Fra neo-creazionisti e liberal-evoluzionisti
Nel campo della riflessione che da sempre gli uomini compiono su se stessi, la conoscenza della natura ha permesso di collegare in modo inscindibile l’umanità e tutte le altre forme di vita e ha mostrato quanto sia immensamente lunga la «grande catena dell’essere», dalla quale derivano tanto l’uomo che tutti gli altri organismi viventi; essa è stata uno strumento di formidabile efficacia per dare un senso e sistemare, in una costruzione unitaria, la vita sul pianeta, alla loro infinita varietà e alle loro origini. L’uomo fin dai tempi più antichi ha sempre cercato l’origine «del tutto».
Nelle epoche passate man mano che questa ricerca si fa più profonda ed accurata – fuori dal campo di dominio della metafisica e della religione – corrode sempre più il rigido schema di una natura organica fissa ed immutabile. Tutto ciò non è avvenuto linearmente anzi gli ostacoli trovati lungo il cammino sono stati di diversa natura. Le nuove scoperte scientifiche, vagliate dalla realtà, cozzavano contro i vecchi schemi basati il più delle volte sulle scritture bibliche.
Darwin fu il primo a dimostrare praticamente, con prove inconfutabili, che la natura procedeva attraverso un continuo divenire dialettico dove non esistevano categorie fisse. In questo modo il concetto di evoluzione delle specie entrò prepotentemente nella ricerca scientifica e fece fare passi da gigante alla conoscenza della natura. Mentre l’evoluzione – riconosciuta come dato di fatto – è applicata a tutte le scienze, la borghesia se ne serve per costruire una nuova religione, messa da parte la vecchia perché oramai è in contraddizione con la realtà. La Scienza è la nuova religione e la borghesia ne fa un Assoluto. Non per errore o per caso, ma perché tale Scienza, posta al di sopra della società, al di sopra delle classi, indipendentemente dagli uomini e a tutti ugualmente accessibile, è il fondamento teorico della filosofia sociale: su di essa si basa il Principio Democratico; la peggiore superstizione di ogni tempo, la credenza che sia la libera opinione a determinare i rapporti sociali e il divenire sociale.
Questa nuova religione cozza con quella vecchia, ne nascono delle dispute e a volte le polemiche si fanno anche violente. Oggi siamo di fronte a una di queste dispute «altisonanti» dove le tesi degli uni (creazionisti) vengono contrapposte alle tesi degli altri (evoluzionisti).
In tempo di crisi, come quella che attanaglia la società attuale, il ritorno, oppure meglio definito, il rifiorire di teorie basate sulla creazione divina del cosmo ci danno la misura della profondità di tale crisi. Essa, si riflette su tutti i campi siano questi «filosofici» o «scientifici», politici o sociali. Per il Principio Democratico tutto ciò è pretesto per una sua ulteriore esaltazione. La teoria dell’evoluzione viene messa in discussione dai creazionisti, ma tutto ciò non è un male: la democrazia raggiunge la massima espressione quando esistono due o più «poli contrapposti», purché tutto sia condotto nell’ambito di scritti o dibattiti sublimati dalla società che li ha partoriti.
Nel caso preso da noi in esame possiamo subito notare come non esista oggi, oramai, contrapposizione di classe tra le due teorie: tutte e due possono coesistere e arricchirsi di «nuove ipotesi».
La ricerca dell’origine della vita ha un fascino per l’uomo – un fascino suggestivo dettato dal sapere che la specie ha dietro le spalle una storia ininterrotta di qualche miliardo di anni – ma per tornare ai termini del problema bisogna prendere in esame le due posizioni e vedere come il marxismo superi le tesi contrapposte.
1. Creazionismo
Uno dei più ampi «attacchi» alla teoria evoluzionistica è quello lanciato negli Stati Uniti da un folto gruppo di fondamentalisti religiosi i quali credono alle verità letterarie della Bibbia per quanto riguarda la creazione del mondo e degli esseri viventi. Tra questi signori si contano biologi, «informatici», fisici, rappresentanti dei settori di ricerca più «avanzati»; molte associazioni richiedono anzi, come titolo per l’ammissione, un diploma od una laurea in materia scientifica. I creazionisti chiedono che all’insegnamento della loro dottrina sia dedicato lo stesso tempo che viene speso per insegnare l’evoluzione (un capolavoro di «tolleranza democratica»), e a tale scopo hanno fatto causa a parecchi Stati della Federazione americana.
I creazionisti ritengono che l’insegnamento dell’evoluzione sia «dannoso al bambino» in quanto contraddice la sua coscienza innata (sic) della realtà e tende quindi a creare in lui conflitti mentali ed emotivi. Esso tende ad eliminare ogni freno morale ed etico nello studente e conduce in pratica (niente po’ po’ di meno che) ad un amoralismo animalesco. Esso può tendere a privare la vita di ogni significato e di ogni scopo in considerazione del concetto inculcato nello studente secondo cui egli non sarebbe altro che un prodotto casuale di un processo accidentale, privo di ogni significato. La filosofia evoluzionistica insinua spesso che la forza fa il diritto, una convinzione che conduce a sua volta o all’anarchismo (evoluzione incontrollata) od al collettivismo (evoluzione controllata) e prosegue l’articolo del nostro bravo fondamentalista religioso con altre perle del tipo «Darwin è il responsabile di tutti i mali del mondo moderno. Questa mitologia scimmiesca di Darwin è la causa del permissivismo, della promiscuità, delle pillole, dei profilattici, delle perversioni, degli aborti, della pornografia, (e figuratevi persino) dell’inquinamento, dell’avvelenamento e (pure) della proliferazione di criminali di tutti i generi». Il movimento antievoluzionista è una protesta contro «questo cancro dell’umanesimo laico orientato in senso evoluzionistico che sta distruggendo l’intelligenza e la fede dei nostri giovani».
L’attuale istruzione scientifica impartita nelle scuole degli Stati Uniti incoraggerebbe lo scetticismo, il dubbio, l’indipendenza di pensiero e l’uso della ragione.
2. Evoluzionismo
Per combattere queste «posizioni» ecco nascere e svilupparsi il partito avversario che difende l’evoluzione, Darwin e la sua teoria: i cosiddetti evoluzionisti. Ma quelli che oggi si sono schierati contro i creazionisti sono a favore della Scienza e del Sapere con la S maiuscola, credono che il ruolo più importante della scienza sia quello di abituarci ad un «pensiero razionale», e di incoraggiare lo «scetticismo» e la libera investigazione; l’assalto all’evoluzione sarebbe un assalto alla scienza, ma anche alla «libertà politica». Proseguono le tesi degli evoluzionisti che «il creazionismo scientifico è unattacco intollerabile all’istruzione non solo perché è l’antitesi della ragione ma perché si oppone al fondamento stesso della vera istruzione: l’onestà intellettuale. Dove vadano a pescare questi piccoli borghesi la «onestà intellettuale» non si sa bene né cosa sia in un mondo pieno di menzogne quale è il capitalismo. Devono ammettere che: «i risultati che la ragione ha conseguito, li ha conseguiti contro la opposizione dell’autorità e della tradizione; se avesse avuto la meglio l’autorità, non conosceremmo ancora ciò che Galileo vide con il suo cannocchiale», ma la ragione viene presa come un Assoluto e come tale messa al centro dell’universo.
