Διεθνές Κομμουνιστικό Κόμμα

Il Programma Comunista 1968/7

Le grandi lezioni dell’Ottobre bolscevico Pt. 4

Il senso della nostra rievocazione, per la quale siamo coscienti che occorrerebbe ben altra penna che la nostra, è che l’Ottobre si legge tutto nelle pagine – nei discorsi, negli scritti, nelle tesi, nelle battaglie, anelli di una sola ed unica catena – che ne furono l’annuncio prima che l’insurrezione travolgesse in una sola ventata l’intero apparato di dominio della classe dominante. L’Ottobre, il che significa anche la guerra civile, l’Internazionale e i suoi primi congressi, la NEP – la rivoluzione vittoriosa, ma anche la controrivoluzione che poi lo sommerse. L’Ottobre che significa non solo la rivoluzione in Russia, ma la rivoluzione e la controrivoluzione contro di essa scatenata – nel mondo.

L’Ottobre non è l’ignoto verso il quale il partito si butta attendendo che la storia sciolga i suoi enigmi e gli detti il cammino: è il punto di arrivo previsto, atteso, preparato, martellalo di giorno in giorno nelle parole e negli atti – fra le masse; un punto di arrivo che è insieme, allo stesso titolo e nello stesso modo, un punto di partenza.

La rivoluzione di febbraio ha trasmesso il potere dalle mani insanguinate dello zarismo alle mani, ansiose di tuffarsi nello stesso sangue, della borghesia capitalistica: ha creato nel medesimo tempo, nel soviet dei deputati operai e soldati di Pietrogrado, un «potere che poggia non sulla legge, ma sulla forza immediata delle masse armate della popolazione». Che cosa impedisce a questo «intreccio» di due poteri, che non possono coesistere a lungo in uno Stato, di sciogliersi? Che cosa, in altri termini induce il Soviet di Pietrogrado, malgrado la forza reale su cui poggia, a «rimettere volontariamente il potere statale alla borghesia e al suo governo provvisorio?». La «gigantesca ondata piccolo-borghese» che «ha sommerso ogni cosa, ha schiacciato non solo col suo numero, ma anche con le sue idee, il proletariato cosciente: ha cioè contaminato, pervaso con concezioni politiche piccolo-borghesi, vastissimi strati operai», e – aggiungiamo dopo che Lenin ha già vibrato il suo colpo di staffile – una parte dello stesso partito bolscevico. L’Ottobre, quella «seconda tappa» – secondo le tesi di aprile – «che deve dare il potere al proletariato e agli strati poveri dei contadini», non sarà possibile se non «si versa aceto e fiele nell’acqua inzuccherata delle frasi democratiche rivoluzionarie», se non «si libera il proletariato dalla «generale» ebbrezza piccolo-borghese. È quello il nemico, è quello il diaframma che vieta alle grandi masse in minacciosa effervescenza di imboccare il loro cammino: un diaframma più tenace della violenza che la borghesia potrebbe esercitare – e non esercita proprio perché esso glie ne risparmia le spese – contro la marea montante «dei proletari e degli strati poveri dei contadini». Esperienza puramente russa? Fenomeno «nazionale»? Giammai. Avendo alle spalle tre quarti di secolo di lotte proletarie, il cui bilancio Marx ed Engels consegnarono alle generazioni future nelle «Lotte di classe in Germania e in Francia», il partito può dire, prima di Ottobre e per qualunque Ottobre avvenire: «In tutto il mondo, l’esperienza dei governi della borghesia e dei proprietari fondiari ha elaborato due metodi per mantenere il popolo nell’oppressione. Il primo è la violenza. Nicola I e Nicola II hanno mostrato al popolo russo, applicando questo metodo da carnefici, il massimo del possibile e dell’impossibile. Ma vi è un altro metodo elaborato nel migliore dei modi dalla borghesia inglese e francese (i campioni e i «modelli» della democrazia!), istruita da una serie di grandi rivoluzioni e di movimenti rivoluzionari delle masse. È il metodo dell’inganno, della lusinga, della frase, delle promesse senza numero, dell’elemosina di un soldo, delle concessioni più insignificanti per conservare il più importante». L’insegnamento è perenne e universale: la rivoluzione proletaria non può vincere senza sgominare quel nemico sottile, capillare, insinuante che è la piovra dell’ideologia piccolo-borghese radicata nella microproduzione agraria ed urbana. «I capi della piccola borghesia devono (il fatto è dunque oggettivo, ineliminabile, determinato da rapporti di classe reali) insegnare al popolo la fiducia nella borghesia. I proletari devono insegnargli la sfiducia»! È la prima lezione che entrerà nelle tavole immutabili dell’Internazionale Comunista. È una lezione diretta contro di voi, commemoratori-becchini dell’Ottobre Rosso a cinquantanni di distanza!

