, le donne cittadine che non attendono che a faccende domestiche, gli invalidi, i detenuti, i militari, almeno in quanto non di professione. Ciò si fa in modo assai diverso nei differenti paesi del mondo.

Censita che sia la popolazione attiva, non è facile collegarla, quando la si sia divisa in categorie, alla popolazione totale, suddividendo anche questa. La divisione in categorie si può fare in due modi: per professione, ovvero per settore di attività economica. Il primo criterio darebbe solo una statistica delle attitudini lavorative, il secondo delle effettive funzioni nell’economia. Ma il criterio per i marxisti più interessante e introdotto nelle statistiche odierne in modi insidiosi, è quello per “classi”, che distingue il datore di lavoro, il lavoratore indipendente, ed il remunerato a tempo. Si aggiunge una quarta categoria, ossia quella dei lavoratori che senza speciale remunerazione sono attivi in una piccola azienda familiare produttiva.

Creati tali gruppi nella popolazione attiva, non è agevole suddividere tra essi gli inattivi, e quindi la popolazione totale. Non si può seguire la classificazione del capo famiglia, essendo ben possibile, soprattutto nelle città, che i membri della famiglia siano stati censiti in altri settori, in altre professioni, in altre figure di classe. Nel socialismo non si censirà per capifamiglia!

Qui la propaganda russa vuole arrivare, facendo una non facilmente districabile confusione, subito alla divisione di classe, allo scopo di mostrare che la società russa del 1956 si scompone in classi ben altrimenti da quella del 1916. Infatti un quadretto base della solita organizzata (egregiamente) diffusione in tutto il mondo, presenta questa suddivisione.

1913Proprietari, borghesi, commercianti e kulak16,5 per cento
Operai e impiegati17,0 per cento
Cooperatori e colcosianizero
Coltivatori e artigiani indipendenti66,7 per cento
1955Proprietari e similispariti
Operai e impiegati58,3 per cento
Colcosiani e cooperatori41,2 per cento
Contadini e artigiani indipendenti0,5 per cento

I contadini liberi si vedono nel 1928 saliti dal 66,7 al 74,9, nel 1937 già precipitati al 5,9. I colcosiani e analoghi appaiono al 1928 col 2,9, nel 1937 sono il 57,9, poi vanno decrescendo al detto odierno 41,2 per cento. Non fu la collettivizzazione, ma la “creatio ex nihilo”.

Abbiamo in quanto precede fatta la critica di questo sviluppo, e della sua presentazione statistica. Diamo qui qualche precisazione importante.

Noi sviluppiamo con nostri criteri la relazione di queste percentuali di popolazione attiva ai numeri di popolazione totale. Ma le tavole dell’annuario sovietico fanno questa riduzione in modo inammissibile: 117 milioni di operai e impiegati integrati dai nuclei familiari – 82 milioni di colcosiani coi familiari – 1 milione di contadini liberi. Totale popolazione rurale 83; totale generale 200 milioni.

Da questi numeri non risulta la cifra di popolazione attiva né quella della sua percentuale rispetto alla totale. Noi abbiamo sostenuto che essi danno una falsa idea dell’aggruppamento per settori economici e che quello contadino in Russia, che copriva il 77,8 nel 1928, copre tuttora una cifra forte, non minore del 58 per cento, restando invece il 42 ai non contadini. Poi abbiamo mostrato come in Italia la popolazione contadina sia minore, ed enormemente minore in altri paesi, come Inghilterra ed America di alto capitalismo.

Non era infatti in evidenza, come lamentammo, la popolazione addetta ai sovcos e ad altre attività agrarie di Stato fuori dai colcos.

Si può svolgere una maggiore indagine, non per correggere i dati sovietici con altri, che mancherebbero del tutto, ma indagando meglio tra i dati dell’annuario governativo.

La percentuale degli “operai ed impiegati”, ossia lavoratori dipendenti degli altri paesi, anche se qui dipendenti quasi tutti dallo Stato, data nel massiccio e molto dubbio 58,3 per cento, viene poi suddivisa in sottogruppi.

