Διεθνές Κομμουνιστικό Κόμμα

Il Programma Comunista 1973/13

Dal baratro della controrivoluzione alla ripresa delle lotte di classe

Le recenti vicende precongressuali della CISL e della CGIL, che si possono riassumere nel congresso improvvisato dalla FIM, presenti i superbonzi della FLM, per mettere a punto l’atteggiamento da tenere nei confronti del tentativo di ricomposizione delle beghe interne della confederazione cislina, al di là delle sfumature polemiche tra le varie correnti – atte più a sfamare la fame di “libero e democratico confronto delle idee” dell’infastidita opinione pubblica e a propiziarsi i favori della “base”, onde districare gli sporchi intrighi di cadreghino e di influenza, che a delineare reali contrasti tra federazioni e confederazioni in merito alla strategia migliore per aggiogare sempre più la classe operaia al carro delle vicende burrascose dell’economia nazionale, – riflettono con cristallina chiarezza il grado totale di asservimento dei cosiddetti rappresentanti operai agli interessi della borghesia italiana e costituiscono una chiare e inequivocabile sintesi della funzione controrivoluzionaria dell’opportunismo politico e sindacale di questo infame dopoguerra, sia per le questioni trattate, sia per l’implicito presentarsi del sindacato come alternativa all’incapacità della borghesia di essere… borghese, ovvero di amministrare con criteri di efficienza il meccanismo produttivo capitalistico.

In questo quadro si collocano brillantemente sia le tesi per il prossimo congresso della CGIL, sia l’intervento dei bonzi nel “dibattito”, sia i commenti della stampa opportunista. Al centro delle prime, come scrive Trentin in un articolo sul numero 23 di Rinascita dell’8/6 vi è «un’alternativa all’attuale meccanismo di sviluppo una strategia di movimento volta ad imprimere una svolta radicale non soltanto nei tassi dello sviluppo produttivo, ma anche ed in primo luogo nella destinazione degli investimenti pubblici e privati, nella politica della utilizzazione complessiva delle risorse della collettività nazionale».

È sulla base di questa alternativa che dovrà essere mobilitato il proletariato per «realizzare nei fatti questa strategia alternativa con una iniziativa rivendicativa nella fabbrica e nel territorio e con l’azione che le confederazioni dovranno sviluppare e dirigere nel confronto con il governo e le grandi controparti patronali», e ciò «vorrà dire certamente far fronte in primo luogo con proposte e rivendicazioni concrete ai problemi incombenti dell’inflazione, che rischiano di minare alla base la stessa durata della ripresa produttiva avviatasi in questi ultimi mesi».

Bastano queste poche righe per poter concludere che ci troviamo dinanzi non solo ad un tradimento sfacciato della classe operaia e alla castrazione totale dei suoi più elementari interessi immediati, ma alla vera e propria integrazione del sindacato nel sistema dello sfruttamento del lavoro salariato, ad una disponibilità incondizionata alla collaborazione tra le classi. L’opportunismo ha compiuto passi da gigante e forse mai come in questo periodo ha dimostrato di sapersi destreggiare con maestria nel ruolo di aguzzino del proletariato facendo tesoro di mezzo secolo di esperienza controrivoluzionaria. La questione merita alcune considerazioni.

Dal primo al secondo dopoguerra

Non è certo di oggi, né solo dalla fine del secondo macello imperialista, che i «partiti operai borghesi» – come li chiamava Lenin con feroce disprezzo – influenzano le organizzazioni sindacali della classe operaia legandone il destino alle alterne vicende del regime del capitale. Già nell’immediato primo dopoguerra le violente scosse proletarie contro il carovita e la miseria dilagante vennero frenate e stroncate dalle centrali sindacali, i cui dirigenti riformisti non esitavano a trasferire il terreno dello scontro di classe dalla naturale arena della piazza ai gabinetti prefettizi e ministeriali e, quando risultò estremamente arduo contenere la sommossa delle masse operaie, a rinchiuderla nella fabbrica onde evitare il convergere della violenza proletaria sui gangli vitali del potere borghese organizzato. Già allora la genuina spinta rivendicativa di queste fu deviata nelle pastoie del riformismo, preparando e spianando la strada al fascismo.