Guerra e pace

Il solco traccialo da Ottobre non è quindi soltanto fra proletariato e borghesia: è, inseparabilmente, fra proletariato e mezze classi. Perciò esso è proletario e comunista: perciò, di là dal suo programma economico immediato, e patrimonio nostro e irrevocabile condanna vostra, partiti, gruppi ed uomini che cavalcate il ronzino, fin troppo noto dal ’48 francese e tedesco, dell’«acqua zuccherata delle frasi democratiche», oggi neppur più «rivoluzionarie»! Perciò ebbero diritto i bolscevichi, e l’abbiamo noi cinquantanni dopo, di proclamare – con Lenin, nell’agosto 1918: «La nostra rivoluzione è iniziata come rivoluzione mondiale».

Le tesi d’aprile hanno posto al vertice del grande «colpo di timone» – non rispetto al programma bolscevico, ma al suo abbandono da parte dei «conciliatori» – il riconoscimento che la guerra, sotto il nuovo regime di democrazia borghese, «rimane incondizionatamente una guerra imperialistica di rapina» e che non si può uscirne «senza abbattere il capitale», propugnando il disfattismo nelle file dell’esercito, la fraternizzazione al disopra delle frontiere, la trasformazione in guerra civile: giacché «obiettivamente, il problema della guerra si pone soltanto in modo rivoluzionario». Ancora una volta, che cosa impedisce alle masse di capirlo? Risponde Lenin: «Bisogna riconoscere il difesismo rivoluzionario come la più considerevole e più chiara manifestazione dell’ondata piccolo-borghese che ha sommerso «quasi tutto». È proprio questo il nemico peggiore del progresso e del successo della rivoluzione russa». Difesismo col pretesto che la democrazia è in pericolo, sogni piccolo-borghesi di accordi fra governi belligeranti, appelli alla buona volontà, «internazionalismo a parole, opportunismo pusillanime di fronte ai socialsciovinisti nei fatti», invocazioni al disarmo: lo staffile di aprile si abbassa su tutto «il regno, della benevola fraseologia piccolo-borghese», accomuna nella stessa condanna i socialsciovinisti dichiarati e i loro reggicoda del «centro», riconosce in essi due fenomeni entrambi oggettivi, un disporsi naturale e irrimediabile di forze di classe su una linea costante di appoggio diretto o indiretto al dominio dittatoriale borghese; pone alla rivoluzione russa, parte inscindibile della rivoluzione mondiale, l’obiettivo di andar oltre «il primo passo», a quel secondo passo, «cioè il passaggio del potere statale al proletariato, che solo può garantirci la cessazione della guerra». Aggiunge: «Questo sarà il principio della «rottura mondiale del fronte», del fronte degli interessi del capitale; e solo rompendo questo fronte il proletariato può sottrarre l’umanità agli orrori della guerra e procurarle i beni di una pace duratura». Il pacifismo non ha posto nel programma del pre-Ottobre, questo programma è di guerra alla guerra con tutti i mezzi del disfattismo rivoluzionario fino alla conquista rivoluzionaria e violenta del potere statale; solo allora potrà essere pace se il «fronte mondiale» si spezza!

I mesi di preparazione all’Ottobre sono tutto un incalzare, un crescendo continuo, della lotta contro i «pretesti» accampati dalla sempre risorgente ideologia piccolo-borghese in seno al proletariato per coonestare l’adesione al massacro imperialistico; sono un titanico, incessante sforzo per conquistare il proletariato alla necessità di prendere il potere non foss’altro che per mettere fine al mostro che insanguina i campi di battaglia di tutto il mondo. È con gli occhi rivolti a questa soluzione mondiale che il potere proletario stretto nel pugno del partito comunista firmerà l’«arcigravosa pace» di Brest Litovsk, il suo «trattato di Tilsit», nel marzo 1918. Lo firmerà non in nome dell’astratta rivendicazione della pace, ma in nome della rivoluzione proletaria internazionale. Esso che non avrebbe avuto bisogno di firmare nessuna pace se la rivoluzione fosse scoppiata in Europa sulla scia di Ottobre, lo sottoscrive nella certezza che la rinunzia a combattere nel quadro della guerra imperialistica, e a costo dei maggiori sacrifici, non solo rafforzerà il legame fra la dittatura proletaria e le masse in Russia, ma agirà come potente lievito disfattista nelle file degli eserciti imperialisti di una Europa ancora impegnata alla reciproca carneficina; lo sottoscrive «appunto nell’interesse di una seria preparazione» della guerra rivoluzionaria che non da oggi esso sa e proclama necessaria, sia essa imposta come difesa del prevedibile, anzi inevitabile attacco esterno di borghesie non ancora spodestate dall’assalto rivoluzionario al potere, come offesa che il primo Stato proletario e socialista scaglia contro l’accerchiamento borghese, in appoggio ai proletari insorti, o pronti ad insorgere, contro lo stesso nemico (i due casi di «L’opportunismo e il fallimento della II Internazionale» e di «La parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa», 1915 e 1926); la guerra rivoluzionaria che le tesi di aprile avevano giustificato in anticipo alla condizione del «passaggio del potere nelle mani del proletariato e della parte povera della popolazione contadina che si schiera dalla sua parte, della rinuncia effettiva e non a parole a qualsiasi annessione, e della rottura completa, effettiva con tutti gli interessi del capitale». Il pacifismo non ha mai posto nel programma d’Ottobre né prima né dopo la conquista del potere! Il Lenin che, nel suo rapporto «Sulla guerra e sulla pace» nel marzo 1918, proclama: «La nostra parola d’ordine non può che essere una: imparare sul serio l’arte della guerra» e, ai compagni impazienti di battersi sui fronte della guerra rivoluzionaria, grida: «Afferrate la tregua, sia pur di un’ora, poiché vi è offerta, per mantenere il contatto con le lontane retrovie, per creare colà nuovi eserciti», chiuderà in uno splendido cerchio dialettico le due fasi inseparabili della conquista rivoluzionaria del potere e del suo esercito in La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky: «Nessuna grande rivoluzione è mai avvenuta e non può avvenire senza disorganizzazione dell’esercito … Il primo comandamento di ogni rivoluzione vittoriosa – Marx ed Engels lo sottolinearono a più riprese – è: distruggere il vecchio esercito, scioglierlo sostituirlo con uno nuovo». Né si dica: Ma questo è proclamato in vista della guerra civile interna! La guerra civile è, per Lenin, come la rivoluzione, un «fatto internazionale» che non conosce frontiere, come non ammette abbandoni neanche quando deve subire una «tregua»!

