Διεθνές Κομμουνιστικό Κόμμα

Il Partito Comunista 100

Espulsi ed espulsori

Già alcuni anni sono trascorsi da un articolo «Sulla strada di sempre» che in un « anno primo-numero unо » indicava l’ennesimo doloroso strappo del rosso filo organizzativo del partito formale del dopoguerra.

Fu definitiva a quel punto la separazione tra le due parti – frazioni – che si erano venute a determinare nell’organizzazione «Programma Comunista», e la parte che con un procedimento fino ad allora mai impiegato era stata espulsa, usando l’altra frazione di una malintesa e falsa autorità centrale che gran parte del partito supinamente accettò, conscia di aver portato via con sé l’onore del partito, secondo la splendida definizione della Sinistra al Congresso di Livorno del 1921, riprese con tenace volontà ed ottimismo rivoluzionario la strada di sempre, per la ricostruzione dell’organo della Rivoluzione sociale. Poco importa ora chi e perché; il Partito nel suo insieme aveva perso la bussola, la coscienza rivoluzionaria della giusta rotta, né riusciva più a recepire i corretti stimoli che da una parte minoritaria – non fino ad allora certo frazione! –  provenivano con martellante perseveranza a che almeno il Partito tutto ritornasse all’abc della dottrina onde ritrovare le energie e la chiarezza per rimettersi nel solco ‘nostro’.

Gli sbandamenti erano di tale ampiezza che le stesse voci che gridavano del ritorno all’antico erano ormai d’impaccio alla voglia di noyoutage politico, alla foia sfrenata di tatticismo, per formare, si diceva, infine il «vero partito»,  forte e compatto, per fare uscire dall’angusto perimetro del circolo dell’organizzazione che la passata generazione di rivoluzionari ci aveva consegnato. Ed allora il martellare le nostre tesi di base diventava più di un lusso teorico, diventava una fastidiosa accademia che, si diceva, faceva perdere di vista l’urgenza del presente, comprometteva la possibilità di «cogliere l’occasione favorevole»,  ma solo era una sciocca perdita di tempo; tutto il resto dell’organizzazione non capiva l’abisso in cui, sotto la «species» della disciplina totale ed assoluta esigenza che mai la parte che poi fu espulsa aveva messo in discussione sotto la teorizzazione infame della lotta politica all’interno del partito, il centro dirigente stava spingendo l’intera compagine.

Da «Tesi supplementari», aprile 1966:

«Ben sappiamo che la dialettica storica conduce ogni organismo di lotta a perfezionare i suoi mezzi di offesa impiegando le tecniche in possesso del nemico. Da questo si deduce che nella fase del combattimento armato i comunisti avranno un inquadramento militare con precisi schemi di gerarchie a percorsi unitari che assicureranno il migliore successo dell’azione comune. Questa verità non deve essere inutilmente scimmiottata in ogni attività anche non combattente del partito. Le vie di trasmissione delle operazioni devono essere univoche, ma questa lezione della burocrazia borghese non ci deve fare dimenticare per quali vie si corrompe e degenera, anche quando viene adottata nelle file di associazioni operaie. La organicità del partito non esige affatto che ogni compagno veda la personificazione della forza partito in un altro compagno specificamente designato a trasmettere disposizioni che vengono dall’alto. Questa trasmissione tra le molecole che compongono l’organo partito ha sempre contemporaneamente la doppia direzione; e la dinamica di ogni unità si integra nella dinamica storica del tutto. Abusare dei formalismi di organizzazione senza una ragione vitale è stato e sarà sempre un difetto ed un pericolo sospetto e stupido».

Resistemmo allo sgangherato andazzo imperante con ogni nostra forza, preoccuparti al massimo di non spostarci di un pollice dai vincoli della disciplina, della tradizione e dalla gerarchia funzionale del partito, di non scimmiottare gli imbelli criteri democratici di maggioranza e minoranza, di rimanere sempre sul terreno del centralismo organico, la fondamentale struttura del nostro organismo partito, il suo modo di esistere, svilupparsi, vivere.

Malgrado la conclamata volontà di aderire in toto alle tesi del Partito al suo programma storico, la compressione organizzativa, la « politique dabord » all’interno dell’organizzazione, le mille trame e pastette, le accuse di tutto e del contrario di tutto, riuscivano nell’infame compito dell’espulsione, questa davvero nel più triviale stile dell’ aborrita democrazia. Fummo costretti a prendere atto della strada che la vecchia organizzazione aveva deciso di seguire; volevano un partito disciplinato a muoversi in ogni contorsione d’anguilla che la fetida quotidianità avesse imposto, un partito compatto a seguire le alzate d’ingegno dei «capi », un partito a gerarchia militare, con fiduciari e sottocapi; eravamo d’impaccio al raggiungimento di questo supremo risultato, e riuscirono a cacciarci. Pure le nostre tesi, l’esperienza viva delle generazioni rivoluzionarie, cristallizzate in forma definitiva, l’essenza stessa dell’organo Partito, avvisano in modo chiaro del pericolo degenerativo, delle sue cause, dei suoi sintomi, anche se ovviamente non danno alcuna ricetta «pratica » sulle misure di difesa e cura.

