Un’immane carneficina è seguita alla caduta del campo palestinese di Tell El Zaatar: donne, vecchi, bambini, prigionieri, feriti sono stati trucidati dai falangisti in dispregio di ogni sentimento di umanitarismo e di pietà.
Secondo le agenzie i morti sono migliaia e migliaia e come sempre succede in questi tragici eventi passeranno mesi prima di avere un’esatta misura del genocidio perpetrato dalle destre cristiane e dai siriani contro le masse diseredate palestinesi.
Questo rigurgito improvviso di violenza e di terrore non ci meraviglia, sia perché le fondamenta di questa società affondano nel sangue e nel sudore di milioni di proletari e di contadini poveri di ieri e di oggi di tutto il mondo sia perché la guerra fra le classi non ammette pietà e sentimentalismi, anzi il terrore è un’arma che puntualmente viene impugnata dal vincitore per spezzare le residue forze del nemico di classe ormai vinto per togliergli anche la sola speranza di una riscossa futura. Gli sciocchi borghesi che fingono di scandalizzarsi per il massacro di Tell El Zaatar dimenticano che la loro classe giunta al potere frantumando gli ordinamenti feudali non esitò a decapitare nobili prelati e coronati: quella sarebbe stata violenza benedetta, giusta. Laggiù nel Libano invece avrebbero tutti un po’ ecceduto, palestinesi, cristiano-maroniti, siriani avrebbero tutti dimenticato in un momento di follia le gioie della convivenza civile ed educata come l’occidente marcio di civiltà insegna.
Le cose stanno ben altrimenti: la civile convivenza fra le classi è un episodio momentaneo del corso storico della società divisa in classi e presto anche in Occidente le contraddizioni insite nel modo di produzione capitalistico faranno saltare il clima idilliaco e pacifico che oggi vi regna. La stessa borghesia europea che in questo momento implora pace perché non tocca a lei fronteggiare il nemico di classe, si rifugerà come tante volte ha fatto dietro la giberna, il fucile, lo knut e come le destre libanesi maneggerà con disinvoltura l’arma del terrorismo e della strage.
Buffoni che predicate la pace! Tell El Zaatar è il capitalismo, democratico o fascista è la stessa identica cosa, e questo ciclo infame di violenza e di sangue terminerà solo con l’avvento del socialismo.
Anche il proletariato dovrà impugnare l’arma del terrorismo e lo farà non per sciocco sentimento di vendetta ma per solidificare, irrobustire, cementare il proprio potere contro i nemici interni ed esterni, ed ogni esitazione e tentennamento sarà fatale.
Guai ai vinti! Ha sempre tuonato la borghesia, il proletariato e le masse povere e diseredate lo sanno, lo hanno imparato a loro spese con le cruenti sconfitte del passato e i combattenti palestinesi nella loro disperata battaglia erano consci che niente sarebbe stato loro concesso e che avevano davanti a sé la sola strada di combattere fino alla fine per la vittoria della propria classe.
Il capitalismo è disseminato di mille Tell El Zaatar e i più ottusi nel non voler riconoscerlo sono l’intellighenzia della piccola borghesia e gli opportunisti del grande partitone che davanti al dilagare di tanto sangue implorano con un vigore vieppiù accresciuto, pacifismo, tregue politiche e sociali, moderazione e ancora moderazione: il metodo traditore dei fronti popolari, con l’operaio che marcia a braccetto del bottegaio e del prete dietro la bandiera della conservazione sociale.
Ma il genocidio scientifico e sistematico delle masse povere palestinesi che cos’è se non il risultato delle tregue politiche, della moderazione, dei fronti popolari?
È infatti da cinquant’anni che il proletariato europeo e mondiale è condotto dall’opportunismo staliniano in battaglie inconcludenti e disfattiste che non minano le strutture di questa società ma che invece tendono a rafforzarle. E questo non significa che la classe operaia non ha versato del sangue significa invece che gli opportunisti quando hanno mobilitato il proletariato in sanguinose sommosse e «resistenze», in scioperi più o meno generali sempre lo hanno fatto preoccupandosi di deviare verso falsi obiettivi il moto di classe, con distruzione inutile di forze proletarie indirizzate non verso autonomi scopi ma a puntello di una frazione borghese contro l’altra; e ciò ha costituito una tregua politica e sociale verso lo Stato capitalista e la sua economia di sfruttamento e miseria.
È proprio questa cinquantennale tregua la causa delle sanguinose Tel El Zaatar, risultato diretto e inevitabile dell’assenza di un’azione classista del proletariato mondiale e del suo partito di classe che la esprima. È questo l’unico strumento che avrebbe dovuto e potrà domani consentire l’azione efficace delle masse diseredate palestinesi. Nella loro lotta non possono contare, come tragicamente i fatti hanno dimostrato, sui contrasti esistenti fra gli Stati, siano questi l’arabo o l’israeliano, il russo o l’americano, tutti Stati borghesi che svolgono una politica estera ed interna determinata non dalla volontà di contribuire all’emancipazione dei proletari e delle masse povere di tutto il mondo, ma dall’esigenza opposta di conservazione sociale e da sporchi appetiti imperialistici.
L’azione e l’esistenza stessa delle masse povere palestinesi era, come già abbiamo detto nel numero scorso, UNA MINA VAGANTE in quella tormentata zona del mondo, una mina che poteva scoppiare da un momento all’altro: i palestinesi cozzavano contro gli interessi di tutti, andavano eliminati; ed a farlo è stata la coalizione Stati arabi-Israele-imperialismo che si è mossa in un compatto fronte reazionario.
L’Unità nei suoi schifosi commenti dà lezioni a tutti di moderazione e di frontismo, cercando bellamente di diluire e nascondere lo scontro di classe esploso in Libano, usando sfacciatamente i miti ingannevoli di popolo e nazione palestinese per far passare sotto banco le contraddizioni che lacerano l’unità di questo stesso popolo. Le agenzie di stampa riportano che Tel El Zaatar più che un campo di profughi vero e proprio era diventato un gigantesco sobborgo, una bidonville come tante delle città africane, asiatiche, americane, bidonville in cui abitavano spalla a spalla proletari e semi-proletari libanesi e palestinesi reclutati come forza lavoro a basso prezzo nelle fabbriche di Beirut: il capitale, forza anonima e gigantesca, prima unisce le razze e le nazionalità, e poi le scioglie nella classe!
Ciò collima perfettamente con quello che abbiamo scritto nel numero passato, in cui abbiamo mostrato che esistono e quali sono gli elementi antagonisti nel popolo palestinese: da una parte uomini d’affari, borghesi, grossi commercianti, ricchi ex-proprietari fondiari i quali si sono con facilità inseriti nelle attività produttive dei paesi arabi proprio in quanto il capitale è agevolmente trasferibile da un paese all’altro. E saranno buttati a mare non da una invasione di uno Stato da parte di truppe regolari di un altro Stato ma da una rivoluzione che prenda d’assalto Stato e Banca, potere politico e potere economico. Dall’altra parte proletari, contadini senza terra, piccolo-borghesi rovinati precipitati nel proletariato che conducono una vita miserevole vendendo saltuariamente la loro forza lavoro.
Questi i rapporti sociali e politici esistenti. Questa l’unica prospettiva rivoluzionaria, reale: legare il problema nazionale palestinese a quello di classe, il che significa inquadramento autonomo dei proletari e dei contadini poveri palestinesi e non fronte comune, in antitesi ad ogni organizzazione nazionale interclassista; programma di radicale riforma agraria, incessante sforzo per collegare la forza ed il movimento dei proletari e dei contadini poveri palestinesi e degli altri paesi arabi la cui emancipazione dovrà vincere contro gli Assad, gli Hussein, i Sadat, i Gheddafi, gli Arafat e non solo contro lo Stato di Israele.
Certo, anche contro l’OLP che sabota l’azione del proletariato di Palestina il quale dovrà invece darsi una organizzazione di classe, operaia. Questo è apparso in modo cristallino col massacro di Tel El Zaatar durante il quale l’OLP ha finto di elemosinare da tutti gli Stati Arabi, Siria compresa, promesse, mai mantenute come era inevitabile, di tregua e di conferenze di pace, con l’unico risultato di aumentare la massa dei chiacchieroni e preti che sempre quando i fatti danno la parola alle armi e all’azione diretta delle masse si aggrappano testardamente alle illusioni pacifiste piccolo-borghesi.
Il massacro di Tel El Zaatar con le sue migliaia di morti, la causa dei quali è quella di tutti i lavoratori del mondo, dagli operai polacchi ai ribelli sudafricani, è un fatto che nessuno può cancellare facendo finta che niente sia accaduto; è compito del Partito trarne le lezioni, le tremende lezioni della controrivoluzione abbiamo sempre detto, perché non una goccia del sangue del giovane proletariato mediorientale, palestinese e libanese, vada perduta, che gli scontri futuri di classe non ripetano gli errori del passato.
Presupposto per la vittoria dei proletari e contadini poveri arabi e palestinesi è rompere la coabitazione di classi e programmi opposti cementati e darsi una disciplina autonoma, prima di tutto militare. Solo tale libertà di movimento potrà permettere anche che la stessa logora bandiera del panarabismo borghese si stravolga nella rossa insegna delle affratellate masse proletarie mediorientali.
L’opportunismo che incatena il proletariato dei paesi avanzati alle illusioni riformiste, gradualiste, pacifiste ed elettoralesche è l’altro nemico da battere: è nostra certezza che i giganteschi sommovimenti economici, politici e sociali annunciati vicini dalla crisi attuale del sistema di produzione capitalistico mondiale faranno sciogliere come neve al sole queste illusioni e che il proletariato si ricongiungerà col suo Partito e il suo programma rivoluzionario di attacco al regime borghese, buttando il suo formidabile peso sulla bilancia della lotta di classe alla scala del mondo.
Tel El Zaatar è una sconfitta dei lavoratori di tutto il mondo, ma ci sono sconfitte che valgono più di mille vittorie… elettorali, sconfitte dalle quali la Rivoluzione si rialza anonima e tremenda più di prima, col suo grido: Ero, sono, sarò! I vinti di oggi saranno i vincitori di domani.
Nei ghetti operai del Sud Africa esplode la rivolta di classe
La rivolta scoppiata nei ghetti negri sud-africani che da oltre tre mesi scuote il precario equilibrio del regime razzista di Pretoria, contrariamente alle speranze del capitalismo sudafricano ed internazionale e nonostante l’aperta repressione poliziesca, si è allargata sempre più, sfociando in un possente sciopero generale che per più giorni (tre erano quelli ufficialmente proclamati dal movimento African national congress), ha completamente paralizzato l’industria, mobilitato per la prima volta mulatti, indiani, meticci fianco a fianco dei fratelli neri nella lotta antipadronale. Il movimento si è generalizzato a tutta la nazione, compresi agglomerati come Città del Capo ove la percentuale della popolazione negra è molto bassa.
In Sud Africa la divisione in classi è direttamente legata al fattore razziale: la classe dirigente, i padroni fondiari, l’apparato repressivo bianco da una parte, i proletari ed i sottoproletari neri dall’altra. La lotta è comunque proletaria anche quando non coinvolge direttamente gli operai, giacché nelle bidonvilles i sottoproletari sono la forza lavoro espulsa o non ancora assorbita dalla produzione, sono disoccupati, sotto occupati che vendono o cercano disperatamente di vendere la propria forza e sono usati come un immenso esercito di riserva dal capitale, che si serve di questa situazione per ricattare ferocemente gli operai alla produzione; in Sud Africa i lavoratori sono infatti privati di ogni diritto sindacale e contrattuale e sono esposti continuamente alla rappresaglia padronale. Il lavoratore che viene licenziato oltre a perdere il posto di lavoro è costretto anche a lasciare la bidonville dove abita e dove in qualche modo riuscirebbe a sopravvivere e deve tornare nelle riserve nere dove le condizioni di vita sono al di sotto del limite di sopravvivenza. Grazie a questo clima di terrore lo sporco padronato sudafricano ha costretto sino ad oggi il proletariato di colore a vivere in condizioni disperate negli enormi ghetti di Soweto, di Johannesburg, Port Elisabeth etc.
Non mancano nella storia della lotta proletaria sud africana esempi di scioperi possenti, di fiammate di collera che oltre a tormentare momentaneamente i sogni dei padroni locali hanno creato una gloriosa tradizione di battaglia che ha avuto nei lavoratori delle miniere i migliori combattenti nella lotta al regime. La condizione disperata dei negri non poteva che esplodere in un forte movimento, che allargandosi a macchia d’olio, ha incendiato tutte le maggiori città, coinvolgendo la parte più concentrata e potente della classe: gli operai delle fabbriche.
Pur sottoposti ad un ferreo regime di polizia, questi hanno saputo condurre una coraggiosa battaglia. Per tre giorni le strade delle città «bianche» hanno visto la forza e la violenza della rabbia del proletariato nero per niente intimidito dalla reazione del padronato, che ha scatenato esercito e forze di polizia in una feroce caccia al «provocatore», «all’agitatore», uccidendo secondo dubbie stime ufficiali, un migliaio di persone. Il governo di Pretoria si trova nella situazione di dover reprimere senza mezze misure le forze proletarie, ma i «partners» del governo razzista ben conoscono il pericolo che tale azione comporta; Vorster nel cercare di dare una «lezione» al proletariato si sta praticamente scavando la fossa con le proprie mani ed è per questo che l’imperialismo spinge per soluzioni riformistiche. La tattica che gli USA hanno suggerito in questi ultimi anni ai dirigenti di Pretoria era proprio quella di allentare un po’ la stretta, lasciare una parvenza di libertà, creare una «intellighenzia» nera che potesse opportunamente «infettare» di democratismo una futura lotta antirazzista ed antipadronale. Ma la situazione, già critica in questi ultimi anni, è fortunatamente precipitata prima che ciò avvenisse. Pur presenti non hanno fino ad oggi fortunatamente attecchito fra i proletari movimenti democratoidi interclassisti come gli americani Black Power o Black Panthers, che sarebbero espressione dei ceti piccolo-borghesi miranti a frenare e bloccare l’azione proletaria.
Nei ghetti si susseguono arresti di massa e continue provocazioni della polizia, che si serve anche di squadre di «vigilantes» reclutati in alcune tribù tra le quali quella degli zulù, utilizzandoli da una parte per spezzare il solido blocco che hanno formato neri e «colored», dall’altra come forze dietro le quali vigliaccamente ripararsi, limitandosi ad una azione di rincalzo. Le azioni di queste squadre, reclutate tra le tribù più arretrate, ancora parzialmente attaccate alla terra attraverso una primitiva economia di sussistenza e comunque solo in parte proletarizzate, sono il risultato di un accordo intervenuto tra il ministro della polizia e giustizia Kruger e il «comitato dei trenta», composto di notabili africani, abitualmente collegato alla politica economica e sociale del Governo.
La comunità zulù forte di quasi quattro milioni di individui, erede degli oppositori alla colonizzazione, unica tribù in grado di sconfiggerli, e che tre anni fa era stata a sua volta protagonista di un forte e vittorioso movimento di sciopero contro il sottosalario, fu corrotta tre anni or sono da Pretoria in cambio di posizioni di relativo privilegio. È questo uno dei motivi per cui oggi, a solo tre anni dalla dura lotta che li vedeva vincitori sul padronato bianco essi sono fianco a fianco nella repressione poliziesca. Questo, incanalato anche nel feroce nazionalismo dei partiti di opposizione sudafricani, tutti tesi alla conquista nella successione al governo razzista, che «prima o poi» dovrà cadere, e che fomentano fratture all’interno della popolazione oppressa per accantonare future posizioni di forza.
Comunque la tattica intessuta dai padroni sud-africani con la quale si tendeva a dividere il movimento ponendo queste tribù contro il proletariato urbano non è riuscita, pur provocando molte vittime: lo attestano le alte percentuali di lavoratori di Alexandra, di Tampica etc., che hanno risolutamente boicottato le fabbriche nonostante le minacce di gravi ritorsioni. È indubbia l’esistenza di una fitta rete clandestina che si estende dalle fabbriche alle bidonvilles, rete che ha permesso lunedì 23 ed i giorni seguenti di poter bloccare totalmente fabbriche e miniere e che aveva precedentemente sostenuto quegli operai licenziati che già prima della proclamazione dello sciopero generale erano scesi in lotta.
La rabbia proletaria dal giorno del primo massacro non ha cessato di crescere; si è sviluppata ed è cresciuta politicamente arrivando apertamente a rifiutare le impalcature delle pseudo riforme di Vorster, che altro non sono se non gigantesche trappole per il proletariato, che, istintivamente, ha risposto a tono. È il caso dell’incendio che è stato appiccato dai proletari al parlamentino venduto delle «Comunità africane». Il governo fa infatti leva sulla politica di questi organi collaborazionisti che amministrano i bantustands, riserve-ghetti nelle zone minerarie, per cercare di far passare una legge con la quale si vorrebbe relegare la popolazione nera in una decina di riserve, dotate di formale indipendenza, che dovrebbero coprire appena il 13 per cento del territorio nazionale e prive di risorse, per poi continuare a sfruttare la manodopera nera divenuta però straniera e quindi privata anche di quel minimo di assistenza conquistata sino ad oggi. I ghetti sono fra l’altro artificiosamente divisi in base ai gruppi etnici. In alcuni casi il 90 per cento dei proletari appartiene ad un gruppo etnico ed il 10 per cento ad un altro. In questa situazione, in condizioni di sovraffollamento (stanze per due persone normalmente vengono occupate da otto dieci persone) si alimentano odi e faide tribali con il quale il sistema cerca di dividere i lavoratori.
Lo sforzo di Vorster e compari, sotto la spinta imperialistica, è stato sino ad oggi quello di cercare di cooptare alcuni negri alla direzione della nazione, si è cercato di creare una borghesia nera che adempia il ruolo di cuscinetto tra padronato bianco e proletariato nero. La mossa non ha potuto e non può riuscire se non formalmente in un paese in cui, come dicevamo, l’operaio riconosce il padrone dal colore della pelle, dove dunque i rapporti sociali sono così fortemente e decisamente delineati da non lasciare spazio a mezze classi ruffiane. I tentativi di corruzione saranno per altro continuamente riproposti, come attesta la promessa della falsa indipendenza che sarà concessa alla Namibia forse nel 78, o come dimostra l’azione di fasce «radicali» bianche che tentano di incanalare la lotta nera nell’alveo del democratismo, delle riforme dall’alto. Ma è sempre la situazione mondiale che scandisce i tempi e la crisi internazionale si fa ogni giorno più forte ripercuotendosi amplificata sui paesi africani e sulle nazioni povere in genere, in particolare a dare un ulteriore giro di vite all’economia sudafricana è stato il recente crollo del prezzo dell’oro di cui il Sud Africa è il maggior produttore mondiale.
Dunque la situazione del regime di Pretoria non è affatto rosea; USA, Gran Bretagna, RFT, Francia sarebbero propen se a soluzioni riformistiche che magari, eliminato Vorster, dessero «più spazio» alla rappresentanza nera; ma ormai né Pretoria né i proletari delle bidonvilles sembrano disposti ad accettare compromessi; il governo razzista è costretto alle armi senza poter sfruttare quella infame delle riforme e questo attesta quanto sia instabile la società su cui poggia. I proletari per parte loro coraggiosamente, con la rabbia di chi sceglie di morire combattendo, hanno dimostrato di non cadere nelle riforme trappola di Vorster, che soltanto nella lotta si può abbattere la gigantesca macchina di sfruttamento che è lo Stato, creato e sorretto dall’imperialismo mondiale.
