Chi mai dietro la svastica?
Questa società che infradicia nel più sfatto senilismo e puzza di putrefatto tenta drogare la sua decadenza nella mania di fatti nuovi.
Due oggi giganteggiano, nella bolsa opinione popolare fabbricata in serie. Uno è la distensione ruffiana tra americani e russi, saturnale della imbecillità pacifista, l’altro è un nuovo quanto decrepito fantasma, il fascismo o nazismo, che terrorizza dai muri graffiati di croci uncinate e domani forse di fasci littori. In Germania è accusato il governo di Adenauer, in Italia domani quello di Segni; e si difendono con il dire che i morti non ritornano. Dalla parte opposta, nella stampa dei traditori della rivoluzione proletaria, si è felici che il morto risusciti, e si guazza nella euforia di ridare vita alla ignobile crociata antitedesca. Come rimedio si prospetta quello di sempre, una contronovità, una nuova maggioranza parlamentare. Il fascismo, se vuole, farà lo stesso buon affare politico di allora. È miglior gioco imbrattare un muro in barba alla polizia, che risponde con mosse legali e costituzionali.
La crociata è quella solita e maledetta; la campagna di odio nazionale che ogni volta ha segnato la rovina del movimento della classe operaia. Nel 1914 l’incanata contro Guglielmone, nel 1940 contro Hitler (con scoppio ritardato di Stalin), è oggi, una volta ancora sullo sfondo dei giri di valzer e di alcova tra russi e americani, contro l’ondata di disegni a carbonella. Lo scopo è sempre quello, castrare le energie rivoluzionarie di classe col falsificare il loro bersaglio storico: il capitalismo borghese e democratico.
La nostra posizione storica (per scarso che il nostro seguito sia) ci permette di non stupire né degli amorazzi distensivi né del morto che risuscita. Fino dalla guerra non abbiamo creduto alla frottola che la democrazia avesse sconfitto il fascismo, né a quella che i suoi pretesi vincitori di Occidente ed Oriente si sarebbero scontrati, su quel tiepido cadavere, in armi.
I fatti reali, ossia l’affermazione del metodo fascista nella società borghese di oggi, e la concordanza nelle omelie pacifiste da tutte le bande, hanno comune origine e spiegazione nel generale corteggiamento delle classi medie, svolto abilmente dai poteri del grande capitalismo, e sudiciamente dai partiti che truffano il nome di comunisti e si richiamano a Mosca.
La guerra è stata perduta dall’antifascismo proprio in quanto da tutte le parti, e soprattutto su ordine dello stato di polizia del Cremlino, la menzogna democratica viene corteggiata nella sua forma più funesta: la sollecitazione dei ceti sociali intermedi, a cui i grandi Stati mostruosi superindustriali si dedicano a gara, emulativa, si intende. Quale altra fu la tentata formula storico-sociale del fascismo?
Dall’America si vuole mascherare la più atroce dittatura del grande capitale colla favola delle azioni distribuite tra milioni di cittadini nella pretesa moderna forma di capitalismo di popolo, per negare la esistenza di una antitesi tra classe ricca e povera. Dalla Russia si incoraggiano i partiti dipendenti a porre molto al di sopra della tutela degli interessi proletari quella dei ceti piccolo borghesi e medioborghesi. Trionfa ovunque nelle insidie demagogiche – e non diversa è la cosa nella struttura russa – la middle class che in Inghilterra, campo sperimentale del marxismo, significava due secoli fa proprio borghesia capitalistica, allora rettamente intesa come classe media tra la sconfitta nobiltà feudale e la nascente classe operaia.
Ma mentre la middle class del Settecento è dovunque nell’Ottocento divenuta la aperta classe dominante sociale, ossia la classe estrema, i romanzati ceti medi delle società del Novecento sono melma umana senza storia presente e futura.
Due sono le classi potenzialmente bellicose nella guerra sociale: la capitalista e la salariata. Tra di esse non vi sono che strati affollati ma amorfi condannati a servire altrui. Da qui la fangosità delle soluzioni maggioritarie. Pacifisti per loro natura, quei ceti non possono combattere che come mercenari. Il capitale li può comprare, ed espressione di questo mercenarismo è il fascismo, stimmata che caratterizza la fase contemporanea. Il fascismo, espressione della dittatura dell’alto capitale, non sarebbe potuto nascere, colla sua bandita di illusioni su un compito autonomo della classe media (che di ciò si pasce negli squadrismi servili come nel teppismo della delusa gioventù del dopoguerra) senza la preparazione gigantesca del secolare inganno democratico e popolaresco, tendente all’interclassismo di principio e quindi ingannevolmente esaltante i ceti medi come vano cemento tra le due vitali avverse classi storiche. La democrazia parlamentare e popolare fu il terreno di coltura del microbo fascista. Nel 1919 già in Italia al presentarsi del moderno fenomeno lo dicemmo, concludendo che per uccidere la infezione fascista sola strada era quella di svergognare e pestare la democrazia, i partiti e i ceti su cui si appoggia, di cui sono parte squisita quelli dell’opportunismo socialdemocratico di allora, comundemocratico di oggi.
Vinse il fascismo quando invano proponevamo di rispondere incursionando con squadre di puri proletari le sedi degli stati maggiori dei magnati borghesi, banche ed anonime, logge e vescovadi, invece di fare blocco pacifistico con i lacrimatori sulla defunta libertà spacciata dai borghesi, come Mosca ordinò dopo non aver capito che ogni concessione alla forma parlamentare (come quelle del 1919 e 1920) ci deviava dalla sola possibilità, extralegale, di battere il fascismo. Oggi ricompare la svastica e le carogne non sanno che riproporre la convergenza tra proletariato e ceti medi sul piano elettorale. Alti sono i loro clamori contro il neo-nazismo, quanto chiara la loro funzione di suoi propiziatori, se qualcosa insegna la storia.
Una dittatura non si uccide che con una fase storica di controdittatura. Non si trattava di appendere per i piedi la persona del dittatore, che solo in quella posizione non ebbe funzione di pagliaccio. Bisognava davvero colpire la classe che era dietro di lui. Ma ancora una volta come l’aveva salvata il terrore squadrista la salvò il suo necessario complemento, la truffa parlamentare. La stupida giostra deve dunque ricominciare? Alle urne dunque, per Togliatti, convergendo in esse con gli squadristi nati di ieri e di domani.
Possono i seniori cretinizzati del partitone capire che la storia si fa con le dittature e non con la scomunica delle dittature? Essi, lenoni della pratica e della dottrina, hanno battezzato la falsa vittoria sul fascismo come secondo risorgimento italiano. Ma nemmeno quello, nel suo posto della storia delle classi, sono all’altezza di capire. In quella vicenda ebbero luce le dittature e fecero schifo supremo le convergenze.