Da «Tesi sul compito storico», luglio 1965:

« La Sinistra sperò di salvare l’Internazionale ed il suo tronco vitale e valido di grandi tradizioni senza organizzarsi come una frazione, o come un partito nel partito. Nemmeno la Sinistra, anche quando le manifestazioni del nascente opportunismo andavano diventando sempre più innegabili, incoraggiò od approvò il sistema delle dimissioni individuali dal partito o dalla Internazionale.

Tuttavia i testi già indicati in cento loro passi mostrano che la Sinistra nel suo pensiero fondamentale ha sempre visto il cammino verso la soppressione delle scelte elettorali e dei voti su nomi di compagni o su tesi generali come un cammino che andava verso la abolizione di un altro ignobile bagaglio del democratismo politicantesco, ossia quello delle radiazioni, delle espulsioni e degli scioglimenti di gruppi locali. Abbiamo molte volte enunciato in tutte lettere la tesi che questi procedimenti disciplinari dovevano andare diventando sempre più eccezionali per avviarsi alla loro scomparsa.

Se il contrario avviene e peggio se queste questioni disciplinari servono a salvare non principi sani e rivoluzionari ma proprio le posizioni coscienti od incoscienti di un opportunismo nascente, come avvenne nel 1924, 1925, 1926, questo significa soltanto che la funzione del centro è stata condotta in un modo sbagliato e gli ha fatto perdere ogni reale influenza di disciplina della base verso di lui, tanto più, quanto più viene sguaiatamente decantato un fasullo rigore disciplinare.
E’ stata però sempre ferma e costante posizione della Sinistra che, se le crisi disciplinari si moltiplicano e diventano una regola, ciò significa che qualche cosa non va nella conduzione generale del partito, e il problema merita di essere studiato. Naturalmente non rinnegheremo noi stessi commettendo la fanciullaggine di ritornare a cercare salvezza nella ricerca degli uomini migliori o nella scelta di capi e di semicapi, bagaglio tutto che riteniamo distintivo del fenomeno opportunista, antagonista storico del cammino del marxismo rivoluzionario di sinistra.

Su un’altra tesi fondamentale di Marx di Lenin la Sinistra è fermissima, e ossia che un rimedio alle alternative e alle crisi storiche a cui il partito proletario non può non essere soggetto, non può trovarsi in una formula costituzionale o di organizzazione, che abbia la virtù magica di salvarlo dalle degenerazioni. Questa illusione si inscrive tra quelle piccolo-borghesi che risalgono a Proudhon, e attraverso una lunga catena sfociano nell’ ordinovismo italiano, ossia che il problema sociale possa essere sciolto da una formula di organizzazione dei produttori economici. Indubbiamente, nella evoluzione che i partiti seguono, può contrapporsi il cammino dei partiti formali, che presenta continue inversioni ed alti e bassi, anche con precipizi rovinosi, al cammino ascendente del partito storico. Lo sforzo dei marxisti di sinistra è di operare sulla curva spezzata dei partiti contingenti per ricondurla alla curva continua ed armonica del partito storico. Questa è una posizione di principio, ma è puerile volerla trasformare in ricette di organizzazione.

Nella concezione del centralismo organico la garanzia della selezione dei suoi componenti è quella che sempre proclamammo contro i centristi di Mosca. Il partito persevera nello scolpire i lineamenti della sua dottrina, della sua azione e della sua tattica con una unicità di metodo al di sopra dello spazio e del tempo. Tutti coloro che dinanzi a queste delineazioni si trovano a disagio hanno a loro disposizione la ovvia via di abbandonare le file del partito. Nemmeno dopo avvenuta la conquista del potere possiamo concepire la iscrizione forzata nelle nostre file; è perciò che restano fuori dalla giusta accezione del centralismo organico le compressioni terroristiche nel campo disciplinare che non possono non copiare il loro stesso vocabolario da abusate forme costituzionali borghesi, come la facoltà del potere esecutivo di sciogliere e di ricomporre le formazioni elettive tutte forme che da molto tempo si considerano superate non diremo per lo stesso partito proletario, ma perfino per lo Stato rivoluzionario e temporaneo del proletariato vittorioso. Il partito non ha da presentare a chi vuole aderirvi piani costituzionali e giuridici della società futura, in quanto tali forme sono proprie solo delle società di classe. Chi vedendo il partito proseguire per la sua chiara strada, che si è tentato di riassumere in queste tesi da esporre alla riunione generale di Napoli, luglio 1965, non si sente ancora a tale altezza storica, sa benissimo che può prendere qualunque altra direzione che dalla nostra diverga. Non abbiamo da adottare nella materia nessun altro provvedimento».