«La questione più importante, quindi, è semplicemente se l’istruzione preparerà la gente ad usare la testa o a seguire senza discutere una dottrina impostale dalla società. Se si debba insegnare la teoria dell’evoluzione o della creazione è solo un aspetto particolare di questo problema più generale; e in ultima analisi questo problema più generale è un problema politico». Insomma: chi è per il creazionismo è per l’Autorità, è a favore della Nuova Destra, che è poi uguale a quella vecchia; oppure, chi si schiera per l’evoluzionismo, si schiera a fianco della Democrazia e a favore della Scienza e della Ragione.
3. Marxismo
Noi marxisti evoluzionisti dialettici non possiamo vedere la scienza slegata dalla società che l’ha partorita, quindi troveremo riflesse nel suo interno tutte le contraddizioni del modo di produzione sociale.
Il dilemma-bagarre – creazionismo o «evoluzionismo» – non ci riguarda, le tesi degli uni possono benissimo convivere con le tesi degli altri; tutte e due hanno come finalità la conservazione del potere della classe dominante. Lo stesso dualismo è posto in politica – fascismo o democrazia –: noi non siamo né per l’uno né per l’altra; in nessuno dei due schieramenti è più scienza. L’unica, ultima, scienza oggi è nella marcia in avanti della rivoluzione, nel Comunismo. Abbiamo anche scritto – e per i riformisti e i resistenziali è un grosso scandalo – che tra democrazia e fascismo non esiste antitesi politica, il volto del fascismo è l’altra faccia di una stessa medaglia, della dominazione della classe borghese; il fascismo ne è la rappresentazione pura.
Notiamo solo che se l’«evoluzionismo» è l’«esaltazione illuministica» della scienza borghese, il creazionismo rispecchia oggi meglio il dominio che la borghesia esercita nel campo scientifico, un dominio non più mistificato dal valore della Scienza come «essenza capace di orientarsi» verso il traguardo del benessere sociale.
La realtà è che la «scienza» borghese nemmeno è riuscita a sfamare l’umanità.
Solo nel comunismo avremo scienza non di classe, al servizio della specie, e solo allora si svilupperà nella direzione che meglio può servire all’umanità e non saprà cosa farsi, se non per distruggerla pezzo a pezzo, della superstiziosa, preistorica e preumana «scienza» borghese.
«La scienza oggi è la marcia in avanti della rivoluzione; è la scienza di classe del proletariato, la teoria e la prassi rivoluzionaria, la dottrina storica e l’esperienza delle lotte del proletariato; è l’organizzazione del proletariato in classe rivoluzionaria; in una parola, la scienza umana oggi è il Partito. Solo il Partito di classe del proletariato rappresenta, difende e mette in azione la sola scienza che conti, e che ingloba tutte le altre» (Da “Marxismo e scienza borghese”, Il Programma Comunista, nn. 21 e 22 del 1968).
L’epilogo borghese della rivoluzione cinese si legge nel suo passato Pt.34
La ricostruzione del Partito
Il IX Congresso del PCC, aprile 1969, aveva visto la chiara ed estesa influenza e preminenza dell’EPL nell’apparato statale, predominio sul quale aveva infine poggiato il riassetto al vertice del Partito-Stato. Rimaneva invece ancora totalmente da compiersi la ricostruzione del Partito nelle province, nei distretti, nelle Comuni e nelle fabbriche, ricostruzione richiesta da pressanti imperativi economici. Infatti, l’onnipresenza dei militari nei luoghi di lavoro e di produzione, se era stata giustificata dalla assoluta necessità del regime di ristabilire l’ordine, l’autorità e la disciplina, fortemente scossi, non lo era certo per la loro competenza nell’organizzazione della produzione e dello sfruttamento capitalistico, compiti per i quali i burocrati di Liu e Deng erano di buone quattro spanne superiori. Costretto ad un compito al quale non era preparato, l’Esercito, passata la bufera, cominciò a ristabilire nelle loro funzioni i quadri del vecchio apparato.
Imposta da questi imperativi economici la ricostruzione del Partito, dal 1969 al 1972, di nuovo pose al regime di Pechino il problema dell’intero ruolo dell’EPL nella struttura statale e nella società, problema che significativamente si rispecchiava nel sempre più crescente dualismo fra i Comitati Rivoluzionari, in mano ai militari e la cui autorità si fondava unicamente su criteri “politici”, ed i Comitati Provinciali di Partito che cominciarono ad essere ricostruiti nel 1970, con “quadri” e dirigenti che vantavano una lunga esperienza di gestione dell’apparato civile ed economico.
Questo dualismo che in definitiva era un vero e proprio conflitto, non per la sciocca questione del maneggio del potere (questione sempre sfruttata da chi non sa vedere nei contrasti politici il ribollire e lo scontro di forze sociali ed economiche), ma fra le possibili diverse politiche per procedere nella marcia dell’industrializzazione dell’immenso paese, doveva per forza ripercuotersi sul ricostruito vertice dei Partito-Stato di nuovo esposto ad ulteriori lacerazioni.
Ricordiamo che questo “conflitto”, nelle sue linee fondamentali era dagli inizi degli anni Sessanta che si stava svolgendo e vedeva contrapposti due mobili e variabili schieramenti. Il primo, di fronte alle difficoltà del regime di drenare dalle campagne prodotti e plusvalore necessari agli investimenti industriali, sosteneva che questo processo di industrializzazione era impossibile se nelle campagne non si sviluppava un commercio ed un mercato privato dei prodotti, commercio e mercato che avrebbero sì determinato forti differenziazioni sociali ma anche l’aumento globale della produzione agricola a tutto beneficio dello Stato centrale, investitore in campo industriale. L’altro schieramento, di fronte agli identici problemi, propugnava una via opposta, quella di “convincere” i “quadri” in tutti i settori della vita nazionale, che se le masse lavoravano di più e pretendevano di meno, il valore della forza lavoro degli operai e dei contadini si sarebbe ridotto mentre l’intera produzione sarebbe aumentata: sarà questa riduzione e questo aumento a finanziare gli osannati investimenti statali.
All’attento lettore non è sfuggito che la differenza fra i due schieramenti non riguardava i rapporti della Cina con il mercato esterno internazionale, infatti a parte pose propriamente propagandistiche, possiamo ben affermare (lo vedremo precisamente nel seguito del lavoro) che ambedue gli schieramenti non erano né del tutto autarchici né del tutto aperti ma ambedue avevano chiaro che, fatta salva l’indipendenza nazionale economica e finanziaria, il commercio con il mercato mondiale era indispensabile per la grandezza borghese del regime di Pechino.
Questo fondamentale “conflitto” di fronte ai quale sparivano le posizioni intermedie, negli anni fra il IX ed il X Congresso del PCC (il quinquennio 1969-73) si poteva leggere nel dualismo fra i Comitati Rivoluzionari ed i ricostruendi Comitati di Partito e nella contesa fra Lin Biao e Zhou Enlai, allora estremi rappresentanti dei due schieramenti in scontro; il primo forte del prestigio politico conferitogli dal suo titolo ufficiale di successore di Mao, mentre il secondo traeva la sua autorità da innegabili imperativi economici che progressivamente facevano valere il loro peso ed imponevano il ridursi dell’influenza dei militari, spinti al vertice delle gerarchie dalla grave crisi politica e statale della Rivoluzione Culturale.