Non vi è dunque debolezza in coloro che generosamente rischiano la vita, che uniti combattono strada per strada nei ghetti e nelle fabbriche, la debolezza sta piuttosto nell’immobilità della classe operaia europea, nodo centrale della ripresa del moto di classe.
Questa soltanto lentamente sta risalendo la china del baratro in cui l’ha costretta l’opportunismo internazionale da cinquant’anni a questa parte. Sono i partiti social-comunisti traditori, figli della Mosca staliniana, che stordiscono gli operai con i loro pianti e lamenti democratoidi per i morti libanesi o sudafricani, per poi portare i lavoratori, concordi i sindacati venduti, ad accettare licenziamenti, patti sociali, tregue sindacali, riduzione dei salari reali, a bere insomma il fiele della crisi che il sistema capitalista produce. Questi partiti, che, abbandonata ormai ogni caratteristica comunista, camminano abbracciati con le varie borghesie nazionali, sono i veri carnefici delle migliaia di proletari che cadono nelle bidonvilles di tutto il mondo. Questi traditori che inneggiano alla pace, alla distensione mondiale, al «mettiamoci d’accordo», sono, come tutti coloro che reclamano la pace borghese, i maggiori fomentatori di guerra. L’Unità, fogliaccio nostrano, è tutto un revival antifascista quando parla del Sud Africa: i bianchi «fascisti», i neri vessati che non possono neanche accedere alla direzione del loro sfruttamento e così si parla del bisogno di riforme strutturali, di «impostare» un nuovo modo di convivere tra padroni e proletari, magari basato su di uno sfruttamento più «umano» e si protesta «sommessamente», contro le multinazionali (ma per quanto riguarda l’Italia, si è già detto che probabilmente sono compatibili con l’economia nazionale). Dunque a chiare lettere sempre e solo più democrazia. Gli operai di casa nostra non devono avere il minimo sentore della dura lotta che i loro compagni neri stanno conducendo; potrebbe anche essere pericoloso per la «nostra nazione»! E se tutto questo non fosse sufficiente basta notare il silenzio che è stato osservato da questi signori mentre nel Libano si massacravano migliaia di proletari; qui non si tratta di «moderazione», questo è fascismo bello e buono cari «antifascisti».
La nostra prospettiva di comunisti rivoluzionari non passa attraverso i piagnistei, non è quella della pace fra le classi; il Partito ha sempre dichiarato, e tutta la sua propaganda fra la classe operaia è tesa a dimostrarlo giorno per giorno, che il maggior nemico per i proletari è proprio quella democrazia tanto osannata dai traditori socialcomunisti, attraverso la quale tutto è messo a tacere, tutto viene ricoperto dal manto della «concordia», della pace sociale, salvo il denunciare come irresponsabile provocatore quell’operaio che si ribellasse alle direttive sindacali o alle imposizioni del padrone in fabbrica. La nostra prospettiva è quella della guerra fra le classi, per l’abbattimento violento e terroristico della borghesia, sia vestita di bianco o di nero. È per questo che salutammo con gioia la fiamma che si accendeva nei ghetti negri e che oggi divampa, è per questo che oggi diciamo che la lotta deve ancor più allargarsi, comprendere una più larga parte della classe operaia mondiale, con tutti i suoi reparti, i sotto occupati i disoccupati, dando con potenti scioperi il colpo di grazia allo Stato borghese. Questo sforzo non può essere sostenuto soltanto ed interamente dai proletari d’Africa, siano questi sud africani, angolani etiopici o rodesiani, deve essere anche la classe operaia occidentale a riconquistare l’uso della lotta di classe, a smascherare i falsi partiti comunisti che la ingabbiano; è condizione questa essenziale per condurre vittoriosamente la lotta per il comunismo a tutte le latitudini.
L’astensione del PCI nella votazione sul governo non rappresenta certo una svolta nella politica opportunista. Nelle intenzioni del partitone questa è solo una tappa della marcia verso la agognata poltrona. Lo stratagemma della «non sfiducia» rappresenta il tentativo di assecondare il piano della borghesia di risolvere i suoi problemi politici di direzione dello Stato attraverso il meccanismo elettorale.
Il capitalismo internazionale non ha ritenuto ancora maturi i tempi per chiamare il PCI alle redini dello Stato e il partitaccio se ne sta buono a cuccia in attesa che arrivi il momento, non mancando però di far notare che solo con la sua presenza al governo, sarà possibile far accettare alle masse proletarie i sacrifici che la salvezza dell’economia capitalistica richiede.
Ed è proprio questa la funzione dei nazionalcomunisti. Non a caso essi proclamano di agire «nell’interesse generale del paese» e ammoniscono la borghesia che la situazione è grave; per fare in modo che le masse si «sentano rappresentate» negli organi dello Stato, è necessario «allargare la base delle istituzioni». Su Rinascita del 28-8-76 si legge: «… stabilire un nuovo rapporto tra le masse e le istituzioni parlamentari e rappresentative non è solo interesse del PCI. Ma di tutti. Perché questo è il solo modo per aumentare il peso, il prestigio, l’influenza di queste istituzioni…».
In altre parole, dice il PCI, il proletariato potrà sopportare con rassegnazione lo schiacciamento delle sue condizioni materiali solo se crederà che alle redini dello Stato siano i suoi rappresentanti. Ed è proprio per questo che i falsi comunisti in Italia come in Spagna e in Francia si atteggiano a salvatori della patria: in cambio delle loro prebende sono pronti a gettare sulla bilancia il sudore e le sofferenze di milioni di proletari, a consegnare mani e piedi legati le masse operaie alla feroce ingordigia del capitalismo. Ecco perché si scagliano con tanta violenza contro qualsiasi moto spontaneo degli sfruttati che tenti anche timidamente di opporre una reazione di classe all’offensiva del capitale e cercano sempre di legare gli interessi di classe dei salariati al carro dell’economia capitalistica. Così la lotta economica dei ferrovieri diviene lotta «per la riforma dei trasporti», quella dei braccianti lotta «per la riforma dell’agricoltura», quella degli statali lotta «per la riforma della pubblica amministrazione».
Ma la marcia irresistibile del PCI verso le poltrone governative segna anche le tappe del suo smascheramento di fronte ai lavoratori.
La situazione presto non lascerà alternative; le briciole di plusvalore con cui la borghesia ha corrotto le aristocrazie operaie si stanno esaurendo e le masse proletarie dovranno per forza riconoscere il loro nemico e ritornare sul terreno della lotta di classe.
Perciò ci rallegriamo vivamente con gli opportunisti del PCI per i loro «successi» come quello che essi chiamano la «fine delle preclusioni» o degli «steccati», cioè il fatto che la borghesia si avvale della «non sfiducia» del PCI per far funzionare il governo, che è la loro grande conquista di questi giorni.
Che vadano pure a insediarsi nei ministeri, nelle banche, negli enti statali, nelle amministrazioni delle imprese: il loro posto è là, come «consulenti del lavoro» (ad indicare ai padroni il metodo migliore per sfruttare la mano d’opera fino all’osso) e come aguzzini al servizio dei capitalisti.
Perché la «nube tossica» di Seveso ha suscitato tanto scalpore?
Perché per un incidente i veleni hanno oltrepassato il tetto della fabbrica per andare ad avvelenare non più soltanto gli operai, ma anche la popolazione in generale. Finché erano solo gli operai a farne le spese, nessuno si commuoveva più di tanto, è normale che nelle fabbriche e nei cantieri si muoia, si rimanga storpiati o rovinati per sempre da «incidenti» o malattie professionali. Tutto ciò è risaputo, e non avviene solo nelle società multinazionali, come la famigerata La Roche, ma anche nelle aziende di Stato come in quelle degli onesti e patriottici imprenditori che stanno tanto a cuore al PCI.
Secondo dati forniti il 27-4-’76 dai patronati Inca-CGIL, Inas-CISL, Ital-UIL al «convegno nazionale sulle malattie professionali», nel solo 1974 ci sono stati UN MILIONE e SEICENTOMILA INFORTUNI SUL LAVORO di cui 4.158 MORTALI. Nello stesso anno sono stati denunciati 59 mila casi di malattie professionali, ma a detta degli stessi relatori, questo dato è ben lontano dalla realtà, perché vi sono altre decine di migliaia di casi non denunciati, o non riconosciuti dall’INAIL tra le malattie professionali.
Nei posti di lavoro si muore, si vende non più soltanto la propria forza lavoro, ma anche il proprio corpo. Tutti ricordano le centinaia di avvelenamenti ripetutisi più volte negli stabilimenti Montedison di Porto Marghera (che non è una multinazionale, ma una azienda di Stato) e le tre ragazze bruciate vive in una fabbrichetta di Napoli. All’ACNA, una fabbrica di Cesano Maderno (a due passi da Seveso) 125 operai sono morti uno dopo l’altro per cancro alla vescica. Ma a quanto pare, le loro sofferenze non sono state inutili se il dott. Ghetti, medico di fabbrica, acquistò fama internazionale con uno studio sul cancro alla vescica prodotto da ammine aromatiche: a questo emblematico rappresentante della «scienza» andrà certamente la riconoscenza della società: le sue esperienze fatte sugli operai-cavie, serviranno forse ad allungare la vita a qualche danaroso cliente.
Ma questi non sono che alcuni dei casi più clamorosi. Non si tratta di tragiche fatalità, di insufficienze di controlli, di carenze legislative come vuol far credere il PCI, ma è la situazione normale di tutti i luoghi di lavoro.
Seveso è solo un esempio di come la sete di profitto spinga i capitalisti a non arretrare di fronte a nulla e a calpestare anche le più elementari necessità di vita.
Con un cinismo pari solo alla loro stupidità, decine di «studiosi» si sono lanciati su questo caso. Era il loro momento: ognuno con tronfia prosopopea aveva i suoi consigli da dare, la sua terapia da proporre: dopo 7 giorni avevano «già» in mano la formula del Tetracloro di benzo-p-Diossina, nonché le indicazioni bibliografiche di tutti i lavori relativi a questo composto. Dopo 30 giorni di polemiche, dibattiti, discussioni, sono arrivati alla conclusione di non saperne assolutamente nulla o quasi.
Triste spettacolo, vedere le povere vittime di questa tragedia sbeffeggiate da una schiera di palloni gonfiati in camice bianco; ma ogni società ha la «scienza» che si merita. Imparate giovani aspiranti «scienziati», imparate a impressionare i semplicotti, gli ignoranti, pronunciando con naturalezza paroloni difficili, formule astruse e la vostra carriera sarà assicurata.
E che dire della ributtante farsa inscenata sulla pelle delle povere gestanti? Una delle poche cose che si sanno sulla diossina è che gli embrioni, durante i primi tre mesi di sviluppo (fase durante la quale da un ammasso di cellule si differenziano tutti gli organi del corpo umano) questa sostanza provoca malformazioni e anche «mutazioni» (cioè alterazioni del patrimonio ereditario caratteristico della specie, che vengono trasmesse alla discendenza).
Possono cioè venire alla luce individui talmente deformati da restare dei disgraziati per tutta la vita, e ciò può verificarsi anche per le generazioni successive.
Non c’è bisogno di avere studiato medicina per capire che in casi del genere è assolutamente necessario interrompere la gravidanza.
Ma una semplice decisione tecnica è diventata nelle mani di questi signori una questione «morale», un «problema di coscienza» e come se non bastasse, si sono fatti avanti i preti «in difesa della vita umana», con i loro macabri e falsi inviti allo spirito di sacrificio, a terrorizzare e disorientare ancora di più le povere donne incinte. Fin qui niente di nuovo: da sempre il prete prospera sulle sofferenze dei deboli e degli oppressi cercando di instillare in essi la rassegnazione e la sottomissione: ben vengano i bambini deformi, poveri esseri annientati sin dalla nascita, destinati essi e le loro famiglie a una vita di sofferenza, saranno i migliori clienti delle parrocchie.
Ma più ributtante ancora del prete in tonaca nera, è il prete in camice bianco che propina le stesse falsità, le stesse ipocrisie, sotto una veste pseudo scientifica.
Alle donne (e qui teniamo a precisare che non parliamo di donne in generale, ma di quelle che non hanno mezzi per provvedere strafregandosene delle decisioni delle «autorità», cioè delle donne proletarie) che chiedevano che cosa dovevano fare, il «Consiglio regionale della Lombardia» rispose che avrebbe fornito «ogni informazione a garanzia delle autonome e libere decisioni che esse vorranno assumere». A tale scopo – manco a dirlo – venne istituita una commissione di medici che avrebbe espresso un parere, dopodiché alle donne sarebbe spettato di «decidere liberamente» se chiedere l’aborto o no. Basta un minimo di buon senso per capire che, nella situazione reale di queste donne, ogni frase sulle «libere e autonome decisioni» è semplicemente una presa in giro. Ma ecco il risultato a cui giunse la commissione dopo giorni di ponzamenti: la eventuale richiesta di aborto verrà accolta in considerazione del trauma psichico che può cogliere la madre al pensiero di dare alla luce un bambino malformato. Sulle spalle di donne disorientate e angosciate, i luminari della scienza e i «rappresentanti del popolo» scaricano la decisione se chiedere o meno l’aborto, dopodiché le malcapitate saranno esaminate da una commissione in cui uno psicologo stabilirà se veramente sussiste il trauma psichico di cui sopra.
Ecco come una decisione così semplice, l’unica che poteva essere presa con sicurezza, è divenuta una vera e propria montagna. Che lo sia diventato, e già lo sapevamo, non ci spinge a recriminazioni e lamentele di nessun genere. Lasciamo al PCI di versare lacrime sulla inefficienza dello Stato borghese. Aggiungeremo soltanto che lo Stato Proletario, di fronte a una questione che minacciasse la salvaguardia della specie, avrebbe senz’altro imposto a tutti la decisione tecnica necessaria, senza bisogno di ascoltare il parere dei preti e tanto meno quello degli psicologi, liberando tra l’altro le donne colpite da una gravosa responsabilità che viene vigliaccamente scaricata sulle loro spalle.
Non meno pagliaccesca è la «caccia al responsabile» che dal momento che la cosa ha assunto proporzioni notevoli si è subito scatenata. Di questa caccia il PCI è stato l’anima. Un comunicato della federazione milanese del partitone afferma: «Il PCI in merito ai gravi effetti della nube tossica della ICMESA denuncia innanzitutto le pesanti responsabilità dei gruppi multinazionali i quali hanno approfittato delle carenze della nostra legislazione per sviluppare nel nostro paese insediamenti e processi produttivi che mettono continuamente in pericolo la salute dei cittadini…» (l’Unità del 19-8-1976).
Anche i fulmini contro la multinazionale La Roche servono a deviare il malcontento e a nascondere la realtà, facendo apparire i danni da inquinamento come dovuti all’opera di pochi ladroni (stranieri naturalmente) che riuscirebbero a fare i loro sporchi affari solo approfittando delle carenze della «nostra legislazione». Con ciò il PCI cerca di far dimenticare che gli sporchi affari li hanno sempre fatti tutti: imprese «italiane» e imprese «straniere» strafregandosene sia della vita degli operai, sia della difesa dell’ambiente (e a proposito della nazionalità del capitale, ricordiamo che la sua «patria» è laddove si guadagna di più) e che in tutti gli Stati borghesi la legge è la legge dei capitalisti, ed è uno dei mezzi per salvaguardare i loro profitti.
Ma qualche «responsabile» bisogna trovarlo, e così sono cominciate a partire le prime comunicazioni giudiziarie di cui certamente gli anonimi azionisti della Roche si faranno delle matte risate. Qualche fesso forse ci lascerà le penne, ma solo perché qualcuno, qualche nome, bisogna gettarlo in pasto al risentimento della popolazione.
Gli opportunisti, da bravi patrioti, maledicono i profitti della elvetica «La Roche» e lo fanno con tanta maggiore veemenza in quanto questi profitti se ne vanno all’estero e soprattutto perché ormai, a Seveso, La «Roche» i suoi affari li ha già fatti.
Ma se gli anonimi proprietari della Roche sono degli avvoltoi disposti a qualsiasi crimine pur di accumulare profitti, che dire allora della italianissima azienda SIR (Società Italiana Resine) che avvelena la popolazione di Porto Torres, delle aziende che producono e di quelle che utilizzano i diserbanti e gli antiparassitari che avvelenano le campagne, degli stabilimenti della statale Montedison che avvelenano la provincia di Siracusa.
Non sono che alcuni dei casi più noti. Dobbiamo credere che ogni volta i guasti siano dovuti a «incompetenza, carenze legislative, inerzia dei pubblici poteri» come sostiene il PCI?
Quello che gli opportunisti non hanno il coraggio di dire e che cercano di nascondere è che il responsabile di queste continue distruzioni di uomini e di risorse naturali è solo il modo di produzione capitalistico: lo Stato non fa niente perché non può fare niente, perché è lo Stato dei capitalisti, cioè una macchina fatta apposta per difendere i privilegi di classe.
La cosiddetta scienza non può farci niente perché è la scienza del capitale: negli istituti di ricerca dai nomi altisonanti, uno stuolo di servi pagati studia ciò che serve al capitale, cioè metodi per aumentare sempre più il profitto delle imprese e per meglio salvaguardare il regime. Se una parte delle energie vengono spese per la cura delle malattie e per cercare di riparare i guasti che vengono provocati sull’ambiente naturale, è solo perché tali attività costituiscono a loro volta fonti di profitto. Dove guadagna l’azienda che ha inquinato farà affari d’oro l’azienda disinquinatrice. Ed è quello che succederà puntualmente a Seveso: non per nulla la Roche, oltre alla ICMESA, controlla anche la Cremer and Warner (specializzata in disinquinamenti) alla quale (perché rimanesse tutto in famiglia), è stata affidata l’elaborazione del piano di bonifica di Seveso.
Di fronte a questi episodi che non sono che la «punta dell’iceberg», i casi più clamorosi delle distruzioni che quotidianamente provoca la macchina dell’economia capitalistica, gli opportunisti del PCI lanciano ipocrite grida di sdegno. Si commuovono forse per le migliaia di proletari che ogni giorno perdono la loro vita e la loro salute per aumentare i profitti dei capitalisti? È da illusi aspettarsi da questi signori sentimentalismi del genere. Ecco la ragione delle loro proteste: «La mortalità o la inutilizzazione di forze lavoro altamente specializzate con alle spalle anni di complessa preparazione e quindi con elevato costo monetario di formazione si è dimostrato uno spreco sempre più insostenibile. Con l’avvento della scuola dell’obbligo, anche le più umili professioni hanno alle spalle ben otto anni di studio… In altri termini, l’assenza di una tutela della salute in fabbrica porta ad un trasferimento di costi ed in modo moltiplicatorio dal settore produttivo a quello ospedaliero e pensionistico. Milioni di ore lavorative per un valore di migliaia di miliardi vengono perdute ogni anno unicamente per questo motivo» (l’Unità del 20-8-1976).
Ecco cosa vale per il PCI la pelle degli operai: meritano di vivere perché sono un investimento di capitale, e la perdita delle loro energie costituisce un investimento perduto, nonché una mancata produzione di profitto. È difficile immaginare atteggiamento più spietato e bestiale, ma a noi non fa nessuna meraviglia, non per nulla abbiamo sempre detto che il PCI è il miglior garante degli interessi del capitale e una volta al governo sarà il peggior aguzzino degli operai.