Il 18 aprile 1861 si riuniva a Torino il parlamento del Regno d’Italia. Cavour stava disarmando nel Mezzogiorno le formazioni rivoluzionarie garibaldine che miravano a Roma. Garibaldi aveva in un primo tempo rifiutata la candidatura, poi si decise e accettò l’elezione al primo collegio di Napoli, per tentare di opporsi al legale smantellamento della rivoluzione, sola forza in cui credeva. Questo ministero, egli disse provocando l’ira di Cavour e la sospensione della seduta, ha steso sul Mezzogiorno la sua malefica mano. Alla ripresa continuò: “ll vostro decreto vibrò il colpo decisivo all’esercito meridionale. La dittatura fu un governo legittimo; è essa l’autrice del plebiscito che vi ha dato due regni; avete oggi rifiutato l’esercito che ve li donava“. La occhiuta borghesia piemontese sfruttava e odiava gli eserciti irregolari, rivoluzionari; li liquidò a tradimento nel 1859, nel 1861, nel 1866. Perché non lo avrebbe fatto, se non vi avessero provveduto altri traditori, nel 1945?
Togliatti e i suoi usano il testone ingenuo di Garibaldi, che dopo quella invettiva si ritirò dal seggio parlamentare nel suo esilio, a fini elettorali; ma teorizzano la politica eleggendo a loro modello il puttanesco conte di Cavour, o il suo degno epigono Giovanni Giolitti.
La critica teorica che Marx faceva di Garibaldi a Londra, quando tolto dal suo clima di insorto si univa alla vuota filantropia pacifista delle leghe per la libertà democratica, ben era valida in dottrina allora ed oggi. Garibaldi, rivoluzionario nel metodo di azione, biascicava allora le stesse vane ideologie sulla fraternità dei popoli che oggi i pretesi aggiornatori di Carlo Marx, leggi per tutti lo stesso Krusciov, enunciano nello stesso stile ipocrita che adopera dal suo lato Eisenhower.
Secondo il capoccia e il suo caudatario italiota sarebbe posizione moderna, rispetto alla invocazione leniniana di quaranta anni or sono, della alternativa dittatura di una delle due classi estreme sul mondo, rimettersi al giudizio di maggioranze dei parlamenti nazionali, o delle competizioni inermi internazionali!
Questa modernissima gente, sempre preoccupata di porre in scena una ultima conversione e contorsione, non è lontanamente all’altezza storica in dottrina di Lenin nel 1919 e di Marx nel 1866. Ma nella vile pratica rinnegata che segue, non raggiunge nemmeno l’altezza storica che aveva nel 1861 un Garibaldi, generale della borghesia sì, ma fedele fino alla morte ai mezzi dell’azione armata e della dittatura.
Non sono quarant’anni avanti, ma un secolo indietro.
Albo d’oro proletario
Se lo sciopero degli operai siderurgici americani è finito grazie al “paterno intervento di Nixon” – il quale, essendo candidato alla presidenza, aveva l’urgente interesse di guadagnarsi l’Oscar della conciliazione (l’accordo si è concluso con una parziale vittoria degli scioperanti: gli industriali pagano la prospettiva di avere un “presidente di destra”, ma specializzato nei sorrisi a Kruscev), – i minatori del rame dell’International Union of Mine, Mill and Smelter Workers sono tornali al lavoro dopo uno sciopero che durava dalla metà di agosto, e durante il quale – lo ammette l’Economist – non una libbra di minerale è stata estratta, o, in altri termini, non v’è stato neppure un crumiro. Qui, i vantaggi salariali e contrattuali ottenuti sono il frutto non della calata dal cielo di un politicante o della “volontà di finirla” degli organizzatori, ma alla decisa volontà di lotta di “leader” e gregari insieme. Si è osservato che lo sciopero, scaturito da ragioni economiche, si incrociava con la agitazione in difesa di 14 organizzatori accusati di aver giurato il falso dichiarando di non far parte del partito comunista: questo processo, finito con un certo numero di condanne (la democrazia vale il fascismo), mirava in realtà a colpire attraverso una serie di intimidazioni il sindacato, ma la stessa rivista inglese riconosce che “dopo dieci anni di lotta per la vita contro altre organizzazioni [evidentemente più ‘soffici’, come dicono in America] che la credevano pronta a sfasciarsi, la Mine Mill conserva almeno i tre quarti dei 100.000 iscritti del 1950“.
Il gioco non è riuscito!
Lo Economist spiega la decisione dei minatori organizzati del West (anche geograficamente soli, perché le miniere si trovano in zone impervie e montagnose) e la compattezza del loro sciopero di mezzo anno col fatto che il loro sindacato “ha lottato costantemente, in un modo che è ben lungi dall’essere vero per le altre trade-unions americane, per i diritti di tutti i suoi membri, a prescindere dalla razza o colore“; in realtà v’è qualcosa di più da dire, e noi lo diciamo non per motivi di circostanza, ma per ricordare ai proletari europei le tradizioni di lotta aperta, violenta e in più di un caso eroica del proletariato statunitense a smentita della propaganda che rappresenta la società in stelle e strisce come un modello di ordinato superamento dei… contrasti di classe, come il paradiso di legali e pacifiche scaramucce in difesa dei “diritti” di singoli o gruppi. La verità è infatti che i minatori di rame del West che, in condizioni più difficili dei loro compagni della siderurgia a Pittsburgh, si sono battuti per sei mesi senza registrare una sola diserzione, avevano alle spalle un passato di battaglie senza quartiere combattute sul terreno della forza contro una classe padronale decisa ad imporre con la forza la sua legge, battaglie alle quali sono legati i nomi di Haywood e di Mamma Jones, due figure di autentici militanti proletari nella storia della classe operaia degli USA, e, almeno in parte, il nome dell’unica organizzazione istintivamente rivoluzionaria finora sorta negli Stati Uniti, gli IWW, gli Industrial Workers of the World.
È una tradizione che risale alla scoperta delle miniere di rame nel Montana e nel Colorado, quando neo-proprietari “braccavano gli operai come delle belve se si mettevano in sciopero, importando armate di crumiri e utilizzando contro i minatori non solo le proprie guardie armate, ma le autorità locali al loro soldo, la polizia e la milizia” (Guérin): una tradizione di proletari armati di dinamite che s’impadronivano delle miniere immobilizzandole ed espellevano senza complimenti dallo Stato i crumiri fatti affluire dai padroni; di organizzatori che, messi in galera, vi gettano le basi della Western Federation of Miners; di truppe federali che organizzano spedizioni punitive e mettono in stato di guerra intere regioni (nel 1894, lo sceriffo mobilitò un esercito privato di 1.200 uomini, comprendente perfino reparti di cavalleria, per schiacciare uno sciopero); e, infine, di un sindacato che, aderendo alla AFL, la grande confederazione sindacale in mano a organizzatori pantofolai, la mette in crisi, diviene per qualche tempo una centrale autonoma, poi aderisce al movimento antilegalitario degli IWW, e solo dopo una paziente opera di inquinamento ad opera dell’opportunismo gompersiamo si “addomestica” cambiando nome nei 1907 e divenendo l’I.U.M.M.S.W. per cancellare l’ “onta” del suo passato di “fuori legge”.