I mesi che seguirono il IX Congresso, videro il PCC intento nell’opera di ricostruzione delle proprie strutture disperse dalla Rivoluzione Culturale, un’opera che fu accompagnata da tutta una serie di pubblicazioni e “direttive” che attaccavano ora gli “estremisti che stanno al di sopra delle masse” (maggio-giugno 1967), ora gli “anarchici che dubitano di tutto e rifiutano tutto”, ora gli “indifferenti” che avevano abbandonato la lotta, che lasciavano fare, che non osavano né criticare né obbedire.
I quadri che erano stati spazzati via dalla bufera della Rivoluzione Culturale furono invitati a reintegrarsi nelle organizzazioni di Partito e gli appelli all’unità erano sapientemente mischiati alle esortazioni di più stretti legami fra quadri e masse. Scandiva, ingenuamente, il “Jenmin Jihpao” del 20 novembre 1969: «Come una spada arrugginisce se non viene affilata e l’acqua stagnante marcisce, i quadri, una volta che sono stati staccati dal lavoro manuale, cadono nel revisionismo», come se le differenze (che pure esistevano) su questioni fondamentali di politica dello Stato cinese fra Liu Shaoqi e Mao Zedong fossero riconducibili alla partecipazione o meno del silenzioso Liu, le cronache lo indicavano fra l’altro gran faticatore, a qualche lavoretto manuale che qui in occidente sarebbe riconducibile all’hobby del giardinaggio e al quale allora si sottoponevano i nuovi quadri di Mao !
Durante l’autunno-inverno 1969-70 continuarono le assillanti campagne di stampa contro il soggettivismo, il formalismo ed il burocratismo, ma rispetto al passato ormai queste campagne avevano solamente un carattere dottrinario e pedagogico insieme. Dopo la primavera 1970, in cui apparvero i primi segni di ricostruzione del Partito con “elementi avanzati” che venivano distinti dai rimanenti membri dei Comitati Rivoluzionari, l’estate successiva vide iniziare la ricostruzione dei Comitati di Partito a livello di distretto (hsien), ricostruzione che aveva l’egida delle direttive di Mao sull’unità del Partito, del recupero del 95% dei quadri e sulla cessazione delle critiche nei confronti di coloro che avevano ammesso i propri passati errori.
La rivista “Bandiera Rossa”, poteva bellamente e sfrontatamente scrivere nel luglio 1970: «La Rivoluzione Culturale è stata un grande movimento di consolidamento del Partito a porte aperte, di un’ampiezza senza precedenti», giudizi che furono bevuti dai maoisti occidentali assetati di miti, prima di tutti quello del grande Uomo che tutto vede e tutto fa.
Simultaneamente alla ricostruzione del Partito, riapparve la Lega della Gioventù Comunista, totalmente soppiantata dalle Guardie Rosse durante la Rivoluzione Culturale ma che ora si prendeva la sua brava rivincita; la ricostruzione del Partito e della Lega fu accompagnata e facilitata da un costante coatto esodo di milioni di ex Guardie Rosse e di studenti (taluni avanzano la cifra di 30 milioni di persone nel biennio 1969-70) verso le regioni rurali, esodo che vide notevoli resistenze e inizialmente molti tentativi di fuga.
L’avvenimento più importante dell’anno 1970, fu il II Plenum del CC del IX Congresso del PCC, che si svolse dal 23 agosto al 6 settembre a Lushan.
Il comunicato finale, che annunciava una prossima convocazione dell’Assemblea Nazionale Popolare e che per la prima volta dopo anni faceva un riferimento ufficiale ad un “piano economico nazionale”, ambedue segni di normalizzazione e di stabilizzazione, stese un pietoso velo sulle voci di aspri contrasti fra i massimi vertici del Partito e dello Stato (addirittura si ventilò di un “complotto” tentato dal Maresciallo Lin Biao), contrasti che saranno poi confermati dai successivi avvenimenti e da un successivo rapporto ufficioso di Mao Zedong. Secondo questo rapporto, tenuto un anno dopo da Mao durante una riunione con i Segretari provinciali del PCC, il II Plenum vide oscurarsi la stella dei potenti capi militari Generale Huang Yongsheng e Wu Faxian e di Ye Qun, Li Zuopeng e Qiu Huizuo. tutti membri del nuovo Politburo.
Il Plenum segnò anche la precoce eclissi dell’ex-segretario personale di Mao, Chen Boda, il numero 3 della gerarchia di Partito; anche Li Xuefeng, membro supplente del Politburo, ed il Generale Zheng Weishan (dal marzo 1968 comandava la Guarnigione di Pechino) uscirono dall’assise con le ossa rotte e Zheng cedette la sua carica nel dicembre, il che toglieva probabilmente allo schieramento di Lin Biao un’importantissima pedina.
La necessità di affrettare la ricostruzione del Partito prima della convocazione dell’Assemblea Nazionale, che avrebbe dovuto modificare la Costituzione o adottarne una nuova, spinse il regime a dare il via alla formazione di nuovi Comitati provinciali di Partito; quello dell’Hunan sarà il primo a sorgere, il 4 dicembre 1970, l’ultimo invece sarà quello dell’Heilongjiang il 19 agosto 1971, trascorsi appena 8 mesi ben pochi in confronto della lunga gestazione dei Comitati Rivoluzionari.
Più lunga e difficoltosa fu la ricostruzione del Partito al livello dei 2.000 distretti iniziata un anno dopo il IX Congresso; senz’altro fu perché nuovamente il vertice del PCC era scosso da sotterranee e potenti tensioni che già avevano sbalzato uno dei grandi beneficiari della Rivoluzione Culturale, Chen Boda.
La caduta di Chen Boda e Lin Biao
L’anno 1970, vide pure una decisiva evoluzione della politica estera cinese. Con la fine degli scontri armati alla frontiera, era diminuita grandemente la tensione tra Cina e Russia, evento che non poteva certo arrestare di botto le continue campagne di stampa che esortavano il popolo a prepararsi alla “guerra imperialista”, ad intensificare la sua preparazione militare, a costruire rifugi antiaerei ed ad accumulare provviste. In sintonia, il II Plenum aveva ribadito l’imperativo: Libereremo Taiwan e la popolazione continuava ad essere ossessionata dall’imminente guerra ed invasione, sia con i russi che con gli americani. Questa ossessione riposava sulla necessità del regime di ristabilire l’ordine, la coesione e la disciplina in una nazione logorata internamente, per la quale la minaccia dei fucili nemici aveva il potere di rendere più rassicuranti i fucili dell’EPL che dominavano in ogni aspetto della vita sociale.
Ma con il 1970, timidamente ripresero i contatti con Mosca (nell’autunno Cina e URSS reintegrarono i propri ambasciatori) e, nonostante il colpo di Stato filoamericano di Lon Nol in Cambogia il 20 marzo, si stava delineando una soluzione “negoziale” per il Vietnam, visto il diminuito impegno militare di Washington. Sibillinamente Zhou Enlai, nell’agosto 1970, parlando ad un giornalista americano fece intendere che la Cina era disposta a riprendere il dialogo con gli Stati Uniti.