Il fatto che episodi del genere si ripetano con maggiore frequenza in Italia piuttosto che in Germania, Inghilterra o USA, viene utilizzato dai nazionalcomunisti per suscitare un po’ di «sentimento nazionale» affinché, imprecando contro le multinazionali, gli operai italiani si dimentichino di prendere a legnate i padroni nostrali. Ma il fatto che produzioni di sostanze pericolose siano vietate altrove e vengano fatte qui non dimostra altro se non che nella «scala dei valori» del capitale, l’operaio italiano si trova ad un gradino più basso di quello inglese, tedesco o statunitense. E quanti negri, quanti vietnamiti vale un italiano? Ne avremo una idea approssimativa confrontando il clamore suscitato dalla nube di Seveso con l’indifferenza generale di fronte alle decine di migliaia di tonnellate di nubi tossiche che per anni lo stato USA ha rovesciato sul Vietnam.
Anche noi che siamo, come è noto, dei sentimentali abbiamo la nostra «scala di valori» e la enunciamo così – da sempliciotti – in una maniera un po’ approssimata: VALE PIÙ LA PELLE DELL’ULTIMO OPERAIO ANALFABETA AFRICANO, DELLA PELLE DI TUTTI COLORO CHE VIVONO E PROSPERANO DIRETTAMENTE O INDIRETTAMENTE SUL BESTIALE SFRUTTAMENTO DELLA MANO D’OPERA E QUESTO REGIME MOSTRUOSO DIFENDONO.
Per il capitalismo e per i suoi servi (primo fra tutti il PCI) la vita degli uomini, le forze della natura hanno valore solo in quanto possono costituire fonti di guadagno. La distruzione di uomini e di risorse naturali è un risultato necessario e inevitabile della accumulazione capitalistica. Nessuna riforma, nessun tentativo di pianificazione può fermare questo processo. La sola via di salvezza è: strappare i mezzi di produzione dalle mani dei capitalisti abbattendo il loro Stato, instaurazione della dittatura proletaria, organizzazione del lavoro degli uomini secondo un piano centrale unico, non più per il profitto, ma per i bisogni dell’umanità.
La prima fu la sterlina a svalutare nel 1967: stavolta sarà il franco a segnare un altro significativo passo nel declino dell’economia delle vecchie potenze imperialistiche. E come allora protagonisti al di sopra degli imperialismi già massimi inglese e francese sono le più dinamiche o più estese potenze, l’americana e la tedesca, che in realtà si urtano. Gli sconquassi che ormai con continuità i flussi di dollari provocano a Londra, Parigi e Roma tendono sempre più a divenire episodi, scontri d’avanscoperta in terra povera della contesa per la sopravvivenza imperialistica degli Stati Uniti contro la risorta Germania occidentale. Obbiettivo reale degli americani all’immediato è costringere il Marco alla rivalutazione. La contrapposizione tedesca-americana è il risultato necessario, dal partito previsto, dello sviluppo capitalistico di questo dopoguerra: prima venti anni nei quali con impressionate velocità si ricostruiscono le potenze giapponese e germanica, l’imperialismo USA spadroneggia rapinando in tutto il mondo. Dal 1967, quindi, il capitalismo è entrato nella fase nella quale si sarebbero manifestati i sintomi della attesa crisi di sovrapproduzione, premessa oggettiva della storica e mondiale pedata proletaria a tutto l’odierno marciume.
Crisi monetarie da allora si ripetono in continuazione, regolarmente spazzando via i vari accordi fra Stati, tariffari, commerciali o monetari (ultimo il “serpente” che i tedeschi, già loro primi garanti, sono costretti a mollare come inutile fardello nella tempesta). Guai ai deboli, quando va male ogni “economia nazionale” bada a salvarsi affogando i fratelli.
L’aumento del prezzo del petrolio intervenuto alla fine del 1973 causa un forte drenaggio di plusvalore dai paesi che ne sono sprovvisti. La spinta dell’inflazione e la brusca caduta del saggio del profitto che ne deriva squilibrano ed esasperano la concorrenza internazionale a tutto vantaggio degli Stati Uniti che battono la moneta mondiale.
Dopo due anni di crisi internazionale ne esce netta la contrapposizione tra temporanei vincitori e vinti. La misura del distacco è segnata da colossali deficit o surplus delle bilance dei pagamenti. Nel 1976 chiuderanno in attivo, oltre ai paesi produttori di petrolio, soltanto Stati Uniti, Repubblica Federale, Giappone, Svizzera, Olanda e Belgio; tutti gli altri paesi industrializzati accuseranno in complesso un deficit nell’anno di 11 miliardi di dollari; i non industrializzati di 43 miliardi. La copertura di tali ammanchi è stata operata quindi con prestiti concessi dai tre maggiori, segnatamente da banche americane che ci guadagnano il controllo del mercato monetario; l’Italia è oggi, per esempio, debitrice dall’estero di 16 miliardi di dollari, la Francia di 18.
In questo dopoguerra di fetido benessere, dopo la non lieve crisi a passo decennale in USA del 1958 ove in 10 mesi la produzione industriale crollò del 15%, il primo paese industrializzato a denunciare recessione produttiva fu, non è un caso, proprio la Germania occidentale nel 1967, nella quale, dal novembre ’66 all’agosto successivo la produzione crolla del 19%. Francia, Gran Bretagna ed USA rallentano soltanto il ritmo. Due anni di ripresa ed è la recessione del biennio 1970-71, più grave in America, ma quasi tutto il mondo ne risente. Ivi meno 4% fra il 1969 e 1970.
Seguono ancora due anni di slancio produttivo, quasi un boom nel 1973. È il segno dello scatenarsi dell’inflazione a ritmi sconosciuti: i prezzi all’ingrosso sono cresciuti in USA del 14% nel 1973 e del 19% nel 1974, in Italia del 18% e del 41% (!), in Giappone 16% e del 31% (!). Bisogna risalire agli anni della guerra per ritrovarne di maggiori. Il fenomeno inflativo continua velocissimo nonostante la brusca recessione del 1974-75.
Infatti anche stavolta lo slancio produttivo ha breve durata: il primo paese ad interrompere la ripresa sono gli Stati Uniti nel settembre 1973, a novembre Germania, Gran Bretagna e Francia; l’industria giapponese continua invece ad espandersi fino al marzo, mentre quella italiana fino all’ottobre successivo regge.
La recessione colpisce tutti i paesi del mondo occidentale, compresi, finalmente la prova storica attesa, il paradiso socialdemocratico svedese e la ricca Svizzera. Il fondo della recessione si raggiunge nel luglio-agosto del 1975. Notevole è il terreno perduto: meno 9% la produzione in America e conteggiata fra le medie annue del ’74 e del ’75; -10% in Italia; -5% in Gran Bretagna; -11% in Giappone; -5% nella RFT. Non sono ancora ritmi “tipo 1929”, circa la metà (e per un solo anno di calo) ma da allora di gran pezza i peggiori. Corrispondentemente alto è il numero ufficialmente riconosciuto dei disoccupati che arriva all’inizio del 1976 al milione in Francia, due milioni in Italia, 1,4 milioni nella Repubblica Federale, un milione in Giappone, 1,4 in Inghilterra, 8 negli USA.
Prossimi necessari studi del partito sull’evoluzione della crisi tratteranno dei flussi monetari e di capitali. Qui riportiamo un prospetto degli incrementi percentuali delle produzioni industriali che ben evidenzia gli ultimi cicli brevi del capitalismo mondiale. Contrassegnati in nero gli incrementi denuncianti recessione o stagnazione. I dati provengono dai quadri statistici tradizionalmente curati dal partito e dai bollettini ONU.
Gran Bretagna
U.S.A.
R.F. Tedesca
Giappone
Francia
Italia
1964
8,0
6,0
8,0
16,0
7,0
2,0
1965
3,7
8,5
5,6
3,4
1,9
4,9
1966
0,9
9,6
1,8
13,3
6,4
11,2
1967
0,9
0,8
-1,8
19,1
3,4
7,6
1968
5,3
4,7
12,3
17,3
4,2
6,3
1969
2,5
4,5
12,5
16,8
13,6
2,9
1970
0,0
-3,8
6,6
13,6
6,4
6,8
1971
0,0
0,0
2,0
3,0
4,0
0,0
1972
2,5
8,0
3,9
6,8
7,7
3,9
1973
7,6
9,3
6,7
15,5
7,1
9,6
1974
-3,5
-0,9
-1,8
-2,4
2,5
5,2
1975
-4,7
-8,6
-5,4
-11,3
…
-10,0
1976 feb.
0,9
8,6
7,6
12,7
…
3,6
Si direbbe un ritmo alterno del periodo di poco più di 4 anni, anni di crisi sono infatti stati: 1966-67; 1970-71; 1974-75. Limitandoci ad estrapolare meccanicamente questo periodo all’indietro possiamo osservare come vengano a cadere “in fase” quasi tutte le crisi o stagnazione produttive di questo dopoguerra: 1948-49 recessione nella vittoriosa America; 1952-53 crisi in Gran Bretagna e Francia, solo stagnazione nelle sconfitte Italia e Germania; 1957-58 (stavolta il periodo è di cinque anni) crisi in USA e Gran Bretagna, rallentamento nella Repubblica Federale e in Giappone; 1961-62 stagnazione di nuovo in USA e Gran Bretagna. Successivamente, in cadenza, le tre maggiori crisi internazionali avanti delineate.
Non è mancato a questo punto il mastodontico Istituto di ricerca statunitense che in onore a metodo empirico caro alla borghesia anglosassone, l’estrapolazione invece l’ha fatta in avanti: 1974 più 4 e si arriverebbe più o meno al 1978.
Un fatto è certo: nemmeno i borghesi osano più soltanto sperare in un futuro di piano e progressivo sviluppo economico e quindi sociale: la crisi del 1975, seppure profonda, è stata troppo beve per poter risolvere le contraddizioni accumulate in trenta anni di folle produzione in tutto il mondo. A fronte dell’immensa massa di merci invendibili già prodotte il capitalismo ormai ha bisogno di ben più drastiche distruzioni per poter riprendere lo slancio. Nell’imperialismo le crisi vanno aggravandosi ed estendendosi, come sappiamo dalla nostra teoria, dall’esperienze passate e come pure conferma il crescendo in profondità e generalizzazione delle tre appena passate.
Lo stesso meccanismo internazionale di dominio imperialistico col controllo statale sulle monete ha potuto ripetutamente ritardarne l’esplosione per ora scaricando sui paesi economicamente più deboli la necessità della contrazione produttiva e del mercato. Ma ha solo esasperato il fenomeno e non per molto. Dopo la recessione culminante nel 1975, l’attuale ripresa produttiva tende a far emergere soltanto i capitalismi più pestilenziali, si manifesta in forme stentate e deformi tali da escludere che si tratti dell’inizio di un nuovo ciclo economico nel quale il mercato torni ad una nuova espansione: al contrario, tutto fa pensare ad uno slancio effimero. In America l’espansione economica globale è stata del 9,2% nel primo trimestre dell’anno ma solo 4,4% nel secondo. I disoccupati nel giugno erano 7,5 per cento della forza lavoro ed un decimo di più nel luglio. In Germania, nonostante la ripresa, la disoccupazione si mantiene alta e si rimpatriano gli emigranti.
In tutti gli altri paesi, i tassi d’interesse delle banche centrali sono molto alti: 9% in Belgio, 9,75% in Francia, 11,5% in Gran Bretagna, ancora di più in Italia, significando che questa ripresa non è il portato di nuovi investimenti di capitale (e per fortuna! ma l’opportunismo piange…) e non si verifica quella sostituzione su tutta la superficie produttiva dell’esaurito capitale fisso come all’inizio di ogni nuovo periodo di accumulazione. Al contrario, non sono utilizzati pienamente nemmeno gli impianti esistenti, i disoccupati alimentano il lavoro nero tenendo chiuse le fabbriche.
Gli enormi passivi della bilancia dei pagamenti dei paesi meno ricchi sono il limite contro cui urtano le stesse esportazioni dei più floridi, ed i nuovi aggiustamenti monetari e il fallimento degli accordi europei stringeranno ancora più stretto il cappio commerciale intorno alla Germania occidentale. Questo paese è un concentrato delle contraddizioni del più marcio capitalismo: con la bilancia dei pagamenti in attivo da più di venticinque anni trabocca di capitali, ma non può permettersi di aumentare i consumi (orrore!) minacciato com’è dalla diabolica inflazione, disoccupazione al 6% della forza lavoro, ed è il paese più ricco del mondo, invidiato da borghesie ed opportunisti stranieri.
La Germania, pur dimezzata, è già troppo angusta per contenerne l’infernale capitale. L’incognita terribile della storia è: saprà la ripresa del moto proletario nel cuore dell’Europa procedere lo scioglimento militare della crisi capitalistica mondiale? Alcune esplosioni di meravigliosa collera di classe sembrano preannunciarlo.
La rigidità programmatica della tattica della Sinistra venne confusa con una sorta di sterile intransigenza dottrinale, cui si contrapponeva la «realistica» «flessibilità» tattica attribuita a Lenin, argomento questo in bocca a tutti i detrattori della Sinistra ed in particolare ai «leninisti» che scodinzolano tra le file «estremiste». Non stiamo a ripetere la profonda differenza tra il campo della doppia rivoluzione in Russia e quello della rivoluzione univoca in Occidente di allora e in quello di oggi, dilatatosi oltre gli Urali; differenza che si caratterizzava dalla presenza di almeno tre classi rivoluzionarie, la borghesia industriale, la piccola borghesia delle città e delle campagne e il proletariato urbano e rurale. La tattica comunista doveva svolgersi facendo perno sulla classe operaia come unica classe rivoluzionaria «fino in fondo» in un’area «democratica», utilizzando, cioè, tutti gli elementi e le forze «rivoluzionarie» che erano costrette a scontrarsi col potere statale assoluto, «spingendoli avanti», incalzandoli perentoriamente. Su questo terreno la «flessibilità» tattica dei bolscevichi aveva lo scopo di convogliare forze obiettivamente rivoluzionarie contro la roccaforte zarista facendo proprie rivendicazioni e obiettivi che non erano socialisti ma che per mezzo dell’azione rivoluzionaria del proletariato aprivano la strada al socialismo, come, per es., la spartizione della terra, l’abbattimento della monarchia assoluta, ecc. Il proletariato rivoluzionario misurava, nel corso della lotta, la capacità, la volontà e la tenuta dell’altre classi e strati sociali interessati al rivolgimento democratico, non nascondendo mai loro che l’obiettivo finale della classe operaia era quello di andare oltre la democrazia, oltre la repubblica democratica, anticipando, cioè, che avrebbe rivolto i fucili contro gli «alleati» provvisori appena fucilato Nicola il sanguinario.
Queste condizioni storiche si ritrovano oggi in altre regioni geografiche, come Vietnam, Angola, ecc., se pure in forme e rapporti di forze diversi. Allora si tentò di trasferire la lotta rivoluzionaria dall’Oriente arretrato all’Occidente industrializzato e democratico per mezzo di una tattica che non differenziava sufficientemente i due campi geo-politici. In Vietnam, Angola, ecc. il processo si è fermato a Oriente, alla democrazia. In breve: 1917-1923 si vuol far passare la rivoluzione da Mosca a Berlino, anche, se necessario, sulla «punta delle baionette» dell’Armata Rossa lanciata contro la Polonia reazionaria e socialdemocratica, ma per una strada tattica insufficiente, la tattica appunto della doppia rivoluzione. 1945-1975: non si vuol far passare la rivoluzione da Vietnam, Angola, ecc. a Occidente, ed infatti il proletariato non ha partecipato alla rivoluzione democratica come classe autonoma e indipendente e di conseguenza non si è posto nemmeno la questione della doppia rivoluzione. Lo sbarramento imperialista da un lato e quello opportunista dall’altro lo hanno impedito, hanno chiuso nell’ambito democratico-borghese le lotte rivoluzionarie dei popoli coloniali, perché hanno schiacciato il proletariato occidentale nella difesa della democrazia. La borghesia, «rivoluzionaria» in Asia e Africa, è controrivoluzionaria in Europa e America. La Sinistra colse queste differenze e propose all’interno di un unico disegno strategico due piani tattici. Cosicché, la rivendicazione di un «regime democratico» in Asia e Africa è rivoluzionaria, in Occidente reazionaria; là è «progressista» rispetto al dominio delle classi fondiarie e delle caste tribali, qui è regressiva, significherebbe riportare la storia indietro di due secoli.
Prese queste distanze tra due fasi della rivoluzione in relazione a due aree geo-politiche, appare chiaro che una tattica «flessibile» può avere senso positivo solo se si applica alle classi sociali rivoluzionarie, e quindi, in Occidente al solo proletariato. Ne deriva che, siccome le classi sono rappresentate da partiti, in Occidente è inconcepibile qualsiasi «flessibilità» tattica in quanto mancano i partiti verso cui attuarla, stando per fermo che il proletariato non può avere che un solo partito di classe, disponendo di un solo ed unico programma, partito e programma comunisti.
In che cosa è «flessibile» la tattica comunista?
Prima di passare all’esame della parte riguardante la «tattica indiretta» delle Tesi di Roma, citiamo ancora alcuni brani dell’articolo conclusivo sulla «Tattica dell’Internazionale Comunista», di cui abbiamo dato già ampi stralci. La citazione serva a dimostrare in quale senso bisogna essere «flessibili» nella tattica, il che comporta anche in quale senso si deve essere «inflessibili». Ecco, intanto, secondo lo stile della Sinistra, il senso della inflessibilità tattica: «….nostro partito sostiene che non è da parlarsi di alleanze sul terreno politico con altri partiti, anche se si dicono «proletari», né di sottoscrizioni di programmi che implicano una partecipazione del PC alla conquista democratica dello Stato». Ed ora il senso della «flessibilità»: «Ciò non esclude che si possano porre e prospettare come realizzabili dalla pressione del proletariato anche rivendicazioni che si attuerebbero per mezzo di decisioni del potere politico dello Stato, e che attraverso questo i socialdemocratici dicono di volere e potere realizzare, poiché con una tale azione non si disarma il grado di iniziativa di lotta diretta che il proletariato ha raggiunto». Il testo continua illustrando un caso pratico: «Ad esempio tra le nostre rivendicazioni per il fronte unico, da sostenere con lo sciopero generale nazionale, vi è l’assistenza ai disoccupati da parte della classe industriale e dello Stato, ma noi rifiutiamo ogni complicità con l’inganno volgare dei programmi «concreti» di politica statale del PS e dei capi riformisti sindacali, anche se questi accettassero di prospettarli come programma di un governo «operaio» anziché di quello che sognano coi partiti della classe dominante in degna e fraterna combutta». Abbiamo sottolineato noi perché il testo pone perentoriamente il limite della «flessibilità» tattica nel «rifiuto» ad una «complicità» criminale con l’inganno volgare dei programmi «concreti di politica statale» di falsi partiti operai e loro caudatari. E pensare che qualche «sinistro» ha invitato i proletari a votare per «quello straccetto di legge sul divorzio» con la raffinata giustificazione che «era meglio di nulla», in nome della «flessibilità» «leninista» e addirittura delle «Tesi di Roma»!