Battuti allora sul terreno della direzione sindacale e politica, i minatori di rame del West sono rimasti tuttavia un osso duro per il padronato americano: avvezzi al tradimento riformista, essi fanno gagliardamente da sé, soli oggi come settant’anni fa, ma più contenti d’essere soli che in compagnia dei crumiri. Ed è stato forse lo spettro degli scioperi del 1880-1905 che ha convinto gli industriali a cedere. “Non una libbra di rame è stata estratta“, scrive con involontaria ammirazione la rivista ultraborghese: i minatori della WFM e degli IWW, se rinascessero, riconoscerebbero nei compagni di oggi i loro figli. Noi vediamo in essi la conferma che la lotta di classe è il prodotto necessario dei rapporti di forza in ogni società divisa in classe: può bensì attutirsi momentaneamente e sonnecchiare, ma non spegnersi – neppure nel paradiso del “capitalismo popolare”. E che nel corso del suo sviluppo, la lotta di classe esprime da sé la necessità dell’organizzazione politica – che allora fu, con tutte le sue insufficienze, quella degli IWW, e che sarà domani il partito rivoluzionario.
[RG-25] Questioni fondamentali della economia marxista Pt.4
La storica discussione sull’accumulazione
In quanto precede è stato dato uno sviluppo molto ampio alla presentazione fatta a Milano del'”Abaco economico di Carlo Marx” per l’inizio del secondo tomo del Capitale, in distribuzione come formolario tra i gruppi della organizzazione (l’Abaco, o formolario, del I Torno sarà dai lettori trovato nel testè uscito N. 10 di Programme Communiste di Gennaio-Marzo 1960, richiedibile alla nostra redazione o a P. C. Boîte Postale 375, Marseille-Colbert).
Scopo di questo ampio sviluppo è stato anche il presentare le relazioni sulla classica polemica marxista che erano state affidate per l’opera della Rasa Luxembourg ad una compagna francese, e per quella di N. Bucharin ad un compagno del centro di Milano, e a cui facciamo posto.
Per la intelligenza della discussione tra marxisti è bene ricordare (dato che si decise di rinviare le formule quantitative alla prossima riunione e relativi resoconti) che tutto il dibattito porta sulla “realizzazione” del plusvalore, ossia di tutto il prodotto, e al quesito se essa era possibile nell’ipotesi che tutti fossero nella società o capitalisti industriali o proletari salariati. Basta ricordare che Marx divise tutta la produzione di una società in due sezioni: la prima che produce strumenti di produzione e la seconda che produce oggetti di consumo. Per ciascuna si sa che il prodotto finale portato al mercato si compone del rispettivo capitale costante, capitale variabile e plusvalore. I portatori di denaro per realizzare queste merci sono i proletari per il capitale variabile delle due sezioni, e i capitalisti per tutto il resto. Clienti della prima sezione non possono essere che i capitalisti che ne ricomprano (tra essi) tutto il prodotto – clienti della seconda per i beni di consumo sono i proletari per il capitale variabile delle due sezioni, e i capitalisti per il plusvalore delle due sezioni. Indicando le due sezioni con numeri romani a piede delle note lettere c, v, e p, diremo che tutto il denaro da spendere in consumi è vI + vII + pI + pII. Ma è chiaro che tutte le merci consumabili sono il prodotto della II sezione ossia cII + vII + pII. Bucharin e Luxemburg sono d’accordo che tutto cammina nella riproduzione semplice, e che la condizione evidente che nasce dal confronto delle due somme è che cII è pari a vI + pI. Quindi se tutto si realizza (monetariamente e mercantilmente) la legge della semplice riproduzione è che il capitale costante della seconda sezione deve equivalere al capitale variabile della prima, più il plusvalore della prima. Colla riproduzione allargata comincia la complicazione, e per ora non daremo né gli schemi di Marx e Luxemburg in cifre, né le formule di Bucharin.
In apparenza, per la prima nella riproduzione allargata non si può realizzare tutto il plusvalore, mentre per il secondo lo si può. Noi abbiamo mostrato come né Marx né alcun marxista vuole dimostrare che la economia capitalista può funzionare allo stato di regime, nemmeno nella riproduzione semplice. Ma il capitalismo potrà realizzare tutto quanto produce o sovraproduce. La sua condanna è la serie delle crisi che dimostrano che il sistema non sa né puòconsumare tutto quanto produce né produrre quello che la società ha bisogno di consumare. Per principio il capitalismo non realizza, il che determina la sovversione delle equivalenze merci-moneta, e lo sbocco è di regalare o distruggere, peggio che svendere, le sue merci, ossia dilapidare la umana forza lavoro, per la impossibilità di dare al lavoro una disciplina organizzata.
Relazione sulla Luxemburg
L’opera della compagna Rosa Luxemburg sulla Accumulazione del Capitale e i suoi scritti successivi in risposta alle critiche che le furono mosse si innestano in una discussione durata più di un secolo. Due erano i quesiti posti da tutti; il primo, perché la riproduzione allargata e a quale domanda essa risponda; il secondo, collegato al primo: chi realizza il plusvalore?
Anche Marx aveva posto questo problema tracciando uno schema della riproduzione allargata. La Luxemburg lo esamina osservando che il suo presupposto è lo stesso di quello della riproduzione semplice, cioè una società composta esclusivamente di capitalisti e proletari, uno schema in cui è la società capitalistica che realizza essa stessa il plusvalore. Ora la Luxemburg dice: questo presupposto corrispondeva perfettamente alla riproduzione semplice, poiché in questa si può ammettere il caso dello sviluppo della riproduzione del capitale individuale come elemento interno della società capitalistica, ma non si adatta più alla riproduzione del capitale sociale reale che storicamente si presenta in un ambiente nel quale esistono forme sociali non capitalistiche.
Dunque, secondo la Luxemburg, questo presupposto teorico impedisce di rispondere ai quesiti fondamentali della polemica storica: per chi avviene la riproduzione allargata? e chi realizza il plusvalore? Prendiamo ora lo schema stesso: naturalmente è escluso – e l’hanno escluso tutti – che il capitalista e il proletario possano, nella riproduzione allargata, realizzare il plusvalore, perché in questo caso torneremmo al caso della riproduzione semplice. Il proletario può scambiare contro denaro la merce che corrisponde al capitale variabile della sezione I e II; il capitalista può realizzare il plusvalore consumandolo. Ma la parte di plusvalore che si capitalizza, il capitalista non può realizzarla, a meno di ammettere che il capitalista realizzi il suo plusvalore accumulandolo, e accumuli soltanto per accumulare. Ciò porterebbe a descrivere la società capitalistica in questo modo: la produzione di carbone è aumentata perché la produzione di ferro possa aumentare, a sua volta la produzione di ferro aumenta perché la produzione meccanica aumenti, e così via all’infinito.