Ciononostante, sia per la presenza dell’azione capillare e instancabile che il Partito Comunista d’Italia sviluppava in seno alle lotte operaie, sia per il grado di combattività del proletariato, le cui avanguardie risentivano dell’influenza vivificatrice della rivoluzione bolscevica, e dunque condizionavano in certo qual modo l’azione disfatta della Confederazione del Lavoro, i bonzi sindacali erano ben lungi dal considerare l’organizzazione sindacale della classe operaia come la puntellatrice delle magagne produttive del capitalismo nazionale, cosicché un discorso del genere di quello succitato avrebbe fatto vomitare di schifo il più destrorso dei dirigenti dell’epoca.

Fu il fascismo che cercò di realizzare la massima collaborazione di classe, asservendo direttamente i sindacati allo stato capitalista nella forma delle corporazioni. Attraverso questo inquadramento forzoso del proletariato in sindacati di diretta emanazione statale, e nella altisonante e martellante ideologia della nazione quale ente supremo ai cui interessi dovevano essere sacrificati quelli dei vari ceti sociali, la borghesia tentò di estirpare definitivamente i conflitti di classe. Ma la natura di questi risiede nell’irriducibile carattere antagonistico degli interessi della borghesia e del proletariato nel modo di produzione capitalistico: soffocateli finché volete, rinasceranno sempre, di volta in volta più aspri.

Caduto militarmente il fascismo, l’ordinamento democratico borghese ne ereditò la struttura paramilitare e antiproletaria, e il sindacato unico “antifascista” nato con il “patto di Roma” richiamandosi alla struttura organizzativa della vecchia CGL, non fu che l’espressione di un controllo del movimento operaio in campo sindacale ad opera del blocco politico di concordia nazionale costituito dal CLN. Il collaborazionismo tra le classi all’insegna della ricostruzione dell’economia fu il perno centrale del cosiddetto “sindacalismo costruttivo”, la cui caratteristica fu appunto quella di aver travasato dalla forma fascista nella forma democratica il contenuto interclassista e controrivoluzionario del sindacalismo mussoliniano.

La forma sindacato, se cessava così di essere organizzativamente o statutariamente integrata nelle strutture istituzionali dello stato capitalista, subiva il processo che abbiamo più volte giustamente definito irreversibile di integrazione politica alle esigenze del dominio di classe della borghesia alla scala mondiale, e la forma democratica che tale integrazione veniva ad assumere, forte dell’appello demagogico alla tradizione delle vecchie confederazioni del primo dopoguerra e sotto il patrocinio quasi incontrastato degli stalinisti, ha permesso ciò che vent’anni di fascismo non erano riusciti ad ottenere: fare dell’organizzazione economica del proletariato una istituzione che garantisse in ogni frangente storico la totale disponibilità della classe operaia a rinunciare alle sue esigenze in funzione delle necessità e degli interessi del nemico di classe.

Parallelamente al grado massimo di putrefazione raggiunto dal modo di produzione capitalistico, in coincidenza con la sua “fase suprema” dell’imperialismo, e sulla scia della sconfitta della gloriosa Rivoluzione di Ottobre e nel conseguente annientamento del partito di classe e delle avanguardie operaie rivoluzionarie ad opera delle forze che in questa ignominiosa funzione controrivoluzionaria si richiamavamo alla tradizione marxista per disorientare ancor più il proletariato, la classe dominante ha saputo e potuto, non in virtù di “scelte” soggettive, come stupidamente decantano gli immediatisti odierni, ma di oggettive determinazioni politico-sociali, rafforzare il suo potere, trasfondendo negli oppressi l’illusione dell’ineluttabilità del suo dominio e conseguentemente estirpando dal movimento operaio la stessa coscienza tradeunionistica, la stessa coscienza sindacale, per cui l’organizzazione economica immediata del proletariato si trasformava da associazione di difesa del salario e del livello di vita dei venditori di forza lavoro, continuamente attaccati dal capitale, in ente assistenziale nell’interesse di quest’ultimo; da possibile deterrente della rivolta operaia in oliatore del meccanismo di oppressione.