* * *
Un esempio storico è stato il modo con il quale il partito ha lavorato per la realizzazione del «fronte unico sindacale» in Italia nel 1921-22 rifiutandosi di partecipare alle «trattative» con gli altri partiti «proletari», consapevole che la sola sua presenza alle discussioni avrebbe pregiudicato la realizzazione di questa importante fase della tattica rivoluzionaria impostata dal partito stesso, perché i partiti «proletari» e i bonzi sindacali avrebbero posto al partito condizioni politiche ed anche programmatiche inaccettabili e per questo tali da far saltare il «fronte unico» stesso. Non solo il partito si astenne da questo «incontro», ma non pose, come partito, «condizioni» né pretese posti di dirigenza per i suoi delegati sindacali al vertice dell’Alleanza del Lavoro, non certo per il gusto di dimostrarsi «flessibile», ma perché riteneva, a giusta ragione, essere l’unità sindacale proletaria il terreno più favorevole all’azione rivoluzionaria del partito, verso cui partiti «operai» e bonzi confederali venivano prepotentemente spinti, loro malgrado, dalle condizioni materiali e dalla decisione di lotta delle masse operaie. Partiti e sindacati furono costretti ad aderire alla proposta comunista, non perché la condividessero e non ne considerassero le conseguenze loro sfavorevoli, ma perché, pressati dall’azione di classe del proletariato, avrebbero altrimenti perso per sempre la faccia presso i lavoratori.
È di questa flessibilità che parla Lenin e non di licenza ad oscillare da una parte e dall’altra secondo l’opportunità del momento. Secondo Lenin e la Sinistra non si doveva ripudiare, per esempio, la tattica parlamentare rivoluzionaria perché sconveniente per dei comunisti, antidemocratici e antiparlamentari, l’uso della tribuna parlamentare borghese, come sostenevano anarchici e tribunisti.
Al posto della dialettica della flessibilità tattica, gli epigoni di Lenin e di Trockij, al contrario, hanno messo la caricatura di programmi «intermedi» che li qualificano come ala sinistra dell’opportunismo. Un programma e una tattica si definiscono rivoluzionari comunisti quando assicurano concretamente l’autonomia e l’indipendenza del partito dallo Stato e da tutti gli altri partiti.
L’intermedismo si è dimostrato inconsistente ed ingannevole nella sua pretesa di poter vincere le resistenze di una situazione oggettivamente controrivoluzionaria escogitando tappe od obiettivi intermedi tra la rivoluzione assente e la dittatura capitalistica prepotentemente operante, il cui raggiungimento avrebbe «avvicinato» il proletariato alla rivoluzione. Non siamo ancora alla bestemmia, forse alla ingenuità e senz’altro al volontarismo; ma l’opportunismo di «destra», tanto per definire il carognume prezzolato dei falsi partiti comunisti e socialisti ufficiali, non sostiene posizioni e pretese diverse. In linea teorica l’errore sta appunto nel considerare che il percorso che ci separa dalla vittoria rivoluzionaria sia costituito da una serie di gradini che il proletariato dovrebbe ascendere di volta in volta, da una serie di «conquiste» di classe con cui indebolire progressivamente lo Stato. La storia di questi ultimi 50 anni sta a dimostrare l’esatto contrario. Il proletariato è arrivato alla vetta rivoluzionaria in Russia, ha espresso un partito mondiale potentissimo, l’Internazionale Comunista, e una rete sindacale di classe internazionale, poi, nel volgere di pochissimi anni è ruzzolato ai piedi della scala. Tutti i supposti gradini sono saltati. La classe operaia sembra precipitata all’anno zero della sua storia. In dieci anni (1917-1926) di lotte furibonde e colossali, di reiterati violenti assalti alla cittadella borghese, di arretramenti ed avanzate dell’onda rivoluzionaria, il proletariato mondiale è uscito sconfitto dal duello mortale con il capitalismo internazionale, ma ha guadagnato definitivamente i mezzi fondamentali della sua lotta emancipatrice: il partito di classe e la teoria rivoluzionaria marxista. Tutte le altre «conquiste» ha dovuto lasciarle come trofei in mano al nemico!
L’errore si trasforma in bestemmia quando si pretende di conquistare questi fantomatici «obiettivi intermedi» con mezzi pacifici, legali, democratici e financo parlamentari, o, in modo ancora più ingannevole, con surrogati del tipo «scioperi della fame», «referendum», pretenziosi «fronti» proletari, connubio impotente e chiacchierone di gruppi e gruppetti «estremisti». Non per caso l’intermedismo presenta «obiettivi» esclusivamente «politici», ignorando bellamente il campo del determinismo economico da cui sorgono le reali spinte della lotta e dello scontro di classe. Non per caso i fautori dell’intermedismo aspirano ad una «grande sinistra» dal PCI agli «extra». Prima di essere una questione politica, tattica ed organizzativa, la questione del potere è una questione programmatica. Se Marx, all’indomani della Comune di Parigi, poté dichiarare che la macchina statale borghese «va distrutta» e non conquistata, e sostituita con la macchina dittatoriale proletaria, la Sinistra ha dovuto dichiarare, dopo la sconfitta dell’Ottobre russo, che solo il partito comunista rivoluzionario, unico e mondiale, deve dirigere la rivoluzione proletaria e il suo Stato di Dittatura Proletaria. Chiunque postuli posizioni diverse è fuori dal campo della rivoluzione comunista. Sono queste questioni di principio, indiscutibili ed inopinabili. Il potere non è conquistabile per «porzioni». È uno e indivisibile. Ci sono momenti della storia in cui effettivamente si ha un «dualismo di potere», come in Russia alla vigilia dell’Ottobre 1917. «Dualismo di potere», però, e non una «coabitazione» nello Stato borghese di forze di classe opposte. Contro il potere politico centrale della borghesia, il suo Stato, dovrà ergersi il contropotere proletario, rappresentato dall’organizzazione di classe degli operai, la quale è in grado di immobilizzare la forza del nemico. Contropotere proletario, però, non porzione di potere borghese!
È caratteristico nei periodi amorfi della Storia che si faccia un gran parlare e scrivere di «politica» come se il partito potesse «servirsi» della classe e a suo piacimento. La cruda realtà è che le cose vanno per il «loro verso» e che gli operai si muovono o non si muovono senza nemmeno accorgersi dell’esistenza di tanti nuovi duci spacciatori di «nuove» ricette.
Come i ladri di Pisa del detto popolare che di giorno litigano e di notte vanno a rubare insieme, i maggiori esponenti dell’imperialismo brigantesco internazionale si sono dati convegno a Portorico per mettere a punto un’azione coordinata per la ripresa economica e la lotta contro l’inflazione. Lasciamo ai bonzi l’illusione di credere che questo comitato d’affari della borghesia internazionale sia in grado di approntare la ricetta capace di esorcizzare i demoni della produzione e circolazione di capitale: ciò non toglie che certe affermazioni ed analisi fatte hanno per noi un valore ed un significato che lette alla luce della teoria marxista suonano conferma delle nostre storiche previsioni e delle nostre coerenti posizioni politiche.
Intanto si è rilevato che Stati Uniti, Giappone e Germania Ovest sono in fase di ripresa economica perfino impetuosa, tanto che si è sostenuta la necessità di manovrare di tacco e punta, come si usa dire in gergo automobilistico, per evitare di ricadere entro brevissimo tempo in una crisi ancor più grave di quella (si dice) passata.
Nello stesso tempo i due paesi «malati», Italia e Gran Bretagna, sono stati ammoniti a mettere «ordine in casa», se vogliono essere invitati a far ancora parte del comitato dei ladroni internazionali. Naturalmente anche tra malviventi vigono delle regole di comportamento, nonché l’inevitabile diplomazia e né Italia né il vecchio leone britannico spelacchiato hanno avuto l’ardire di opporre qualche decisione.
Alle spalle di chi, infatti, USA, Germania e Giappone, nell’ambito della divisione internazionale del lavoro si sarebbero avvantaggiati, se non, oltre dei «paria» ovvero paesi del terzo mondo, proprio dei «partners» più deboli?
Ma è risaputo che lo spirito patriottico serve da tempo essenzialmente da mastice per tenere legati i proletari alla barca dell’economia nazionale: contro i potenti vale più di tutto il servilismo.
Non saremo certo noi a dispiacercene, certi come siamo che da oltre un secolo i proletari non hanno più patria da difendere, sennonché la canea opportunistica con la preoccupazione di ergersi a custode dell’onore nazionale calpestato è a proporre ancora una volta i suoi servigi per riscattare le bandiere calpestate dalla borghesia.
All’Eldorado Beach, alla conferenza dei giocolieri, si è dunque messo in rilievo che se da una parte la crisi sembra superata, nuvole minacciose sono all’orizzonte, in particolare il preoccupante divario che si sta producendo all’interno stesso dei 6 paesi più industrializzati dell’occidente. Non sappiamo se l’analisi si sia fermata qui per cortezza di vista o per abilità diplomatica; comunque ha bisogno di una traduzione almeno per noi. La concentrazione capitalistica, fuori da ogni suggestione ultraimperialistica riformistica e opportunistica non elimina la concorrenza anzi la esaspera ed estende dal chiuso dell’economia nazionale ai rapporti tra Stati o leghe di Stati.
Il divorzio che minaccia di acuire i contrasti tra i grandi Stati imperialistici semplicemente accennato a Portorico è la conferma che gli accordi internazionali sono transitori e precari, la chiarificazione e la distensione sono dei falsi miti e delle menzogne borghesi.
In questa occasione vogliamo appunto smantellare le ipocrite teorie borghesi ed opportunistiche che tendono a presentare l’inflazione e l’aumento dei prezzi, particolarmente dei beni di consumo, come un increscioso incidente tecnico risolvibile con manovre monetarie secondo alcuni, o con mezzi duri, cioè con la forza, secondo altri.
La definizione specifica del termine è correntemente questa: «eccedenza abnorme di carta moneta rispetto alla copertura aurea, che provoca aumento dei prezzi».
Se tal definizione è vera, è anche evidentemente angusta e restrittiva, tale comunque che impedisce di cogliere le radici del fenomeno.
Considerato dunque che nell’economia capitalistica la dannazione della metamorfosi consiste nella necessità che le merci si trasformino nel momento della circolazione in denaro, si può oggettivamente constatare col metodo e la precisione delle scienze naturali come dice Marx nell’introduzione del 1859 alla Critica della Economia Politica, che la copertura aurea o di valuta pregiata del circolante tende a diminuire.
Ciò dipende dalla produzione e circolazione dell’oro stesso, dalla sostituzione della copertura aurea con la forzosa copertura, «rapporti di forza imperialistici» tipo Gold-exchange standard del secondo dopoguerra mondiale a sua volta crollato nel 1972 con l’imposizione unilaterale della decadenza della parità fissa. Se leggiamo dietro questi dati tecnici vediamo che nonostante la prepotenza statale imperialistica la lotta di classe non è stata né può essere domata all’interno dei rapporti sociali capitalistici.
Tornando alla questione fettentemente tecnica si può rilevare che il polmone (riserva e copertura aurea in valuta pregiata) non è in grado di garantire la normale respirazione della circolazione delle merci.
Secondo la nota legge di Gresham moneta cattiva scaccia moneta buona, il che tradotto in termini sociali di lotta di classe significa che il capitale non è in grado di ricostituire secondo un equilibrio diciamo così omeostatico il rapporto mezzi di produzione e di consumo – capitale variabile, essendo la legge del capitale quella di succhiare come il vampiro il lavoro salariato.
Secondo punto da analizzare: allungandosi il tempo di circolazione delle merci in rapporto al tempo di produzione, il lubrificante necessario alla circolazione (disponibilità di liquidità) si fa sempre più richiesto, e dunque il suo rapporto riguardo all’equivalente generale (oro o valuta pregiata) si squilibra producendo eccedenza di carta moneta spesso messa in circolazione artificiosamente.
La resistenza del lavoro salariato a farsi schiacciare, nonostante la carenza di direzione rivoluzionaria dovuta a profonde contraddizioni storiche che noi denominiamo col termine nient’affatto fatalistico di controrivoluzione, è una prova che la lotta di classe non può essere debellata, ma anzi è timidamente in ripresa in vista della guerra per il potere e il socialismo. Di fronte alla resistenza oggettiva della classe operaia il capitale nella fase imperialistica controrivoluzionaria ha buon gioco nella coniugazione dell’uso della forza amministrata e l’opportunismo sindacale e politico che comporta una politica deflazionistica di licenziamento e sostanziale decurtazione dei salari.
Quanta pena allora fanno le contorte definizioni del fenomeno inflazionistico quando si pretende da parte borghese ed opportunistica di ricondurlo nell’ambito della tecnica monetaria o di politica economica.
Ma quando dietro al rapporto capitale-salario si riesce a vedere, come noi vediamo, il rapporto vivente tra le forze storiche antagonistiche della borghesia e del proletariato mondiali, allora le apparenti contraddizioni insolubili, tipo inflazione in presenza di stagnazione e deflazione, vengono consegnate alla vitale e risolutiva pratica sociale della lotta di classe, di fronte alla quale anche i ladroni di Portorico si dimostrano impotenti e terrorizzati.
Su una cosa sono tutti d’accordo, gli uomini politici della destra e della sinistra parlamentare, gli esperti economici, gli studiosi, i sindacalisti ecc.: per il bene del Paese, della nostra amata Italia, le varie classi e sottoclassi sociali dovranno fare sacrifici e rinunzie per assicurare il risanamento e il progresso.
Rinunce e sacrifici che dovranno essere sopportati sia dall’operaio che dal borghese, quelle stesse figure che il marxismo dipinge come non pacificabili nemici.
Enunciata «la legge» è iniziata la discussione sui metodi di attuazione della stessa, discussione che, crediamo, si farà di giorno in giorno, come l’annuncio dell’aumento delle tariffe elettriche ha mostrato, più accesa, passionale, virulenta: chi è che dovrà accollarsi il maggior numero di sacrifici richiesto dal Paese? Il fronte prima compatto degli onorevoli uomini politici italiani faccia a faccia a questo quesito si spacca e mille sottili «distinguo» differenziano un gruppo dall’altro: c’è chi vorrebbe colpire in misura maggiore le famigerate multinazionali, chi i proprietari assenteisti, chi gli speculatori e gli avidi commercianti, chi invece il grosso esercito dei proletari che basterebbe penalizzare di una piccola quota pro capite per far risparmiare e guadagnare all’azienda Italia un bel po’ di soldi.
Noi crediamo che saranno proprio i lavoratori a pagare per tutti, a meno che i lavoratori stessi non buttino giù dalle loro poltrone i sindacalisti e gli uomini politici attuali.
Le confederazioni CGIL-CISL-UIL stanno perfettamente a loro agio in questo coro belante, che poverine, non vedono altra via di uscita dalla crisi economica attuale se non ridurre la quota consumi (leggi peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro di tutti i salariati) a tutto vantaggio della quota investimenti e la loro unica richiesta è di essere un giorno consultate quando si tratterà di investire e di dare corso al famigerato piano di riconversione industriale che dovrebbe allargare la parte produttiva, naturalmente per il bene di tutti.
Questa in definitiva la grande balla che si vuole propinare ai lavoratori. In verità l’economia italiana e internazionale è in un vicolo cieco dal quale non ne uscirà che con immane distruzione di uomini e di mezzi se la rivoluzione comunista non aprirà la strada per un diverso assetto economico e sociale. Il dilemma è questo: da una parte i capitalisti devono ridurre i costi di produzione delle proprie merci per vincere l’agguerrita concorrenza internazionale, per dilatare la «base produttiva» dopo avere investito una parte della massa dei profitti in capitale costante (nuove macchine più perfezionate) e in capitale variabile (altri operai per mettere in moto l’accresciuta massa di capitale costante). Lo può fare solo diminuendo e comprimendo i salari operai, come a ragione sostengono i borghesi dichiarati; dall’altra parte, non basta premere solo sui salari, anche perché equivale a una immediata diminuzione della capacità di acquisto della grande massa dei consumatori, se tutti gli altri costi che concorrono alla formazione del prezzo della merce (e qui ci va un po’ tutto dalle tasse, ai crediti, al costo dell’energia elettrica, ecc., ecc.) aumentano, e qui hanno ragione gli opportunisti.
Il fatto gli è che imboccato il determinato binario del mantenimento di questo regime di produzione hanno tutti ragione: sia quelli che propugnano la politica dei redditi che i difensori della politica degli investimenti, sono dei falsi avversari che difendono un aspetto «particolare» degli interessi borghesi e presto o tardi tutti i «distinguo» spariranno e si avrà un fronte compatto di puntellatori «tout court» del regime.
Una politica sindacale di classe non deve difendere né quello né quell’altro aspetto dell’economia borghese perché il suo scopo è l’emancipazione della classe lavoratrice, l’abolizione del sistema del lavoro salariato; quale quindi dovrebbe essere l’indirizzo di un sindacato veramente proletario? È presto detto: i lavoratori non si devono accollare nessun sacrificio e se questo loro rifiuto sarà la rovina per l’economia capitalista che rovina sia.
L’altra strada, quella che tenta di far marciare fianco a fianco operai ed imprenditori su pretesi comuni interessi è «corporativismo fascista», corporativismo che si differenzia da quello medioevale che univa chi esercitava un determinato mestiere (e solo quelli, non gli apprendisti o i ragazzi di bottega, era abbiamo detto una volta, corporativismo «monopolare»), per il fatto che blocca «due» classi, la proletaria e la capitalista, due classi dagli interessi opposti, è cioè un corporativismo bipolare.
Quindi, il principale punto distintivo del sindacato di classe che necessariamente dovrà risorgere è che si farà carico degli interessi di una classe sola, la proletaria. E con questo si prendono le distanze da tutti i corporativismi, il primo basato sul «mestiere» ed il secondo su più classi.
Altro punto patrimonio del sindacato di classe è la solidarietà internazionale fra le varie classi operaie nazionali, classi che non hanno da assolvere a nessuna finalità e scopi «nazionali» e di patria ma da lottare incessantemente per i propri comuni interessi di classe.
Le merci italiane, se passeranno le intenzioni dei capitalisti nostrani di ridurre i costi di produzione, forse riconquisteranno le posizioni perse in quest’ultimi tempi nel mercato mondiale e di conseguenza delle briciole potranno cadere sul proletariato italiano, ma a che pro se il benessere di questo ci sarà (se ci sarà) sulle spalle dei proletari francesi, inglesi, spagnoli, iugoslavi, le merci dei quali sarebbero sconfitte nell’arena spietata del mercato mondiale?
Mors tua vita mea! Questo è stato innalzato a legge immanente dell’economia e della società del borghese, basata su aziende individuali che producono in una atmosfera mercantile. Il movimento operaio fin dai suoi albori vi contrappose la solidarietà internazionale di classe che travalica le frontiere ed unisce le nazionalità; il Mors tua vita mea lascia il campo al conosciutissimo Proletari di tutti i paesi unitevi!
Cosa resta pertanto alla classe operaia dei vari paesi di «nazionale» per giustificare i suoi sacrifici per il bene dell’economia? Non rimanendole assolutamente niente la classe si deve invece predisporre ad abbattere il proprio nemico «nazionale», lo Stato, sia questo italiano, francese o polacco.
Rompere ogni solidarietà bastarda fra padroni ed operai è il primo passo che il proletariato dovrà fare per impadronirsi di una sua classica arma: il sindacato di classe difensore indefesso degli interessi del proletariato contro tutte le esigenze delle economie nazionali.