Ora questo, secondo la Luxemburg, si risolverebbe in una “giostra a vuoto”, né tale può essere la deduzione da trarre dall’insieme della teoria marxista. Essa quindi vorrebbe (e occorre subito precisare che la Luxemburg non nega la necessità degli schemi in genere allo scopo di eliminare gli aspetti secondari della questione e porre il problema in tutta la sua purezza) riportare il problema dell’accumulazione nel suo quadro storico reale, perché, non facendolo, non si risponde ai due quesiti già detti: per chi la domanda allargata? e chi realizza il plusvalore?, né il quesito correlativo: come il plusvalore si capitalizza?
Il capitalismo – osserva la Luxemburg – nasce alla fine del Medioevo in un ambiente europeo intorno al quale continuano a sussistere paesi extracapitalistici. Inoltre, nello stesso seno della società capitalistica, permangono ambienti sociali che si possono considerare “esterni” nel senso che vivono in rapporti economici non ancora di carattere capitalistico: per esempio, la piccola azienda contadina. E si può anche dire che questi ambienti, sebbene si riducano sempre più, continuano a sussistere ancora oggi, poiché non in tutti i paesi la produzione contadina si svolge nel quadro di rapporti capitalistici. Nella discussione storica intorno al problema della accumulazione – nota ancora la Luxemburg – hanno giocato un ruolo enorme due risposte: il commercio internazionale e il commercio estero. Ma gli economisti non si sono accorti che fare intervenire questi fattori significa soltanto spostare il problema, giacché per noi, quando si parla di capitale sociale totale, si parla della società capitalistica in genere. Il problema del commercio internazionale dev’essere quindi inteso nel senso non della geografia politica delle diverse nazioni, ma in quello dell’economia sociale presa nel suo complesso, e, dato al termine “commercio internazionale” il contenuto che gli compete, si vede che la domanda la quale provoca l’allargamento della riproduzione totale è una domanda esterna alla società capitalistica, non proveniente né da proletari né da capitalisti: chi realizza il plusvalore è dunque questa domanda esterna, qualunque essa sia.
L’ambiente storico dell’accumulazione capitalistica
Naturalmente, il problema non si pone nella stessa forma in tutti gli stadi di sviluppo del capitalismo. Tre stadi possono considerarsi: 1) Intorno al capitalismo sussiste un’economia naturale che ignora del tutto la moneta; che da una parte produce per i bisogni e dall’altra non ha eccedenze non consumate: tutto ciò che è prodotto è consumato. 2) Dopo l’economia naturale, di cui, senza risalire al comunismo primitivo, abbiamo molti esempi storici, v’è l’altro modello dell’economia feudale medievale e, 3), dopo questa, l’economia mercantile semplice, la cui formula non è D – M – D, ma M – D – M. Questa forma, propria dell’artigianato del Medioevo, sopravvive fino ad oggi sebbene su scala ristretta.
Se l’accumulazione del capitale avviene mediante la lotta contro l’economia naturale, questa dev’essere sostituita con una economia mercantile per il capitalismo. Perché? Ebbene, perché l’economia naturale – come pure quella semi-naturale del Medioevo nelle campagne – non chiede al capitalismo nulla e non gli offre nulla: è rinchiusa completamente in sé stessa. Essa non può dargli né i mezzi di sussistenza che sarebbero necessari alla capitalizzazione del plusvalore realizzato, né la forza-lavoro, tenuta prigioniera come essa è da rapporti di produzione precapitalistici. Esempio la servitù della gleba durante il Medioevo, che stabilisce un rapporto di dominio personale tra il contadino-servo e il signore, e che impedisce ai contadini di recarsi in città a lavorare per il capitale in quanto li lega stabilmente alla gleba. Tale rapporto dev’essere spezzato, e ciò è avvenuto in tutta la storia del capitale durante il Medioevo e, a maggior ragione, in quella della lotta dell’imperialismo nelle Colonie, dove è necessario distruggere gli istituti sociali ancora riposanti su rapporti di produzione precapitalistici per poter utilizzare non solo le materie prime prodotte da quelle società, ma anche la forza di lavoro “di colore” senza la quale il capitalismo non potrebbe sfruttare le risorse di zone climatiche in cui i bianchi non possono lavorare. Ma, una volta distrutti i rapporti sociali basati sull’economia naturale, il capitale non ha ancora raggiunto il suo scopo – l’instaurazione di un rapporto in cui possa trarre dall’ambiente sociale ed economico storico ricchezze nuove per proseguire la sua accumulazione anche dal punto di vista fisico: nuove materie prime, nuove forze di lavoro. In altri termini, il capitalismo deve sostituire all’economia naturale una economia mercantile.
Come realizza questo obiettivo? Apparentemente (e, com’è ovvio, gli apologeti del capitalismo dicono che si tratta di un processo pacifico) sembra che la superiorità del modello capitalistico di tenore di vita e di tecnica produttiva imponga da sé questa trasformazione: in realtà, essa è possibile solo distruggendo e rovinando intere società secolari. La Luxemburg, che dà una vasta illustrazione di questi paesi nella fase precedente l’accumulazione capitalistica, ricorda la rovina del comunismo primitivo in India o presso le tribù berbere dell’Africa del Nord o, più semplicemente, quella del farmer americano che, fino alla prima metà del secolo, era nello stesso tempo agricoltore e produttore di tutto ciò (utensili, vestiario, ecc.) di cui aveva bisogno. La sostituzione di questa economia quasi-naturale è avvenuta mediante l’introduzione di manufatti inglesi (materiale ferroviario, attrezzature industriali); e, più tardi, mediante la formazione di un’industria manifatturiera nella stessa America del Nord. Tutto questo processo determina la separazione fra agricoltura e mestieri rurali; a poco a poco la classe contadina è costretta a limitarsi all’unica forma di attività che il capitalismo non le possa subito strappare, la coltivazione del suolo (specie tenuto conto dei rapporti di proprietà vigenti nel Nuovo Mondo), e a comprare le merci prodotte nella grande manifattura capitalistica – tutto ciò attraverso una violenza che può essere aperta o soltanto economica (aumento delle tasse, ecc.). Introdotta l’economia mercantile semplice, quando il contadino è obbligato a limitarsi all’attività agricola perché i mestieri rurali sono spariti, comincia una terza fase della lotta, quella concorrenziale, che ha per traguardo la rovina dell’economia semplice attraverso la concorrenza nei prezzi, giacché la merce prodotta dalla manifattura capitalistica costa meno e rimpiazza agevolmente quella di origine artigiana, non più comprata perché troppo cara. Anche qui l’esempio è dato dagli Stati Uniti, e la Luxemburg dimostra come, dopo la guerra di secessione, lo sviluppo speculativo delle costruzioni ferroviarie e l’emigrazione crescente abbiano portato alla costituzione di un’agricoltura sviluppantesi in forme prettamente capitalistiche: proprietà molto estese, metodi di gestione del tutto industriali, produzione enorme con cui la piccola farm del coltivatore diretto, del contadino individuale, non è più in grado di competere. Risultato: completa rovina del farmer.