L’Ottobre Rosso scolpisce la sua gigantesca epopea solo scolpendo nello stesso tempo, in testi memorabili come in pagine sfolgoranti di lotta, le tavole della rivoluzione proletaria e comunista mondiale.

I commemoratori-becchini di oggi non hanno dimenticato, e proprio per non averlo dimenticato si sforzano di farlo dimenticare ai proletari, che la rivoluzione bolscevica commemorò se stessa, prima ancora d’avvenire, sollevando dalla polvere dell’oblio riformista la dottrina marxista dello Stato, e tracciando al proletariato di tutti i paesi, quindi anche a quello russo, e ai partiti comunisti che ne sono la coscienza e la volontà organizzata, la via che i comunardi avevano già percorso, che Marx ed Engels avevano teorizzato prima, durante e dopo la Comune, e che dev’essere per i comunisti di qualunque luogo e di qualunque generazione la strada unica e maestra. Non a caso le tesi di aprile, sollecitando il Partito a ritrovare se stesso togliendosi la pelle sudicia, gli avevano dettato il compito di ridefinire il programma con particolare riferimento «all’atteggiamento verso lo Stato» e alla «nostra rivendicazione dello Stato-Comune». Era questa la condizione sine qua non perché l’assurdo storico della «dualità di potere» si sciogliesse e, liberandosi dalla camicia di Nesso delle «fraseologie piccolo-borghesi», il Soviet, conquistato all’influenza decisiva del Partito, avesse la forza di gettare in faccia alla classe dominante il grido non solo di «Nessun appoggio al governo provvisorio», ma di «Niente repubblica parlamentare!» e accettasse di essere «il potere unico nello Stato», il potere non poggiante sulla legge ma sulla «forza armata» delle masse. Sarebbe allora stato chiaro, che, dalla «prima tappa» alla seconda, non si passa, non è lecito pensare di potei passare, per gradi, ma per un saliti qualitativo: il salto della demolizione della macchina statale borghese e della costruzione di un’altra macchina, proletaria questa e dittatoriale non meno della prima; dichiaratamene di classe come quella lo era nei fatti e pretendeva di non esserlo a parole; diretta a reprimere la classe avversa come i borghesi fecero ai tempi e non amano proclamare, come i proletari faranno e proclamano.