Vendere di più ed acquistare di meno all’estero è la ricetta miracolosa ormai nota a tutti, cantilenata da tutte le bonzerie nazionali, rappresenta la pietra filosofale di ogni borghesia di rispetto tesa sempre a pareggiare, quale il Sisifo mitologico, bilance dei pagamenti che si ostinano caparbiamente a mantenere il segno negativo dinanzi a cifre sempre più alte. Cecità ed impossibilità materiale del sistema capitalistico impediscono alla borghesia mondiale di trarre da questo non senso la giusta lezione: impossibilità per il capitalismo imperialista di sopravvivere alle contraddizioni che esso stesso genera ed alimenta. Ma si sa, nel mondo capitalistico ognuno pensa per sé, visto che il Dio denaro non può riuscire a pensare a tutti, ognuno si aiuta stretto fra le sue quattro mura per vedere se anche il Dio (sempre quello del Santino cartamonetaceo) gli dà finalmente una mano.
La Danimarca a fine agosto ha varato il suo programma di austerità. Il governo socialdemocratico di Joergensen ha deciso che per salvare la patria e fare le fiche a qualche borghesia meno accorta e fortunata, occorre bloccare i salari al limite del 6 per cento di incremento annuo, bloccare la spesa pubblica, imporre nuove tasse per 5 miliardi di corone su benzina, automobili, birra, caffè, tè e zucchero e chiedere celermente, per battere la concorrenza, un prestito all’estero di 500 milioni di dollari. Il ricavato di tutto questo spremere sarà devoluto all’industria, nel tentativo di forzare le esportazioni, considerato che il paesello satellite economico della R.F.T., prevede un disavanzo di mille miliardi di lire italiane, enorme in proporzione.
L’oste con cui ha dovuto fare i conti, come ci suggerisce il famoso adagio, non poteva che essere il proletariato che con una ondata di scioperi «selvaggi» ha bloccato la nazioncina devastata e pesta: gli impiegati delle poste hanno incrociato le braccia, mentre per fabbriche e cantieri si è arrivati al quarto (ad oggi) giorno consecutivo, gli autisti hanno bloccato gli autocarri che trasportavano proprio quella birra che non si vede l’ora di vendere più cara.
La ripresa operaia che a padroni ed opportunisti sembrava cosa lontana ed improbabile, magagna di paesi all’italiana o di paesi di quella lontana terra che è l’Africa nera, risorge finalmente anche nella vecchia Europa, marcia e gonfia di contraddizioni come la mela che aperta dimostra lo stretto legame tra mondo vegetale e mondo animale.
L’11 giugno la Commissione Europea ha elaborato una relazione sulle eventuali misure tecniche da adottare nei paesi comunitari per ridurre gli attuali alti indici di disoccupazione che, secondo le più recenti previsioni, faranno da contorno a questa putrida società perlomeno fino alla fine degli anni ’70, ché più in là gli economisti borghesi non si azzardano a pronostici.
Lo scopo di questo primo tentativo di accordo interstatale è chiaro, dichiarato: ridurre le «tensioni sociali»; parlano cioè dichiarati difensori dello status quo.
La relazione ha anticipato la conferenza triangolare, sempre sullo stesso argomento, che si è svolta il 24 giugno e che ha visto riuniti i rappresentanti politici sindacali ed imprenditoriali dei paesi comunitari; conferenza dalla quale non è uscito un bel niente.
Gli imprenditori hanno sbattuto sul tavolo, senza la signorilità di cui aveva dato prova la CEE nello stilare il suo documento, la panacea della politica dei redditi, della diminuzione cioè dei salari reali, mentre i sindacati hanno solo confermato che erano pronti a far fare qualsiasi sacrificio agli operai a condizione che si varasse al più presto una nuova politica economica: i rappresentanti dei vari governi erano invece, ancora una volta, divisi sui provvedimenti da adottare per favorire la ripresa economica.
Ecco finalmente il punto che tutti accomunava: «far uscire l’Europa dal tunnel» e per far questo contano poco, in sé, i singoli provvedimenti, conta invece riuscire ad instaurare la pace sociale fra forza-lavoro e capitale e in questo i più lungimiranti sono i sindacati che, oltre a non contestare le intenzioni degli imprenditori di affamare i proletari, sguaiatamente domandano: «E poi lo faremo o no questo nuovo modello di sviluppo?».
Gli imprenditori non hanno risposto ed ancor oggi le due bande, quella sindacale e quella padronale, sono lì che si fronteggiano scambiandosi improperi vari. Niente paura, non si andrà più in là delle offese verbali, non inizierà una guerra proprio ora che le cose vanno male; anzi il destino di quei falsi nemici è quello di unirsi in un fronte unito per schiacciare il proletariato quando questi reimpugnerà – e ne sarà costretto – le tradizionali armi della lotta di classe.
Stringi stringi, pertanto, non ci è rimasto che la relazione della Commissione Europea.
Il documento auspica che i Nove adottino le seguenti tre misure: diminuzione della giornata di lavoro; prepensionamento; prolungamento dell’obbligo scolastico.
Il primo punto è facilmente spiegabile e rientra a pieno diritto nei «rimedi» che puntellano la struttura capitalistica di produzione: la durata della giornata lavorativa diminuisce, la produttività del lavoro aumenta, i salari orari diminuiscono o aumentano in misura minore della produttività del lavoro (il documento parla ipocritamente di «aggiustamento dei salari»), i costi di produzione diminuiscono causa una più alta composizione organica del capitale. I capitalisti europei vincerebbero così la concorrenza degli altri capitalisti e il mercato mondiale fagociterebbe i prodotti comunitari, più a buon mercato. L’Europa entrerebbe in un nuovo ciclo di prosperità industriale e commerciale, ripartirebbe la sanguinosa accumulazione allargata del capitale che necessita di un numero sempre crescente di braccia proletarie per mettere in moto la massa di capitale costante e trasformare la massa di materie prime, termini ambedue gonfiatisi; la palla infuocata della disoccupazione verrebbe passata, volente o no, alla borghesia d’oltre Oceano e del Terzo Mondo, mentre in Europa dilagherebbe la prosperità borghese.
Ma le condizioni di vita del proletariato? Vediamo un po’. Fase A dell’operazione: è quella in cui si dovrebbe battere la concorrenza e in cui si sarebbe avuta una semplice riduzione della giornata di lavoro con una contrazione dei salari e una diminuzione dei costi di produzione, zero assunzioni dei disoccupati. Lo schiacciamento sociale del proletariato è aumentato, sceso invece il suo livello di vita.
Fase B: Saremmo entrati in un nuovo ciclo di accumulazione. Il monte dei salari aumenta rispetto alla fase A per l’assunzione di una parte dell’armata dei disoccupati, ma aumenta ancor di più la massa dei prodotti e soprattutto il plusvalore estorto. Senza contare che la disoccupazione investe con tutta la sua virulenza gli altri paesi capitalistici, per il proletariato di stanza nell’Europa dei Nove abbiamo: un ulteriore schiacciamento sociale, tutto si è gonfiato in misura maggiore dei salari, e le stesse miserevoli condizioni di vita della fase A questa volta però allargate a un maggiore numero di proletari essendone strappati una parte alla disoccupazione; in conclusione si è socializzata la miseria.
Idem per il secondo punto, quello del prepensionamento. Questo il ragionamento: anticipiamo la pensione ad un tot di lavoratori che saranno sostituiti nel processo produttivo da un altro tot anche non necessariamente uguale, minore senz’altro minore aggiungiamo noi, di lavoratori disoccupati. Risultato, i pensionati aumentano, i disoccupati diminuiscono, aumentano invece le spese che devono sostenere gli enti previdenziali mentre diminuiscono le quote di assistenza disoccupazione. Perdita secca dello Stato borghese a meno che non riesca ad abbassare le pensioni al livello delle quote di disoccupazione.
Come finanziare questa lungimirante misura tecnica? Semplice! Deve aumentare la massa di plusvalore estorto al proletariato come anche le mille trattenute che impestano la busta paga. Insomma il salario si deve contrarre.
Il problema da «finanziario» diventa politico: quale governo avrà la forza di farlo? I sindacati riusciranno a tradire per l’ennesima volta la classe lavoratrice?
Altro aspetto del problema: la disoccupazione scompare se viene pensionata una massa di lavoratori uguale a quella dei disoccupati che prendono il posto dei primi; ma anche in questo caso la misura apparentemente radicale è un palliativo che ben conosciamo: si tratta né più né meno della politica del fare le buche per poi ricoprirle solo che qui per lo meno invece di mettere in mano al lavoratore una vanga gli si mette una canna da pesca e gli si consiglia di darsi all’ittica. La borghesia è una benefattrice? Manco per idea, i conti per l’azienda dello Stato capitalistico devono tornare, la cassa cioè deve chiudersi in attivo con profitto sonante. La società borghese conosce bene il parassitismo e mantiene in piedi dei carrozzoni antieconomici al solo scopo di puntellare socialmente e politicamente il regime (la tanto deprecata burocrazia ne è un esempio). È sempre stata questa una sua classica politica sempre condotta sulle spalle e sul sudore di quei lavoratori che, sfortunatamente per loro, hanno il compito di sorreggere soli economicamente la società capitalistica. C’è a chi tocca la «politica» o il «sociale» e c’è a chi tocca l’«economia», ognuno ha il suo compito!
Prepensionamento? Certo, ma come arriveranno i lavoratori alla pensione visto che il loro sfruttamento dovrà aumentare a dismisura per permettere questa «misura rivoluzionaria» proposta dai più solerti difensori dell’ordine capitalistico?
Ed eccoci nuovamente allo stesso punto di prima: la misura tecnica n. 2 per sconfiggere la disoccupazione richiede un peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro attuali dei lavoratori in cambio di un meritato ma futuro riposo, per chi ci arriverà. Ancora una volta il risultato è lo stesso, la borghesia cerca di militarizzare tutto il proletariato, non più una parte al lavoro e una parte a fare l’esercito industriale di riserva, ma tutti al lavoro col salario ridotto, uno sfruttamento maggiore per abbassare i costi di produzione.
Il monte salari, proprio come per Mr. Weston cento anni fa, non si tocca, se siamo in più a lavorare bisogna ridurre la quota pro-capite di salario, esattamente come nel primo caso si socializza la miseria.
E veniamo al terzo punto, il prolungamento dell’obbligo scolastico; il borghese dichiarato come sempre ha pochi peli sulla lingua e, sbarazzatosi con facilità delle ubbie sul diritto e la libertà di studio, proclama apertamente che il suo unico scopo è diminuire l’armata dei disoccupati che più s’ingrossa più le tensioni sociali minacciano di ribaltare i pilastri di questa società.
Tutte le belle frasi sulla cultura, sull’insegnamento, sulla libera scuola, svaniscono nel nulla; la borghesia nata imponendo (o meglio, affermando soltanto) la libertà in tutti i campi della vita e del sapere (chi non ricorda il vecchio detto della borghesia culturista «In ogni villaggio c’è una face, il maestro, ed uno spegnitoio, il prete»?) ha ridotto nel suo periodo di putrescenza tutte le pretese libertà a semplici puntelli del suo regime di classe.
Cultura, arte, scuola, tutto sussiste solo per questo unico scopo, dimenticate da vecchia data le roventi battaglie illuministe ed anti-clericali che ponevano alla testa della società la Ragione e niente altro.
Il ragionamento è in definitiva uguale a quello sul prepensionamento trattandosi dello stesso problema di mettere a riposo una massa di potenziali lavoratori; i giovani disoccupati sono a posto, devono studiare qualche anno di più. Cosa non si sa bene, si farfuglia «formazione professionale» ma la verità è che dovranno scaldare i banchi in attesa che il periodo critico dell’economia mondiale passi, l’accumulazione del capitale riprenda insieme alla domanda di forza lavoro, tanti manovali, tanti carpentieri, tanti tornitori, tanti elettricisti ecc. ecc. Anche la pretesa autonomia di insegnamento nei corsi professionali sparisce nel nulla in quanto se questi corsi hanno un senso lo hanno solo se si assoggettano alle vicende dell’economia e mai potranno rappresentare un fattore di ripresa ed accelerazione del processo produttivo.
Kautsky nota in «La questione agraria» che: «La società capitalistica, nella misura in cui i suoi più intelligenti e imparziali rappresentanti trionfano sui miopi interessi degli industriali, si accontenta di un compromesso; essa cancella completamente il lavoro produttivo dai piani educativi della gioventù sino ad una certa età (fino al dodicesimo o al quattordicesimo anno), per poi escludere da questa età in poi l’adolescente proletario da ogni istruzione e lasciarlo solamente al lavoro produttivo, il che oggi significa allo sfruttamento capitalistico»: in precedenza Marx nella «critica al programma di Gotha» asseriva che: «Il divieto generale del lavoro dei fanciulli è inconciliabile con l’esistenza della grande industria e perciò un vano, pio desiderio. La sua attuazione – nel caso fosse possibile – sarebbe reazionaria, perché con un regolamento severo del tempo di lavoro secondo le diverse età e con altre misure precauzionali per la protezione dei fanciulli, un legame tempestivo di lavoro produttivo e istruzione è uno dei più potenti mezzi di trasformazione della società odierna».
Il proletariato moderno con il suo lavoro sostiene tutta la società e sarà proprio questo che gli permetterà di ribaltarne le fondamenta e di costruirne un’altra su basi completamente diverse, quella comunista, in cui rotto il ciclo esoso dell’accumulazione di capitale sarà possibile ridare al lavoro produttivo la sua funzione di educazione e trasformazione delle vecchie e nuove generazioni di uomini liberi.
Due società si guardano in cagnesco, quella capitalista presente e quella socialista futura: nella prima pochi Stati ricchi, che vegetano sui frutti del lavoro e del sudore dei proletari e dei contadini poveri di tutto il mondo, pretendono offrire ai figli della piccola borghesia e delle aristocrazie del lavoro il «prolungamento dell’obbligo di studio». Di fronte a questa società di impotenti giovani «studenti» la stessa forza delle cose richiede la società socialista con il suo lapidario «chi non lavora non mangia». Chi mantiene oggi gli studenti a fare gli studenti, chi paga? Sempre il proletario il cui codazzo di parassiti aumenta.
Il PCI su Rinascita del 18-6 stigmatizza la Commissione della CEE che con le sue misure «cercherebbe di ridurre la pressione sul mercato del lavoro invece di predisporne altre per l’allargamento della base produttiva».
È vero, la CEE cerca solamente di ridurre la pressione sul mercato del lavoro e lo fa nell’unico modo possibile aumentando cioè la pressione su chi lavora, ma persistendo gli attuali ordinamenti sociali è l’unica strada reale. L’illuso è il PCI che da un lato richiede investimenti produttivi e dall’altro si immagina che un mondo con borghesi onesti e investitori che si accontentino del giusto profitto, possa dare lavoro e pane a tutti. Il PCI richiede una società borghese perfetta, «efficiente e produttiva», ma questa società ha la strada segnata, si chiama crisi di sovraproduzione, la crisi che viviamo oggi, in cui i prodotti del lavoro umano essendo merci fuggono consumatori senza soldi, ma con le pance vuote, per andare a marcire nei depositi.
Capacità di acquisto e capacità di consumo, due termini che per il capitalismo sono ben distinti e non vale piangerci sopra.
Esiste una misura che racchiude in se tutte le proposte della Commissione Europea ed è la tessera dell’economia di guerra dell’Italia fascista: il proletariato militarizzato e socializzata la miseria.
E con questo il fascismo opponeva alla solidarietà e allo schieramento di classe la solidarietà e il fronte nazionale, la categoria dei disoccupati accanto alle altre categorie, dal prete al bottegaio.
Nel numero 20 del nostro giornale riproponevamo un articolo del Sindacato Rosso, anno 1921, che nella parte finale suonava così: «noi dobbiamo tendere con ogni mezzo a dare una soluzione al problema della disoccupazione; ma questa soluzione non può venire che dalla conquista del potere politico da parte del proletariato. La richiesta di sussidi, di lavori e di altri surrogati per la protezione dei disoccupati non può essere concepita che come un mezzo per mettere in moto le grandi masse e per far convergere i loro sforzi e la loro azione contro tutto l’edificio borghese che presto o tardi dovrà crollare sotto l’impeto irresistibile del proletariato in armi».
Se necessario socializzeremo anche la miseria, ma solo per prender tempo, per serrare le fila e irrobustire il fronte di attacco del proletariato il cui scopo rimane di infrangere gli ordinamenti esistenti e socializzare i mezzi di produzione e di consumo.
L’accordo di maggio si è concluso senza un’ora di sciopero e, vedendo i risultati raggiunti dalla categoria, c’è da prevedere che i dirigenti promuoveranno delle giornate di sciopero solo quando queste faranno comodo al Ministero del Tesoro per risparmiare qualche miliardo. Gli ultimi «miglioramenti» ottenuti dalla categoria si sono conclusi con un guadagno notevole per il Tesoro; per un 6,9% pagato a tutti i pensionati più un 9% pagato ai lavoratori andati in quiescenza prima della concessione dell’assegno perequativo, il Tesoro ha ottenuto per il 1976 il 60% di aumento delle trattenute in conto Tesoro. Vediamo come ciò è avvenuto.
La categoria dei lavoratori della scuola rincorre ormai da tempo i «miglioramenti economici e normativi conquistati dopo lunghe e dure lotte» due, tre e anche più anni prima. Questa tecnica di rimandare rende molto bene al governo e alle organizzazioni sindacali. Il governo promette oggi una miseria e la darà se la darà, fra un paio d’anni, ulteriormente ridotta dalla svalutazione; le organizzazioni sindacali hanno la possibilità di sbandierare due o più volte lo stesso accordo; una prima volta quando ottengono la promessa, una seconda quando riescono a trasformarla in «realtà».
Nel maggio radioso del 1976 i lavoratori della scuola sono riusciti ad ottenere (dopo i noti travagli con la Corte dei Conti) il mantenimento della promessa dell’art. 3 della legge 477 del 1973, che disponeva, a seguito dell’aumentato onere di servizio, il riordinamento dei ruoli e che i conseguenti effetti economici sarebbero stati distribuiti con decorrenza dal 1 luglio 1976 per il 50%; l’altro 50% dal 1 luglio 1977. Ma ormai i dirigenti confederali si sono sostituiti al Ministro per trovare cavilli per non dare in realtà una lira di aumento ai lavoratori (e sono tanti bravi nel far ciò che molto presto verranno sovvenzionati dallo Stato).
Il 50% dei «promessi effetti economici» verrà corrisposto solo agli incaricati a tempo indeterminato e solo per la scuola elementare e media mentre per gli insegnanti di ruolo bisognerà aspettare la ricostruzione della carriera.
Nella provincia di Firenze all’ufficio addetto alla ricostruzione delle carriere c’è un solo impiegato (che il padreterno ce lo conservi), il quale prima di alcuni anni non finirà di certo, intanto campa cavallo…
Questo tranello burocratico mostra solo in parte la degenerazione dei dirigenti sindacali; la loro politica di tradimento viene fuori più chiara nei cosiddetti miglioramenti, che, secondo questi farabutti, la categoria avrebbe ottenuto. Diamo prima qualche cifra.