Il 31 per cento sono nell’industria. Il 6 nei trasporti e comunicazioni. Il 5 nel commercio. Il 9 nell’istruzione e sanità pubblica. Il 6 infine sono impiegati statali e professionisti. Ora di tale grande gruppo si trovano altre statistiche più dettagliate che ne danno anziché le percentuali i numeri effettivi. Sono in tutto 48,4 milioni, corrispondenti nell’insieme al 57 per cento, somma delle dette parti di attività economiche, il che ci permette di stabilire che il 100 della popolazione attiva, da cui si parte, è di 84,9 milioni, e pari al 42,5 della totale.

Trovato questo primo dato, che altri raffronti confermano, lo si può confrontare con altri esteri. In Italia la popolazione attiva nel 1951 è data per il 41,7 per cento della totale, in 19 milioni 639.000. Nel 1955 la cifra diviene di 21.547.000 pari al 45 per cento, sensibilmente superiore.

Nel censimento, molto ben condotto, del 1936, la popolazione attiva era di 17.943.000 su milioni 42,9 e quindi del 41,8 per cento.

Negli Stati Uniti nel 1954 la popolazione attiva è considerata 60 milioni sopra 162,4 milioni, dunque il 37 per cento soltanto.

Da altra fonte era 60.508.000 nel 1953, e in un decennio era salita dai 55.000.000 del 1943. Nel1950 era di 59.757.000 su abitanti 150,7 milioni, con la percentuale del 39,7.

In Europa la percentuale di popolazione attiva si aggira sul 45 per cento, e quindi nessun significato speciale si deve attribuire alla proporzione russa dedotta del 42,5 per cento. Società borghese, in regola.

147. Settori economici

La popolazione attiva viene classificata suddividendola anzitutto tra i settori dell’economia. Nel censimento italiano del 1936 si stabilirono i gruppi: Agricoltura, caccia e pesca – Industria, trasporti e comunicazioni – Commercio, credito ed assicurazione – Attività ed arti libere – Amministrazione pubblica.

A noi interessa qui la distinzione tra agricoltura ed ogni altra attività. Nel 1936 l’agricoltura occupava 8,689 milioni degli attivi, il 48 per cento di essi. Nel 1954 abbiamo il 39,8 soltanto, giusta l’annuario ONU: 8,468 milioni sopra 21,342.

Se quindi si seguisse senz’altra indagine la divisione russa, si starebbe in Italia sullo stesso grado di evoluzione da nazione agraria a nazione industriale, dato che la percentuale contadina su cui i russi battono è del 43 per cento in certe tavole, di 41,7 in certe altre.

Come abbiamo però detto, in una ripartizione di tutti gli operai ed impiegati che formano il 58,3 per cento della popolazione attiva, e sono 48,4 milioni, risultano gli addetti ai sovcos in soli 2,8 milioni, e quelli alle stazioni di macchine e trattori in 3,1. Con tali sole aggiunte si avrebbe tra colcosiani, contadini liberi, e i due detti gruppi, un numero di attivi agricoli di 42,7 milioni su 84,9 milioni e dunque il 50 per cento quasi esatto, che supera di molto il 40 per cento italiano.

Non è infatti giusto non comprendere nella popolazione agraria attiva i lavoratori dei sovcos e delle SMT, per la sola ragione che sono degli operai o impiegati. Essi lavorano per la produzione agricola e svolgono nelle campagne la loro attività.

Se si volesse fare per l’Italia la deduzione dalla popolazione attiva agraria di quanti sono dei dipendenti salariati, andrebbe considerato che vi sono in rilevante numero i braccianti e giornalieri. Nel 1936 essi erano 2 milioni 178.000, ossia il 25,4 per cento della popolazione attiva agricola, che senza di essi si sarebbe ridotta al 30 per cento e non al 40 della totale attiva: e quindi sarebbe un tale numero ad andare in confronto col famoso 41,7 russo.

Coi numeri del 1954 i dipendenti agricoli sono 1.957.000, che tolti dagli 8.468.000 totali li riducono a 6.511.000, 30,6 per cento della totale popolazione attiva. Malgrado la riforma, qui esaltata dai leccatori di frottole russe, il glorioso proletariato rurale è ben vivo!

Non ritorniamo poi sulla “magra” che fa il risultato di trasformazione della Russia da agraria ad industriale, se la sua popolazione agraria, nella rata alla totale attiva, si confronta con quella degli altri Stati d’Europa ed America.