Ma l’esempio potrebb’essere ripetuto per molti altri paesi e ceti sociali, perché oltre alla rovina del contadino v’è stata quella dell’artigiano: la generalizzazione dei rapporti di produzione capitalistici è seminata di macerie.
Concludendo, la Luxemburg mostra come, da un secolo, il problema dell’accumulazione abbia diviso gli economisti in due campi: da un lato, gli scettici che negavano la possibilità dell’accumulazione allargata (per es. Sismondi), forse perché sentivano a quali risultati rivoluzionari essa avrebbe condotto; dall’altro, i cosiddetti ottimisti grossolani per i quali il capitalismo era capace di autofecondarsi all’infinito e, quindi, era una forma sociale eterna.
Tali le concezioni che la Luxemburg, come marxista militante, intende combattere. È una stoltezza, dice, prendere alla lettera uno schema che è soltanto un metodo di esame di un problema e volerne concludere l’eternità della forma sociale che noi combattiamo. La soluzione marxista del problema dell’accumulazione si colloca tra i due estremi dello scetticismo e dell’ottimismo, e risiede – secondo lo spirito (se così si può dire) di tutta la dottrina marxista – in una contraddizione dialettica: da un lato, la accumulazione capitalistica ha bisogno, per potersi realizzare, di un ambiente sociale non-capitalistico; dall’altro non può andare innanzi senza scambi con questo ambiente (scambi, naturalmente, tutt’altro che pacifici) e senza la sua erosione e, in definitiva, la sua rovina.
Non solo tutto il plusvalore non è realizzabile nel seno della società capitalistica, ma la sua stessa capitalizzazione esige lo sfruttamento di tutte le risorse materiali ed umane del globo. Con l’estensione del capitalismo su scala mondiale, la capitalizzazione del plusvalore diventa sempre più difficile, perché non si trovano più nuove fonti di materie prime e di forza lavoro; d’altro lato, la parte del prodotto sociale che corrisponde a c e p cresce in rapporto a v per effetto dell’aumento della composizione organica del capitale. Di qui la contraddizione (secondo la Luxemburg, che scrive nel 1911-12), di qui l’universalizzazione del capitalismo e, insieme, la catastrofe verso cui esso procede. Di qui il fatto che i paesi capitalistici dipendono sempre più gli uni dagli altri per la capitalizzazione del plusvalore, perché se c aumenta in rapporto a v ciò avviene, naturalmente, sotto forma di materie prime che possono venire dal di fuori ma anche di un macchinario che può essere prodotto solo in rapporti di produzione altamente capitalistici, mentre invece per la realizzazione del plusvalore dipendono sempre da un ambiente extracapitalistico, e quindi entrano fra di loro in una concorrenza accresciuta per la sua divisione, per il dominio imperialistico del mondo. Le condizioni della realizzazione del plusvalore e le condizioni del rinnovamento del capitale cadono così in una crescente contraddizione reciproca che è solo il riflesso della legge tendenziale della caduta del tasso di profitto, essa stessa contraddittoria.
Tutta la critica della Luxemburg potrebbe riassumersi rilevando che essa prende le mosse dallo schema di Marx soltanto per poter lottare contro le teorie apologetiche del capitalismo, che di questa forma sociale prevedono l’eternità, e combattere i revisionisti del marxismo rivoluzionario. Il suo schema è, in breve: il capitalismo si nutre di un ambiente extracapitalistico; nutrendosene lo distrugge; quando lo avrà tutto distrutto, verrà la ora storica in cui esso dovrà, a sua volta, necessariamente soccombere (il che non vuol dire: aspettiamo che il capitalismo, estendendo i suoi rapporti di produzione a tutto il mondo, distrugga sé stesso: la Luxemburg individua una tendenza storica, tanto più forte quanto più prolungata nel tempo; la lotta rivoluzionaria del proletariato può abbreviarla e, se vittoriosa, troncarla di netto alla scala mondiale).
Relazione su Bucharin
Lo studio di Bucharin – L’imperialismo e l’accumulazione del capitale – al fine di confutare la deduzione della Luxemburg circa le contraddizioni a cui condurrebbero gli schemi dati da Marx nel II Tomo del Capitale non consiste nel dare nuovi specchietti numerici delle due sezioni relativi a cicli (anni) successivi della produzione capitalistica che risolvano i dubbi sollevati attraverso quadrature aritmetiche. Come in una conferenza che Bucharin tenne a Mosca al tempo del IV Congresso dell’Internazionale Comunista, egli svolge invece un gruppo di formule che per ora non riporteremo. Egli divide in due parti il plusvalore della sezione prima e della seconda di cui una sia quella consumata dai capitalisti e quindi realizzata acquistando sul mercato beni della sezione II (consumo), e l’altra sia invece aggiunta al capitale anticipato nel nuovo ciclo; ed evidentemente da realizzare sul mercato nell’acquisto di un maggior capitale costante e di una maggiore somma di forza lavoro. Bucharin mostra che, come nella riproduzione semplice, la continuità del ciclo non si verifica sempre, ma è legata alla condizione che noi abbiamo riportata, ossia che “il capitale costante della seconda sezione sia eguale alla somma del capitale variabile e del plusvalore della prima“.
Nel caso della riproduzione allargata Bucharin sviluppa una analoga relazione che ci limitiamo a riportare senza dimostrazione algebrica, ed è questa: “Il capitale costante della seconda sezione, aumentato della parte di plusvalore di questa portata a capitale costante, deve essere uguale al capitale variabile della prima sezione, più il plusvalore consumato di questa, più ancora la parte del plusvalore di questa portata a capitale variabile”; difatti il plusvalore di ciascuna sezione si divide in due parti come detto, e poi quella riservata ad investimento si divide tra investimento in capitale costante ed investimento in salari.
Il senso della ricerca di Bucharin vuole essere questo; rispettate queste relazioni, si potranno sempre costruire delle serie di schemi in cui tutto il plusvalore, consumato e non, resta tutto “realizzato”, ossia messo nel circolo mercantile, senza l’obbligo che introduce la Luxemburg di far venire sulla scena un terzo tipo di compratori, che non siano né i capitalisti né gli operai salariati da essi.