Un insegnante di scuola media, andato in pensione prima del 1973, che avesse raggiunto il parametro più alto ha fino ad oggi una pensione di L. 194.530. Un insegnante andato in pensione dopo il 1973 e prima del 1 gennaio 1976 sempre con il massimo dello stipendio ha una pensione di L. 271.864.
Va detto prima di tutto che solo pochi riescono a raggiungere il massimo dello stipendio, in quanto la maggior parte degli insegnanti entra in ruolo solo dopo numerosi anni di precariato, che non vengono conteggiati per intero nell’immissione in ruolo. Per i pensionati delle suddette categorie non ci sarà il tanto sbandierato aumento della base pensionabile dall’80% al 90%, che vale solo per coloro che sono andati in pensione dopo il 1 gennaio 1976; in pratica per tutto il ’76 non ci sarà aumento della base pensionabile per nessuno. Per gli anni successivi l’aumento della base pensionabile inciderà in misura sempre minore anche se i pensionati aumentano perché nel frattempo la svalutazione avrà eroso tutto.
Ma il carniere dei dirigenti sindacali è pieno di altri aumenti, questi sono effettivi ma pagati a caro prezzo dalla categoria in servizio. Le pensioni anteriori al 1973 saranno aumentate a partire dal 1 gennaio ’76 del 9% e di un altro 9% dal 1 gennaio ’77. Questo aumento viene dato per compensare la mancanza dell’assegno perequativo.
Poi ci sarà per tutte le pensioni un aumento del 6,9%, che è l’indice di incremento stabilito per il 1976 e che varierà di anno in anno. In cifre: 31.000 lire di aumento per le pensioni anteriori al ’73; 18.750 lire per le pensioni posteriori al ’73 e fino al 31-12-’75.
Da quanto detto appare chiaro il cinismo che dirigenti sindacali e padroni hanno dimostrato; essi hanno dato aumenti maggiori, com’era giusto, a quelli al limite della sopravvivenza, con la speranza però che non ci fossero sopravvissuti, ma se qualcuno di pelle più dura fosse purtuttavia sopravvissuto, hanno introdotto lo scaglionamento, che per i pensionati acquista un vero e proprio sapore di beffa.
Veniamo ora alle concessioni che i dirigenti confederali hanno dovuto fare per ottenere questi «miglioramenti».
I dipendenti dello Stato erano fino ad ora sottoposti ad una ritenuta in conto entrate Tesoro del 6% sull’80% dello stipendio base e dell’assegno perequativo.
Bruciava molto al padrone e ai dirigenti sindacali che l’indennità integrativa, ormai quasi 1/3 del salario, non fosse soggetta a questa ritenuta; inoltre l’indennità integrativa è l’unica voce del salario destinata ad aumentare col costo della vita. Questo «scandalo» non poteva durare: hanno abolito tranquillamente il D.P. del 29-12-’73 e hanno fatto una nuova legge che sopperisce a quella mancanza (viva la democrazia e con essa il popolo che fa le leggi!).
La legge 29 aprile 1976, n. 177 stabilisce dal 1 gennaio 1976 che l’80% delle tre voci dello stipendio: stipendio base, assegno perequativo e indennità integrativa sono soggette ad una ritenuta del 7%.
Siccome ha valore retroattivo, siamo diventati di punto in bianco debitori dello Stato di 35.000 lire in media per lavoratore. Poiché l’aumento promesso nel ’73 per il 1 luglio ’76 non raggiunge questa cifra, hanno pensato bene di far pagare in tre rate questo debito. Così il personale non di ruolo della scuola elementare e media percepirà più o meno lo stesso salario, mentre quelli di ruolo avranno la sorpresa di riscuotere questo mese e quelli successivi un salario inferiore.
Ma gli inghippi di questi degenerati non terminano qui: abbiamo visto come per le pensioni abbiano parlato di percentuali di aumento del 18%, mentre per l’aumento delle trattenute in conto Tesoro parlano di un misero 1%, cioè dal 6% al 7%. In realtà c’è stato un aumento del 60%. Le trattenute in conto Tesoro per un lavoratore al par. 208 erano di 9197 lire, ora sono di 15.575 lire, cioè 6.378 lire in più, il 69% in più.
Ecco come questi traditori della classe operaia insieme col governo studiano in tutti i particolari come fregare la categoria. Da nessuna parte si leverà una voce per denunciare questa truffa mentre in ogni giornale non mancano lettere o articoli che sputano veleno sui lavoratori della scuola per isolarli ancora di più dagli altri lavoratori.
Certo che il malcontento nella categoria dei lavoratori della scuola è molto: di giorno in giorno vedono peggiorare le loro condizioni di vita e di lavoro, vedono che le promesse di aumenti non vengono mai mantenute, sentono che la politica dei dirigenti confederali li ha isolati da un qualsiasi collegamento con gli altri operai, e spesso vengono dipinti come cialtroni vagabondi.
La speranza, per noi, è che anche questa volta non finisca tutto nel mugugno sterile e improduttivo ma che invece ci si organizzi alla base per buttare fuori dai sindacati confederali gli attuali dirigenti e con essi la loro politica di collaborazione affinché possa rinascere la lotta di classe, contro la difesa dell’economia nazionale, per la difesa delle condizioni di vita e di lavoro di tutti i lavoratori.
Il contratto di lavoro dei braccianti recentemente siglato non ha mancato di affascinare coloro che ne seguivano lo svolgersi sulle colonne de l’Unità. Infatti non mancava nessuno degli ingredienti cari agli scrittori di romanzi di appendice: la lotta tra il Bene ed il Male, la Giusta Causa da difendere fino alla morte, le battaglie campali (quasi sempre notturne), ed infine l’arrivo dei Nostri ed il trionfo del Bene. L’unica ombra su tutta la vicenda sta nel fatto che coloro che vengono dichiarati vincitori, i braccianti, sono nella realtà degli sconfitti, mentre il capitalismo agrario esce dalla contesa trionfatore. Questa la verità, e basta leggere con attenzione il testo del contratto, al di là del solito fumo che i sindacati diffondono sempre a piene mani, per rendersene conto.
Ma vediamo punto per punto i termini dell’accordo, come ce li propone una sintesi de l’Unità del 18-8-’76:
– Struttura: si passa da un patto collettivo, che finora aveva una importanza quasi solamente normativa ed un peso relativo, in quanto destinato a venire ampiamente ridefinito in sede provinciale, soprattutto per quanto riguardava il trattamento salariale, ad un contratto nazionale, molto più impegnativo e meno elastico. In linea di principio è un passo avanti in quanto parifica, e quindi unifica, gli interessi di tutti i lavoratori della terra; ma in questo caso la manovra dimostra il machiavellismo antioperaio dei bonzi i quali, sapendo che il contratto sarebbe stato un passo indietro, lo preferiscono impegnativo e scarsamente modificabile, così che le conquiste, quelle padronali, siano più difficilmente attaccabili dalle contrattazioni locali; nella stipulazione dei patti provinciali i bonzi avranno buon gioco nel dimostrare che il contratto nazionale è bene che rimanga il più possibile uguale per tutti, per l’unità, la solidarietà, ecc.;
– Investimenti: la solita solfa degli «incontri» fra sindacati ed imprenditori per «esaminare» programmi di investimenti ed utilizzazione del denaro dei finanziamenti: «Tale esame dovrà verificare la rispondenza dei piani aziendali ai principi di sviluppo produttivo e al potenziamento dei livelli d’occupazione». Sembra molto bello e costruttivo, ma pensiamoci: sviluppo produttivo significa produrre di più e, se si vuole vendere la merce, con costi minori; ora, da che mondo è mondo, i capitalisti hanno sempre abbassato i costi aumentando lo sfruttamento degli operai: se non si può aumentare la giornata lavorativa (il che rimane possibile con lo straordinario) si aumentano i ritmi e l’intensità del lavoro. Altre vie realistiche non ve ne sono. Così i nostri poveri bonzi, se un giorno dovranno sedersi con i padroni a decidere, dovranno scegliere fra sviluppo produttivo e difesa dell’occupazione e delle condizioni della classe operaia, perché le due cose insieme sono impossibili nel sistema capitalistico. Data la loro posizione responsabile e corporativa non v’è dubbio che sceglierebbero la prima soluzione. Se quindi si trovassero in tale situazione la loro funzione sarebbe soprattutto quella di denunciare quei rappresentanti della borghesia agraria che non utilizzano i fondi pubblici per il non abbastanza osannato profitto, ma che invece li indirizzano direttamente nelle loro tasche. Un controllo moralizzatore della stessa borghesia quindi, degno delle più pure tradizioni mussoliniane, secondo le quali gli operai vanno sfruttati, certo, ma anche nel supremo interesse della Patria.
Abbiamo messo tutto ciò al condizionale, perché siamo certi che questa clausola, sbandierata come la vittoria più «qualificante» e non solo in questo contratto, resterà quello che è, e cioè fumo negli occhi, e se avrà un senso lo avrà solo se e quando un nuovo fascismo, magari col fazzoletto rosso al collo, si imporrà alla classe operaia.
È significativo il fatto che questo punto è stato propagandato come il più controverso e combattuto, superato solo grazie all’intervento dell’«imparziale» ministro del lavoro, che è riuscito a piegare la tenace resistenza della parte più retriva degli agrari (il Male).
– Definizione operai: altra «vittoria» è il fatto che gli operai a tempo determinato, o braccianti avventizi, se effettuano in un anno 180 giornate lavorative, passano fissi. Ora, in agricoltura, uno dei grandi problemi dei padroni è quello di mantenere occupati continuamente gli operai per tutto l’anno, e ricorrere ad un minimo di avventizi, più costosi per l’unità di produzione; in questo senso, se un operaio può esser fatto lavorare per più di 180 giorni, conviene senz’altro assumerlo fisso; d’altra parte si ha così una persona in più per i periodi di intenso lavoro, nei quali trovare un numero sufficiente di avventizi può essere un problema. A dimostrazione che anche in questo caso si tratta di pura demagogia è il fatto che in molti contratti provinciali questa clausola è di gran lunga superata: per esempio nella provincia di Firenze il contratto del 1971 limitava a 150 le giornate lavorative in un anno per poter essere assunti fissi di diritto (a maggior disonore dei sindacati va detto che nel contratto provinciale del passato gennaio questo limite era passato a 156 giornate).
– Trattamento economico: qui si spiega la ragione di tante chiacchiere e di tanto fumo: la richiesta di partenza era di 23.000 lire (una miseria e comunque meno di quanto tutte le altre categorie abbiano ottenuto) e se ne ottengono, dopo lunghe notti insonni di trattative, 15.000. È per questo che si sono fatti lottare i braccianti? Certo è che le lotte, poche ma soprattutto mal dirette, non erano tali da impensierire i padroni: infatti, oltre ad essere superarticolate nella maggior parte dei casi, esse si sono svolte all’insegna di quello che i sindacati chiamano «senso di responsabilità», e cioè nel rispetto della Santa Produzione. In agricoltura questo giochetto è molto più facile per i bonzi; infatti qualche ora di sciopero non significa necessariamente una diminuzione di produzione in eguale misura ma quasi sempre un lavoro frenetico dopo la fine dello sciopero. È per questo che nelle campagne gli scioperi improvvisi ed a oltranza sarebbero molto più importanti che nell’industria, forse gli unici efficaci. Un esempio: viene sbandierato il fatto che nella Valle Padana si è saltata una mungitura delle bovine; ora, se come di solito le mungiture sono tre, nelle restanti due la produzione di latte non sarà 2/3 del totale giornaliero, ma perlomeno 4/5, se non di più. Una cosa è certa in questi casi, e cioè che all’operaio le ore non lavorate non saranno pagate; così, in nome della salvaguardia della produzione e del «senso di responsabilità», si toglie qualsiasi efficacia alle lotte che pure costano sacrifici ai lavoratori.
Ma i boia sindacali hanno un’altra freccia al loro arco: la paga non basta? Lavorate sodo e vedrete che se l’azienda fa buoni profitti anche voi vedrete qualche briciola; infatti l’incentivo di produttività, passato negli ultimi anni dal 2 per cento al 3 per cento, viene portato ora al 4 per cento.
Per il resto non vi sono innovazioni tali da costituire miglioramenti reali rispetto ai precedenti contratti provinciali; due parole per la cassa integrazione che passa dal 70% all’80 per cento: d’ora in poi gli operai in cassa integrazione potranno mangiare 8 giorni su 10 al posto di 7 su 10.
Ma l’aspetto peggiore del contratto sta nella mancanza di qualsiasi tentativo di tutelare la manodopera avventizia, esposta da sempre alle vicissitudini dell’economia ed alle angherie dei padroni. Ma sono queste le forze più vive del glorioso proletariato agricolo, e saranno le prime nelle campagne a scagliarsi contro il padronato ed i suoi servi quando sarà l’ora della rivoluzione sociale. Per ora la loro unica difesa sta nel rifiutare con decisione il contratto, che sta ai loro interessi come la corda all’impiccato, e nell’organizzarsi in questo rifiuto contro i padroni e contro i suoi servi, i bonzi sindacali e politici.
I sindacati hanno giocato la carta del contratto nazionale per riuscire a inchiodare gli operai agricoli alle loro tremende condizioni di vita e di lavoro, sempre più pesanti e pericolose; ma questo passo potrebbe domani contribuire a coagulare le forze di questa categoria oltremodo sparpagliata e farne una massa inarrestabile lanciata contro le fondamenta stesse della società capitalistica.
Ribaditi i cardini fondamentali della nostra prospettiva e dell’atteggiamento del partito nei confronti del movimento della classe operaia sul terreno economico, possiamo addentrarci nell’esame della situazione del secondo dopoguerra ed attuale per delinearvi le linee fondamentali dell’azione del pur piccolo partito comunista di oggi.
La limitatissima estensione delle forze organizzate del partito, l’assenza quasi assoluta di legami fra esso e la classe operaia non ci spinge infatti a dichiarare modificati i termini in cui si svolgerà la lotta di classe e la sua ripresa rispetto alle fasi storiche trascorse sulla cui esperienza si è costruita la visione marxista del processo rivoluzionario, caratteristica ed originale. Da una parte, e per sempre, questo restringimento quantitativo anche massimo delle sue forze non spinge il partito a rinunziare all’insieme dei suoi compiti pratici ed a relegarsi nella disfattista visione di se stesso come una conventicola intellettuale dedita alla manutenzione «filosofica» di una teoria, fosse pure essa la teoria di Marx e di Engels.
È dalle nostre tesi caratteristiche del 1952 che andiamo ribadendo questo aspetto: «Oggi, nel pieno della depressione, pur restringendosi di molto le possibilità d’azione, tuttavia il partito, seguendo la tradizione rivoluzionaria, non intende rompere la linea storica della preparazione di una futura ripresa in grande del moto di classe, che faccia propri tutti i risultati delle esperienze passate. Alla restrizione dell’attività pratica non segue la rinuncia dei presupposti rivoluzionari. Il partito riconosce che la restrizione di certi settori è quantitativamente accentuata ma non per questo viene mutato il complesso degli aspetti della sua attività, né vi rinuncia espressamente… Con questa giusta valutazione rivoluzionaria dei compiti odierni, il partito, sebbene poco numeroso e poco collegato alla massa del proletariato e sebbene sempre geloso del compito teorico come compito di primo piano, rifiuta assolutamente di essere considerato un’accolta di pensatori o di semplici studiosi alla ricerca di nuovi veri o che abbiano smarrito il vero di ieri considerandolo insufficiente… Gli eventi, non la volontà o la decisione degli uomini, determinano così anche il settore di penetrazione delle grandi masse, limitandolo ad un piccolo angolo dell’attività complessiva. Tuttavia il partito non perde occasione per entrare in ogni frattura, in ogni spiraglio, sapendo bene che non si avrà la ripresa se non dopo che questo settore si sarà grandemente ampliato e divenuto dominante…». Il partito può essere ad effettivi ristretti quanto si vuole, può anche essere ridotto alle dimensioni di un piccolo gruppo di individui; non per questo cessa di essere il partito il quale tende con tutte le sue forze allo svolgimento di tutti i suoi compiti rivoluzionari e trova un limite alla sua azione in tutti i campi, non in se stesso, nella sua volontà, ma nei rapporti di forza alla scala sociale, contro i quali la sua volontà deve però urtare con tutte le sue forze nel tentativo di «entrare in ogni frattura, in ogni spiraglio, sapendo bene che non si avrà la ripresa se non dopo che questo settore si sarà grandemente ampliato e divenuto dominante». Traduciamo in altre parole il contenuto di questa tesi che costituisce definitivo cardine e sbarramento a tutti coloro che, pur riferendosi alla nostra stessa tradizione, la deformano e la tradiscono in tutta la loro azione. Si è fuori dalla nostra tradizione e dal marxismo rivoluzionario ogni volta che si teorizza la situazione di estrema debolezza del partito per farne un pretesto per il restringimento volontario della sua azione nella classe; ogni volta che il compito essenziale della difesa e della restaurazione della nostra teoria viene contrapposto come altra cosa, o cosa più importante, all’azione esterna del partito; ogni volta cioè, che di quello che è il risultato di un ciclo sfavorevole della lotta di classe e l’espressione più evidente del predominio totalitario del nemico di classe, il fatto che il partito sia stato storicamente falciato e ridotto di numero, il fatto che siano stati recisi i suoi mille legami con le masse degli operai, se ne fa un pretesto non per approfittare di ogni spiraglio e di ogni frattura allo scopo di far uscire il partito dal ghetto in cui la storia lo ha relegato. Si teorizza questo isolamento e questa impotenza pratica dicendo: «lasciamo perdere l’attività pratica, lasciamo perdere le poche, limitate ed insoddisfacenti lotte operaie, lasciamo perdere il lavoro sindacale, i sindacati odierni sono troppo schifosi perché ci si debba degnare di combattervi, gli operai odierni sono troppo pavidi perché le loro lotte meritino la nostra attenzione; siamo nella fase dello studio teorico e della restaurazione dei principi dottrinali, il nostro posto naturale è il tavolino dove si studia, un altro giorno scenderemo anche noi nella strada e nella piazza, non oggi, non qui».
È per questo che abbiamo svolto, non solo nel corso di questo lavoro, ma in quello di tutto il lavoro del partito, la tesi che il partito è l’organo di battaglia politica della classe il quale si serve della teoria come di una formidabile ed insostituibile arma il cui possesso ed il cui apprendimento è fatto di una collettività, appunto l’organizzazione militante ed agente del partito, e non fatto individuale ed intellettuale. Vogliamo ribadire in forma netta e definitiva questa affermazione che è contenuta in tutte le nostre tesi: l’organo della direzione politica e rivoluzionaria di classe, il partito, organismo del futuro assalto armato al potere internazionale borghese, soggetto (per fare un po’ di analisi logica, ma ce n’è bisogno), è stato ridotto dalla violenza della controrivoluzione padrona del campo da 50 anni ad un piccolo raggruppamento costretto a limitare la sua attività allo studio teorico, alla registrazione ed alla interpretazione dei fatti sociali contemporanei. È una vittoria dell’avversario di classe, è un «purtroppo» contro il quale l’organo partito reagisce con tutti i mezzi a sua disposizione per spezzare i limiti, il cerchio in cui è stato confinato.