Il 13 ottobre, si ebbe un fatto decisivo: dopo anni di esitazioni e 18 mesi di negoziati, il Canada accettava di riconoscere il Governo di Pechino come il solo Governo legale della Cina e rompeva ogni legame con la Cina nazionalista di Taiwan. Pechino invierà a Ottawa, il suo migliore diplomatico, Huang Hua, futuro Ministro degli Esteri, dando all’avvenimento la massima importanza. La normalizzazione diplomatica con il Canada fu seguita da quella con l’Italia (6 novembre), l’Etiopia (24 novembre) ed il Cile (15 dicembre).
I primi mesi del 1971, videro altri riconoscimenti diplomatici, ma soprattutto continuare il cauto avvicinamento cino-americano. Il 25 febbraio, Nixon dichiarava, con diplomatica allusione alla Cina, che «l’ordine internazionale non può essere assicurato se una grande potenza è tenuta in disparte»; esauritasi velocemente la crisi per la penetrazione dell’esercito sud-vietnamita nel Laos lungo la strada n. 9 (regione di Tchepone), che aveva l’obbiettivo di rendere inservibile la pista di Ho Chi Minh,crisi durante la quale Zhou Enlai e Ye Jianying si precipitarono ad Hanoi dove fra il 5 e l’8 aprile si diedero a bellicose dichiarazioni antiamericane, l’11 aprile arrivò a Pechino una squadra statunitense di tennis da tavolo che il 14 fu addirittura ricevuta da Zhou Enlai che baldanzosamente dichiarò: «Si è aperta una nuova pagina. Un nuovo capitolo si è aperto nelle relazioni fra i nostri due popoli, la vostra rappresentanza apre la porta agli scambi di visite amichevoli fra i due paesi”.
Il mese di aprile vide anche l’importante riunione detta dei «99” nella quale fu confermata la definitiva eclissi di Chen Boda, scomparso dalla vita pubblica dall’agosto precedente. Chen Boda cominciò a divenire bersaglio di violenti attacchi da parte della stampa ufficiale a partire dal 1° maggio, inizialmente nella solita maniera oscura poi in termini perfettamente chiari ed insultanti. L’oscuro segretario, tanto osannato dalla Rivoluzione Culturale veniva così tacciato nell’editoriale comune del “Jenmin Jihpao”, del “Quotidiano dell’Esercito” e della rivista “Bandiera Rossa” del 1° luglio: «un modesto piccolo brav’uomo qualsiasi e che è in realtà un pericoloso ambizioso», insulto che era un minaccioso avvertimento per molti protagonisti della Rivoluzione Culturale giunti ormai e drammaticamente alla fine della loro carriera.
Il 29 giugno, si ebbe l’ultima comparsa pubblica di Lin Biao e, soprattutto, il 15 agosto, il presidente Nixon stupiva la diplomazia internazionale e molti sciocchi seguaci maoisti annunciando che si sarebbe recato in Cina prima del maggio 1972, rivelando anche che già Henry Kissinger aveva effettuato un viaggio segreto di 48 ore a Pechino (9-11 luglio), ultimo atto del lungo e difficoltoso riavvicinamento cino-americano che avrebbe senz’altro influito sulle vicende interne del regime contribuendo al risolversi della contesa politica.
Nel mese di agosto e inizio di settembre, si ebbe un lungo viaggio di Mao per l’intera Cina, durante il quale il vate incontrò i dirigenti civili e militari delle Province. Il viaggio, all’insegna dello slogan: “L’Esercito impara da tutto il popolo”, ebbe come corollario il completarsi della ricostruzione dei Comitati di Partito Provinciali. Sempre secondo il già citato rapporto ufficioso, la visita-ispezione di Mao Zedong riguardò un po’ tutti gli avvenimenti seguenti la Rivoluzione Culturale e segnò la resa dei conti del regime con Lin Biao.
A metà settembre, il 13, furono sospesi, senza spiegazione, tutti i voli commerciali sulla Cina. Qualche giorno dopo un comunicato ufficiale: quest’anno non ci sarà la grande rivista militare nella piazza Tian’anmen a Pechino per l’anniversario della Repubblica; la festa nazionale sarà celebrata nei parchi con canti e danze. Che fosse successo qualcosa di grosso, ufficialmente lo si saprà soltanto un anno più tardi, quando Zhou Enlai dirà (e la versione fu per più versi per niente credibile) che il 13 settembre Lin Biao cercò di fuggire in URSS a bordo di un “Trident” dell’aviazione civile, partito con poco carburante e senza operatore radio; durante la fuga l’aereo sarebbe precipitato nella Mongolia esterna e Lin Biao morto insieme alla moglie Ye Qun, al figlio Lin Liguo (Generale del Comando dell’Aviazione), e Liu Peifeng (altro Generale del Comando dell’Aviazione) ed a un numero imprecisato di complici. Perché erano fuggiti ? L’ineffabile Zhou Enlai mentì spudoratamente: perché erano stati scoperti come “traditori e protagonisti di una cospirazione” contro il divino Mao Zedong.
Il riavvicinamento con l’America
Prima ancora di svelare gli accadimenti dietro le quinte, il regime di Pechino continuò la sua scalata diplomatica; il 25 ottobre 1971 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvò l’ammissione della Cina Popolare e l’esclusione della Cina Nazionalista di Taiwan, ammissione ed esclusione che furono, per onor di firma, contrastati dal delegato americano. Infatti, mesi dopo, il 21 febbraio, il presidente degli Stati Uniti Nixon, accompagnato dal segretario di Stato Rogers e dal suo consigliere Kissinger, arrivò a Pechino rimanendovi fino al 28. Il comunicato finale congiunto, che seguì discussioni con Zhou Enlai ed un incontro con Mao, fu pubblicato il 28 febbraio al termine della visita ed enunciava fra l’altro:
«Il progresso verso la normalizzazione delle relazioni tra Cina e gli Stati Uniti è nell’interesse di tutti i paesi; le due parti desiderano ridurre il rischio di conflitti internazionali; nessuna delle due parti mira all’egemonia nella regione Asia-Pacifico e ciascuna di esse si oppone agli sforzi di qualsiasi altro paese o gruppi di paesi per stabilire tale egemonia».
Veniva così formulata la cosiddetta “clausola antiegemonica”, che acquistava un significato di chiara avversione di Pechino nei confronti del regime di Mosca, anche se in questo, come nei molti altri comunicati internazionali firmati dai cinesi e contenenti questa clausola, l’espressione Unione Sovietica non sarebbe mai stata usata. Sempre il comunicato congiunto doveva rilevare come i punti di “discordanza” fra le due parti fossero ancora ben più numerosi di quelli che le vedevano concordi. Soprattutto il legame di Washington con la Cina Nazionalista impediva la normalizzazione dei rapporti diplomatici, di cui infatti gli abili Zhou Enlai e Kissinger non parlarono neppure; la decisione di mantenere periodici contratti e di sviluppare i rapporti commerciali, oltre a quelli culturali e scientifici che pure erano di notevole importanza, non fecero sfuggire allora agli osservatori più attenti che Washington, non potendo mollare la sicura Formosa, rendeva vigile e sospettoso il regime di Pechino che apriva sì, le sue frontiere alle merci americane ed occidentali, accettando anche un relativo indebitamento immediato, aveva sì, riposto il propagandistico slogan: «Libereremo Taiwan con le armi”, ma rimaneva oltremodo geloso della propria indipendenza nazionale, per il mantenimento della quale aveva già dimostrato di essere capace di enormi rinunce e sacrifici, continuando a pretendere di voler raggiungere la completa unificazione nazionale.
