Διεθνές Κομμουνιστικό Κόμμα

Il Partito Comunista 246

Trappola democratica per i lavoratori coreani

Il primo marzo entreranno in vigore, in Corea del Sud, le nuove leggi sul lavoro e sulla polizia, approvate dal Governo a fine dicembre, che tendono a spianare la strada alla ristrutturazione selvaggia dell’apparato industriale coreano sulle spalle dei lavoratori. Il movimento sindacale si è opposto decisamente ai provvedimenti antioperai con una serie di lotte che sono culminate nelle giornate di sciopero generale del 14 e 15 gennaio. Dopo la sua partecipazione, più formale che di effettiva mobilitazione, allo sciopero generale il Sindacato ufficiale, di Stato, FKTU (Federazione Coreana dei Sindacati) si praticamente ritirato dal movimento, mentre il sindacato illegale KCTU (Confederazione Coreana dei Sindacati) ha deciso di proseguire la lotta scioperando un giorno alia settimana, ogni mercoledì. Il 20 gennaio hanno riaperto (i cancelli degli stabilimenti Hyundai Motors) a Ulsam, uno dei punti di forza del KCTU dopo tre settimane di agitazioni a cui era seguita una serrata.

Il 22 gennaio, giornata di sciopero generale, il presidente del KCTU Kwon Young-kil e i suoi compagni hanno lasciato per la prima volta il sagrato della cattedrale cattolica di Seul dove erano stati accampati, protetti da folti manipoli operai, fin dall’inizio dell’azione di sciopero; scesi in piazza, hanno partecipato al comizio nella grande piazza Jongmyo senza essere molestati dalla polizia, dopo che il Presidente della Repubblica Kim Young-sam si era impegnato a sospendere l’esecuzione dei mandati di arresto nei loro confronti. Un’altra parziale vittoria è stata ottenuta quando il Governo si è dichiarato disponibile a ridiscutere le leggi in parlamento, coinvolgendo i due partiti dell’opposizione, il Congresso nazionale per una nuova politica (Ncnp) e l’Unione liberaldemocratica (Uld). Questi partiti, dichiaratamente borghesi, non hanno certo a cuore, più del governo, le sorti dei lavoratori; il Vicepresidente del Ncnp (79 seggi contro i 49 del Pld) ha dichiarato: * ‘Emotivamente siamo dalla parte dei lavoratori, ma sappiamo che dobbiamo anche difendere gli interessi nazionali, quindi degli imprenditori, trovare un equilibrio; il pluralismo sindacale lo lasciamo come punto fermo, potremmo cedere un po’ sulle norme anti sciopero”. Di D’Alema è pieno il mondo!

Di fronte a questa azione di ricerca di un compromesso, il leader del sindacato KCTU si è mostrato in un primo momento intransigente, in una intervista ha dichiarato: “Se il governo e i partiti d’opposizione pensano di trovare compromessi che escludano i sindacati, sappiano che la protesta non si fermerà. L’unica base di dialogo è revocare le due leggi, riaprire il dibattito parlamentare, revocare i mandati di cattura”. Ma in seguito, probabilmente in contropartita alla disponibilità governativa, la KCTU ha deciso di sospendere gli scioperi fino alla fine di febbraio. La nuova scadenza di lotta avrebbe dovuto essere il 24 febbraio, poi è stata rimandata al 28: se per quella data l’esecutivo non avrà proposto un compromesso accettabile dovrebbe essere proclamato un nuovo sciopero generale.

Intanto la C1SL internazionale, a lungo presente sul posto con una delegazione, ha continuato la sua opera pompieri-stica richiedendo al governo di Seul di “adeguare la sua legislazione agli standard internazionali di protezione (sic!) dei lavoratori”, ma facendo allo stesso tempo pressione sul sindacato KCTU perché si apra al compromesso, rifuggendo da azioni di lotta radicali; il principio di fondo è questo: la democrazia vai più della difesa dei lavoratori.