I “punti”di Bucharin
Questa ricerca algebrico-aritmetica potrà essere svolta, ma si limita al carattere formale della questione. A noi sembra importante il richiamo al fatto che anche la riproduzione semplice è assicurata solo se si verifica una certa condizione che nella generalità dei casi manca. Quindi anche nella riproduzione semplice non è sicuro che si “realizzi tutto il plusvalore” e può sorgere l’intoppo e la rottura del ciclo e la “crisi” come Marx previde, anzi come volle dimostrare inevitabile in tutte le ipotesi.
Per ora interessa annotare brevemente che cosa Bucharin, premesso quanto sopra, risponde a quelle che egli chiama, forse un poco troppo formalmente, le critiche della Luxemburg a Marx.
Primo punto. Per chi ha luogo la accumulazione allargata? Secondo Bucharin questa domanda finalistica introduce nella analisi obiettiva un elemento soggettivo e volontaristico che esula dalla dialettica marxista.
Secondo punto. Avendo la Luxemburg ammesso che cresce il consumo della società, tanto dei capitalisti che dei proletari (sebbene dei primi il numero diminuisca, dei secondi cresca), osserva Bucharin che così essa ha già risposto alla domanda: per chi si allarga la produzione. In ogni forma sociale lo stesso fatto del crescere della popolazione determina la possibilità di un maggiore consumo, senza che si possano imputare a Marx le degenerazioni di quelli (Tugan-Baranowski) che caddero nella economia volgare trattando separatamente produzione e consumo.
Terzo punto. Non è giusto dire che la accumulazione si spiega se i capitalisti consumano il plusvalore, ma non si spiega più se in parte lo investono “astenendosi” dal consumarlo. Bucharin accusa di contraddizione la critica e la riduce all’errore di dire: dato che i capitalisti sono la classe dominante, i fenomeni della economia capitalistica avvengono secondo le brame dei capitalisti. Ha ragione Bucharin, ma questo lo sapeva Luxemburg non meno di lui!
Quarto punto. Luxemburg dice che non può essere scopo dei capitalisti il mantenimento di una sempre maggiore armata di operai. Bucharin procura di dimostrare che questa è una necessità, e quindi uno scopo, nel senso che la classe capitalista perderebbe il suo dominio se il numero dei proletari non aumentasse di continuo. Forse non lo avrebbe neppure conquistato contro i vecchi poteri storici. La tesi di Bucharin non si traduce in una filantropia dei capitalisti verso la popolazione operaia, eppure, nel giovane capitalismo, essi lo credevano davvero.
Quinto punto. Luxemburg trova strano che i capitalisti siano fanatici dell’allargamento della produzione come fine a sé stessa e senza vantaggio né per i proletari né per gli stessi borghesi, e chiama questo ragionamento una “giostra a vuoto”, che non può fornire una spiegazione scientifica. La risposta di Bucharin è data dalla citazione di un passo di Marx tratto dalle Teorie sul plusvalore, il quale corrisponde ai molti altri da noi dati nelle nostre ricerche.
“Il capitalista industriale… come capitale personificato, produce per amore della produzione, vuole arricchire per amore dell’arricchimento: nei limiti in cui egli è un semplice funzionario del capitale, un esponente della produzione capitalistica, quello che gli interessa è il valore di scambio e il suo aumento, non il valore d’uso e l’aumento della sua grandezza; è l’aumento della ricchezza astratta, l’appropriazione crescente di lavoro altrui. Egli è dominato dallo stesso stimolo assoluto dell’arricchimento che anima il tesaurizzatore, con la differenza che non lo soddisfa nella forma illusoria di tesori aurei ed argentei, ma in quella della formazione di capitale, ch’è vera e propria produzione… Ma il capitalista industriale diviene più o meno incapace di assolvere la sua funzione dal momento in cui vuole, invece della accumulazione di piaceri personali, il piacere della accumulazione. Anche egli è produttore di sovrapproduzione, produzione per altri“.
Ciò vale, aggiunge Bucharin, soggettivamente, cioè dal punto di vista del “motivo animatore” dei capitalisti, anche se non si possono negare le conseguenze oggettive di queste tendenze soggettive, conseguenze che consistono nella soddisfazione dei bisogni crescenti della società nel suo insieme.
A questo punto si potrebbe chiedere a Bucharin se egli non vedesse un lato attivo della produzione sociale industriale solo fino ad un certo punto storico dopo il quale l’allargarsi della produzione divenga completamente antisociale in tutti i suoi effetti; e quindi imponga proprio la necessità di abbattere la forma capitalistica. Ma erano cose che Bucharin, sebbene talvolta accanito formalista nella polemica, conosceva a fondo.
Egli viene infine a confutare la tesi che i compratori che il capitalismo non trova nel suo interno debbano essere cercati nei paesi socialmente precapitalistici ed esamina punto per punto la tesi della Luxemburg. Egli non ne contesta di certo gli aspetti storici nel quadro mondiale contemporaneo, ma vuole solo negare che senza mercati non borghesi il capitalismo non possa esistere nei paesi dove ha fatto al sua prima apparizione, e soprattutto che non si sia già posta la esigenza del suo rovesciamento.
Lo studio ulteriore di questo dibattito non può che mostrare come i grandi rivoluzionari Luxemburg e Bucharin siano dalla stessa parte della barricata contro i nefasti dell’opportunismo revisionista, che in forma parallela entrambi li uccise.
Tuttavia è un dovere del movimento marxista che segue loro e noi di porre ordine in queste questioni portando nella giusta luce i passaggi vitali tra la trattazione economica e quella storica e politica, e, per dirla nel solito modo abbreviato, filosofica.
A questo lavoro furono dati nella riunione dai varii compagni che vi lavoravano i contributi che abbiamo riportati, e che sono di base allo sviluppo nei varii settori e campi.
La “distensione”, aspetto recente della crisi capitalistica (Pt.2)
Nell’articolo precedente abbiamo sostenuto che la fase di aperta rivalità politica e militare succeduta nelle relazioni tra gli Stati Uniti e la Russia all’alleanza del tempo di guerra, cioè il pericolo indicato col termine di “guerra fredda”, scaturì dall’enorme sconvolgimento sociale e politico causato dalla rivoluzione anticoloniale, del resto ancora in atto entro l’immenso spazio geografico che comprende l’Asia, l’Africa, e l’America Latina. La guerra, ormai dovrebbe essere chiaro a tutti, risolve temporaneamente i problemi cruenti dell’imperialismo trasferendo sul piano militare gli insanabili conflitti economici che lo sfruttamento di classe, l’ineguaglianza dello sviluppo storico dei vari paesi capitalistici, e le rivalità nazionali che da essa conseguono, inarrestabilmente accumulano.