Queste poche e sparse righe riportate a scopo esemplificativo da un corpus formidabile per sintesi storica, ed indirizzo d’azione, che caratterizzava in modo tutt’affatto originale il nostro partito rispetto a qualunque altro raggruppamento e partito, ‘vicino’ o ‘lontano’, danno già loro sole una chiara indicazione sul futuro dell’organizzazione formale quando la mala pianta dell’opportunismo comincia a gettare radici e si smarrisce il metodo corretto per estirparla, quando gli « aggiornatori » nei fatti, anche se a parole ossequienti del programma, crescono e si rafforzano nell’organizzazione, di prendere, come è detto, « una qualunque altra direzione che dalla nostra diverga ».

Gli scissionisti dell’anno 1974 affermavano di avere nelle mani ancora il partito di quelle tesi, e questo ancora credeva il grosso dei militanti, che poco comprendevano della durissima battaglia allora da una « parte » combattuta a che la tradizione ed i principi fossero salvati dal disastro, e supinamente ingoiavano il fatto infame dell’espulsione, o peggio vi applaudivano.

Quell’organizzazione che aveva creduto rafforzarsi amputando la parte che non si voleva piegare all’intrigo, alla lotta politica nel partito, ai compromessi tattici e programmatici impiegati, si diceva, per « mantenere ed aumentare gli effettivi dei compagni », quell’ organizzazione non osava ancora gettare alle ortiche l’ultimo straccio di fedeltà formale alla tradizione della sinistra. Ma la compressione ideologica ed organizzativa, la lotta politica tra compagni, il malinteso centralismo che ribalta ogni discussione sull’ordine o sulla direttiva che sembrano errati o contraddittori alle tesi da parte di chi li riceve, con l’etichetta di indisciplina e anticentralismo, tutto ciò era l’aspetto complementare del meccanismo democratico, dei congressi, delle maggioranze e minoranze, delle tesi contrapposte secondo gruppi e frazioni, eredità di assetti borghesi che volevamo aver espulso per sempre dalla nostra organizzazione, strutturata a ben più alto organico livello.

Gli espulsori hanno voluto un partito «unito per forza », illudendosi di poter manovrare con la pretesa della disciplina per la disciplina la loro organizzazione di fronte agli effetti di tutti gli espedienti tattici ai quali demandavano l’improba funzione di sbloccare la chiusa situazione del movimento di classe, e dilatare gli effettivi del partito. Gli è mancato il coraggio di andare sino in fondo e rinnegare anche formalmente tutte le tesi della Sinistra, assumendo una struttura apertamente di centralismo democratico, con spazio al gioco delle maggioranze e minoranze; forse questo avrebbe ancor di più allargato i loro confini, e la
perdita sarebbe stata solo dell’inutile manchette di prima pagina che richiama alla Sinistra ed alla suo lotta antiopporportunista ed antidemocratica.

Non averlo fatto, mantenendo d’altro canto la formale struttura verticistica, ha portato ad altre ampie scissioni; ha portato al tragicomico punto che hanno avuto il coraggio di pubblicare una sorta di riassunto delle posizioni degli scissionisti dell’ultima ampia mandata, come li hanno definiti « compagni che hanno lasciato il partito». Come punto d’arrivo per dei centralisti di ferro non c’è male: e sta di fatto che in questo caso gli  «scissionisti » non sono stati neppure espulsi per le loro posizioni!

Ma allora sarebbe stato ritrovato da parte degli ex espulsori il corretto metodo sempre dalle nostre tesi ribadito, la soluzione per cui « a chi non è d’accordo con noi, non resta che andarsene»!

Di certo nel partito sano, come la Sinistra ha chiaramente definito, il processo di eliminazione dei corpi estranei, di quanti non si sentano « di seguire il partito per la sua chiara strada », delineata dalle Tesi, avviene o dovrebbe avvenire per questa via organica, naturale; ma l’organizzazione che gli espulsori di allora pretesero costruire, non ha certo sviluppato quel genere di sana reazione. Essa si va invece decomponendo nelle frazioni diverse che la costituivano, incapaci ormai di convivere perché assolutamente mancanti del cemento programmatico unitario, né del resto organizzate in un vero assetto democratico, ormai comunque scomparso anche nei partiti borghesi statali, ad esclusione forse del PCI. Stravolta la natura originaria su cui era stato fondato, sintomo più tragicamente grave l’espulsione del ’74, forse in tempi più brevi di quanto gli espulsi di allora si aspettassero, il « partito forte e centralizzato » va in pezzi, e si attendono rifondazioni più o meno tardive ed equivoche da parte dei vari gruppi ex-uniti.