Nei giorni scorsi due tra i massimi dirigenti del KCTU sono stati a Roma, al congresso del PDS; interrogati sulla trattativa in corso col governo hanno dichiarato che i punti irrinunciabili sono i seguenti: ottenimento del pluralismo sindacale, diritto di organizzazione per gli insegnanti e i dipendenti pubblici, abrogazione della norma che vieta l’intervento di ‘terzi’ nei conflitti di lavoro: ogni intervento esterno al sindacato d’azienda è oggi considerato un reato e questo impedisce sia la solidarietà tra lavoratori di imprese diverse, sia l’intervento delle strutture nazionali del sindacato. Infine abrogazione degli articoli sui licenziamenti e sulla flessibilità. Uno dei due sindacalisti ha infine commentato: “Tutti noi coreani abbiamo sempre lavorato duro per lo sviluppo dell’economia e non vogliamo certo metterla in crisi. Ma ci guardiamo attorno e vediamo che negli altri paesi i lavoratori sono liberi”. Lo stesso concetto è ribadito da uno degli slogan più usati durante le scorse settimane di lotta: ‘ ‘Con la nostra lotta non stiamo difendendo solo i lavoratori: Vogliamo difendere la democrazia”.

Quando lo abbiamo letto, noi comunisti abbiamo storto il naso; lo slogan infatti significa: non vogliamo solo (o tanto) respingere i provvedimenti legislativi che colpiscono le condizioni di vita dei lavoratori, vogliamo soprattutto imporre il riconoscimento del sindacato, ciò far avanzare il nostro paese verso una migliore democrazia. Sappiamo di scandalizzare molti ma secondo noi comunisti la difesa dei lavoratori non va affatto d’accordo con la difesa della democrazia, anzi peggio, difendere la democrazia (ciò gli interessi del popolo, di tutti insomma, in un indistinto guazzabuglio interclassista) significa tradire gli interessi dei lavoratori. In Occidente, nelle vecchie democrazie parlamentari, la cosa è arci dimostrata e per i comunisti è dogma, meno sperimentato è ovviamente nei paesi che non hanno mai conosciuto un regime democratico, come è il caso della Corea.

Quelli espressi in più occasioni dai dirigenti sindacali coreani sono concetti tipici del sindacalismo riformista: la difesa dei lavori nel rispetto della legge e dell’interesse economico nazionale; questi concetti d’altronde corrispondono ai principi generali sui quali è stata costituita la KCTU: democrazia, sovranità nazionale, solidarietà.

La KCTU è un giovane sindacato ed anche se possiede una grande esperienza di lotta sul piano salariale e delle condizioni di lavoro in condizioni di estrema difficoltà e può probabilmente contare su una numerosa struttura di quadri combattivi e disciplinati, manca dell’esperienza storica del movimento operaio europeo, manca di un indirizzo generale, manca di una decisa scelta di classe.

È probabile che l’esperienza di questa lotta porterà ad acuire lo scontro tra le diverse correnti, del sindacato anche in considerazione della diversità delle condizioni vissute dalla classe operaia coreana che si presenta divisa in una parte minoritaria, ma altamente concentrata, di lavoratori relativamente privilegiati, con salari più alti e condizioni di lavoro migliori, i dipendenti dei cosiddetti chaebols, e la parte maggiore dei lavoratori impiegati nella piccola e media industria per i quali ai salari più bassi si accompagnano orari di lavoro e condizioni di lavoro infernali.

La KCTU ha ovviamente i suoi punti di forza proprio nelle grandi concentrazioni industriali e questo non può che portarla a privilegiare la difesa degli interessi di quei settori della classe operaia.

I sindacalisti coreani ripetono che non sono contrari in principio alla flessibilità del lavoro: solo rivendicano di negoziarla (quindi di essere riconosciuti come le gittimi rappresentanti dei lavoratori) ii un quadro di protezione sociale che ogg nel paese non esiste. Essi guardano ai paes occidentali dove gli operai appaiono ‘liberi’ di organizzarsi sindacalmente e politicamente; ma dovrebbero sapere che in questi paesi i Sindacati cosiddetti ‘liberi’ e ‘autonomi’, nominalmente indipendenti persino dai ‘partiti’ sono in realtà legati a doppio filo con Io Stato e col Padronato, con i quali collaborano per la difesa sì dell’economia nazionale, ma sulle spalle e contro gli interessi dei lavoratori!