Necessità della dittatura

Questo salto – l’insurrezione armata, la presa violenta del potere, il suo esercizio dittatoriale (cioè la soppressione della «democrazia pura» dei borghesi) è forse additato alla Russia perché, in forza di particolarità storiche, geografiche o magari (come cianciano gli imbrattacarte della «cultura» dominante) razziali, la Russia – segno della croce! – è Russia; perché, altrove, la strada possa non essere quella? No. Nello stesso mese di ansiosa vigilia in cui la voce della rivoluzione mette con insistenza il Comitato Centrale bolscevico di fronte alla consapevolezza che «il successo della rivoluzione russa e della rivoluzione mondiale» (quando mai troveremo divisi questi due termini nella letteratura rivoluzionaria di Ottobre?) «dipende da due o tre giorni di lotta», in quello stesso mese Stato e rivoluzione risponde in modo definitivo a quella domanda: 1) «Lo Stato borghese non può essere sostituito dallo Stato proletario (dittatura del proletariato)per via di «estinzione»; può esserlo unicamente, come REGOLA GENERALE, per mezzo della rivoluzione violenta». 2) «La dottrina della lotta di classe, applicata da Marx allo Stato e alla rivoluzione socialista, porta INEVITABILMENTE a riconoscere il dominio politico del proletariato, la sua dittatura, il potere cioè che esso non divide con nessuno e che si appoggia direttamente sulla forza armata delle masse … Lo Stato, vale a dire il proletariato organizzato come classe dominante – questa teoria di Marx è indissolubilmente legata a tutta la sua dottrina sulla funzione rivoluzionaria del proletariato nella storia. QUESTA FUNZIONE CULMINA NELLA DITTATURA PROLETARIA, NEL DOMINIO POLITICO DEL PROLETARIATO. Ma, se il proletariato ha bisogno dello Stato in quanto organizzazione mondiale della violenza contro la borghesia, ne scaturisce spontaneamente la conclusione: la creazione di una tale organizzazione è possibile senza che sia prima ANNIENTATA, DISTRUTTA LA MACCHINA DELLO STATO CHE LA BORGHESIA HA CREATO PER SE?». 3) «L’ESSENZA della dottrina di Marx sullo Stato viene assimilata soltanto da colui che comprende che la dittatura di una sola classe è necessaria non solo per ogni società di classe in generale, non solo per il proletariato dopo aver abbattuta la borghesia, ma per un intero periodo storico che separa il capitalismo dalla «società senza classi», dal comunismo. LE FORME DI TUTTI GLI STATI BORGHESI SONO STRAORDINARIAMENTE VARIE, MA LA LORO SOSTANZA E’ UNICA: TUTTI QUESTI STATI SONO, IN UN MODO O NELL’ALTRO, MA IN DEFINITIVA OBBLIGATORIAMENTE, UNA DITTATURA DELLA BORGHESIA. IL PASSAGGIO DAL CAPITALISMO AL SOCIALISMO, NATURALMENTE, NON PUO’ NON PRODURRE UNA ENORME ABBONDANZA E VARIETA’ DI FORME POLITICHE, MA LA SOSTANZA SARA’ INEVITABILMENTE UNA SOLA: LA DITTATURA DEL PROLETARIATO!».

Non è, quella del proletariato di erigere la propria dittatura sulle macerie dello Stato dittatoriale-democratico borghese «per un intero periodo storico», una pretesa soggettiva: è una condizione oggettiva, quella stessa che fa della borghesia e del proletariato le sole classi protagoniste del doloroso travaglio della storia contemporanea: «L’abbattimento del potere borghese è possibile soltanto per opera del proletariato, come classe particolare preparata a questo rovesciamento dalle condizioni economiche di esistenza che gli danno la possibilità e la forza di compierlo. Mentre la borghesia fraziona, disperde la classe contadina e tutti gli strati piccolo-borghesi, essa concentra, raggruppa e organizza il proletariato. In virtù della sua funzione economica nella grande produzione, il proletariato è il solo capace di essere la guida di tutti i lavoratori e di tutte le masse sfruttate che la borghesia spesso sfrutta, opprime, schiaccia non meno E ANCHE PIU’ dei proletari, MA CHE SONO INCAPACI DI LOTTARE INDIPENDENTEMENTE PER LA LORO EMANCIPAZIONE … Il potere politico, la organizzazione centralizzata della forza, l’organizzazione della violenza, sono necessari al proletariato sia per reprimere la resistenza degli sfruttatori, sia per dirigere l’immensa massa della popolazione – contadini, piccola borghesia, semi-proletariato – nell’opera di «avviamento» dell’economia socialista».