Ma nulla importa a chi è rimasto sulle posizioni di sempre della Sinistra le eroicomiche vicende degli ex-vicini, se non per la formidabile conferma e questa è lezione viva per noi che da queste miserie ne deriva.

Ancora una volta l’esperienza storica del Partito, il suo corpus eorico, ha ben indicato cause e conseguenze, ancora una volta si è dimostrato che l’infrangere nella pratica quei capisaldi teorici non porta all’organizzazione migliore, ma corrompe e distrugge l’organizzazione stessa. Al di là del fatterello quotidiano di una scissione disgregante in un partito dell’area della « sinistra », come qualche imbecille può vedere la cosa, resta per noi comunisti la preziosa riprova della validità del metodo nostro, la coscienza della saldezza della base su cui abbiamo ricostruito. Con gli « espulsori » abbiamo fatto definitivamente i conti in quel numero 1 – anno primo, né abbiamo ormai alcunché da spartire con quella organizzazione.

Il partito che noi siamo sicuri di veder risorgere in un luminoso avvenire sarà costituito da una vigorosa minoranza di proletari e di rivoluzionari anonimi, che potranno avere differenti funzioni come gli organi di uno stesso essere vivente, ma tutti saranno legati, al centro o alla base, alla norma a tutti sovrastante ed inflessibile di rispetto alla teoria; di continuità e rigore nella organizzazione; di un metodo preciso di azione strategica la cui rosa di eventualità ammesse va, nei suoi veti da tutti inviolabili, tratta dalla terribile lezione storica delle devastazioni dell’opportunismo. In un simile partito finalmente impersonale nessuno potrà abusare del potere, proprio per la sua caratteristica non imitabile, che lo distingue nel filo ininterrotto che ha l’origine nel 1848.

Da «Contenuto originale del programma comunista », settembre 1958.

L’epilogo borghese della rivoluzione cinese si legge nel suo passato Pt.20

L’andamento dell’economia nel triennio 1958-60

La tabella che presentiamo mostra l’andamento delle principali produzioni industriali ed agricole nel triennio 1958-60, confrontando gli incrementi percentuali medi annui con quelli dei periodi precedenti, già presi in esame.

Va subito detto che molti di questi dati non sono ufficiali, ma sono invece ripresi da studi effettuati da più parti sull’economia cinese, preferendoli a quelli ufficiali comunicati per alcune produzioni fino al 1960 e generalmente considerati poco attendibili. L’avvertenza varrà fino al 1978, quando il Governo centrale della Repubblica Popolare ricomincerà a ripresentare, in grande stile, le statistiche della propria economia.

La mancanza di un quadro statistico di sicuro riferimento, carenza fondamentale sentita persino dalle computerizzate economie occidentali, non impedisce però l’allineamento di cifre e dati che, pur non brillando per esattezza quantitativa, sono pienamente in grado di delineare e delimitare le tendenze generali dell’economia cinese in ogni suo periodo, base unica questa delle lotte politiche e sociali svoltesi.

Prima di commentare la tabella è bene riannodare ulteriormente il filo degli avvenimenti.

Abbiamo già detto come il lancio delle Comuni Popolari e del Grande Balzo in Avanti ebbe la formidabile base di appoggio dell’ottimo raccolto agricolo del 1958 che portò la quota pro-capite di cereali a 312 kg. l’anno (dato che sarà nuovamente toccato solo dopo venti anni), ed il successo agricolo poteva ben determinare tutto l’andamento economico in un paese in cui l’agricoltura forniva la metà delle risorse dello Stato ed alimentava per i 2/3 il commercio estero.

In pieno periodo di fervore di mobilitazione sociale, il VI Plenum di Wuchang comunicò gli eccezionali dati sulle varie produzioni dell’anno 1958: l’acciaio prodotto sarebbe stato 11 mil. di t.; il carbone 270 mil. di t.; i cereali ben 375 mil. di t. ed il cotone 3,35 mil, di t. Questi risultati di alcune fondamentali produzioni, avevano spinto in avanti la produzione industriale ed agricola del 70% rispetto a quella dell’anno precedente, aumento superiore persino a quello avutosi nell’intero quinquennio 1953-57, solo il 68%.

Sulla base di questi stratosferici successi il Plenum del dicembre 1958, redasse gli obbiettivi per l’anno seguente: 18 milioni di tonnellate di acciaio, 380 di carbone, 525 di cereali, 5 di fibra di cotone, cifre che rappresentavano il livello di produzione fissato per la fine del III piano quinquennale, cioè a dire il lontano 1967.

Il clamore delle cifre doveva però lasciare il passo al cupo incedere degli avvenimenti.