Noi riteniamo però che non basti elevare la quota del 41,7 al 50 come abbiamo fatto, e che sia insufficiente il numero di milioni 36,5 di lavoratori colcosiani, divisi nelle statistiche russe tra 31,9 che lavorano nell’economia collettiva del colcos, e altri 4,6 che sono membri della famiglia lavoranti solo nella piccola azienda.

Nella statistica delle famiglie colcosiane il numero resta stabile (!) per gli anni 1953, 1954 e 1955 in 19,7 milioni, ridotto rispetto ai 20,5 del 1950 e aumentato rispetto ai 18,1 del 1937. Come si può spiegare che nel 1937 il numero dei colcosiani attivi è stato dato del 57,9 per cento, per diminuirlo al 41,2 nel 1955?!

Dovrebbero essere diminuiti i membri attivi della famiglia colcosiana per spiegare come, aumentando le famiglie del 9 per cento, i lavoratori attivi sono calati del 28 per cento! Si vorrebbe sostenere che il rimanente lavora fuori del colcos e quindi è passato alla categoria operai ed impiegati: ma è strano ammettere che una tale massa non abiti più nelle case colcosiane e non sia computabile nella famiglia rurale del capo colcosiano.

Il computo corretto si può così impostarlo. Sappiamo che la famiglia colcosiana ha la composizione media di 4,8, e quindi gli stazionari 19,7 milioni di nuclei danno 94,5 di popolazione agricola. I contadini liberi sono valutati 1 milione; in rapporto alla rata di 0,42 di totale popolazione attiva dovrebbero essere 1,2, e secondo la composizione della famiglia contadina 2,4. Siano due milioni. Ai 5,9 milioni di attivi agrari non colcosiani (sovcos e SMT) diamo il rapporto 100 a 42,5, e avremo altri 14 milioni. Il totale risulta 94,6 + 2 + 14, ossia 110,6 milioni di popolazione addetta all’agricoltura, che viene a collimare coi noti 113 milioni non urbani. Non erravamo dunque nell’attribuire il 58, vicino al 56,5 ai rurali, e il 42 o se si vuole 43,5 agli urbani, respingendo la Russia indietro verso la sagoma agraria e non industriale.

148. La solita biscia morde

Ammettiamo per un momento che la popolazione non rurale si debba davvero adeguare alla proporzione del 58,3 di vantati operai ed impiegati, che rispetto al 1913 si affermano saliti dall’indice 100 al 424!

Noi non andiamo alla caccia pettegola della minoranza che ha grandi stipendi di dirigente, tecnico e funzionario, per ridurre il numero dei proletarizzati, e rovesciati nell’esercito industriale. Seguiamo la nostra via del rapporto di produzione destatosi tra colcosiano e operaio urbano.

Ritorniamo allo specchio del n. 135 sulla produzione censita di cereali, e al nostro criterio di dividere la massa del raccolto per il numero dei non colcosiani che ricevono grano dalla campagna. Nel 1928 gli abitanti della città sono il 22,2 per cento degli attivi, e della popolazione saranno la stessa rata; se la nostra precedente elaborazione non era sbagliata. Vi erano nelle città 32 milioni a dividersi i 732 milioni di quintali di cereali; 23 quintali per abitante.

Nel 1937 il raccolto sale a 1203 milioni, ma gli abitanti cittadini sono il 36,2 per cento dei 171 milioni di russi, dunque 62 milioni. Ognuno aveva 19 quintali. Una prima calata in basso.

Nel 1955 il raccolto è salito a 1500 milioni di quintali. Ma la popolazione delle città con quel famoso 58,3 per cento sale a 117 milioni. Ognuno riceve solo 13 quintali. E se i colcosiani sono diventati tanto pochi, meglio per loro che si dividono oltre al pane i cresciuti polli, uova, latte, carne suina…

Messeri, inutile gabellare che la Russia si è proletarizzata a velocità stupefacente. Pigiando popolazione agraria nelle città e nelle fabbriche non si aumenta la gradazione di costruito socialismo, ma solo il rapporto di sfruttamento dei salariati di Stato, comunque scaglionati nelle remunerazioni, da parte della classe degli aziendali-familiari che, nel suo ibridismo, che si vorrebbe consolidare come forma avvenire definita e concreta, diventa la base di un nuovo privilegio di minoranza, su cui non gioca più il fattore risolvente della concentrazione in poche mani, tagliando ogni base alla vittoria dell’interesse sociale contro l’interesse individuale, sola via non da ciarlatani per il socialismo.