Ma, se per due volte il capitalismo ha messo il mondo a ferro e fuoco, per altrettante volte un terremoto sociale ha percorso il pianeta sradicando e abbattendo secolari baluardi della reazione. Fu nel primo dopoguerra, anzi durante ancora il primo conflitto, che la rivoluzione proletaria esplose gagliardamente in Russia e nell’Europa orientale, schiantando il reazionario impero degli Zar; e se la rivoluzione comunista, scoppiata in Russia, non poté espandersi fino a travolgere l’Europa borghese, lo si deve al vergognoso tradimento dei partiti socialdemocratici che, nel momento decisivo della crisi sociale, si schierarono al servizio del nemico capitalista.
La seconda guerra mondiale, voluta e provocata dall’imperialismo internazionale, nemmeno essa, pur in assenza di un movimento rivoluzionario del proletariato, si è risolta in una mera divisione del mondo, in una nuova redistribuzione del predominio imperialistico. È stato fatto, da parte delle grandi potenze egemoniche uscite vittoriose dal conflitto, un tentativo di coagulare il moto sociale in uno stampo prefabbricato. Ma l’idillio internazionale celebrato alle Conferenze di Yalta e Potsdam è durato appena qualche anno.
Sarebbe tuttavia antidialettico supporre che la “guerra fredda” ad esso seguita sia nata da un “ripensamento” dei politici americani o, peggio ancora, da una ripresa dei metodi della lotta di classe da parte dello stalinismo allora regnante. La “rottura dell’alleanza di guerra” tra l’America (e i suoi satelliti occidentali) e la Russia non avvenne certo perché, come pretendeva la stolida propaganda atlantica negli anni passati, il capitalismo americano intendesse porre riparo agli “errori” commessi da Roosevelt nei confronti dell’alleato russo. L’imperialismo americano aveva già fatto prima dei timidi passi di assaggio, impossessandosi delle Filippine (1898) e dando fuoco alla “guerra di Cuba” (1897-98). Ma è storicamente incontrovertibile che soltanto ad opera del rooseveltismo gli Stati Uniti si sono trasformati da potenza economica in super-Stato imperialistico, centro di una sfera di influenza politica e militare che abbraccia l’intero pianeta. Che cosa erano gli Stati Uniti prima dell’incidente di Pearl Harbour, che non certamente per dabbenaggine Roosevelt e i suoi collaboratori deliberatamente provocarono? Non soltanto la politica rooseveltiana mettendo a tacere l’isolazionismo permise agli Stati Uniti di assurgere al rango di prima potenza imperialistica dando alle forze armate americane il controllo dell’Europa occidentale e l’assoluta egemonia marittima, ma ne fondò le premesse indispensabili, riformando lo Stato americano. Quella struttura eminentemente totalitaria, a mala pena coperta dalla mascheratura democratico-parlamentare, che è oggi lo Stato americano, è opera, tutti lo sappiamo, delle… slittate a sinistra del New Deal.
C’è di più. La favola cretina secondo cui Roosevelt sarebbe rimasto vittima dei raggiri di Stalin va in mille pezzi non appena si tenga presente che, per ingraziarsi l’alleato americano, il governo di Stalin procedette alla soppressione della Internazionale Comunista. In verità, Roosevelt si dimostrò un mercante di straordinarie capacità se riuscì a comprare per pochi miliardi di dollari fiumi di sangue russo e, per sovraprezzo, la liquidazione di quello che ancora restava di un organismo che aveva fatto tremare le ossa della borghesia internazionale. Ciononostante, ci sono grandi firme del giornalismo che guadagnano con un articolo quanto guadagna un operaio in un mese di lavoro, scrivendo che la “guerra fredda” fu causata dagli “errori” di Roosevelt..!
Altrettanto falso è che la “guerra fredda” sia stata provocata da una ripresa rivoluzionaria del “comunismo” russo. È vero anzi il contrario. La “guerra fredda” ha favorito enormemente la degenerazione dei partiti comunisti legati a Mosca. Infatti, una volta entrati in conflitto con l’ex alleato americano, il governo di Mosca e il partito comunista russo si guardarono bene dall’impugnare le armi “superate” della lotta di classe. Imitati scimmiescamente dai partiti comunisti infeudati, essi si diedero anima e corpo alla politica, del tutto borghese, delle alleanze tra gli Stati. Obbiettivo di Stalin, fin quando visse, fu, non la rivolta della classe lavoratrice contro le borghesie americana ed europea, ma lo sgretolamento della coalizione politica e militare capeggiata dagli Stati Uniti, da ottenere mediante la seduzione delle borghesie nazionali. Non altro significato ebbe, e conserva tuttora, la politica dei partiti comunisti, che tende a staccare una parte della borghesia locale dalle alleanze militari e politiche imposte dall’imperialismo americano. Questo e non altro significano i programmi politici dei partiti comunisti che si fondano sui capisaldi della “ricerca del dialogo con le forze progressive”, della “apertura a sinistra”, e simili infamie opportunistiche.
A riprova di quanto sosteniamo stanno le sanguinose epurazioni che si abbatterono sulle “democrazie popolari” dopo il tradimento di Tito (1948), la rivolta di Berlino-Est (1953), l’insurrezione ungherese (1956). Tutte queste tragedie sociali non furono affatto causate dall’applicazione di una politica rivoluzionaria antiborghese da parte dei partiti comunisti legati a Mosca. Al contrario, furono il risultato necessario dell’inaudito sfruttamento del lavoro salariato giustificato con le esigenze di megalomani piani di produzione, o si alimentarono delle micidiali rivalità nazionalistiche, che soltanto la soppressione per via rivoluzionaria delle economie nazionali può eliminare.
Al tramonto della “guerra fredda” non v’è nel blocco russo-orientale più socialismo, o meno capitalismo, di prima. Né può dirsi certo arrestata la cancrena opportunistica che divora i partiti “comunisti”. Tutt’altro. Ad onta dell’assenza di una classe proprietaria dei mezzi di produzione, l’economia russa appalesa sempre più la sua natura capitalistica, cioè salariale e mercantile. D’altra parte, e non a caso, mai come oggi l’ideologia dei partiti comunisti, che apertamente inneggiano, sotto il pretesto della conservazione della pace, all’abbraccio delle classi, e apparsa più marcia. Ciononostante, la stampa comunista continua a ripetere su tutti i toni che all’origine della “guerra fredda” ci fu la decisione americana di impedire la “costruzione del socialismo” in Russia e nelle democrazie popolari. In realtà, a demolire le ultime vestigia, non già del socialismo, ma dello stesso capitalismo di Stato, ci stanno pensando i krusciovisti!
