Torna la questione ebraica?
Sembra che si levi all’orizzonte una questione di cui il marxismo classico fornisce subito gli indiscussi estremi, inquadrati nella teoria della razza e della nazione. Basti per ora un richiamo di pochi spunti, specie per i giovani cui la cosa sa di nuovo, e per questa Italia in cui mai si è parlato di un conflitto di razza contro gli ebrei, nemmeno -se non per… ragioni d’ufficio – sotto il fascismo.
Marx era ebreo, chi non lo sa? Ma gli ebrei sarebbero pronti a classificarlo come un rinnegato della razza, malgrado la loro civetteria nell’attribuirsi tutti i grandi geni della umanità: Mosè, Cristo, Paolo, Marx, Einstein.
Ma con Marx finiva la voga delle dottrine sui popoli eletti da Dio, gli uomini inviati da Dio. Marx introduceva la chiave degli interessi economici e delle classi sociali, e nel nuovo quadro della storia la funzione delle razze e nazionalità non scompariva, ma veniva trasportata sotto una luce polarizzata. Marx giovane era in mezzo ad una democrazia borghese non ancora del tutto sfatta, che ponendosi di contro come fantasma antirivoluzionario la chiesa cristiana, simpatizzava per i giovani ebrei anticlericali massonici e (un poco a denti stretti) atei. Ma nella sua geniale Judenfrage, l’Ebreo nella società moderna perde la veste suggestiva del rivoluzionario e viene refratto nel borghese, il nemico della nostra e nuova rivoluzione.
La simpatia per gli ebrei non finì tanto presto e molti di essi furono, quanto il maestro, valenti compagni di strada del comunismo proletario. Non finiva contro di essi l’odio chiesastico e cristiano, e ancora in fine del secolo la questione delll’antisemitismo, scottante sempre in tutta l’Europa orientale e centrale e sotto la maledizione zarista, bestia nera del marxismo, esplodeva in Francia nel famoso affaire Dreyfus, con l’innocente ufficiale condannato come spia dell’incanata clericale e sciovinista.
I massacri della controrivoluzione russa furono in gran parte strage di eroici combattenti ebrei con baricentro nell’epico ghetto di Varsavia. Nel tempo della Prima Guerra Mondiale la questione dei rapporti tra ebrei e socialismo è in primo piano. Perché, dicevamo noi socialisti latini, ma soprattutto internazionalisti e arazzisti, deve esistere un Bund, un partito proletario ebreo?
Presto i marxisti ebrei furono tutti coi bolscevichi. Bastino i nomi dei Trotzky, Zinoviev, Kamenev, Radek e tanti altri, e basti fuori di Russia il nome di Liebknecht. In tutti i partiti vi erano compagni ebrei valorosi e di prima linea. E in Italia? Se ve ne erano non lo si sapeva, con stupore dei compagni esteri. La distinzione non era avvertita, e solo nella papesca Roma qualche imbecille sapeva chi erano i “giudii”. Noi arrivavamo ad elencare solo per notorietà il compagno Terracini. Allora non gli fregava niente di essere cattolico o israelita, come non fregherebbe ad uno di noi: oggi non so, forse non gli frega più dell’appellativo di compagno.
Ogni buon compagno ebreo trattava la questione da… non ebreo. In un comizio di compagni ebrei a Berlino parlava, da marxista par suo, Karl Radek. Fu così radicale che un ebreo del pubblico si indignò. Non era facile non prendere Radek per israelita, la sua faccia splendente di ingegno poteva essere prestata allo scespiriano Shylok. Ma quello gli urlò: non sei ebreo! Radek ebbe il suo ghigno ed un gesto che non diciamo. Ah sì? Passa un momento nel corridoio, e ti mostrerò che sono ebreo!
Non è la critica della teoria storica del popolo eletto che vogliamo ora tracciare. Nella serie dei loro calvari gli ebrei hanno pagato il peso di aver fatto di questa teoria la loro bandiera. Se con i cattolici quanto a deismo si equivalgono, perdettero la partita storica per il cosmopolitismo cattolico romano. Anche nella ondata recente dell’hitlerismo la grandezza di Roma si vide nella non discriminazione dei suoi millenari nemici di Sion.