Già l’VIII Plenum di Lushan, deve registrare le dure critiche di Peng Dehuai e degli altri suoi sostenitori; la difesa accorata di Mao che di fronte alla possibilità di rendere pubbliche le aspre critiche al Grande Balzo in Avanti ed alle Comuni Popolari, minaccia: «In tal caso io andrei in campagna e mi metterei alla testa dei contadini per rovesciare il Governo. Se quelli di voi, che sono nell’Esercito di Liberazione, non mi vogliono seguire, allora io andrò a cercarmi un’Armata Rossa e organizzerò un altro Esercito di Liberazione. Ma io penso che l’Esercito di Liberazione mi seguirebbe»; la sconfitta di Peng e dei suoi, qualificati dei peggiori epiteti, e una radicale revisione dei dati statistici mesi prima annunciati, indiretta conferma di alcune delle principali critiche di Peng, «del ricorso generalizzato alle spacconate, alla millanteria, quella megalomania dilagata ovunque, cosa che pregiudica assai il prestigio del nostro partito».

Il Plenum di Lushan fu costretto a passare dai 375 milioni di tonnellate di cereali a 250; da 3,35 di cotone a 2,1; dagli 11,1 di acciaio ad 8, cifre pure queste, per acciaio e cereali, ancora superiori a quelle da noi ordinate ed incasellate.

La rettifica, automaticamente, coinvolse anche il piano per il 1959: per l’acciaio si corressero i previsti 18 mil. di t. in 12; per il carbone da 380 mil. di t. si scese a 335; per i cereali dai 525 mil. di t, programmati (pure oggi vera e propria chimera), si precipitò a 275 mil. di t.; idem per il cotone, da 5 mil. di t. a 2,3.

Anche se ufficialmente continuò l’esaltazione della politica del Grande Balzo in Avanti, ed il popolo fu chiamato a vincere “lo spirito opportunista di destra”, per realizzare nel biennio 1958-59, i traguardi produttivi del II piano quinquennale 1958-62, fu quello il primo decisivo passo per la messa in soffitta della politica di mobilitazione sociale, processo già descritto riguardo la sorte delle Comuni Popolari.

Gli ultimi dati ufficiali verranno forniti da Li Fuzhun, alla II sessione della II Assemblea Nazionale, dal 30 marzo al 10 aprile 1960, e furono l’ultimo sbotto di un ottimismo che i disastri naturali atmosferici ed il ritiro degli aiuti russi del luglio-agosto successivo, si incaricheranno di rimpiazzare con uno sdegnoso e dignitoso silenzio.

Li Fuzhun mostrò che alla fine del 1959, per la maggior parte dei prodotti agricoli ed industriali, era stata raggiunta la quota prevista per il 1962, e che nuovi ambiziosi programmi dovevano essere stilati per il 1960.

Cifre e programmi enunciati in quell’Assemblea, possono però dormire sonni tranquilli, nessuno li disturberà. La tabella presentata, fa infatti giustizia di molte di queste cifre, fino ad ora esposte più che altro per mostrare la difficoltà di un regime a conoscere la condizione di marcia della sua economia, riflesso da una parte di anarchia produttiva e, dall’altra di autarchia e arretratezza tecnico-produttiva delle campagne, solo marginalmente interessate e coinvolte dal flusso mercantile dei prodotti, base per ogni statistica borghese.

Il triennio 1958-60, presenta un incremento percentuale medio annuo superiore di gran lunga a quello del periodo precedente 1953-57, per tutti i prodotti industriali, la produzione dei quali raddoppia in tre lunghi anni di eccezionali e duri lavori. Per l’energia elettrica, il petrolio e l’acido solforico viene persino superato l’incremento del periodo di ricostruzione 1949-52, dai molti record per la precedente caduta della produzione ai minimi livelli di sussistenza.

Le produzioni di petrolio (+55,6%) e di macchine utensili (+47,6%), sono quelle che vantano gli incrementi maggiori rispetto alle altre produzioni, che si attestano su un incremento medio annuo variante dal 32,6% del cemento al 39,1% del carbone, tutte rate eccezionali non più ripetute, da allora ad oggi, dalla Gialla Repubblica.

L’industria, pur con tutte le difficoltà e tutti gli immensi sprechi, ha le carte in regola con le esigenze produttive del Grande Balzo in Avanti. Ma se è relativamente facile comandare i ritmi delle macchine, del capitale fisso messo in moto dal lavoro salariato, solo estendendo la giornata di lavoro, il difficile è comandare alla natura, la quale obbedisce a ben altri cicli che non quello della riproduzione capitalistica, ed immensi investimenti di capitali sono necessari per dotare di infrastrutture ed attrezzaggio la campagna e renderla adatta allo sfruttamento capitalistico.