Il brano è cruciale. Tutta l’esperienza dei mesi che precedono Ottobre si condensa nell’azione oggettiva di freno della piccola borghesia nel moto ascendente della rivoluzione: ad essa, alla sua influenza sottile e penetrante, era stata dovuta l’abdicazione perfino del Soviet – «sola forma possibile di governo rivoluzionario» – al compito postogli dalla Storia di prendere ed esercitare il potere da solo, senza spartirlo con nessuno. Ma questa esperienza è generale, è un fatto di «meccanica sociale» destinato a riprodursi dovunque; è lì il grande scoglio della rivoluzione proletaria e comunista. «Il proletariato rivoluzionario, dopo l’esperienza del luglio 1917, deve prendere da solo il potere statale nelle proprie mani: altrimenti la vittoria della rivoluzione è impossibile», aveva scritto Lenin pochi mesi prima, togliendo agli stessi organismi nati dalla spinta rivoluzionaria di febbraio, ma inquinati dall’ideologia piccolo-borghese, il diritto di chiedere al partito del proletariato rivoluzionario di levare il grido: «Tutto il potere ai Soviet!». In nome di questo riconoscimento, di questa necessità di «guidare» dittatorialmente le masse, l’Ottobre proletario, in vista del quale la penna di Stato e Rivoluzione cesserà di vergare le pagine di un libro essendo «più piacevole e utile fare l’«esperienza di una rivoluzione che non scrivere su di essa», sarà la presa del potere, totalitaria e violenta ad opera del partito poggiante sulla forza armata della classe operaia: sarà la liquidazione di ogni finzione democratica e parlamentare, col boicottaggio del Preparlamento prima, con la dissoluzione dell’Assemblea Costituente poi: sarà l’intervento dispotico nell’economia e la costruzione dal nulla di un esercito dopo la demolizione di quello zarista-democratico. Esemplare anche in questo, la mano che solo i filistei considerano «di un uomo», «di una persona» e che per noi è l’arma di una classe e di un partito lascerà incompiute le pagine di un libro per afferrare il timone dell’insurrezione armata e della dittatura sapendo che la via unica o si traccia nel vivo delle lotte fra le classi o è stato vano segnarla nei lesti dottrinari e programmatici; sapendo che, vincitori o vinti, è a faccia a faccia col nemico che si spalancano le porte all’avvenire. Gennaio 1918: «La vittoria definitiva del socialismo in un paese è, naturalmente (becchini al seguito dello stalinismo, fremete!), impossibile. Ma in compenso è possibile un’altra cosa: un esempio vivente, un inizio del lavoro in qualsiasi paese: ecco quello che accende le masse lavoratrici in tutti i paesi». Luglio 1918. mentre la guerra civile getta davanti a sé i suoi primi bagliori: «Per il momento, nostro compito è mantenere la fiaccola del socialismo, in modo che proietti il maggior numero di scintille per l’incendio crescente della rivoluzione mondiale».

La guida del partito

Questa «fiaccola» è Ottobre: vorreste, oh commemoratori-becchini, che essa fosse stata levata per proiettare il maggior numero di scintille per l’incendio crescente del «commercio equo» della «coesistenza pacifica», della «via indolore» a quello che chiamate socialismo! Vorreste che l’«esempio vivente» avesse esaurito la sua funzione nella remota terra dei Sarmati, nel lontano anno 1917-18!

«Dirigere le masse» all’insurrezione e alla presa del potere, in nome bensì dei Soviet ma «temprati e purificali nella lotta»: dirigerle nel titanico sforzo di sopravvivere dopo la conquista rivoluzionaria del potere statale contro «gli sfruttatori che non possono essere privati di colpo delle loro ricchezze, dei vantaggi della loro organizzazione e del loro sapere, e che quindi, per un periodo relativamente lungo, tenteranno inevitabilmente di rovesciare l’aborrito potere dei poveri», come contro il peso delle tradizioni, delle «abitudini», dell’influenza tenace delle ideologie piccolo-borghesi serpeggianti nei pori di una società che cambia faticosamente pelle: «dirigerle» non solo «educandole», ma neutralizzando e «reprimendo» lo spettro del passato che risorge nel presente e minaccia il futuro, nella coscienza che «ogni grande rivoluzione, e specialmente una rivoluzione socialista, anche se non ci fosse la guerra esterna, è inconcepibile senza una guerra interna, cioè una guerra civile che porta con sé uno sfacelo ancor maggiore che non una guerra esterna; che comporta migliaia e milioni di esempi di ESITAZIONE E DI PASSAGGIO DALL’UNO ALL’ALTRO CAMPO, uno stato di massima incertezza, di squilibrio di caos»; dirigerle dittatorialmente perché «è NATURALE che in una rivoluzione così profonda tutti gli elementi di decomposizione della vecchia società, FATALMENTE ASSAI NUMEROSI E LEGATI SOPRATTUTTO ALLA PICCOLA BORGHESIA … non possono non venire a galla» e, «per venire a capo di tutto ciò occorre del tempo e OCCORRE UN PUGNO DI FERRO» (citazioni da I compiti immediati del potere sovietico, aprile 1918): eccola, la grande lezione dell’Ottobre Rosso, non solo battaglia senza tregua su tutti i fronti della guerra scatenata dalla controrivoluzione interna ed esterna, dalla borghesia nazionale e internazionale, ma controllo egemonico da parte di una sola classe sugli «elementi di decomposizione» che nascono e rinascono senza posa dal grembo duro a morire delle mezze classi, questi relitti della «storia morta», che si aggrappano disperatamente al collo della «storia viva».

Per tutte queste ragioni – tutte, non una di meno – dirà Lenin in polemica con Kautsky, «la dittatura proletaria è un potere non vincolato da nessuna legge»; perciò «l’indice necessario, la condizione obbligatoria nella dittatura è la violazione della democrazia pura» come Ottobre farà non solo privando di qualunque diritto politico i borghesi, ma imponendo una «minorazione di diritti» alla piccola borghesia contadina rispetto al proletariato. Per tutte queste ragioni, «anche senza guerra esterna», la dittatura proletaria implica il Terrore Rosso come suo modo d’essere politico, arma del suo intervento nei rapporti sociali ed economici, strumento della sua azione militare. Per tutte queste ragioni, comuni a tutti i paesi, essa implica il Partito.