Specialmente la stampa filo moscovita allora insistette sulla proposizione che Pechino si vendeva, mani e piedi legati, a Washington, ma a parte le frasi ad effetto, fu giustamente rilevato solamente dalla nostra piccola compagine come la politica estera cinese abbia sempre camminato sul filo unico della sicurezza dei propri confini e che, prosaicamente, sterza a destra ed a sinistra secondo l’unico fine della potenza borghese del proprio regime. Di questo fatto se ne accorsero gli Stati Uniti nel 1949, costretti allora a seguire la Cina Nazionalista; l’Unione Sovietica nel biennio 1960-61, quando sospese gli aiuti economici sperando di piegare Pechino ed ottenendo invece il risultato opposto; di nuovo se ne accorgeranno gli Stati Uniti negli anni Settanta ed in questi ottanta, nei quali si avranno significative concordanze fra i due Stati, ma anche altrettanti significativi contrasti che hanno avuto il risultato attuale che vede la Cina in una posizione autonoma rispetto allo scontro fra i due blocchi.
X Congresso
La caduta di Lin Biao trascinò con sé parecchi alti esponenti del vertice del Partito e dello Stato, Il ricostruito Politburo del IX Congresso fu quasi dimezzato nei suoi 24 membri fra effettivi e supplenti; in appena due anni e mezzo ben otto non erano più nelle proprie funzioni: oltre a Xie Fuzhi deceduto nel marzo 1971 (sembra per un attentato di membri del disciolto “Corpo d’Armata 16 maggio”), ma che sarà poi inserito nella lista della “malefica banda Lin Biao-Jiang Qing”, era saltato il successore di Mao, il Maresciallo Lin Biao, il numero tre della gerarchia Chen Boda, il numero sei Ye Qun, i Generali Li Zuopeng, Wu Faxian, Qiu Huizuo, Huang Yongsheng e Li Xuefeng, assenze che si sommavano a quelle dei due vecchi Zhu De e Dong Biwu, carichi di gloria e di anni tanto che erano a riposo e quasi mai partecipavano alle sedute del Politburo.
La epurazione anti-Lin Biao fu particolarmente estesa fra le alte gerarchie dell’Aviazione, riguardò un buon numero di presidenti dei Comitati Rivoluzionari e di Commissari politici e sembra che interessò, dal settembre 1971 all’agosto 1973 (X Congresso del PCC), ben 34 mila fra ufficiali e quadri usciti dalla Rivoluzione Culturale di cui 60 alti dirigenti dei Comitati Rivoluzionari.
Questa estesa epurazione accelerò la costante riorganizzazione del Partito e dello Stato, oltre a quello della Lega della Gioventù Comunista che quasi completò la sua struttura negli anni 1972-73, biennio che vide anche la ripresa della attività dei Sindacati che timidamente ripresero le proprie funzioni. Soprattutto, piano piano, in punta di piedi, molte di quelle personalità che erano state destituite durante la Rivoluzione Culturale riapparvero nelle occasioni ufficiali, mentre di converso si aveva l’eclissi di molti sostenitori aperti di Lin Biao.
Il rientro senz’altro più spettacoloso fu, senza dubbio, quello dell’ex-Segretario Generale Deng Xiaoping che il 12 aprile 1973 fece parte del gruppo dei dirigenti che accolse il Principe Sihanouk a Pechino, il che in definitiva valeva pienamente una riabilitazione.
La importantissima riabilitazione di Deng significava che il regime stava di nuovo, con mille fatiche attenzioni e prudenze, riprendendo la strada economica e sociale del 1961-65 cercando di rendere nulli gli effetti ancora profondi della Rivoluzione Culturale, di cui con circospezione si incominciava a condannare gli “eccessi” e le “violenze”.
Le misure di sfoltimento e di “rieducazione” dei burocrati continuavano certo, ma erano indispensabili visto la persistente dura situazione alimentare (nel 1971 il Governo centrale riduceva il proprio personale amministrativo a10 mila unità contro le 60 mila degli anni precedenti e riorganizzava i Ministeri, le Commissioni e gli altri organismi sotto il suo diretto controllo, da 90 a 26); la sospensione dei premi e dei cottimi nelle industrie non veniva rimessa in discussione, ma il regime iniziò una cauta campagna di stampa contro la bassa produttività delle aziende; soprattutto, le Direttive in campo agricolo cominciavano a teorizzare la conciliazione degli interessi collettivi delle squadre con quelli privati dei contadini, denunciando i passati eccessi di destra ma anche quelli più recenti di sinistra; infine, nelle scuole superiori riapparvero di nuovo gli esami “selezionatori” contro cui tanto avevano urlato le giovani Guardie Rosse pochi anni prima.
Il X Congresso del PCC (24-28 agosto 1973), fu un’importante tappa nell’opera di ricostruzione del Partito e dello Stato intrapresa da Zhou Enlai, la cui influenza ne uscì ancor più rafforzata. Riunitosi a Pechino con la partecipazione di 1.249 delegati, il Congresso, presieduto da un silenzioso ed immobile Mao, ruotò intorno al rapporto di Zhou Enlai (presentato il 24 ed approvato il 28 agosto) il quale espresse chiaramente il compromesso avutosi al vertice che aveva preceduto e seguito l’eliminazione di Lin Biao e dei suoi.
Zhou Enlai, etichettò gli sconfitti come una “cricca antipartito” la quale già in occasione del IX Congresso aveva cercato di opporsi al celeste Presidente:
«Prima del IX Congresso, Lin Biao aveva un progetto di rapporto politico in collaborazione con Chen Boda. Essi si opponevano alla continuazione della lotta di classe sotto la dittatura del proletariato, sostenendo che il compito principale dopo il IX Congresso era di sviluppare la produzione. Si trattava di una versione rimaneggiata, nelle nuove condizioni, dello stesso ciarpame revisionistico che Liu Shaoqi e Chen Boda avevano introdotto di soppiatto nella risoluzione dell’VIII Congresso, in cui si pretendeva che la contraddizione principale nel nostro paese non era la contraddizione tra proletariato e borghesia, ma quella «tra sistema socialista avanzato e forze produttive arretrate della società. Naturalmente, questo progetto di rapporto di Lin Biao fu respinto dal Comitato centrale. Lin Biao segretamente appoggiava Chen Boda nell’aperta opposizione di questi al rapporto politico stilato sotto la guida del presidente Mao e soltanto dopo che i suoi tentativi furono frustrati, Lin Biao accettò con riluttanza la linea politica del Comitato centrale e ne lesse il rapporto politico al Congresso. Ma durante e dopo il IX Congresso, Lin Biao continua con la cospirazione e il sabotaggio, nonostante gli ammonimenti e le critiche e gli sforzi compiuti per salvarlo da parte del presidente Mao».