Il nazismo voleva per sé il ruolo del popolo eletto, ruolo idiota e nefando. In Italia vi era da sfruttare la Roma pagana e non cristiana. Ma in Germania si ricorse all’idolo senza grandi colori della razza ariana. Chi è un ariano? Può essere un celta o un indiano, quel che si vuole. La definizione dovette essere negativa e fu infame: ariano è chi non è ebreo. La cosa si ridusse, nelle persecuzioni bestiali, a passare in corridoio alla Radek.
È rimasto qualcosa in piedi di questa dottrina razziale ariana? Può essa ridipingersi in un qualunque modo? Che sottostrato sociale rappresenta?
Il marxismo non ha difficoltà a liquidare questo problema con armi intatte e lucide di un secolo di grande storia. Gli ebrei hanno risolta la loro questione storica, dopo che Hitler fu schiacciato, ottenendo una terra ed uno Stato. Dietro di essi vi è il sistema capitalista e mercantile di sempre.
Ma che di diverso e migliore vi sarebbe dietro uno sciagurato antisemitismo di oggi 1960? Vi può essere un tessuto connettivo tra questi gruppetti di Bonn, di Londra, di America?
Per ora vale solo un confronto. Roma tutelò gli ebrei tra tutti gli altri antifascisti, più o meno resistenti in convento.
Fece, fa o farà qualcosa Mosca per essi? Fuori le carte! Non ricorderemo chi uccise i grandi bolscevichi di cui abbiamo scritto qui sopra i nomi. Ma restano i nomi di tre città e le date di tre anni da non scordare. Varsavia 1945, Berlino 1953, Budapest 1956. In tutti questi episodi tragici della storia del dopoguerra vi furono ebrei contro moscoviti. Non sempre lo stesso taglio razziale coincide con quello di classe. Ma soprattutto nel 1945 davanti a Varsavia i russi attesero il tempo necessario perché le ultime forze di Hitler annegassero il ghetto nel sangue. Sapeva Mosca che ne avrebbe tratto vantaggio immenso. Varsavia non era in quel momento ebrea o non ebrea, non era meno contro Mosca che contro Berlino; cadeva per la rivoluzione proletaria senza razza e senza bandiera! Cadeva per un’altra gloriosa Comune. Assisteremo tra le vergogne di questo tempo di lenoni ad una campagna dei servitori di Mosca che voglia scongiurare il mostro dell’antisemitismo? La cosa è del tutto prevedibile e plausibile.
Gli ebrei sono vittime di una illusione di millenni, ma hanno nel sangue l’intelligenza della storia. Se interrogati sulle memorie atroci dello sterminio nazista e sulle misure contro il rinascere del mostro, rifiuteranno una salvezza che dovesse loro venire dal Kremlino, ove si nazisteggia nel mito di un altro popolo eletto, e si cerca la missione di quello russo nella tradizione nazionale di Pietro il Grande.
La “distensione”, aspetto recente della crisi capitalistica (Pt.3)
Nei due articoli precedenti abbiamo cercato di individuare, volendo renderci conto delle cause determinanti della svolta della cosiddetta distensione, i fattori obbiettivi della “guerra fredda”. Il nostro assunto è che la “guerra fredda” ha rappresentato, o meglio ha reso evidente, l’insopprimibile crisi dell’imperialismo capitalista, rimasta insoluta nonostante il massacro della seconda guerra mondiale. Ma noi sosteniamo che anche la “distensione” è un aspetto della crisi permanente del capitalismo, un nuovo modo di porsi delle ineliminabili contraddizioni della società borghese. La “guerra fredda” scaturì da un generalizzato sconvolgimento sociale e politico che, nell’immediato dopoguerra e negli anni seguenti, ebbe per teatro i paesi meno sviluppati e gli immensi imperi coloniali posseduti dalle potenze imperialistiche dell’Europa Occidentale. La rivoluzione afro-asiatica, cui si affiancarono i moti antimperialisti dell’America Latina, costrinse le potenze imperialistiche uscite vincenti dalla guerra – gli Stati Uniti e la Russia staliniana soprattutto – a rimettere in discussione i piani di divisione del mondo varati a Yalta e Potsdam nel 1945. I trattati firmati in quelle sedi avevano per oggetto un mondo che, almeno per quanto riguarda l’Asia, l’Africa e gran parte della stessa America, cominciò a cambiar radicalmente fin da quando gli eserciti russo e americano si incontrarono nel cuore della Germania hitleriana.