Non solo ma, se il marxismo non rimane per noi assolutamente sconosciuto, è anche la situazione più sfavorevole alla stessa acquisizione della teoria. Il partito, che è per sua natura un organo di battaglia, non solo viene costretto dal nemico di classe ad esplicare al minimo la sua azione naturale di direzione delle lotte proletarie, ma proprio per questo è anche messo nella situazione più innaturale, più sfavorevole per capire la stessa dottrina di classe, per farla propria. Perché questa acquisizione della dottrina non è un fatto intellettuale e individuale, ma per i militanti si svolge di pari passo con l’azione complessa del partito, anzi nell’azione del partito e consiste non nell’individuale imparare a memoria testi e tesi, ma nell’abitudine dell’organo collettivo a muoversi, cioè ad impostare tutta la sua azione molteplice, sulla base di essi. Il terreno di questa collettiva abitudine, di questo allenamento dell’organo partito ad agire secondo le sue posizioni teoriche e di principio, cioè a tradurre in azione presente e in piano di azione futura, quelle che altro non sono che le esperienze della storia passata del movimento rivoluzionario del proletariato, è stato demolito dall’avversario di classe il quale togliendoci di sotto i piedi il terreno dell’azione ci ha strappato contemporaneamente anche il terreno più favorevole e più naturale della acquisizione teorica, dell’apprendimento. Ci mancherebbe altro che il partito, invece di cozzare con tutte le sue forze contro questa cappa di piombo e di tendere a demolirla dovunque si presenti una frattura od uno spiraglio, cominciasse ad idealizzare il suo stesso schiacciamento ed a sostenere che anzi esso può essere un terreno favorevole a restaurare e difendere la teoria.
Cento volte abbiamo innalzato barriere contro questo pericolo, che equivale a distruzione del partito, eppure, a riprova di quanto abbiamo detto più sopra, ogni goccia di acqua ci bagna e la possibilità collettiva dell’organo partito è così limitata e superficiale che periodicamente non riesce a sottrarsi alla malattia più lieve e ritorna fuori, con maggiore o minore virulenza, il falso problema: “Partito storico o partito formale?” “Fase della dottrina o fase dell’azione pratica?” “Esiste o non esiste il partito?”.
Citiamo dai nostri testi la soluzione definitiva di questi falsi problemi. Tesi del 1952, punto 5: «Il partito non solo non comprende nelle sue file tutti gli individui che compongono la classe proletaria, ma nemmeno la maggioranza, bensì quella minoranza che acquista la preparazione (attenzione agli attributi; ancora analisi logica di classe) e maturità collettiva, teorica e di azione (teorica e di azione!) corrispondente alla visione generale e finale del movimento storico, in tutto il mondo e in tutto il corso che va dal formarsi del proletariato alla sua vittoria rivoluzionaria. La questione della coscienza individuale non è la base della formazione del partito (commento legittimo: il partito non è l’associazione di coloro che hanno imparato a memoria e conoscono bene la dottrina di classe, dei perfetti marxisti. Bestemmia enorme per migliaia di falsi rivoluzionari più o meno “sinistri”: si può militare nel partito senza conoscere neanche il nome di Carlo Marx e ancora meno il “contributo teorico della Sinistra”! ritorneremo su questo) non solo ciascun proletario non può essere cosciente e tanto meno culturalmente padrone della dottrina di classe, ma nemmeno ciascun militante preso a sé, e tale garanzia non è data nemmeno dai capi. Essa consiste solo nella organica unità del partito. Come quindi è respinta ogni concezione di azione individuale o di azione di una massa non legata da preciso tessuto organizzativo (prima faccia della medaglia antianarchica ed antispontaneista per tutti i secoli avvenire!) così lo è quella del partito come raggruppamento di sapienti, di illuminati o di coscienti (altra faccia della stessa medaglia per ora e per sempre!) per essere sostituita (concezione marxista del partito dal Manifesto dei Comunisti in poi, come abbiamo dimostrato nei precedenti articoli) da quella di un tessuto e di un sistema che nel seno della classe proletaria ha organicamente la funzione di esplicarne il compito rivoluzionario in tutti i suoi aspetti e in tutte le complesse fasi». La classe ha bisogno di un sistema e di un tessuto, cioè di un organo che, nel suo seno, cioè nelle sue lotte, nelle sue manifestazioni anche minime ha organicamente il compito non di insegnare ai proletari il marxismo, come se presupponesse che più essi lo imparano meno vi sarebbe bisogno dell’organo speciale (è tesi di nostri pretesi affini, i più affini di tutti!), ma di esplicare il compito rivoluzionario della classe in tutti i suoi aspetti e in tutte le complesse fasi.
Questo organo impugna teoria ed organizzazione collettivamente e come collettività operante le possiede. In quanto esplica collettivamente il compito rivoluzionario, cioè in quanto agisce come organo rivoluzionario della classe, la collettività partito possiede e conosce, impara ed apprende il suo stesso patrimonio dottrinale e teorico come enuclея dal suo seno, in quanto esplica collettivamente la funzione rivoluzionaria, i suoi organi di azione adatti alle varie funzioni: sia il potenziamento della prima arma (la coscienza teorica) sia il potenziamento della seconda (l’organizzazione di ferro) hanno la loro base naturale, il loro ossigeno, la loro linfa vitale nell’azione collettiva del partito, nella collettività militante in seno alla classe operaia. Scrivemmo sempre: «Il ciclo delle lotte fortunate e delle sconfitte anche più disastrose e delle onde opportuniste in cui il movimento rivoluzionario soggiace all’influenza della classe nemica, rappresentano un campo vasto di esperienze positive, attraverso cui si sviluppa la maturità della rivoluzione. Le riprese dopo le sconfitte sono lunghe e difficili; in esse il movimento, malgrado non appaia alla superficie degli eventi politici, non spezza il suo filo, ma continua, cristallizzato in una avanguardia ristretta, l’esigenza rivoluzionaria di classe». (Tesi del 1952). Scrivemmo sempre: «Dato che il carattere di degenerazione del complesso sociale si concentra nella falsificazione e nella distruzione della teoria e della sana dottrina, è chiaro che il piccolo partito di oggi ha un carattere preminente di restaurazione dei principi di valore dottrinale, e purtroppo manca dello sfondo favorevole in cui Lenin la compì dopo il disastro della prima guerra. Tuttavia, non per questo possiamo calare una barriera fra teoria ed azione pratica; poiché oltre un certo limite distruggeremo noi stessi e tutte le nostre basi di principio. Rivendichiamo dunque tutte le forme di attività proprie dei momenti favorevoli nella misura in cui i rapporti reali di forze lo consentono». Tutto ciò andrebbe svolto molto più lungamente, ma si può pervenire ad una conclusione circa la struttura organizzativa del partito in un trapasso tanto difficile. Sarebbe errore fatale riguardarlo come divisibile in due gruppi: uno dedito allo studio e l’altro all’azione perché questa distinzione è mortale non solo per il corpo del partito, ma anche in riguardo ad un singolo militante. Il senso dell’unitarismo e del centralismo organico è che il partito sviluppa in sé gli organi atti a varie funzioni, che noi chiamiamo propaganda, proselitismo, organizzazione proletaria, lavoro sindacale ecc. fino, domani, all’organizzazione armata, ma che nulla si deve concludere dal numero dei compagni che si pensa addetti a tali funzioni, perché in principio nessun compagno deve essere estraneo a nessuna di esse. È un incidente storico che in questa fase possano sembrare troppi i compagni dediti alla teoria e alla storia del movimento, e pochi quelli già pronti all’azione. Soprattutto insensata sarebbe la ricerca del numero dei dediti all’una e all’altra manifestazione di energia. Tutti sappiamo che, quando la situazione si radicalizzerà, elementi innumeri si schiereranno con noi, in una via immediata, istintiva e senza il menomo corso di studio che possa scimmiottare qualificazioni scolastiche».
Soggetto: il partito, cioè l’organo rivoluzionario di classe. Ma dove avete mai letto, dai tempi di Carlo Marx in poi, che un determinato giorno un pugno di uomini ha dichiarato terminato per una fase il partito “formale” e, chiusosi in casa ha proclamato l’avvento della fase della “restaurazione teorica” del cosiddetto “partito storico”. Per i prossimi 10 anni “abbiamo da procedere al restauro teorico”, terminato, o portato a buon punto questo lavoro, scenderemo in piazza di nuovo, dichiareremo aperta “l’era del partito formale” e ci daremo ad affrontare, avendo ormai ben saldi nella nostra mente tutti i “sacri principi”, i “problemi pratici”, i problemi “organizzativi”, “sindacali” ecc. Nella fase “storica” possiamo fregarcene di tattica organizzazione, sindacato ecc. Nella fase “formale”, al contrario, è bandito ogni riferimento ai “sacri principi” giudicati “astratti”, per passare alla “costruzione del partito”.
Nella storia del partito proletario e marxista non esiste traccia di simili aberrazioni da intellettuali piccolo borghesi. Nella realtà il soggetto dell’azione è sempre il partito, cioè l’organo di classe, anche quando è ridotto “a me, te e pochi altri” (Marx ad Engels), ed esso tende a svolgere sempre tutte le sue funzioni di organo della rivoluzione proletaria, in termini ed in proporzioni che non sono scelte da questo, ma da “reali rapporti di forza” i quali determinano il perimetro organizzativo del partito, la ampiezza dell’arco di contatto con le grandi masse, la prevalenza perciò dell’aspetto teorico, pratico, organizzativo, militare dell’azione senza che per questo nessuno dei compiti e degli aspetti di essa venga meno.
Il partito è “storico” nella accezione di Marx e di Engels, in quanto l’organizzazione combattente, limitata od estesa che sia, deve poggiare la sua azione in tutti i campi sulla “storia”, cioè sull’esperienza mondiale del proletariato rivoluzionario da un secolo ad oggi: le generazioni dei militanti rivoluzionari si succedono, ma esse devono, mentre conducono la battaglia di classe, con i mezzi stabiliti non da loro ma dai rapporti di forza, poggiare la loro azione organizzata sulla base dell’esperienza delle generazioni passate e trasmettere questa esperienza alle generazioni future che verranno a schierarsi sulla trincea della rivoluzione. Di conseguenza è sempre necessaria l’azione di difesa e di restaurazione della teoria contro ogni deformazione, perché si tratta non di imparare un’idea, ma di mantenere intatta un’arma essenziale del combattimento e di servirsene costantemente per il combattimento trasmettendola integra alle future generazioni proletarie, come è sempre necessaria l’azione sindacale, l’azione di formazione dell’organizzazione ecc. La proporzione reciproca fra questi compiti ugualmente e sempre necessari non la stabilisce il partito, ma la realtà, il terreno reale della lotta.
E, se il partito non diventa mai, nemmeno nei momenti più sfavorevoli, una accolta di studiosi, di illuminati, di coscienti, di apostoli o di eroi, esso non diventa mai, nemmeno nei momenti della suprema battaglia finale quando tutto si gioca nelle strade e nelle armi, un esercito. La soluzione del quesito è semplice: perché rimane, sia in un periodo che nell’altro, il partito.
Ci piace ribadire qui, come formulazioni tipiche del partito marxista, due collimanti definizioni sulla base della centralizzazione assolutamente monolitica e ferrea del partito di classe. Alla domanda: chi detiene nell’organizzazione il potere di comando, agli ordini di chi si deve obbedire come un sol uomo da parte di tutti i militanti comunisti? Lenin rispose: «La massima autorità del partito sarà sempre costituita dai militanti rivoluzionari del mondo intero» (Lettera agli operai americani); e la nostra corrente: «le generazioni dei morti, dei viventi e dei nascituri» (Dialogato con i morti), dai quali i primi e gli ultimi è materialmente impossibile richiedere di opinione e chiamar a votare in qualsiasi congresso, mentre i viventi possono anche farlo dando così proprio il più allarmante segnale di deviazione del partito “formale” (i viventi) da quello “storico” (i morti e i nascituri). Dicemmo anche sempre che nel partito la dittatura appartiene ai principi e che ad essa le basi ed i vertici devono sottostare derivando solo da questa la loro autorità contingente di emanare ordini e di ottenere obbedienza senza discussioni.
Non sembri oziosa questa insistenza sulle caratteristiche che distinguono il partito di classe, né estranea alla questione dell’azione pratica che ci occupa in questa serie di articoli. La realtà infatti dimostra che se si perde la bussola e si fa tanto di mollare il concetto che il partito come organo combattente è sempre il soggetto, soggetto anche dell’azione teorica, si va alla deriva privi di qualsiasi ancoraggio verso sponde apparentemente opposte, ma in realtà convergenti nella negazione della visione marxista.
La prima deviazione, che chiameremo “da partito storico” secondo cui acquisizione della teoria significa riempire il proprio cervello individuale di una serie di nozioni che poi si danno per sapute da ciascuno, genera inevitabilmente la seconda che chiameremo “da partito formale”, secondo la quale il partito, mentre esiste compiuto quanto a sistemazione dottrinale e programmatica, in una data fase, deve essere costruito in un’altra quanto ad “organizzazione ed azione pratica”. Queste due collimanti bestemmie ne generano inevitabilmente un’altra: che il campo naturale della acquisizione teorica sia la scuola “di marxismo” con alla cattedra forti intellettuali che sanno a menadito la “dottrina di classe” e che, viceversa, il campo dell’azione pratica e della costruzione organizzativa sia dominio della “politique d’abord”, dei pratici, degli strateghi, dell’espedientismo tecnico. Passato il biennio di teoria i non bocciati in marxismo dovrebbero frequentare un triennio di “pratica” e solo alla fine di esso si avrebbe la laurea in “partito rivoluzionario”. Questa volgarità, indegna perfino delle scuole borghesi, vegeta tranquillamente oggi in ambienti sedicenti “rivoluzionari”.
«Abbiamo un patrimonio teorico formidabile, nessuno ci batte sul terreno della teoria, ma rischiamo di perdere l’autobus della “costruzione organizzativa”, dell’incidenza “sulla realtà”. Altri, meno di noi dotati, ma più intraprendenti ci batteranno forse sul tempo!». Non è tesi che si sente con frequenza ripetere anche in colonie di individui che sostengono che la loro lingua deriva dal ceppo marxista comune? Risponderemo con una affermazione che ci sembra definitiva: solo l’organismo collettivo che ha saputo poggiare tutta la sua azione sulla esperienza proletaria mondiale di un secolo, è predisposto a divenire il potente e formale organismo di combattimento di domani, proprio perché la base e l’essenza stessa della dottrina marxista è la soluzione della apparente contraddizione fra conoscenza teorica ed azione pratica, contraddizione che si risolve non con la volontà, ma nelle reali vicende della lotta di classe le quali sanciscono con lezioni sanguinose la idoneità a dirigere il proletariato soltanto per quell’organo che avrà saputo organicamente, in ciascun momento della sua esistenza, combinare in sé e contenere le funzioni vitali di teoria, tattica, organizzazione, indirizzo politico, armamento pratico ed avrà saputo dimostrare che esse costituiscono fra di loro un nesso inscindibile, un blocco unico le cui componenti si influenzano a vicenda in modo dialettico ed inestricabile la cui somma è appunto un organismo vivente ed operante: l’organismo partito.
Ritorniamo ab ovo, ad alcune nostre elementari nozioni. Donde il rafforzamento ed il ritorno alla ribalta storica della potente organizzazione di combattimento, del partito “formale”? La nostra risposta è sempre stata chiara: dal ripresentarsi di un ciclo di acutizzazione della lotta proletaria di classe, generato dalle contraddizioni materiali del modo di produzione capitalistico, la cui espressione formidabile sarà il necessario ricostituirsi della rete degli organismi economici di classe adatti alla difesa del pane quotidiano e alimento di forze vive, di energia, di braccia, di cuori che questa lotta dei milioni di proletari sarà capace di apportare a quell’unico organo che avrà saputo mantenere il suo inflessibile indirizzo politico. Abbiamo scritto a chiare lettere sempre: «Il partito non si rafforzerà in modo autonomo se non risorge la rete economico associativa del proletariato». Non si rafforzerà in modo autonomo è affermazione drastica e definitiva che dovrebbe togliere per sempre la voglia a chiunque di andare a cercare la garanzia del rafforzamento del partito su altri lidi e con altri espedienti. I termini della ripresa di classe sono due ed inscindibili: un partito che abbia saputo mantenere inflessibile il suo indirizzo politico in tutti i campi della sua azione per quanto limitata essa possa essere, un proletariato ritornato alla lotta per il pane e per la sopravvivenza fisica ed esprimente di nuovo dal suo seno le sue proprie organizzazioni per la lotta immediata, i suoi propri organismi sindacali di classe. Se il secondo termine dovesse mancare, non mancherà, è inutile cercare espedienti: non si avrà il rafforzamento del primo.
Presentando ai proletari le gesta del partito opportunista quando, in altra situazione critica della classe capitalistica, fu chiamato a condividere il governo dello Stato, intendiamo mettere in guardia i lavoratori dalla terribile illusione che una nuova ascesa dei falsi partiti operai al governo possa portare qualche sollievo alle loro condizioni di vita e di lavoro, quotidianamente compresse dall’offensiva capitalista. Nell’anno di grazia 1976 la chiamata, svolta magari attraverso la carnevalata elettorale, del PCI al governo non potrà avere significato diverso da quello che ebbe allora.
La borghesia ha bisogno, per far passare le sue imposizioni fra i lavoratori in un’epoca in cui la crisi non le permette altra manovra, di una cinghia di trasmissione, cioè della adesione ai suoi piani di un partito che goda la fiducia delle masse proletarie. Non c’è altro modo per la borghesia per impedire che la necessaria compressione del tenore di vita e delle condizioni operaie si svolga senza provocare esplosioni di rivolta sociale che, a lungo andare, diventerebbero pericolose per la sopravvivenza stessa del regime capitalistico di produzione. Questo è l’unico significato reale che può avere il «governo di sinistra» nell’epoca imperialistica. Il partito è il solo che può dimostrare questa realtà alla luce dell’esperienza storica della classe operaia stessa. È in questo senso che mettiamo davanti agli occhi degli operai l’esperienza che essi hanno vissuto trenta anni fa e che potrebbe essere integrata dalla descrizione dell’opera similare svolta da altrettanti «governi operai», sia in Germania nell’interguerra, sia in Francia all’epoca dei famosi fronti popolari, sia in Inghilterra dove classicamente il partito cosiddetto laburista è stato al governo solo ed in quanto urgevano dei «sacrifici» da fare ingoiare alla classe operaia. La condotta del PCI e dei capi sindacali emananti dal partitaccio traditore nel 1945-48 fu esemplare, essa si intonò su questa direttiva: far sopportare alle masse operaie i sacrifici necessari alla ricostruzione nazionale impedendo che questi sacrifici spingessero le masse alla ribellione. Lo stesso compito il PCI ed i burocrati sindacali svolgono oggi, lo stesso svolgeranno domani. È la loro natura, non possono fare altro.
Dopo aver documentata l’adesione della CGIL allo sblocco dei licenziamenti nei primi mesi del 1946 esaminiamo in che modo la classe operaia italiana fu spinta a dare il massimo sforzo per il potenziamento della produzione e a sopportare terribili sacrifici senza nessuna possibilità di reagire. Non riesumiamo solo fatti del passato, perché tutte le favole di allora, con le quali fu fatto scomparire alla vista degli operai il nemico da colpire avvolgendolo dietro lo schermo fumogeno della Patria, Nazione, economia da salvare, ecc., ritornano anche oggi sulle bocche dei pretesi dirigenti sindacali e politici della classe operaia e diventeranno esecutive domani se la macchina statale tornasse a servirsi del falso partito operaio.