La produzione di filati di cotone (industria leggera dipendente per la materia prima dall’agricoltura), deve infatti segnare il passo con un -1% medio nel triennio, che anticipa il vero e proprio tracollo dell’essenziale produzione cerealicola che, non solo non riesce a tener dietro all’aumento della popolazione (+1,82%), ma regredisce pure in valore assoluto scendendo dai 206 mil. di t. del 1958, ai 171 del 1959, e ai 156 del 1960, al disotto della quota raggiunta nel lontano 1952, inizio della riforma agraria e di tanti sogni collettivisti.

L’andamento è ulteriormente peggiore per la disponibilità annua pro-capite dei cereali, per la continua pressione di una sempre aumentante popolazione costretta a spartirsi una quantità minore di prodotti alimentari.

Non l’acciaio teneva la chiave dell’economia cinese, ma i cereali, proprio perché prima si mangia e poi si produce; ed il segno negativo della produzione cerealicola aveva il potere di tutto svendere del Grande Balzo in Avanti e delle Comuni Popolari, sia questo che quelle reggentesi sulla scommessa di aumentare, ipso facto, il surplus agricolo, chiave di volta di una problematica industrializzazione nazionale.

Massimo prima 1949194919521957195819591960Aumento % medio annuo 1949–1952Aumento % medio annuo 1953–1957Aumento % medio annuo 1958–1960
Acciaio (mil. t.)0,9230,1581,3495,356,088,3513,67104,431,736,7
Ghisa (mil. t.)1,8010,2521,9295,9366,513,0015,097,025,236,2
Carbone (mil. t.)61,8832,466,4130,0200,0273,0350,027,014,439,1
Energia elettrica (mld. kwh)5,964,317,2619,3427,5341,5047,0019,021,634,4
Petrolio (mil. t.)0,3210,1210,4361,4582,263,705,5053,327,355,6
Cemento (mil. t.)2,290,662,866,869,312,2716,063,019,132,6
Acido solforico (mil. t.)0,180,040,190,6320,741,061,5068,127,233,4
Macchine utensili (unità)5.3901.58213.73428.00050.00070.00090.000105,515,347,6
Filati di cotone (mld. mt.)2,791,893,835,055,706,104,9026,55,6-1,0
Cereali (mil. t.)150,0113,2163,9195,0206171,0156,013,13,6-7,2
Cotone (mil. t.)0,80,4451,3041,6042,102,4143,14,2
Popolazione (mil.)541,7574,8646,5660,0671,1682,52,02,41,82
Disponib. pro capite cereali (kg)285285302312255229

Scambi mercantili ed accumulazione capitalistica

Parallelamente quindi alla ritirata operata nel campo delle strutture e dei compiti delle Comuni, dal 1960 il regime di Pechino dovette prima annacquare, poi sbarazzarsi dei vari aspetti del Grande Balzo in Avanti anche in campo industriale.

Questo processo di ritirata si caratterizzò prima di tutto per una costante diminuzione di entusiasmo ed ottimismo nei discorsi dei massimi dirigenti, poiprosaicamenteseguì la riorganizzazione delle Comuni e le pressanti esigenze alimentari.

Un esempio di ciò si poteva leggete sul “Jenmin Jihpao” del 2 agosto 1960:

«Dobbiamo fare in modo di intensificare la produzione nell’industria senza aumentare la mano d’opera che vi lavora. L’economia delle Comuni non deve assorbire più del 5% dei lavoratori agricoli e, nell’alta stagione, le imprese delle Comuni dovranno trasferire quanta più mano d’opera è possibile al lavoro dei campi».

Queste brevi e lapidarie frasi erano una vera condanna per il Grande Balzo in Avanti; il regime riconosceva infatti, la sua impossibilità a continuare, pena la bancarotta alimentare, la mobilitazione delle masse per grandi lavori e grandi industrializzazioni, che dovevano segnare il passo in favore delle esigenze alimentari che imponevano l’assoluta priorità dei cereali, dell’agricoltura rispetto a tutti gli altri settori produttivi.

Il ritmo fragoroso dell’incremento dell’industria pesante passava la mano a quello più discreto dell’industria leggera, fornitrice di necessari beni di produzione e di consumo, per l’immenso ed affamato, pure di merci, mondo contadino.

Il cambio di consegne va marxisticamente letto: non si accumulava, ma si riattivava il necessario scambio mercantile fra Agricoltura ed Industria, unico fondamento della solo successiva accumulazione di capitale, sia nell’industria che nell’agricoltura.