Il risultato di tutto questo sul piano rivendicativo è stato, per naturale conseguenza, l’abbandono totale delle richieste tendenti ad affasciare gli sfruttati contro il capitalismo, o meglio la presentazione di esse (dovendosi, nonostante tutto, tener conto delle possibili reazioni operaie) in forme e condizioni tali da non nuocere alla macchina produttiva capitalistica.

Da Di Vittorio a Lama

È alla luce di questi cruciali risvolti storici che va intesa tutta la politica sindacale dal dopoguerra ad oggi, e fra l’altro va smentita l’interpretazione, corrente in queste settimane, della stampa borghese secondo cui l’atteggiamento attuale delle confederazioni sindacali sarebbe il frutto di una “maturazione responsabile” di un grado di “coscienza dei problemi economici nazionali” più elevato rispetto a dieci-quindici anni fa.

Il “piano di sviluppo alternativo” proposto dalla CGIL e caldeggiato da CISL e UIL, con i contenuti del quale non si fa mistero di voler stabilire la linea centrale delle future lotte operaie, non può non richiamarci alla memoria il famigerato “piano economico costruttivo” avanzato da questo stesso sindacato al suo secondo Congresso Nazionale nell’ottobre del ’49, a Genova, per risollevare l’economia nazionale dissestata dalla guerra. Fu allora Di Vittorio, degno predecessore di Lama, a presentarne le linee essenziali in passi e affermazioni che possono considerarsi pietre miliari dell’opportunismo filonazionalista partorito dalla spaventosa controrivoluzione staliniana. Egli afferma senza mezzi termini: «Io sento che è necessario dichiarare in questo congresso che la classe operaia italiana, i lavoratori tutti, salariati e stipendiati, – i quali vivono in condizioni terribili, al di sotto dei bisogni minimi indispensabili della vita quotidiana – consapevoli che essi non sono e non vogliono mai più essere considerati estranei, ai margini della vita nazionale, ma sono invece le forze fondamentali più progressive delle nazioni, la parte attiva e produttiva dell’Italia; ebbene, questi lavoratori che vivono nella miseria sono pronti a dare una nuova prova di essere maturi per risolvere questi grandi problemi nazionali che altre classi non hanno saputo risolvere fino ad oggi, per i quali esse non sono state capaci di assumersi i necessari sacrifici, perdendo così ogni diritto di essere alla direzione di una società nazionale. Io dichiaro qui, da questo congresso, che nella misura in cui il nostro piano Piano sarà messo in applicazione e attuato con tutte le misure e gli sforzi che esso comporta, per questa opera di bene, di risanamento, di progresso, tutto il proletariato italiano, i lavoratori salariati e stipendiati di tutte le categorie, malgrado le attuali condizioni di miseria, saranno felici di fare dai nuovi sacrifici».

Ferdinando Santi, allora secondo segretario della CGIL, rincarò la dose nel suo rapporto: «Di fronte alla carenza dei pubblici poteri, di fronte alla incomprensione dei ministri e del governo, di fronte al cieco e sordo egoismo delle classi padronali, siamo noi, i lavoratori italiani, che presentiamo un grande piano di ripresa e di ricostruzione economica e sociale non nell’interesse della classe, ma nell’interesse della collettività nazionale».

Non occorrono altri commenti per capire come la “coscienza nazionale” fosse fin d’allora ben sveglia nei programmi dei dirigenti che si ponevano e si pongono tuttora alla testa della classe operaia.

Ma in che cosa consisteva il famoso piano?

Lo sintetizzò ancora Di Vittorio in quest’altro passo: «Bisogna ridurre i costi di produzione per facilitare le esportazioni italiane e bisogna raggiungere questo risultato modernizzando gli impianti, sviluppando investimenti produttivi, trasformando i sistemi di produzione, realizzando le riforme di struttura. E se i signori industriali non effettuano gli investimenti necessari, bisogna che sia lo stato, attraverso una diversa politica del Tesoro, una diversa politica economica [l’odierno “sviluppo alternativo”] a fare investimenti massicci, a indirizzare il risparmio pubblico verso iniziative produttive». E, dulcis in-fundo: «Io credo che voi [i congressisti] sarete d’accordo con me nel dichiarare che se in Italia un governo sapesse rendersi interprete di questi bisogni di vita, di sviluppo e di progresso della Nazione, e si impegnasse a realizzare questo piano, il proletariato italiano darebbe ad esso il suo appoggio e lavorerebbe con slancio perché il Piano venisse realizzato in tutte le sue fasi».