Sarebbe certamente una conquista per i sindacalisti coreani che rischiano la prigione ogni giorno arrivare ad ottenere la libertà sindacale, ma sarebbe una iattura per il movimento sindacale coreano arrivare ad essere come i cosiddetti sindacati ’liberi’, su modello di quelli esistenti in Italia, in Germania, in Francia, in Spagna, che assomigliano molto a quel KFTU creato in Corea dagli occupanti statunitensi per imbrigliare fino dall’inizio il proletariato.

«Dalle notizie degli ultimi giorni, il compromesso che incontra il favore dei partiti d’opposizione prevede il riconoscimento immediato del pluralismo sindacale, che significa legalizzare la KCTU, ma lascia intatte le norme che facilitano i licenziamenti senza ‘giusta causa’ e introducono un’estrema flessibilità dell’orario di lavoro» (’il manifesto’, 25.2).

Secondo la nostra esperienza di comunisti che cerca di fare propria l’azione classista del proletariato internazionale in un arco ormai più che secolare, la questione del riconoscimento legale del sindacato, in regime di dittatura borghese (democratica, fascista, sotto governo militare) è una questione di forma e non di sostanza; la borghesia ha storicamente riconosciuto i sindacati dei lavoratori quando ha capito che era impossibile combatterli mentre era possibile conquistarli dall’interno, trasformarli da organi della lotta di classe in strumenti per l’organizzazione della produzione e il controllo sul proletariato. Quando i sindacati si piegano a far aderire il proletariato alle esigenze dell’economia nazionale, come accade oggi in tutti i maggiori paesi capitalistici d’Europa, essi sono rispettati, osannati dal regime, i loro uomini partecipano alle decisioni dell’esecutivo, hanno accesso a tutti i mezzi d’informazione, sono accolti ai più alti livelli direzionali dell’apparato politico, economico, produttivo; se un’organizzazione sindacale osa opporsi a quelle esigenze, osa ribadire la difesa degli interessi della sola classe lavoratrice, infischiandosene di quelli dell’economia, della nazione e della patria, la musica cambia e spesso, anche nei paesi più democratici, gli operai più combattivi finiscono in galera o ammazzati sul bordo di una strada.

All’opposto, la stessa esperienza dei lavoratori coreani insegna che, anche quando sottoposti ad un feroce regime militare e poliziesco, quando ve ne siano le condizioni il sindacato, pur tra immensi sacrifici, riesce ugualmente ad organizzarsi, a far sentire la voce della classe operaia, a vincere anche battaglie importanti per imporre un miglioramento delle condizioni di vita del proletariato.

Infine vogliamo avanzare questa considerazione: la Corea del Sud fin dagli anni Sessanta ha avuto uno sviluppo economico eccezionale, con incrementi della produzione, della produttività e conseguentemente dei profitti, da segnare ai primi posti nel panorama capitalistico mondiale. Adesso è arrivata ad un a fase di stallo simile a quella raggiunta dai maggiori paesi capitalistici circa un ventennio prima; ebbene, finché il padronato coreano poteva tollerare di concedere agli operai, che erano supersfruttati sia sul piano salariale sia dell’orario e delle condizioni di lavoro, una parte del plusvalore esso ha voluto il sindacato illegale; adesso che non può più concedere nulla ma anzi sarà costretto a togliere quanto ha dovuto concedere sotto la spinta di lotte accanite, accetta ed è pronto a riconosce l’organizzazione sindacale. Il padronato coreano dimostra così di aver imparato bene l’arte di copiare dall’Occidente, non solo i prodotti industriali, ma anche le tecniche per assicurare la pace sociale: sindacati addomesticati sono in questo senso da preferire a sindacati perseguitati.