[RG-47] Teoria marxista della moneta Pt.3

LA MONETA NELLA CIRCOLAZIONE DEL CAPITALE

La trasformazione del denaro in capitale

Come abbiamo visto, Marx conduce la sua analisi fondamentale sulla natura e sulle funzioni del denaro sulla base di una economia mercantile in cui il capitalista e l’operaio salariato non hanno ancora fatto la loro comparsa. Appena questi due personaggi entrano in scena, il denaro subisce una profonda metamorfosi, che esprime la rivoluzione avvenuta nei rapporti fra le classi. Da innocente mezzo di circolazione delle merci, il denaro si trasforma in capitale-denaro e, benché questo prenda a prestito dal “tesoro” la sua forma esteriore, ne differisce profondamente per la sostanza. Finora, le merci recitavano la parte principale e il denaro appariva come l’ausiliario del loro movimento; appena il modo di produzione capitalista si è impadronito della produzione, la moneta, il denaro, figura invece come prima donna mentre le merci si accontentano di servire a loro volta di strumenti della circolazione del denaro. Le parti sono così capovolte, ma è vero che nel frattempo lo stesso denaro ha cambiato natura per diventare capitale.

Nella circolazione semplice delle merci, anche se il rapporto di produzione monetario impone una via traversa, e così oscura un rapporto fra i produttori che per il fatto stesso dello scambio appare formalmente come rapporto tra i loro prodotti (le merci), il fine stesso del movimento dei prodotti rimane evidente. Vendere per comperare, vendere i prodotti il cui valore d’uso eccede i bisogni del produttore per permettergli di acquistare valori d’uso corrispondenti a bisogni che egli non può soddisfare direttamente con il risultato della sua attività produttiva; in tutto questo non v’è alcun mistero. Ben diversamente stanno le cose nella produzione capitalistica: il capitalista compera per vendere invece di vendere per comperare (cosa che si applica già a quel precursore del capitalista moderno che è il semplice mercante). Se la circolazione delle merci può essere schematizzata con M – D – M, la circolazione del denaro trasformato in capitale si presenta invece come D – M – D.

Da un punto di vista formale, il denaro appare nell’uno e nell’altro degli schemi di circolazione; ma il loro modo rispettivo di circolazione non è lo stesso: “Denaro come denaro e denaro come capitale si distinguono in un primo momento soltanto attraverso la loro differente forma di circolazione” (Il Capitale, I, 2, cap. IV. pag.163). Il denaro che funziona come mezzo di circolazione delle merci si mantiene costantemente nella sfera della circolazione, mentre le merci ne escono continuamente per essere consumate: il denaro è qui un semplice intermediario della circolazione delle merci e perciò cambia continuamente di mano. Il denaro che funziona come capitale circola invece in un altro modo. All’origine, esso si presenta come un “tesoro” accumulato che viene gettato in blocco nella circolazione per acquistare delle merci (vedremo poi quali; per ora, si può considerare che si tratti solo di capitale commerciale), ma lo scopo dell’operazione non è di ottenere dei valori d’uso da consumare: le merci acquistate saranno al contrario gettate di nuovo nella circolazione e quindi scambiate contro denaro. Il denaro si presenta come il punto di partenza e il punto di arrivo del ciclo, come lo scopo stesso della circolazione, e quindi riaffluisce costantemente verso il personaggio che ha dato l’avvio al ciclo con un certo anticipo di capitale denaro. Invece di mantenersi esclusivamente nella sfera della circolazione, come il denaro in quanto mezzo di circolazione delle merci, e quindi sfuggire sempre al suo detentore provvisorio, il capitale-denaro è destinato a riaffluire verso il suo detentore, che se ne è disfatto temporaneamente solo perché scontava questo riafflusso. “Il fenomeno del riafflusso come tale ha luogo appena la merce comperata è rivenduta, e così il ciclo D – M – D è descritto completamente. E questa è una distinzione tangibile fra la circolazione del denaro come capitale e la circolazione del denaro come puro e semplice denaro” (Il Capitale, I, ibid., pag.165).