Zhou, sfacciatamente, con lo stesso sistema usato nei confronti di Liu Shaoqi 4 anni prima, scandì che «non da un decennio soltanto ma da parecchi decenni Lin Biao, questo carrierista borghese, cospiratore e doppiogiochista, era impegnato in una macchinazione all’interno del nostro Partito», ma, a parte le accuse sciocche e false a Lin Biao che l’attonita ed imbonita assemblea richiedeva, quella più clamorosa lo spacciava come un «capitolazionista di fronte al socialimperialismo revisionista sovietico» e come un propugnatore dell’alleanza della Cina con l’imperialismo. Zhou Enlai si guardò bene da riproporre per le «future inevitabili lotte tra le due linee all’interno del Partito» esperienze traumatiche e drammatiche per la stessa unità statale, tipo la Rivoluzione culturale.
Il grande movimento di pochi anni prima fu accuratamente dimenticato dal prudente Primo Ministro, anzi Zhou Enlai, dopo essersi lasciato sfuggire che la “cricca di Lin Biao” deteneva «il controllo della direzione centrale, locale e dell’EPL», sanzionò che, nei prossimi anni se non mesi, di nuovo il Partito doveva riprendere il pieno controllo dello Stato e dell’EPL che continuava ancora, attraverso i propri uomini e sotto diversi titoli: capo di Regione Militare, Primo Segretario provinciale, ecc, a dirigere più dei due terzi delle Province: «Noi dobbiamo ulteriormente rafforzare la direzione centralizzata del Partito». Dei sette settori, industria, agricoltura, commercio, cultura e educazione, esercito, governo e partito, è il Partito che esercita la direzione su tutto. I comitati di partito a tutti i livelli devono studiare «sul rafforzamento del sistema dei comitati di partito», «metodi di lavoro dei comitati di partito come anche gli altri scritti del presidente Mao Zedong, fare il bilancio della propria esperienza e rafforzare ulteriormente la direzione centralizzata del Partito ideologicamente, organizzativamente e per quanto riguarda i regolamenti».
Il deciso ed inequivocabile passo di Zhou Enlai era un preciso ammonimento a quello che rimaneva della Rivoluzione Culturale: lo Stato ed il Partito stavano completando la loro ricostruzione ed una volta che questa fosse giunta a compimento, lo Stato-Partito avrebbe nuovamente assolto all’immenso compito di centralizzare l’intera vita economica dell’ancora arretrata Nazione. Questo compito centralizzatore era impossibile da attuare senza una fedele e disciplinata burocrazia la quale, passate le irrimandabili necessità dell’ordine pubblico, avrebbe fatto valere la propria maggiore esperienza di conduzione dello Stato sullo stesso EPL, come del resto già aveva fatto nel passato.
Eliminato Lin Biao ed i suoi, che oggettivamente erano per il predominio dell’EPL nella struttura statale rifacendosi ai modelli maoisti di sviluppo economico fondato sulla mobilitazione sociale e militaresca di tutta la popolazione (mobilitazione possibile solo se il regime reimpugnava la logora bandiera dello spirito di sacrificio e dell’egualitarismo, negli anni Trenta le stesse dell’intera Armata del PCC), l’ammonimento di Zhou Enlai era diretto ai reduci della Rivoluzione Culturale: Jiang Qing, Zhang Chunqiao, Yao Wenyuan. e Wang Hongwen che conservavano sì tutti i loro importanti posti al vertice del PCC, migliorandoli anche, ma vedevano oramai ridursi di molto il loro spazio, di manovra e costretti alla difensiva.
Il Congresso oltre a procedere all’approvazione di nuovi statuti diversi da quelli del 1969 in definitiva solamente per l’esclusione del paragrafo riguardante Lin Biao quattro anni prima investito come successore di Mao Zedong, elesse un CC composto da 195 membri effettivi e da 124 membri supplenti ed in cui riapparivano alcune fra le figure più criticate e accusate dalla Rivoluzione Culturale, certamente ripescate dall’abile Zhou Enlai.
Oltre al grande accusato e beffeggiato, Deng Xiaoping, da pochi mesi riabilitato, il CC faceva posto a Tan Zhenlin ed al mongolo Ulanhu, ambedue ex-membri del Politburo dell’VIII Congresso e aspramente criticati dalle Guardie Rosse sei anni prima; anche Li Baohua (ex-Segretariato per la Cina dell’Est), Liao Chengzhi (ex-presidente dell’Associazione di Amicizia cino-giapponese) e Wang Jiaxiang (ex-ambasciatore a Mosca) erano ripescati clamorosamente e trovavano un posto nel CC, poco per le loro ex-cariche ma molto considerando la loro totale e drammatica eclissi durante la Rivoluzione Culturale.
Il rimpasto del Politburo, eletto il 10 settembre dal l° Plenum del nuovo CC, fu particolarmente complesso. I fatti, antecedenti e susseguenti la scomparsa di Lin Biao, avevano infatti determinato l’estromissione dal vertice del Partito di ben 8 membri effettivi su 22 e di un supplente sui 4 designati. Il Comitato permanente del Politburo passava dai 5 membri del IX Congresso a ben 9, il che esprimeva, più che una “conduzione collegiale” del Partito-Stato, l’instabilità relativa del nuovo equilibrio raggiunto: Mao Zedong era affiancato da Zhou Enlai, Wang Hongwen, Kang Sheng, Ye Jianying, Li Desheng, Zhan Chunqiao, Zhu De e Dong Biwu. Non considerando i vecchi e quasi inabili Mao Zedong, Zhu De e Dong Biwu, due schieramenti si contrapponevano: da una parte Zhou Enlai spalleggiato da Ye Jianying (il vecchio e potente Maresciallo che presiedeva come Vice Presidente la Commissione Militare del CC, carica “militarmente” la più importante visto che quelle di Ministro della Difesa e di Capo di Stato Maggiore erano vacanti da quasi due anni) e dal Generale Li Desheng, potente capo militare; dall’altra, Wang Hongwen (35 anni, ex-operaio tessile di Shanghai) in rapida ascesa rafforzava Kang Sheng (manteneva il comando dei Servizi Segreti) e Zhang Chunqiao, punta di diamante di quello che era stato il potente Gruppo Centrale per la Rivoluzione Culturale.
Se aritmeticamente gli schieramenti erano pari, era però evidente che quello di Zhou Enlai era in chiara ascesa e si disponeva ad occupare i posti più importanti dello Stato; mentre l’altro contrapposto, doveva troppo alla protezione benevola del vecchio Mao Zedong visto che né il temuto poliziotto Kang Sheng, né il giovane Wang Hongwen, né il teorico Zhang Chunqiao erano ben visti dalle alte strutture del PCC dello Stato e dell’Esercito le quali, fuori gioco oramai le Guardie Rosse e di nuovo sotto controllo la massa contadina e gli operai di fabbrica, avevano nelle mani la possibilità di finalmente dirimere, anche se con un lungo e cauto processo, la contesa fra i due gruppi e le due “politiche”, decidendo per l’affermazione dell’economicismo di Liu Shaoqi, personalmente sconfitto ma la cui impostazione era l’unica in grado di raccogliere le spinte e le esigenze borghesi del maoismo.