Ribattendo il chiodo
Il terremoto sociale e politico prodotto dalla rivoluzione anticoloniale – che sopprimeva all’interno dei paesi ex coloniali le strutture semi-feudali lasciate in piedi dal colonialismo, mentre alterava profondamente l’equilibrio internazionale creando numerosi Stati indipendenti – doveva essere per gli Stati Uniti e la Russia, alleati di guerra e depositari del nuovo ordine postbellico, fonte di gravissimo dissidio. Gli imperi coloniali erano oramai delle enormi e sterili appendici per le metropoli – la Gran Bretagna come l’Olanda, la Francia come il Belgio o il Portogallo – che la guerra aveva economicamente rovinate e ridotte ad una posizione di secondo e terzo ordine. Ma era difficile immaginare per la Russia di Stalin a quale grado di strapotenza produttiva, militare, e politica sarebbero assurti gli Stati Uniti, qualora fosse riuscito all’imperialismo americano, già rigurgitante di capitali in cerca di impiego, di saldare alla macchina produttiva metropolitana i vasti spazi vuoti che la rivoluzione anticoloniale andava aprendo all’industrializzazione? E come potevano gli imperialisti americani non presagire che l’espandersi dell’influenza economica e politica dell’alleato-rivale russo, a seguito della nascita dei nuovi regimi nazional-democratici in Asia e in Africa e dei sussulti anti-statunitensi nell’America Latina, avrebbe favorito la crescita della potenza russa?
Non dai “ripensamenti” dei politici americani desiderosi di porre rimedio agli “errori” di Roosevelt e non dal presunto “ritorno” di Stalin e del “comunismo moscovita” alla lotta rivoluzionaria di classe scaturì dunque la “guerra fredda”, ma dal turbamento prodotto nei rapporti russo-americani dalla dissoluzione degli imperi coloniali, che decretava la fine inappellabile della vecchia Europa colonialista, introduceva nella giungla internazionale nuovi Stati con origini e interessi diversi e spesso contrastanti e comportava una revisione profonda (e di qui le lotte interne nei blocchi, come il maccartismo in America e la repressione anti-titoista nelle “democrazie popolari”) della strategia politica degli opposti imperialismi.
Se ne deve dedurre che il mondo borghese, pervenuto alla “distensione”, è riuscito con ciò a superare una crisi profonda? È certo che la “guerra fredda” rappresentò una crisi profonda del capitalismo e, se non ebbe sbocchi rivoluzionari, ciò accadde perché mancò un vero partito internazionale comunista fondato sui principi rivoluzionari del marxismo. Ma la “distensione” mentre sana una crisi, ne apre una altra, più profonda e insanabile. È anzi più realistico affermare che la “distensione” si presenta come la incubatrice della futura crisi universale della società borghese, e questa riporrà alle masse sfruttate di tutto il mondo il dilemma: rivoluzione o terza guerra mondiale. Sì, non la “guerra fredda”, ma proprio la “distensione”, prepara la guerra mondiale.
Finché erano rivali, Stati Uniti e Russia lavoravano accanitamente per limitare l’uno lo sviluppo dell’altro. Da “coesistenti pacifici”, essi potranno, ammesso che riescano ad accordarsi a danno delle potenze minori, esaltare vieppiù la loro potenza economica e militare, crescere smisuratamente, dilatare sempre più le rispettive sfere di influenza, infittire di maglie sempre più strette la rete del commercio estero. Ma non occorre essere marxisti per sapere che la guerra tra gli Stati deriva dagli squilibri di potenza. La “competizione pacifica”, che dovrebbe assicurare la pace al mondo, favorirà al contrario solo le grandi potenze approfondendo il solco che le divide dalle piccole. Farà crescere ancor di più gli Stati Uniti, la Russia e le potenze lanciate nella rivoluzione industriale, come la Cina. Ma accrescerà le difficoltà delle potenze in declino; la Gran Bretagna, la Francia, la Germania, il Giappone. La guerra fra Stati è permanentemente generata dallo sviluppo ineguale del capitalismo alla scala mondiale. Sotto le ipocrite formule umanitarie e pacifiste la “distensione” russo-americana tende proprio a sviluppare inegualmente le potenze capitalistiche.