Apparentemente, la circolazione del capitale-denaro presenta un carattere di assurdità. Se il ciclo M – D – M ha per termini estremi dei valori di scambio equivalenti, l’operazione ha un senso nella misura in cui questi valori di scambio equivalenti sono incarnati in merci di diversi valori d’uso. Merci di valore di scambio equivalente possono circolare (scambiarsi) solo in quanto hanno diversi valori d’uso. Se alle due estremità del ciclo del capitale-denaro si ritrova il denaro, per giustificare questo movimento non si possono invocare valori d’uso diversi, perché il denaro ritirato alla fine è evidentemente identico, da questo punto di vista, a quello anticipato all’inizio. Il ciclo ha quindi un senso solo se il valore di scambio ottenuto alla fine del ciclo è superiore al valore anticipato: la circolazione del capitale-denaro si presenta perciò, fin dall’inizio, come una “violazione” della legge del valore, dello scambio fra equivalenti, perché il valore di scambio ottenuto alla fine deve superare il valore di scambio messo in gioco all’inizio: “Il ciclo M – D – M comincia da un estremo, che è una merce, e conclude con un estremo, che è un’altra merce, la quale esce dalla circolazione per finire nel consumo. Quindi il suo scopo finale è il consumo, soddisfazione di bisogni, in una parola, valore d’uso. Il ciclo D – M – D comincia invece dall’estremo denaro e conclude ritornando allo stesso estremo. Il suo motivo propulsore e il suo scopo determinante è quindi il valore stesso di scambio” (Il Capitale, I, ibid., pagg.165 – 166).

Il ciclo del capitale-denaro non è quindi D – M – D ma piuttosto D – M – D’, in cui D’ = D +Δ D, cioè una somma superiore al denaro inizialmente anticipato D. La differenza fondamentale tra la circolazione delle merci e la circolazione del capitale-denaro si riconduce perciò al fatto che la prima ha il suo motore nell’appropriazione di valori d’uso, il che le dà un carattere relativamente “rigido”, come dice Marx (infatti i bisogni non sono estensibili a volontà, per uno stadio dato della produzione sociale), mentre la seconda è per essenza illimitata. Poiché lo scopo della circolazione del capitale-denaro è il suo proprio accrescimento, essa non conosce né limite né fine, e ciò che definisce il capitale-denaro (e il capitale in generale) non è il suo volume e neppure l’accrescimento derivante dal compiersi del suo ciclo, ma la ripetizione necessaria1 e quindi l’estensione illimitata di questo accrescimento: il capitale è definito dal suo proprio moto, ed è un moto “perpetuo”; può accelerarsi o rallentarsi, ma deve sempre proseguire, pena la morte del capitale stesso:

Nella circolazione, il valore originariamente anticipato non solo si conserva, ma altera anche originariamente la propria grandezza di valore, mette su un plusvalore, ossia si valorizza. E questo movimento lo trasforma in capitale” (Il Capitale, I, ibid., pag. 167).

La circolazione semplice delle merci – la vendita per la compera – serve di mezzo per un fine ultimo che sta fuori della sfera della circolazione, per l’appropriazione di valori d’uso, per la soddisfazione di bisogni. Invece, la circolazione del denaro come capitale è fine a se stessa, poiché la valorizzazione del valore esiste soltanto entro tale movimento sempre rinnovato. Quindi il movimento del capitale è senza misura” (Il Capitale, I, ibid., pag. 168).

Non è necessario qui sviluppare la teoria del plusvalore; accontentiamoci di ricordare qual è la merce speciale il cui acquisto permette al capitalista di trarre dalla circolazione del suo capitale “un di più”, un plusvalore. Consideriamo oramai il capitalista industriale, non più soltanto il capitalista commerciale. Entrambi acquistano per vendere; ma il primo non rivende semplicemente le merci acquistate, fa loro subire una trasformazione attraverso un processo di produzione. Il capitale-denaro, egli lo trasforma anzitutto in mezzi di produzione (edifici, attrezzature produttive, utensili, macchine, ecc.) e in oggetti di produzione (materie prime) che acquista al loro valore sul mercato; questa frazione del suo capitale prende il nome di capitale costante. Ma, per animare questo “capitale morto”, egli deve anche acquistare sul mercato il lavoro umano che, applicato ai mezzi di produzione, trasformerà gli oggetti di produzione in prodotti. Il capitalista compera contro salario la forza-lavoro di un certo numero di operai per un periodo di tempo determinato e si chiamerà capitale variabile la frazione di capitale anticipata che giuocherà questo ruolo. Anche qui, la merce sarà pagata, in media, al suo valore, che può essere soltanto l’equivalente in valore dei prodotti necessari a conservare la forza-lavoro dell’operaio; cioè, a mantenerlo in grado di produrre normalmente e di assicurare la propria discendenza.

Compiuto il processo di produzione, il capitalista avrà trasformato in merci il suo anticipo di capitale-denaro; ma il valore di queste merci supererà quello dell’anticipo iniziale. In realtà, la forza-lavoro è una merce particolare il cui uso fornisce appunto del lavoro umano. Ora, se durante il processo di produzione essa trasmette alle nuove merci prodotte il valore anteriormente contenuto nell’anticipo di capitale costante, vi aggiunge però, in più, un valore supplementare che supera l’anticipo di capitale variabile effettuato dal capitalista: se la forza-lavoro di un operaio può essere utilizzata dieci ore al giorno, l’insieme dei prodotti il cui valore equivale al salario giornaliero rappresenterà, per esempio, soltanto cinque ore di lavoro medio. La differenza, o plusvalore, sarà intascata dal capitalista, che non avrà perciò meno rispettato, diversamente da quello che a tutta prima parrebbe, la legge dello scambio fra equivalenti, nei confronti sia del salariato che del compratore delle sue merci. Troviamo qui definito nel modo più breve possibile il rapporto fondamentale, specifico del modo di produzione capitalista, quello che permette di distinguerlo dai modi di produzione anteriori (benché essi abbiano in comune certe categorie economiche) e, a maggior ragione, dal modo di produzione socialista2.