Oltre ai nove sopracitati, il Politburo comprendeva come membri: il Maresciallo Liu Bocheng, i Generali Xu Shiyou e Chen Xilian e l’ex-Ministro Li Xiannian, tutti e quattro più o meno vicini allo schieramento di Zhou Enlai; Jiang Qing, Yao Wenyuan e Wang Dongxing (comandante della Guardia presidenziale e supplente nel vecchio Politburo) erano i validi appoggi dello schieramento avverso a Zhou. Gli altri, Ji Dengkui (vice-presidente del Comitato Rivoluzionario dell’Henan e supplente del vecchio Politburo), Hua Guofeng (vice-presidente del Comitato Rivoluzionario dell’Hunan e dal 1972 Commissario Politico della Regione Militare di Canton), Wu De (presidente del Comitato Rivoluzionario di Pechino dopo la morte di Xie Fuzhi), Wei Guoqing (Generale e presidente del Comitato Rivoluzionario del Guangxi) e Chen Yonggui (contadino, segretario della Brigata modello di Dazhai) erano i classici vasi di coccio fra vasi di ferro, situazione che permise fra l’altro all’anonimo e sciapo Hua Guofeng di assurgere, nell’arco di pochi anni, al massimo vertice della Repubblica Popolare. I quattro supplenti erano Wu Kuei-hsien (operaia tessile dello Shanxi), Su Zhenhua (generale, comandante aggiunto della Marina), Ni Zhifu (altro contadino modello) e Seypidin (un responsabile dell’importante regione del Xinjiang), tutte personalità modeste, quasi di contorno al momentaneo equilibrio che sarà, a breve scadenza, turbato dal ritorno di Deng Xiaoping nelle sue principali funzioni nel Partito e nello Stato, ritorno concomitante al rapido declino fisico di Mao Zedong e di Zhou Enlai, la morte dei quali, tre anni dopo, avrebbe di nuovo gravemente scosso l’apparato statale, scatenando una violenta fiammata di lotte politiche che avranno come risultato inevitabile affossare definitivamente gli ultimi resti della Rivoluzione Culturale.
Ritorno alla pianificazione
Come abbiamo già visto trattando dello sviluppo economico nel periodo della Rivoluzione Culturale, 1966-69, quello che doveva essere il 3° piano quinquennale e che sarebbe dovuto terminare nel 1970, praticamente nacque morto travolto dagli accadimenti politici e sociali che scompaginarono piani e programmi. Il 4° piano quinquennale, aveva come anno di inizio il 1971 e di termine il 1975, ma per l’assoluta mancanza di dati ufficiali, sia riguardo gli obiettivi che si proponevano i “pianificatori” cinesi, sia riguardo le quote realmente raggiunte, per la nostra indagine va bene seguire il corso degli avvenimenti politici (IX-X Congresso del PCC, anni 1969-73), anziché quello dei “piani” che sono “spezzati” dall’indagine.
Il primo riaccenno ad un “piano economico nazionale” fu del II Plenum del CC, agosto-settembre 1970, accenno che non fu accompagnato da lumi sulle realizzazioni del 3° piano quinquennale in scadenza, né, tanto meno, sulle previsioni del 4° prossimo a partire. Nessun sinologo, né agente dello spionaggio, riuscì a carpire notizie ufficiali, probabilmente, più che per la reticenza ed il riserbo dei dirigenti delle varie fabbriche o delle varie branche produttive, perché il piano quinquennale non esisteva o era solo sulla carta. L’Amministrazione centrale era, nel 1970-71, in piena riorganizzazione dei propri Ministeri e delle proprie Commissioni, stava riducendo drasticamente il proprio personale e incominciando l’opera di reintegrazione di molti quadri e funzionari criticati ed epurati durante la Rivoluzione Culturale. Ad uno di questi, Yu Qiuli, ex-Ministro dell’industria petrolifera, fu affidata la direzione della “Commissione di Piano dello Stato”, succedendo a Li Fuzhun che, passato indenne dalla Rivoluzione Culturale per l’accorta protezione di Zhou Enlai, da anni non svolgeva più un ruolo attivo nel Governo per ragioni di età e salute.
Sembra che la “Commissione di Piano dello Stato”, a cui partecipavano i rappresentanti dei Ministeri economici e delle Provincie e Regioni, formulava a grandi linee gli orientamenti fondamentali dell’agricoltura e dell’industria, e che poi fossero le Provincie, i Distretti e le singole imprese ad essere responsabili degli obbiettivi indicati dalla “Commissione” che, comunque, non erano né intoccabili né imperativi. Anzi, secondo le scarse testimonianze, per i relativamente deboli collegamenti di Pechino con i Governi provinciali e il caos che continuava a regnare nell’Amministrazione statale, gli “obiettivi” della “Commissione di Piano” erano un semplice riferimento per le Provincie, i Distretti e per le imprese che, velocemente, vedevano la conduzione dei militari passare la mano a quella di dirigenti civili.
La “Commissione” fu ancora più elastica per il settore agricolo, non pianificato anche negli anni migliori dell’Amministrazione centrale di Pechino.
La “Commissione” pianificò soltanto le quote delle consegne obbligatorie di cereali e cotone, misura che, più che risultato della forza di Pechino, era un chiaro cedimento alle pretese delle famiglie contadine.
Questi diversissimi ma convergenti motivi, facevano sì che per Pechino non era più possibile attuare quella “pianificazione” centrale come era stato per il 1° piano quinquennale; rispetto al periodo 1953-57, in cui le poche centinaia di grandi aziende o gruppi di aziende del settore industriale potevano essere seguite e collegate le une con le altre, i 15 anni che erano trascorsi avevano diversificato ed ingrandito l’industria cinese che poteva contare anche sulla nutrita schiera di piccole fabbriche ed imprese che dipendevano dalle Comuni e dalle Brigate. In questa determinata situazione, il “piano” cinese, nonostante i periodici appelli perché «l’iniziativa locale si sottometta alla direzione unificata e centralizzata del Governo centrale» (marzo 1970), doveva limitarsi ad una descrizione complessiva,con tassi annuali per i grandi settori, senza indicazioni precise di avanzamento, lasciando alle singole imprese un’ampia autonomia nella conduzione della produzione.
Avevano voglia di strillare i filo-cinesi di un decennio fa, che in Cina si aveva finalmente il binomio Libertà-Socialismo trionfatore sull’Idra del burocratismo. La realtà era un’altra, era che, per la Cina post-Rivoluzione Culturale anche una pianificazione centralizzata modello URSS (pianificazione che poi ha sempre subìto i contraccolpi del mercato mondiale non riuscendo a governare una società basata sullo scambio mercantile e sulla produzione per aziende), rimaneva una meta lontana ed irraggiungibile. Pechino doveva fare di necessità virtù e lasciare a milioni di famiglie contadine e a centinaia di migliaia di aziende la possibilità di produrre in piena libertà di quantità e qualità. Lo Stato centrale poteva maneggiare con sicurezza solo determinate produzioni (energia elettrica, petrolio e, in gran parte, acciaio, carbone e cemento) e tentare di porre un freno all’inevitabile totale anarchia produttiva tenendo fermo e manovrando sul livello dei prezzi e dei salari, un po’ poco per una società che pretendeva veleggiare a tutta forza verso il socialismo.