Questo cambio di consegne verrà ben riassunto dal IX Plenum tenutosi dal 14 al 18 gennaio, anno 1961, a Pechino:

«I settori dell’industria leggera debbono sforzarsi di superare le difficoltà derivanti dalla scarsezza di materie prime prodotta, aprire nuove fonti di materie prime, accrescere la produzione e assicurare fin dove è possibile la soddisfazione delle necessità quotidiane del popolo. Nell’industria pesante, tenuto conto del grandioso sviluppo che si è conseguito negli ultimi tre anni e del fatto che la produzione dei beni principali ha notevolmente superato le quote originariamente stabilite per il 1961 e 1962, ultimi due anni del secondo Piano quinquennale, l’obbiettivo della costruzione di base deve essere convenientemente ridotto, il tasso di sviluppo deve essere riaggiustato, e, sulla base delle vittorie già conseguite, occorre adottare una linea di consolidamento, completamento e miglioramento dei livelli qualitativi. Ciò significa che bisogna far sforzi per migliorare la qualità dei prodotti, accrescerne la varietà, rafforzare gli anelli deboli del processo produttivo e continuare a sviluppare il movimento di massa per le innovazioni tecniche, economizzare materie prime, abbassare i costi di produzione e accrescere la produttività del lavoro.
«Le temporanee difficoltà nell’approvvigionamento del mercato causate dal cattivo raccolto e dalla scarsità di materie prime per l’industria leggera costituiscono problemi importanti che esigono una urgente soluzione».

La confessione è chiara ed esplicita: non si tratta di una società che veleggia verso il socialismo ed il comunismo, ma di una che chiaramente punta all’affermazione del modo di produzione capitalistico, che deve maneggiare le tradizionali borghesi leve dell’abbassamento dei costi di produzione e dell’accrescimento della produttività del lavoro, per rafforzare gli anelli deboli del processo produttivo sconvolto dalla crisi agricola che aveva determinato prima una crisi industriale, poi un bloccarsi degli scambi fra le città e le campagne per mancanza di merci.

Il livello dei prezzi era rimasto immutato, successivamente verrà nuovamente favorito il settore agricolo, ma la rarefazione dei beni di consumo aveva automaticamente diminuito il potere di acquisto dei contadini, bloccando gli scambi mercantili e favorendo l’autarchia economica della miriade di villaggi, nemico mortale per il generale processo di accumulazione e riproduzione di capitale.

Tale processo, di accumulazione e riproduzione, esalta gli incrementi produttivi dell’industria pesante fornitrice di beni strumentali, come per il biennio 1958-59 era stato. È la consegna classica del modo di produzione capitalistico: più beni strumentali, più operai, più tempo di lavoro, più intensità di lavoro, consegna che ha il suo logico sbocco in un’accumulazione progressiva di capitale a ritmi d’inferno, parafrasando i cinesi a Grandi Balzi in Avanti.

La svolta quindi, di rimettere sull’altare l’industria leggera fornitrice di beni di consumo, indirettamente manifestava che anche da un punto di vista borghese la Cina mordeva il freno, che non si era ancora decisamente e risolutamente impiantato, nell’immenso territorio, un esteso scambio di merci fra i vari settori produttivi, che senza tale impianto era vano parlare, non solo di socialismo, ma di moderno capitalismo, e che industrializzazioni forzate accelerate avrebbero finito per bruciare i pochi capitali disponibili.

Tesi queste sostenute dalla “destra” di Chen Yun, come già descritto.

La storia non si fa né con i se né con i ma, né tantomeno a posteriori.

Lo Stato cinese, borghesemente, ha fatto quello che poteva e, soprattutto, quello che le condizioni materiali date imponevano. Anche lo Stato influenza le forze produttive (e come !), se quindi si affermò la soluzione della mobilitazione sociale, con i suoi scarsi risultati, va detto che lo sviluppo dello Stato era esso stesso ad un basso livello, e che i rischi di una lacerazione sociale presupposti dalle tesi economiche della “destra”, non potevano essere allora accettati dalla necessaria integrità dello Stato centrale.

Prime conclusioni sull’economia e le lotte politiche in Cina

Con il Grande Balzo in Avanti e il dimostrato fallimento delle consegne che lo caratterizzavano, si chiude il decennio epico ed eroico della Repubblica Popolare cinese, con il romanticismo proprio di ogni rivoluzione nazionale borghese in ascesa.

È il decennio dello Stato forte, che manovra e mobilita l’immensa popolazione, segnatamente quella contadina, e lo può fare sull’onda di un genuino, forte ma anche ingenuo movimento contadino che per decenni aveva alimentato costantemente il PCC, dandogli vigore e decisione. Ed il PCC, vero partito borghese non per estrazione sociale dei suoi vertici e base ma per programma politico, impiega il vigore e la decisione contadina prima nella costituzione della Repubblica Popolare, poi nel suo rafforzamento sbarazzando il campo da corruzione e debolezze.

È il decennio dei grandi sommovimenti del mondo contadino, della Riforma agraria e della collettivizzazione e comunalizzazione. Titubanze e tendenze al compromesso del PCC, non possono arrestare una marea che impietosamente inghiottisce i grandi proprietari fondiari prima, e l’economia dei contadini ricchi poi. Il risultato che ne consegue non può però impedire successive differenziazioni sociali nelle campagne, ineliminabili in ambiente necessariamente mercantile, cioè borghese.