Ecco perché è così importante studiare le cause della “distensione”. Nell’articolo precedente le abbiamo raggruppate in cinque gruppi; vediamo ora di parlarne in maniera meno schematica. Naturalmente non si pretenderà che esauriamo l’argomento. Discutere delle cause della distensione significa passare in rassegna tutta la politica mondiale, perché la “distensione” è un fatto di portata mondiale.
Si chiude la fase eruttiva del moto anticolonialista
1) Esaurimento della fase “eruttiva” della rivoluzione anticoloniale: ecco il gruppo di avvenimenti che abbiamo messo al primo posto del nostro elenco. Non occorre spendere molte parole affinché il lettore si convinca che tra il 1948, anno che la pubblicistica borghese pone come inizio della “guerra fredda”, e il 1959, corre la stessa differenza, per stare al paragone, che tra la fase di eruzione e di quiescenza di un vulcano. Nel nostro caso, il vulcano è rappresentato dalla rivoluzione anticoloniale scoppiata (a dire il vero sin dal 1945) in Asia e in Africa.
Al momento dell’annuncio da parte di Eisenhower della ripresa di contatti diretti con Mosca, inaugurata dai viaggi di Nixon in Russia (estate 1959) e di Krusciov in America, l’Asia aveva da tempo conclusa la grande battaglia per l’indipendenza, il colonialismo essendo rimasto abbarbicato solo a possessi isolati come Singapore, Hong-Kong, Goa e Formosa. L’alleanza russo-cinese, la rivale coalizione della Seato, il trattato Nippo-Americano, il neutralismo di Paesi come l’India, l’Indonesia, la Birmania, la Cambogia, Ceylon ecc. stavano e stanno tuttora a provare che un nuovo equilibrio di forze si era raggiunto in quel continente. I lettori ricordano attraverso quali lotte le potenze imperialistiche trovarono un equilibrio in Asia: guerra di Corea, guerra di Indocina, guerra partigiana di Malesia, guerra di Formosa, guerra civile di Indonesia.
Gravissimo problema rappresentava negli anni scorsi il Medio Oriente, regione del petrolio e soprattutto ponte di passaggio tra l’Africa e l’Asia. Con le note forniture di armi all’Egitto, la Russia si introduceva nella regione, dove il fallimento dell’aggressione franco-britannico-israeliana all’Egitto (1956) segnava la fine dell’influenza europea. Con l’occupazione militare del Libano e della Giordania (1958) gli Stati Uniti minacciavano di succedere indisturbati agli antichi padroni. Ma la rivoluzione nazional-democratica iraqena, che involontariamente aveva fornito all’imperialismo americano il pretesto per intervenire nel Medio Oriente, veniva a distruggere quel paziente lavoro della diplomazia anglo-americana che era stato il Patto di Bagdad. Tutti sanno che questa alleanza militare mirava a coalizzare gli Stati dell’Asia occidentale e sud-occidentale che confinano con l’URSS (Turchia, Iraq, Iran, Pakistan), allo scopo di tenere l’influenza russa fuori del Medio Oriente. Con la soppressione della monarchia hascemita dell’Iraq, tradizionalmente legata all’imperialismo britannico, e l’instaurazione della repubblica democratica, la coalizione antirussa veniva a sgretolarsi, visto che il nuovo governo di Bagdad si orientava subito verso Mosca. Tale svolta determinante aveva l’effetto di placare le acque di quel tempestoso mare politico: segno evidente che ciascuno dei rivali imperialistici sentiva di esser riuscito a controbilanciare l’influenza degli altri.