Da sempre praticamente bloccati i prezzi dei prodotti di consumo, blocco da 20 anni accompagnato ad un severo razionamento dei prodotti alimentari e di consumo, in questi anni il regime di Pechino propagandò insistentemente una “sana gestione” delle aziende, richiamo che rimaneva l’unico imperativo del potere centrale di Pechino. Insieme all’economicismo, veniva denunciato l’eccesso inverso dell’ultrasinistra che sfociava nell’anarchia: denunce di anarchismo, di mancanza di regole e di responsabilità, erano accompagnate ad inviti ad utilizzare, nel migliore dei modi, le capacità dei quadri e dei tecnici, acquietate, nel 1970-71, le categorie peggio pagate con un lieve ritocco salariale, che compensava l’abolizione di premi e di cottimi. Tutte queste misure, queste denunce ed inviti, avevano come scopo dichiarato quello del buon andamento del bilancio aziendale e dell’aumento della produzione, come significativamente scriveva il “Jenmin Jihpao” il 19 ottobre 1970: «La nostra economia socialista è un’economia pianificata, e in quanto economia socialista non ha come unico scopo il profitto, ma anche l’aumento della produzione», compiti sui quali stragiurerebbe un borghesissimo borghese occidentale con i suoi dei di Patria, Profitto ed Azienda !
Prendendo in esame la tabella che riporta l’andamento, anno per anno, delle principali produzioni industriali, i quattro anni, che vanno dal IX al X Congresso del PCC, presentano incrementi medi annui ben superiori a quelli dell’intero periodo 1958-69, periodo nel quale l’intera economia cinese aveva risentito di tutti i drammatici avvenimenti già descritti. Per talune produzioni (petrolio +28%,tessuti di cotone +7,9% e cemento +19,5% l’anno), l’incremento medio del periodo è persino migliore rispetto ai risultati del I piano quinquennale, quando l’intera produzione industriale celebrò i suoi fasti; la ragione fu, per il petrolio, nel fatto che l’estrazione dell’oro nero fu particolarmente seguita e protetta per tutti gli anni Sessanta, dopo le prime perforazioni ed installazioni del periodo precedente; e per i tessuti di cotone, per il fatto che la produzione era ed è strettamente legata al buon andamento della produzione agricola. Rimarchevoli anche gli avanzamenti della ghisa (+17,8% l’anno), dell’acciaio (+17,3% l’anno), e dell’energia elettrica (+15,3%); poco più in basso le macchine utensili (+11,5% l’anno), tutti alti tassi che testimoniano di come l’intera economia cinese beneficiasse del placarsi delle cruente lotte politiche e sociali che l’avevano sconvolta negli anni precedenti. Con rinnovato vigore riprendeva la crescita capitalistica della gialla Repubblica.
Altri dati. Secondo gli “Annali statistici” di Pechino, il valore della produzione dell’industria pesante passò dagli 82,8 miliardi di yuan del 1969 ai 155,2 del 1973, con un balzo dell’87,4%, in media il 17% l’anno. Di gran lunga più fiacco l’andamento della produzione dell’industria leggera: dagli 83,7 miliardi di yuan del 1969 fu raggiunto 118,9 miliardi nel 1973, aumento del 42% con una media annua del 9,2%. Risultati ancora più scarsi per il settore dell’agricoltura di cui fra breve ci occuperemo: il valore della produzione agricola del 1969 era di 94,8 miliardi di yuan, maggiore quindi di quello dell’industria leggera e di quella pesante; nel 1973 siamo appena a 122,6 miliardi di yuan, aumento scarsissimo del 29,3, in media il 6,6% l’anno.
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Massimo |
Aumento medio % annuo |
| prima ’49 | 1949 | 1952 | 1957 | 1969 | 1970 | 1971 | 1972 | 1973 |
1949-52 | 1952-57 | 1957-69 | 1969-73 |
| Acciaio (mil. t.) | 0,923 | 0,158 | 1,349 | 5,35 | 13,3 | 17,8 | 21,3 | 23,4 | 25,2 | 104,4 | 31,7 | 7,9 | 17,3 |
| Ghisa (mil. t.) | 1,801 | 0,252 | 1,929 | 5,936 | 13,5 | 17,0 | 20,5 | 23,0 | 26,0 | 97,0 | 25,2 | 7,1 | 17,8 |
| Carbone (mil. t.) | 61,88 | 32,4 | 66,4 | 130,0 | 285,0 | 315,0 | 365,0 | 380,0 | 410,0 | 27,0 | 14,4 | 6,7 | 9,5 |
| Energia elettrica (mld kWh) | 5,96 | 4,31 | 7,26 | 19,34 | 65,0 | 85,0 | 90,0 | 105,0 | 115,0 | 17,5 | 21,6 | 10,6 | 15,3 |
| Petrolio (mil. t.) | 0,321 | 0,121 | 0,436 | 1,458 | 20,3 | 28,2 | 36,7 | 43,0 | 54,5 | 53,3 | 27,3 | 24,5 | 28,0 |
| Cemento (mil. t.) | 2,29 | 0,66 | 2,86 | 6,86 | 48,3 | 25,7 | 31,6 | 35,5 | 37,3 | 63,0 | 19,1 | 19,5 | 19,5 |
| Acido solforico (mil. t.) | 0,18 | 0,04 | 0,19 | 0,632 | — | 70,0 | 75,0 | 80,0 | 85,0 | 68,1 | 27,2 | — | — |
| Macchine utensili (migliaia) | 5,39 | 1,58 | 13,73 | 28,0 | 55,0 | — | — | — | — | 105,5 | 15,3 | 5,8 | 11,5 |
| Tessuti di cotone (mld. mt.) | 2,79 | 1,89 | 3,83 | 5,05 | 5,6 | 7,0 | 7,2 | 7,3 | 7,6 | 26,5 | 5,6 | 0,8 | 7,9 |
| Cereali (mil. t.) | 150,0 | 113,2 | 163,9 | 195,0 | 211,0 | 240,0 | 250,0 | 240,5 | 264,9 | 13,1 | 3,6 | 0,66 | 5,8 |
| Cotone (mil. t.) | 0,8 | 0,445 | 1,304 | 1,604 | 2,1 | 2,3 | 2,1 | 1,9 | 2,6 | 43,1 | 4,2 | 2,2 | 5,5 |
| Popolazione (mil.) | — | 541,7 | 574,8 | 646,5 | 806,7 | 829,9 | 852,3 | 871,7 | 892,1 | 2,0 | 2,4 | 1,86 | 2,5 |
| Dispon. pro capite cereali (kg) | — | 209 | 285 | 302 | 261 | 289 | 293 | 276 | 297 | 10,9 | 1,2 | -1,2 | 3,3 |
Anche se le cifre fornite da Pechino si riferiscono ai prezzi nominali dei singoli anni, i primi quattro anni degli anni 70 vedono il valore della produzione dell’industria pesante sopravanzare sia quello dell’industria leggera sia quello della produzione agricola, che dal primo posto della graduatoria scivola al secondo.
Socialismo ? No, perdio, ma ripresa dell’accumulazione capitalistica !