È il decennio della salda alleanza cino-russa, con cospicui aiuti economici del regime di Mosca che tenta, attraverso questa leva, di legare indissolubilmente a sé l’inquieto alleato. Nel decennio, la Cina sfrutta mirabilmente a fini interni nazionali la dispendiosa ed onerosa guerra di Corea, scontrandosi con la potente America protettrice del Generalissimo confinatosi a Formosa; con la Conferenza di Bandung, la Cina fa poi valere tutto il suo fascino e la sua forza nei confronti dei Paesi cosiddetti Non allineati presso i quali gode di grande prestigio.

È il decennio della grande crescita economica, politica e militare del grande Stato giallo, crescita che, secondo i dirigenti di Pechino, non doveva arrestarsi di fronte a qualsivoglia ostacolo ma darsi obbiettivi sempre più ambiziosi.

Ma l’epica e mistica mobilitazione estensiva del lavoro e degli sforzi dei 600 milioni di cinesi non poteva andare più in là di dove arrivò; raggiunti tutti gli obiettivi possibili alla volontà umana, urtò naturalmente contro la necessità della specializzazione e concentrazione della grande industria di base, unico ossigeno per l’affermazione di un’agricoltura capitalistica moderna.

Il rumoroso urto renderà impossibile l’avvento di un altro decennio di eroismo ed epicità; gli anni Sessanta, nonostante il chiasso ed i colori della Rivoluzione Culturale, saranno il decennio non degli eroi, ma delle comparse che tenteranno di recitare una parte non loro, di cui non sono all’altezza.

In campo economico, il decennio, a parte trascurabili parentesi, sarà caratterizzato da moderazione e pragmatismo che sostituiranno l’entusiasmo e l’ottimismo precedenti. Le grandi mobilitazioni sociali del passato non potranno essere tentate da un regime in evidente crisi interna. La stessa Rivoluzione Culturale poggerà sul disciplinato Esercito più ancora che sulla massa studentesca, corpo estraneo rispetto al mondo contadino oltremodo diffidente, ma anche rispetto agli operai, istintivamente in difesa delle loro immediate condizioni di esistenza minacciate dagli isterismi ed estremismi delle Guardie Rosse.

In politica estera, il decennio si aprirà con la rottura con la Russia e si chiuderà con il riavvicinamento all’America. Nonostante un virulento antimperialismo verbale, la Cina sarà oltremodo cinica ed utilitaristica, difenderà vittoriosamente i suoi confini con l’India, non altrettanto farà con la Russia, gli scontri sull’Amur riveleranno anzi una preoccupante debolezza militare; si terrà pilatamente in disparte quando scoppierà la guerra del Vietnam, e quando si dispiegherà con tutta la sua ferocia il colpo di Stato in Indonesia arriverà persino a non far mancare il suo appoggio al regime di Sukarno.

Anche i personaggi saranno all’altezza dei tempi.

Oltre a Mao, il primo decennio vanta mitiche figure, il decennio a seguire non sarà a tale altezza.

Tramonteranno le forti e rudi figure militari di Zhu De e Peng Dehuai, ed il grigio Lin Biao conoscerà nel volgere di pochi anni la massima gloria e la massima infamia. Tacerà il brillante economista Chen Yun, come l’ingegnere del Grande Balzo in Avanti, Li Fuzhun, più volte acerrimi rivali; solo lo sfuggente Li Xiannian rimarrà in sella appoggiandosi al vero ed unico super pragmatico ed equilibrista, Zhou Enlai.

Gli eroi semiseri saranno i componenti della futura Banda dei Quattro, autori di una rapida quanto effimera carriera, Jiang Qing, Zhuang Chunqiao, Yao Wenyuan e Wang Hong-wen, appoggiati dallo stanco timoniere Mao, dal poliziotto Kang Sheng, dal segretario Chen Boda, dal militare Lin Biao, capitaneranno una pilotata Rivoluzione Culturale, fallimentare in tutti i suoi dichiarati fondamentali propositi.

Unico personaggio che ottimamente e seriamente si farà portavoce della forza sociale agente sotto la sovrastruttura delle dure cruenti lotte politiche, sarà Zhou Enlai.

La sua capacità al compromesso che gli ha valso di non conoscere l’onta della polvere, unico nella storia della giovane Repubblica, lo rendeva mirabile interprete della forza sociale dell’accumulazione e riproduzione capitalistica cinese che doveva ad ogni modo poggiare sulla continuità dello Stato, sulla sua stabilità ed efficienza.

Senza questa continuità e stabilità, nessuna accumulazione e riproduzione di capitale, nessuna lotta politica, nessuna modernizzazione della giovane potenza capitalistica quale è la Cina !