Analoghe considerazioni suggeriscono le condizioni dell’Africa al momento del lancio della “distensione”. Qui il conflitto russo-americano non ha assunto forme aperte e inequivocabili perché la presenza del colonialismo europeo ha impedito agli Stati Uniti di giocare a carte scoperte. L’imperialismo americano anela ad estendere il suo protettorato finanziario e politico sulle nazioni che lottano per scrollarsi di dosso la dominazione coloniale, ma deve badare nello stesso tempo a suturare le crepe che si producono nella compagine del Patto Atlantico, di cui gli Stati colonialisti europei sono membri importanti. Maggiore libertà di manovra gode la Russia, che in questi anni non si è lasciata sfuggire nessuna occasione favorevole, se oggi fornisce “aiuti concreti e disinteressati” sia all’Egitto per la costruzione della diga di Assuan, che al Sudan, all’Etiopia, alla Guinea, e ne ha offerto agli altri Stati africani indipendenti alla seconda sessione della commissione economica dell’ONU per l’Africa (gennaio 1960).
Di certo v’è che la rivoluzione nazional-democratica in Africa ha fatto passi da gigante. Esistono oggi undici Stati indipendenti: RAU-Egitto, Etiopia (con l’Eritrea), Ghana, Guinea, Liberia, Libia, Camerun, Marocco, Sudan, Tunisia, Unione Sudafricana. Entro quest’anno avranno l’indipendenza la Nigeria, la Somalia, il Congo Belga. Ricordando che tutti questi Stati e possedimenti in via di emancipazione radunano più della metà della popolazione africana (circa 136 milioni su 224.577.000), si comprende come la rivoluzione anticoloniale può dirsi vicina alla vittoria. Naturalmente, non si è chiuso affatto il capitolo delle convulsioni sociali con cui si manifesta la lotta contro il colonialismo, come lo dimostrano le ignobili gesta dell’oltranzismo razzista dei coloni bianchi in Algeria, nel Sud-Africa, nella Rhodesia, nel Kenia. Ma ciò che a noi preme di rilevare, per l’argomento specifico che stiamo trattando, è che anche per l’Africa, come per l’Asia, appartiene al passato l’epoca dei grandi sconvolgimenti politici che coincisero con la “guerra fredda”. Al vecchio equilibrio fondato sui capisaldi degli imperi coloniali si va sostituendo un nuovo equilibrio, fondato sugli Stati nazionali indipendenti.
Anche per l’America Latina, il periodo della “guerra fredda” è coinciso con una serie di rivolgimenti che hanno comportato per l’imperialismo americano seri rischi, e a volte un’effettiva diminuzione di influenza. Non sarebbe necessario ribadire che è falsa la tesi secondo cui la presunta “infiltrazione” russa avrebbe provocato la generalizzata rivolta nazional-democratica contro l’imperialismo americano, succeduto all’Inghilterra, alla Francia, al Belgio, alla Germania nel dominio finanziario sui popoli latino-americani. È vero, invece, che l’inaudito sfruttamento da parte dei monopoli americani ha prodotto negli anni scorsi i noti movimenti anti-americani che vanno dalla guerra del Guatemala del 1954 alla recente rivolta castrista a Cuba.
Naturalmente, l’imperialismo russo non si lasciò sfuggire nessuna occasione per intervenire negli affari delle repubbliche latino-americane. Il fatto che il comunismo legato a Mosca funzionasse non da fattore della rivoluzione proletaria, ma da collaboratore della borghesia “nazionale” locale sotto le parole d’ordine nel fronte antifascista, non poteva certo lasciar tranquilli gli Stati Uniti. Washington rimprovera a Mosca non già di capitanare la rivoluzione comunista mondiale, ma solo (anche se i politici della Casa Bianca parlano in altro modo) d’intralciare l’espansionismo del dollaro.
Certo è che, negli anni scorsi, l’imperialismo americano ha visto in pericolo le conquiste ottenute dalla fine del conflitto nell’America Latina. Ad una ad una, le dittature militari che assicuravano la continuità della dominazione del capitale statunitense hanno dovuto cedere il posto a regimi democratici, sostenuti da movimenti di chiara intonazione anti-americana. Spesso il trapasso è avvenuto violentemente, come per la cacciata dei luridi tiranni Jimenez dal Venezuela e Batista da Cuba.