La merce, la moneta, il denaro sono esistiti prima del capitalismo, anche se quest’ultimo ne ha immensamente esteso la sfera di azione, ma il denaro non ha per se stesso la virtù di funzionare come capitale. Perché subisca questa metamorfosi, deve essere soddisfatta una doppia condizione: è necessario che a un polo della società si sia verificata una accumulazione di denaro e che all’altro si sia realizzata una massiccia espropriazione dei produttori indipendenti – espropriazione che sola permetterà di trasformare la forza-lavoro in merce e perciò il denaro in capitale, cioè gli permetterà di comprare della forza-lavoro.

Il modo di produzione capitalista è definito dall’esistenza generalizzata del salariato, la cui nascita suppone a sua volta un’economia mercantile sviluppata. Denaro e capitale-denaro non sono la stessa cosa; la trasformazione del denaro in capitale-denaro esprime, in una sfera particolare, l’introduzione di un rapporto di produzione determinato. Il denaro può ormai comperare la forza-lavoro come un’altra merce; il salariato è nato e il capitale con esso.

Lo scambio dei prodotti deve già possedere la forma della circolazione delle merci perché la moneta possa entrare in scena: “Le forme particolari del denaro… indicano di volta in volta, a seconda dell’estensione e della relativa preponderanza dell’una o dell’altra funzione, gradi diversissimi del processo sociale di produzione. Eppure, a norma dell’esperienza, una circolazione delle merci relativamente poco sviluppata è sufficiente per la produzione di tutte quelle forme. Ma, per il capitale, la cosa è differente. Le sue condizioni storiche d’esistenza non sono affatto date di per se stesse con la circolazione delle merci e del denaro. Esso nasce soltanto dove il possessore di mezzi di produzione e di sussistenza trova sul mercato il libero lavoratore come venditore della sua forza-lavoro, e questa sola condizione storica comprende tutta una storia universale. Quindi il capitale annuncia fin da principio un’epoca del processo sociale di produzione. Quello che dà il carattere all’epoca capitalistica è il fatto che la forza-lavoro assume anche per lo stesso lavoratore la forma di una merce che gli appartiene, mentre il suo lavoro assume la forma di lavoro salariato. D’altra parte, la forma di merci dei prodotti del lavoro acquista validità generale solo da questo momento in poi” (Il Capitale, I, 2, pag. 187 e nota).

Note

  1. Nel presentare le loro panacee riformiste, gli opportunisti «operai» invertono i termini dei rapporti reali. La necessità oggettiva che anima il movimento del capitale determina anche la volontà soggettiva dei suoi agenti, i capitalisti; per gli opportunisti, la causa della marcia del capitale sarebbe invece la volontà del capitalista, la sua sete di guadagno, la malvagità dei monopoli, ecc.. Questa visione infantile del modo di produzione capitalista è in realtà assetato di guadagno, gli è che deve esserlo: la concorrenza si incarica di insegnargli che un capitalista «generoso» cessa rapidamente di essere capitalista, cioé fallisce. E’ dunque solo falsificando prossolanamente la realtà economica e sociale del modo di produzione capitalista e le sue leggi, che l’opportunista può pretendere di modificarle, non diciamo con una rivoluzione politica da tempo mandata in soffitta, ma nemmeno con una riforma dello stato (democrazia popolare, democrazia vera ecc.) mentre solo una rivoluzione sociale può sperare d’infrangere i rapporti di produzione capitalistici. ↩︎
  2. L’economia politica staliniana arzigogolò a lungo sul problema di sapere se si potesse parlare di plusvalore in URSS e, i più demagoghi fra gli accademici sovietici si scandalizzarono che certi economisti impiegassero questo vocabolo nella enumerazione delle categorie economiche del socialismo marca Cremlino; è vero che si scandalizzavano assai meno dell’esistenza nella realtà sociale e non solo nella testa degli economisti di grido del salariato. Oggi, tutti questi pudori sono stati spazzati via dalla realtà concreta (come dicono loro) dell’accumulazione del plusvalore in Russia, quindi, si cantano le lodi del profitto, della redditività, di una giusta politica dei salari (equivalente alla famosa «politica dei redditi» del mondo occidentale): l’ipocrisia economica è così ridotta al minimo; è bon ton appiccicare l’aggettivo «socialista» a tutte le categorie economiche del capitalista – profitto «socialista», salario «socialista», ecc. E non si tratterebbe che di giochi di parole spassosi, se non fossero tatuati sulla pelle del proletariato russo! ↩︎