Un quarto di secolo è passato da allora; il proletariato ha lavorato “con slancio” anche se non “felice di fare nuovi sacrifici”, e ci ritroviamo daccapo: crisi economica, ristagno produttivo, inflazione galoppante, disoccupazione e miseria deliziano ancora e nuovamente i salariati. Ne concludono forse i loro “capi” che il capitalismo oggettivamente non può regalare altro che crisi e sottosviluppo sociale, e che le riforme tanto invocate ad altro non servono che ad abbagliare con utopistiche ricette la classe operaia e a perpetuare un regime di sangue e miseria che necessita sempre più urgentemente di essere distrutto? Nemmeno per sogno. Essi ripropongono la medesima solfa: maggiori investimenti produttivi pubblici ed anche privati, un loro diverso indirizzo (questa poi è bella!), migliore utilizzazione degli impianti e, ovviamente, riforme a non finire; in sostanza, un ennesimo appello a nuovi sacrifici degli operai, coronato dall’ormai fin troppo esplicita promessa agli industriali di autoregolamentazione degli scioperi.

La strategia rivendicativa dell’opportunismo, raccolte come è suo compito le briciole che il periodo di “boom” economico la borghesia poteva lasciar cadere ai suoi schiavi salariati, ritorna ad essere la stessa del ’49, e diremmo la stessa di un apparato politico-sindacale il cui grado di asservimento al capitale è proporzionato al grado di putrefazione sociale da esso raggiunto.

La “linea politica” del sindacato tricolore

Ma qual è lo scopo reale che i bonzi si prefiggono di raggiungere con l’atteggiarsi a “forza alternativa” al potere della borghesia, a sostenitori, quale “componente determinante”, di una programmazione dei piani produttivi e ristrutturativi del capitalismo italiano? Essi vorrebbero dare ad intendere al proletariato che solo una sua azione per un indirizzo economico diverso da quello realizzato dal grande capitale e sostenuto dal governo possa difendere il livello di benessere e occupazione della classe operaia e salvare la economia italiana dal precipizio nella crisi totale. Essi propongono che gli investimenti si orientino verso altri settori produttivi, in particolare verso quelli che, a detta loro, risolverebbero la secolare depressione economica del Mezzogiorno e darebbero impulso vitale alle strutture arretrate del capitalismo italiano. Parlano di riforme sociali, non come conseguenza della ripresa produttiva, ma condizione indispensabile per essa, e i loro interminabili discorsi si perdono nell’impotente rincorsa al raggiungimento di una società idilliaca in cui il regno della produzione per il profitto sia al contempo paradiso terrestre della classe operaia, dotata di servizi pubblici efficienti, ospedali, scuole, enti assistenziali, case “dignitose”, affinché ogni “cittadino” possa esprimere le sue capacità “liberamente e senza costrizioni” e condurre una vita “degna e sopportabile”.

È il mondo sempre sognato dal piccolo borghese ruffiano e pantofolaio, che, se è lieto di battersi affinché l’operaio “stia meglio”, è solo per veder rafforzata la sua condizione di parassita sociale.

Ma gli investimenti produttivi, l’utilizzazione degli impianti, lo “sfruttamento delle risorse della collettività nazionale” seguono leggi proprie del modo di produzione capitalistico, la cui infrazione presuppone la distruzione totale del regime del lavoro salariato; i capitali si indirizzano dove più alto è il saggio di profitto, strafregandosene dei piani dei programmatori, dei lamenti dell’opportunismo, degli stessi desideri e aspirazioni dei singoli capitalisti e amministratori borghesi, e soprattutto delle condizioni del proletariato, che anzi peggiorano storicamente nella misura in cui tali investimenti si realizzano a pieno ritmo, e non per malvagità dei governi, ma per determinazioni intrinseche al regime capitalistico.