Procedendo per esclusione, scartando le interpretazioni tendenziose che delle origini della “guerra fredda” propongono i propagandisti affittati ai blocchi imperialistici, si perviene alla conclusione cui già avevamo accennato. Potevamo passare all’argomento che più ci preme, lo studio delle cause che stanno determinando la svolta della politica internazionale definita col termine di “distensione”, ma abbiamo preferito, anche a costo di ripetere concetti fondamentali, allargare alquanto il discorso. Accettare le tesi degli avversari, spiegare il perché della “guerra fredda” e della “distensione” con motivi interni ai blocchi in contrasto – pretesa “costruzione del socialismo” all’est e riforma antirooseveltiana all’Ovest – equivarrebbe, oltre che a subire passivamente una deformazione della realtà storica, ad alimentare una concezione pessimistica dell’imperialismo. Il mondo intero è sotto il tallone di ferro dell’imperialismo, sotto la minaccia della guerra. Chi lo negherebbe? Ma l’imperialismo non è onnipotente.
La seconda guerra mondiale non si è risolta, come dicevamo all’inizio, in una mera divisione del mondo, progettata e attuata dalle centrali imperialistiche. Il piano di divisione del mondo, foggiato a Yalta e Potsdam, doveva saltare in aria di lì a poco. Il magma sociale si rimetteva in moto. In contrasto con una Europa immobilizzata nelle maglie di ferro dell’occupazione militare, gli altri continenti si mettevano a ribollire. La stampa di lor signori può continuare a diffondere le più assurde teorie sulle origini della “guerra fredda”. Noi continueremo a sostenere che sono fatti come la caduta di Mukden nelle mani di Mao Tse-dun nell’ottobre 1948, come la cacciata della monarchia dall’Egitto, come la rivolta del Madagascar costata decine di migliaia di morti ai malgasci, come la rivolta dei “kukuiu” del Kenia, la sedizione dei Ciang-kai-sceh indonesiani, i movimenti indipendentisti di Marocco, di Tunisia, dell’Africa Nera, la rivolta di Algeria, la fine dell’epoca delle feroci dittature militari pro-americane nell’America Latina, insomma il generalizzato, incontenibile movimento di rivolta delle popolazioni più povere, più oppresse, più affamate del mondo, ciò che doveva far sprofondare l’assetto internazionale venuto fuori dagli accordi tra le massime potenze imperialistiche. Furono tali rivolgimenti, di cui non possiamo ancora calcolare tutta la portata, che determinarono nel mondo appena uscito dal conflitto la crisi generalizzata dell’imperialismo che va sotto il nome di “guerra fredda” di cui avvenimenti come il distacco della Iugoslavia titoista dal blocco orientale, o il blocco di Berlino, sono da considerare effetti, peraltro secondari, e non cause.
Di certo v’è che, nei dodici anni che ci separano dalla caduta di Mukden, il mondo ha subito un travaglio immenso. Sotto i nostri occhi, sono crollate costruzioni politiche che resistevano da secoli. Sono sorti al loro posto decine di Stati nuovi, alcuni piccoli e privi di prospettive; altri vastissimi e destinati a uno sviluppo inaudito. L’economia mondiale ne è risultata sconvolta. Gli ex Stati colonialisti hanno dovuto attraversare una crisi profonda, che tuttora dura. Le centrali imperialistiche hanno dovuto elaborare nuove strategie politiche, ordire nuove alleanze militari. Tutto ciò, in una società di classe e nel regime dello Stato nazionale, poteva accadere senza scosse? Non poteva. Si comprende, allora, il perché della cosiddetta guerra fredda.
Alle origini della “distensione”
Non certo a caso, il profilarsi della “distensione” viene a coincidere con l’esaurirsi, vorremmo dire, della fase eruttiva della rivoluzione anticoloniale. Naturalmente, il problema della liberazione dal colonialismo è tuttora aperto per non pochi paesi, primo tra tutti l’Algeria. Ma è chiaro che nulla potrà ormai arrestare la marcia in avanti dei “popoli di colore”. Nessuno dubita che tra non molto l’Africa sarà completamente “decolonizzata”, come l’Asia.
Ma, allo stesso modo che sarebbe semplicistico ridurre le cause della “guerra fredda” alla sola crisi provocata dalla rivoluzione anticoloniale – nessuno vorrà accusarci di ignorare i permanenti motivi di contrasto che sono alla base della economia capitalistica e dello Stato nazionale, così aspri e micidiali soprattutto nella vecchia Europa – sarebbe inadeguata e unilaterale la tesi che spiegasse la sopravvenuta “distensione” unicamente con la nuova fase della medesima rivoluzione anticoloniale.
Molteplici e di diverso ordine sono gli accadimenti che hanno generato la presente svolta nella politica mondiale. Diciamo subito che, usando il termine “svolta”, rifuggiamo da qualsiasi pregiudizio gradualistico. Quello che pensiamo della distensione, l’abbiamo riassunto nel titolo di questo articolo. La “distensione” è l’aspetto recente assunto dalla crisi capitalista. Essa non porta affatto una soluzione alla crisi del capitalismo, che è ineliminabile. I comunisti internazionalisti sanno bene che il capitalismo genera costantemente contraddizioni e cataclismi sociali e che questi non accettano terapie riformistiche. Soprattutto, la “distensione” non è l’alternativa alla guerra. Unica, insostituibile alternativa alla guerra sono la rivoluzione e la dittatura proletaria. Il capitalismo stesso è guerra, guerra delle classe dominante borghese contro le classi lavoratrici. La guerra degli eserciti non è che una forma della guerra sociale che la borghesia capitalistica conduce con tutti i mezzi per impossessarsi della forza-lavoro delle classi lavoratrici e tenerle schiave sotto il tallone dello sfruttamento. La stessa parola “pace” è in contrasto stridente con la realtà. Sotto il capitalismo, mai regna la pace. Un mondo in pace deve ancora venire: e sarà il mondo senza classi. La “distensione” è la forma nuova assunta dalla crisi capitalistica.
Non si può pretendere che si faccia qui un censimento completo delle cause che stanno determinando la distensione. Possiamo tuttavia esaminare quelle ci sembrano le fondamentali:
1) Riassestamento dell’equilibrio mondiale in seguito alla formazione dei nuovi Stati afro-asiatici e ai rivolgimenti verificatisi nell’America Latina, fenomeni che hanno posto fine ad un periodo di profondo sconvolgimento politico e sociale.
2) Esaurimento della estrema fase della degenerazione russa che, sotto il krusciovismo, ha bruciato tutte le tappe, per cui la Russia appare oggi, sotto l’aspetto economico sociale, politico e ideologico, del tutto “occidentalizzata”.
3) Crisi generale dell’imperialismo americano.
4) Aggravamento dell’anarchia capitalistica europea, che si accompagna alla minacciosa ripresa del nazionalismo e delle tradizionali rivalità egemoniche continentali, e determina, all’interno dello stesso blocco militare del Patto Atlantico, dei blocchi commerciali rivali quali la CEE e l’EFTA.
5) Rivoluzione tecnica negli armamenti che ha posto fine alla invulnerabilità dall’esterno degli Stati Uniti, e impone di elaborare adeguate riforme per quanto riguarda la struttura delle industrie di guerra e delle stesse forze armate degli Stati.