***
Riassumendo, la fine della “guerra fredda” ha coinciso col riassetto dell’equilibrio mondiale profondamente sconvolto dai processi rivoluzionari che misero fine al colonialismo capitalista – la più oscena forma di colonialismo della storia – e sboccarono nella fondazione dei nuovi Stati indipendenti afro-asiatici. Altra causa di perturbamento dell’equilibrio mondiale – cioè del nudo e crudo rapporto tra le forze materiali delle potenze imperialistiche – furono nello stesso periodo le scosse telluriche che percorsero il mondo sociale e politico dell’America Latina. Ma quale influenza eserciteranno in avvenire queste aree geo-politiche, che oggi appaiono riassestate ma sono preda dell’ossessione industrializzatrice? Il mondo è già troppo angusto per i pirati della finanza internazionale. Che cosa accadrà quando altri giganti produttivi sorgeranno per l’accelerata industrializzazione delle aree ex-coloniali o semi-coloniali, oggi assurte al rango di Stati indipendenti? Si vedrà allora di che stoffa e la decantata “distensione”…
Nel prossimo articolo illustreremo gli altri aspetti delle “cause della distensione” ora in corso.
Balle di alta precisione
Per qualche tempo non si è parlato di satelliti e di razzi e la propaganda spaziale ha pasciute le folle di un altro annunzio. Un comunicato TASS del 7 gennaio annunziava una serie di tiri di prova con razzi pesanti che non sarebbero stati destinati alle immensità spaziali ma a ricadere, sia pure a distanza mai prima raggiunta, sulla superficie terrestre. Fu dichiarato che scopo di queste prove non era la preparazione di missili ad impiego militare come quelli che gli USA lanciano nell’Atlantico da Cape Canaveral, ma la sperimentazione di razzi molto pesanti atti a divenire satelliti della Terra dai quali tra alcuni anni partirebbero altri lanci per i pianeti del sistema solare. I colpi partendo da una località russa presso il Caspio dovevano cadere tra il 15 gennaio e il 15 febbraio in una zona del Pacifico Centrale di cui erano date le coordinate estreme per avvertire tutti i naviganti di starne lontani, mentre una flotta di navi russe avrebbe fatto sorveglianza per i controlli dei tiri e la sicurezza altrui. Vi furono subito proteste americane e la stampa di Washington disse che il quadrilatero vietato misurava 43.000 km quadrati. Sarebbe stato un bersaglio davvero enorme in quanto corrisponderebbe ad un quadrato di quasi 210 km di lato, tale da contenere ad esempio tutta la Corsica. Ma gli americani baravano: segnando su una carta del Pacifico i quattro vertici di quello che non risulta un quadrato ma un rettangolo coll’asse lungo da Nord-ovest a Sud-Est, le dimensioni sono di circa 30 km per 50 e quindi non oltre 1.500 km quadri. Un simile rettangolo può comodamente contenere l’isola d’Elba.
Un tiro è stato fatto il 20 gennaio e l’altro il 1 febbraio. Del secondo si dice che “è caduto nella zona prestabilita” e noi intendiamo nel rettangolo di 30 per 50 km. Del primo si disse che l’errore di mira si era limitato a 2 km “dall’obiettivo previsto” con il che intendiamo che è caduto 2 km fuori del perimetro del rettangolo, e non certo a 2 km dal centro di figura di esso. Siccome la distanza di tiro e stata 12.500 km, e lo scarto dalla mira tra 17 e 32 km da un lato o dall’altro, il grado di esattezza rispetto alla gittata è stato di circa due per mille.
Se anche si volesse ammettere lo scarto di soli 2 km dal centro del rettangolo, il grado di esattezza sarebbe più fine, e di quasi il due per diecimila. Ma qui devono subentrare i russi a dire frottole. Secondo l’Unità del 23 gennaio è stato come colpire una mela da 10 km, e per di più a “pochi millimetri dal centro”. I propagandisti di affitto sono incorreggibili e non potevano non servirsi della mela di Guglielmo Tell che, pur bravissimo, tirava a cento passi dalla testa del figlio. Accordiamo alla mela 10 cm, e la finezza del tiro a 10 km sarà uno per centomila; ossia è stata vantata venti volte maggiore se lo sbaglio è stato 2 km, e nella nostra retta interpretazione duecento volte maggiore. Questo conto che si può fare sulla punta delle dita valga per qualche nostro compagno pur molto intelligente che non gradisce che noi critichiamo le affermazioni sbalorditive.