La “linea politica” dell’opportunismo, congiungendosi con le aspirazioni reazionarie della piccola borghesia e utopistiche del grande capitale, non può influire, come pretende nelle sue decantazioni “teoriche” sul corso ineluttabile degli eventi del meccanismo produttivo capitalistico, per cui la sua concezione “ideologica” riformistica, bagaglio di un secolo di tradimenti dei principi marxisti, e la sua struttura organizzativa non possono che riflettere l’unico scopo a cui l’opportunismo possa realmente tendere: inculcare nel proletariato l’idea che il capitalismo sia un modo di produzione eterno e pertanto indistruttibile, e quindi legare la sorte della classe avente il compito storico di abbatterlo alle necessità generali e specifiche di settori del capitale; facilitare l’espulsione dei proletari dal processo produttivo quando la crisi esplode; fuorviare le spinte rivendicative classiste; regolare il flusso di forza lavoro verso i settori produttivi del momento; in sostanza, lavorare per il funzionamento più efficiente possibile del capitalismo. E, in questo suo compito, l’opportunismo postbellico odierno ha superato di gran lunga, sia quantitativamente che qualitativamente, quello prefascista: mentre allora si poneva come freno alle azioni di classe di un proletariato in fermento agitando il miraggio delle vie graduali alla conquista del potere, oggi che questo non è minacciato si pone come annientatore di ogni pur minima lotta operaia permeando le rivendicazioni sindacali di obiettivi fasulli ed utopistici agli effetti della realizzazione, perfettamente allineati alla struttura aziendale della produzione sul piano sindacale (contrattazione integrativa articolata), e alla struttura centralizzata del potere borghese sul piano politico (riforme di struttura).

Il sindacalismo tricolore-democratico, uscito dalle viscere del sindacalismo corporativo-fascista, marcia sulla strada della ricongiunzione storica ad esso, e ogni salto qualitativo della politica dei bonzi è un passo verso la totale integrazione democratica dell’organizzazione proletaria nelle maglie dello stato borghese; questo processo è tanto più efficace in quanto non è frutto di imposizione violenta ma di cosciente autointegrazione ad opera esclusiva dell’opportunismo, che racchiude in questo suo compito, al tempo stesso, le due massime concezioni controrivoluzionarie che abbia espresso il riformismo: il corporativismo interclassista e il gradualismo democratico. Non a caso proprio in questi giorni i bonzi hanno chiesto di essere interpellati dal nuovo presidente del Consiglio per la formazione del nuovo governo e in merito ai suoi programmi economici, cosa mai successa finora!

La risalita dall’abisso

Tutto questo ci dà l’idea del pauroso baratro controrivoluzionario in cui è piombata la classe operaia e di cui il fondo probabilmente non è ancora stato toccato. Forse più giù ancora si dovrà scendere prima di iniziare la grande rimonta di classe. Ma una cosa è certa: questa rimonta dovrà esserci. Non importa attraverso quali forme organizzative immediate la ripresa si manifesterà; quel che è certo è che immense masse di diseredati sociali saranno scaraventate inconsciamente sulla scena della rivoluzione comunista dalla futura crisi del capitalismo, e forse l’alto grado di asservimento raggiunto dall’opportunismo, oggi causa di totale intontimento delle masse operaie, sarà domani causa di una loro più elevata radicalizzazione sulle posizioni di classe. Al partito rivoluzionario marxista spetta il compito grandioso di facilitare questo processo e condurlo al fine per cui intere generazioni operaie hanno generosamente versato il loro sangue: la dittatura proletaria, il trionfo del comunismo. Noi non aspettiamo inerti questo evento, ma nell’attesa che le condizioni oggettive meno sfavorevoli alla risalita dal baratro esplodano, lavoriamo fin da ora per essa, coscienti che il compito più duro di oggi è quello di spezzare il cerchio di ferro teso dall’opportunismo, specie nella sua veste sindacale, attorno al collo del proletariato.