Tutta la stampa del mondo presente è basata sulla stupefazione dei lettori, che si vergognerebbero di dire: questo è impossibile; per non sentirsi dare dei codini. Col grado di fantasia della mela il colpo doveva cadere a soli 125 metri dal bersaglio, non ai 2 km annunziati da Mosca, che (come abbiamo logicamente mostrato) significano nella migliore ipotesi ben 17 km.
Tant’è; bisogna far colpo sul lettore e deviarlo dalla domanda: questa nuova prova modestamente terrestre non è un passo indietro, ossia non è la confessione che le prove precedenti sono fallite e sono state falsamente presentate?
I russi hanno invocato la dialettica per cui tornando indietro si prepara l’andata avanti, ossia a Marte o Venere. Per supercodini vogliamo bene passare, ma così grosso non beviamo. Ammettiamo pure che quando l’ultimo stadio non sarà finto ma avrà un ultimo motore a razzo si potrà mettere in orbita a poca distanza dalla Terra un satellite artificiale con un lancio meno imprevedibile di tutti i precedenti satelliti e razzi, che hanno imboccato orbite a caso e non affatto precalcolate. Perché è necessario lanciare i corpi (astronavi?!) verso i pianeti da questa stazione spaziale presa a prestito ai fumettisti della fantascienza? Si dice: perché occorrerà una spinta minore che dalla superficie della Terra per realizzare la fuga cosmica. Questo sarebbe vero in teoria, ma noi vi leggiamo solo la confessione che nessuno dei razzi finora lanciati ha superato, dopo la prima velocità di fuga (satelliti), anche la seconda (pretesi razzi solari). E si è constatato che con i razzi a molti stadi si perde ogni possibilità di realizzare orbite calcolate per le incertezze meccaniche e cinematiche di ogni successiva esplosione. Questo razzo privo di testa è la confessione di tale impossibilità.A proposito dei vari Lunik abbiamo mostrato come i dati delle orbite risultavano, anche negli annunzi ufficiali, sempre più diversi da quelli preannunziati. E ad esempio abbiamo negato che le orbite si potessero correggere da terra con dispositivi di telecomando. In ciò è contenuta la assoluta impossibilità di indirizzare un tiro su Marte o Venere, per difetto di spinta e per mancato controllo della direzione orbitale fra tre e più corpi in corsa.
A Nizza il 12 gennaio si è riunita una conferenza internazionale di scienza spaziale. Il russo prof. Blagonravov ha “smentito categoricamente” che la fotografia della faccia nascosta della Luna dal Lunik III “fosse stata ottenuta su impulsi od ordini trasmessi da terra”. Il russo ha spiegato che si è trattato solo di una serie di operazioni automatiche di orientamento, scatto, e simili, predisposte nelle attrezzature del razzo, e che hanno agito “come Robots”. Ciò è poco per fare intendere alla nostra scarsa coltura che la fotografia sia autentica. Ma interessa molto per ricordare come non era partito preso, o voluta diffidenza, o spirito di parte, ciò che mosse le nostre critiche alle contraddittorie notizie di tempi e distanze nella corsa misteriosa del Lunik III, quando si volevano spiegare le novità e gli scarti dei primi annunci colla fumistica risorsa di razzi sussidiari comandati dalla Terra, di cui mostrammo la inverosimiglianza tecnica e scientifica. Oggi si fa assegnamento dichiarato sui Robot e sulle stazioni spaziali flottanti nello spazio. Ma il lettore cafoncello si adesca sempre con il miraggio dell’astronave pilotata da uomini in tuta, che mettono piede su Marte.
Per noi è tutta pura e voluta menzogna. Dalla parte tanto dei Blagonravov che dei von Braun, cervelli in affitto ad interessi di conformismo statale.