Ministro di Grazia e Giustizia il superopportunista Togliatti la macchina della giustizia borghese colpiva gli operai ribelli con decine di anni di galera, l’esercito interveniva contro le agitazioni dei braccianti, come ad Andria nelle Puglie, sapendo bene impiegare contro i lavoratori inermi quei fucili e quei carri armati che era stato impotente a impiegare nella guerra esterna. Le carceri della «Repubblica uscita dalla Resistenza» si riempivano, come i vecchi operai ricordano, di braccianti, di disoccupati, di disperati ridotti alla fame, e dove, almeno per istinto, si cercava di reagire il bracciante, il disoccupato diventavano automaticamente dei provocatori, agenti del fascismo, monarchici, qualunquisti. Scrivemmo a quei tempi con il disprezzo che caratterizza il proletario nei confronti del traditore e del venduto al nemico: «Di Vittorio il pacificatore», ed infatti mentre da una parte stava l’aggressione delle forze di polizia e dell’esercito, dall’altra stava l’opera vile di disarmo e di mistificazione di questi ras della collaborazione, o meglio della genuflessione di classe.
Alcune brevi citazioni indicano quali fossero le effettive condizioni sia economiche che politiche della classe operaia in quei tempi.
Da Il Lavoro del 17-2-1946 «Mezzadria e contributi unificati»: «… Il problema che ci preoccupa è il seguente: in numerose province specialmente in Toscana, nelle Marche e nell’Umbria dei magistrati emettono dei mandati di cattura e procedono all’arresto di onesti lavoratori mezzadri, per il fatto che questi hanno trattenuto una parte maggiore del prodotto di quella fissata nel contratto, in attesa che fosse risolta la vertenza in corso fra Federterra e la Confida. Questi arresti di lavoratori onesti e stimati dalla popolazione, in gran parte padri di famiglia – il cui numero minaccia di elevarsi a parecchie centinaia se non a migliaia – per fatti relativi ad una vertenza sindacale indignano a giusto titolo la popolazione lavoratrice delle province interessate. Contrariamente alla tradizione l’organizzazione sindacale dei lavoratori si è impegnata con tutta la sua autorità morale ad evitare che si ricorresse al metodo consueto dello sciopero perché non fosse compromessa o minacciata nessuna parte, anche minima, dei raccolti agricoli o del bestiame, tenendo conto dei supremi interessi generali del Paese … Questa segreteria confederale desidera di conferire col governo per esaminare la possibilità di evitare una agitazione di carattere politico che potrebbe aggravare maggiormente la difficile situazione del paese».
La situazione economica degli operai italiani è ben descritta nell’articolo «La CGIL in difesa del pane per i lavoratori» del 18 aprile: «… Il maggior difetto (del meccanismo della scala mobile) sta nel fatto che il “pacchetto viveri” convenzionalmente stabilito come corrispondente ai bisogni minimi delle famiglie operaie, pone sullo stesso piano la parte che si riferisce all’acquisto di generi alimentari e quella che si riferisce ai generi di abbigliamento. E poiché i generi alimentari aumentano di prezzo mentre quelli di abbigliamento hanno subito un certo ribasso ne consegue che l’aumento dei primi viene neutralizzato dalla riduzione dei secondi. Ma essendo i salari così bassi da non consentire ai lavoratori di destinarne una parte all’acquisto di generi di abbigliamento, ne consegue che i lavoratori stessi subiscono l’aumento dei prezzi dei generi alimentari ma non fruiscono delle riduzioni degli altri prezzi non avendo essi la possibilità di acquistare generi di abbigliamento».
Anche allora la politica dei capoccia sindacali era una politica perequativa alla rovescia. Dallo stesso articolo traiamo la seguente citazione caratteristica: «Circa la situazione salariale, la segreteria della CGIL ha rilevato che, mentre il costo della vita si è andato eguagliando ad un livello superiore in tutto il territorio nazionale, i salari e gli stipendi dei lavoratori presentano ancora delle forti quanto assurde sperequazioni…».
Sperequazioni «assurde» fra lavoratori i quali nella loro generalità non hanno la possibilità di acquistare generi di abbigliamento! Ma la cosa che preoccupa la CGIL è un’altra: «Per esempio per le stesse industrie i salari sono più alti nel centro e nel sud Italia nei confronti di quelli in vigore nel nord, mentre il costo della vita è pressoché uguale. È fra l’altro evidente che le industrie del Mezzogiorno le quali lavorano in condizioni più difficili e hanno subito gravissime distruzioni a causa della guerra, non potrebbero sopravvivere lungamente sopportando un carico salariale superiore a quello delle industrie similari ben più attrezzate dell’industria del nord…».
Anche quando la politica dei burocrati sindacali si presenta, a volte, come difensiva delle minime condizioni di sopravvivenza operaia il suo compito, lo abbiamo già detto, è solo quello di riuscire a graduare la pressione borghese sulle condizioni operaie in maniera tale che non provochi la rottura della pace sociale. Compito essenziale degli «agenti della borghesia nel campo operaio» è proprio quello di indicare alla borghesia stessa quali sono i punti di maggiore frizione, i momenti in cui è necessario aumentare o ridurre la pressione sulla classe operaia per impedire l’esplosione del malcontento sociale o anche semplicemente per impedire ripercussioni ancora più gravi sulla economia e sullo sfruttamento della forza lavoro. È in questo il ruolo specifico e determinante dell’opportunismo: infatti, per svolgere questa funzione non serve un sindacato fascista, cioè coatto ed apertamente al servizio del padronato, serve un sindacato tricolore cioè apparentemente libero, apparentemente operaio nel quale però tutte le esigenze del proletariato siano subordinate alla difesa dello Stato, della pace sociale, dell’economia nazionale. La Confederazione Generale del Lavoro di allora non «si disinteressava» in assoluto delle rivendicazioni operaie, tanto più quanto più esse potevano diventare pericolose per la borghesia e per il suo Stato. L’articolo di sopra «Mezzadria e contributi unificati» affronta la questione salariale. Dopo il periodo dell’immediato dopoguerra i contributi unificati, che durante il fascismo erano a totale carico dei datori di lavoro, furono addossati ai lavoratori e, secondo una prassi non sconosciuta neanche oggi, aumentati enormemente.
Di conseguenza la Confederazione avvertì il Governo che non le sarebbe stato possibile impedire ulteriormente agitazioni per aumenti salariali se questo nuovo carico non fosse eliminato: una lotta generalizzata per rivendicazioni salariali sarebbe stata disastrosa per la ripresa dell’economia nazionale.
«Il secondo problema, che è causa di agitazione fra le masse operaie di tutta Italia, è quello dei contributi unificati. Il fatto che i lavoratori dell’industria e del commercio del nord vengono ad essere obbligati – precisamente nel periodo attuale in cui la loro vita è così difficile – a pagare i contributi di carattere sociale, che da oltre un anno erano a totale carico dei datori di lavoro, è causa di un vivo e giustificato malcontento. Tanto più che ora i contributi stessi sono stati notevolmente elevati. Questo fatto è causa di vivo malcontento anche fra i lavoratori del Centro e del Sud Italia i quali, non potendo sopportare l’aumento dei contributi, si predispongono a chiedere nuovi aumenti di salario. Anche per evitare una agitazione in questo senso, dato che la CGIL si sforza di dare una relativa stabilità ai salari – per le benefiche conseguenze che ne potrebbero derivare alla ripresa economica del Paese – è necessario e urgente risolvere in senso positivo la questione dei contributi unificati….».
Infatti la questione fu risolta con somma soddisfazione della CGIL che il 31 marzo si esprime: «Il consiglio dei Ministri ha deciso ieri che tutti i contributi assicurativi siano a carico dei datori di lavoro… La CGIL è soddisfatta dell’avvenimento del quale si gioveranno le masse operaie, le masse impiegatizie e i pensionati. Bitossi ha aggiunto che il provvedimento governativo corrisponde al concetto, cui si ispira costantemente l’azione della CGIL, che in Italia si debba compiere ogni sforzo per la pacificazione sociale. L’avere posto l’onere contributivo a carico dei datori di lavoro è un fatto di pacificazione sociale e anche di unificazione del popolo in quanto si generalizza a favore di tutti i lavoratori italiani una conquista realizzata col sangue dei lavoratori del Nord…».
Allo stesso modo la CGIL tornò sulla questione dei licenziamenti quando la situazione della disoccupazione in Italia tendeva a diventare grave e pericolosa. Ancora dall’articolo «La CGIL in difesa del pane per i lavoratori», ecco come viene posta la questione:
«La segreteria confederale ha esaminato la situazione generale dei lavoratori italiani ed ha preso una serie di decisioni tendenti ad integrare le conseguenze più gravi. In una lettera diretta in data di ieri alla Confindustria, la CGIL chiede che, in deroga all’accordo interconfederale del 18 gennaio 1946 venga sospesa la quota ulteriore di licenziamenti prevista per il corrente mese. Questa richiesta è motivata dal fatto che l’accordo sullo sblocco dei licenziamenti presupponeva che in primavera si fosse verificata una ripresa delle attività economiche generali del Paese, tale da poter assorbire in altre attività almeno una parte dei lavoratori licenziati. Questa eventualità non si è disgraziadamente verificata. Perciò si è avuto un aumento preoccupante della disoccupazione specialmente nei grandi centri industriali. In tali condizioni procedere ad ulteriori licenziamenti significherebbe provocare una esasperazione incontenibile nelle masse lavoratrici le cui conseguenze potrebbero essere gravissime per la nazione. Pertanto le camere confederali del lavoro e le commissioni interne di tutta l’Alta Italia non debbono accettare nessun altro licenziamento in attesa di nuovi accordi che saranno stabiliti fra le due confederazioni».
E nell’articolo dell’8 aprile «Un grido di allarme della Confederazione per i disoccupati» si afferma: «La segreteria della CGIL si è trovata nella necessità assoluta di confermare la sua opposizione recisa ad ogni ulteriore licenziamento dei lavoratori dell’industria, anche in deroga agli accordi interconfederali del dicembre scorso. I motivi di questa decisione sono stati ampiamente illustrati per iscritto e verbalmente ai signori rappresentanti della Confindustria i quali, pur dichiarando di non poterli accogliere ne hanno lealmente riconosciuto il tragico fondamento».
Significa che la Confindustria continuava tranquillamente a licenziare «secondo gli accordi» e strafregandosene dei lamenti della CGIL la quale d’altra parte aveva bisogno di mettersi ora in opposizione ad ulteriori licenziamenti proprio per impedire che la reazione operaia ad essi sorgesse spontanea ed incontrollata. È per questo che «i signori della confindustria» non si arrabbiano per niente delle richieste platoniche della CGIL, ma ne riconoscono il «tragico fondamento pur dichiarando di non poterle accogliere». Come dire: noi padroni continuiamo a fare il nostro mestiere ed è compito vostro, lo riconosciamo, opporvi alle nostre azioni; voi continuate ad opporvi e noi continueremo a licenziare.
Infatti nessuna azione di lotta fu condotta per bloccare i licenziamenti ma ci si limitò alle «dichiarazioni di opposizione» che dovevano servire ad accontentare i lavoratori disoccupati. «La situazione dei nostri disoccupati e più specialmente dei reduci è veramente tragica, insostenibile. Sono circa due milioni di lavoratori che si trovano ridotti alla fame. La situazione è particolarmente preoccupante nei grandi centri industriali e nelle regioni agricole nelle quali vi sono grandi masse di braccianti. I tentativi compiuti dal Governo per fare fronte al fenomeno minaccioso della disoccupazione, per quanto considerevoli sono assolutamente insufficienti. Il fenomeno ha ormai assunto proporzioni tali che non si può affrontare con i mezzi usati finora. Occorre uno sforzo assolutamente eccezionale che non può essere contenuto nel quadro dell’attuale bilancio ordinario e straordinario dello Stato. Bisogna andare molto al di là, bisogna far conto che sulla nostra sventurata Italia si sia abbattuta la disgrazia di una nuova guerra. Ed impiegare i numerosi miliardi che una simile sciagura sarebbe costata al Paese nella guerra contro la miseria di cui soffrono i reduci e tutti i disoccupati italiani, mediante l’esecuzione di lavori di pubblica utilità che aumenterebbero il patrimonio e le possibilità produttive della Nazione. È un grido di allarme che la CGIL lancia al Governo…».
Ed il Governo che, come rappresentante generale degli interessi borghesi, è pronto ad ascoltare i «gridi di allarme» che gli vengono dai suoi manutengoli in mezzo alla classe operaia, non si fa pregare: col maggio del ’46 viene stabilito il blocco dei licenziamenti fino al 31 luglio. Ma precisa subito la CGIL in Il Lavoro del 25 maggio ’46: «Si tratta del decreto del Ministero del Lavoro con il quale il blocco dei licenziamenti viene prorogato fino al 31 luglio di quest’anno. Entro il primo luglio accordi diretti fra la CGIL e la Confindustria determineranno se e in quale misura dovrà procedersi a riduzione di personale…».
L’opportunismo ha ancora una volta salvato la pace sociale. Passato il momento pericoloso ci mancherebbe altro che si opponesse ad ulteriori «riduzioni di personale»!
« Il capitale è lavoro morto che, simile al vampiro si rianima solo succhiando il lavoro vivente, e la sua vita è tanto più lieta quanto più gli è dato di succhiarne ».
Con queste parole Marx sintetizza mirabilmente la funzione della società moderna: spremere dal proletariato, dalle grandi masse di diseredati, sudore, lacrime e sangue.
Questa la brutale realtà che, se non intervenisse la menzogna democratica con le sue prediche soporifere, rischierebbe di far esplodere da un momento all’altro l’ira degli sfruttati con conseguente repulisti di ogni tipo di parassita.
È la stessa « cultura » figurativo-letteraria del capitalismo che ci mostra come l’ingordo anatrone possa passare per un simpatico vecchietto quando chiama a sé e collabora con le « adamantine » giovani marmotte. Mentre da un lato le giovani marmotte ci presentano la società capitalista come il regno dell’amore e della disinteressata collaborazione, dall’altro minacciano il proletariato (se smette di stare al gioco) di interrompere la loro attività conciliativa e lasciar libero sfogo al pennuto capitalista.
In questo spirito si è celebrato, a Trieste, il processo riguardante il campo di sterminio nazista della risiera di S. Sabba.
Abbiamo assistito alla macabra carrellata di vittime scampate, parenti di vittime e aguzzini impuniti. La libera stampa ha fatto baccano (senza oltrepassare i dovuti limiti) riguardo al fatto che ci siano voluti più di 30 anni di governo democratico per istruire un processo su fatti e nomi noti a tutti; ergo, richiamo ad ogni organizzazione, associazione, singoli cittadini a vegliare a che siano rispettate le democratiche istituzioni onde facilitare il naturale svolgimento della « giustizia ».
Per quanto riguarda noi, il fatto che alla Repubblica italiana, partigiana e antifascista, che nel 1950 premiava con medaglia di bronzo al valore il criminale fascista Collotti per le sue azioni antipartigiane, ci sia voluto tanto tempo per imbastire questa burla di « processo » ha un solo scopo: voler ricordare oggi al proletariato italiano quanto sia pericoloso mettersi contro lo Stato. Aumenta la disoccupazione, aumenta la carne, aumenta la… fame, ma siamo pur sempre in regime democratico; mettersi dichiaratamente sul piede di guerra potrebbe risvegliare gli appetiti di qualche « nostalgico » e di conseguenza tornerebbero a funzionare campi di sterminio e saponifici. È meglio quindi unirsi, senza differenza di classe e di censo, per far funzionare e rispettare le « sacre istituzioni » popolari, abolendo ogni forma di violenza, di dittatura e di terrore.
Per i comunisti, per i proletari vi è un solo tipo di violenza: il regime capitalista, tutte le altre fregnacce le lasciamo ai preti e alle dame di carità in cerca di efferatezze nel campo avversario.
Nelle penultime guerre, era una gara delle due parti a scoprire nelle carni dei propri feriti le palle dumdum. I proiettili ammessi dalle convenzioni internazionali del civile mondo capitalista dovevano essere conici e uscire da canne rigate, non dovevano produrre infezioni o devastazioni dei tessuti, bastava che mandassero legalmente all’altro mondo. Molto si blaterò riguardo alle mani mozze dei bambini belgi da un lato, e alle atrocità delle orde cosacche dello zar che non facevano prigionieri dall’altro. Da entrambe le parti il proletariato era chiamato a collaborare (a farsi scannare) per la « libertà » e contro la reazione e i regimi barbarici dell’altro fronte. Oggi si parla di campi di sterminio nazisti e dei suoi crimini. Furono forse più bestiali i nazisti, coi loro campi di sterminio e la loro dichiarata teoria dell’eutanasia (a quanto pare non avversata neppure dal Vaticano), degli americani che amavano ornare i loro carri armati con teste mozzate di soldati giapponesi, o forse dei francesi che, mentre sedevano quali accusatori al processo di Norimberga, distruggevano, con lanciafiamme, interi villaggi in Madagascar facendo decine di migliaia di vittime?
Non stiamo ad enumerare le famigerete azioni compiute dalla democratica Francia in Algeria e dalla democraticissima America in Vietnam; eppure queste due nazioni, baluardo della civiltà occidentale, sono, dalla nostra antifascista repubblica, considerate a tutti gli effetti (e a ragione) amiche e alleate e chiunque osi diffamarle è passibile di pena secondo le leggi della Costituzione italiana con firma del « comunista » Terracini.
È scontato che la giovane marmotta controbatterà che mentre nelle nazioni a « gestione » democratica questi esecrandi e incresciosi « incidenti » sono, appunto, l’accidente e vengono puniti dalle autorità, nei regimi dittatoriali sono la regola e vengono perpetrati per ordine dell’autorità medesima. Non a caso, continua la marmotta democratica, le nazioni democratiche e progressiste, sebbene a diverso regime politico, si sono unite nella santa crociata contro il nazi-fascismo e nel corso del II conflitto mondiale (definito da Stalin guerra ideologica) lo debellarono una volta per tutte.
Eccoci al dunque. Quando e quale prova di lotta antifascista è stata data? E da chi? Non certo dagli Stati Uniti dove l’avvento del fascismo fu salutato con giubilo come sacrosanta risposta alla tracotanza bolscevica. Mentre Mussolini mandava in dono al presidente Roosevelt volumi in rilegatura lusso di Virgilio e Orazio, e questi affermava: « non ho difficoltà a dirvi… che mi tengo in strettissimo contatto con quel vero galantuomo che è Mussolini » (1933) da lui affettuosamente chiamato « mio caro Duce », la stampa americana, a proposito degli antifascisti, scriveva: « sono loro che turbano la pace… è su di loro che deve ricadere tutto il biasimo, e la polizia non sarà mai abbastanza severa nel reprimere i loro disordini » (New York Times 18-8-25). All’ambasciatore italiano che chiedeva la repressione di ogni tipo di stampa anti-regime, il sottosegretario alla giustizia, Charles Tuttle, rispondeva con profondo rammarico: « Siamo veramente spiacenti di non poter aiutarvi a perseguire e soffocare una propaganda di questo genere » (17-11-’28). Durante la guerra etiopica, il « valoroso » Vittorio Mussolini, che si dilettava col suo aereo a bombardare l’inerme popolazione, annotava nel suo diario: « … Un gruppo di cavalieri mi diede l’impressione, quando la bomba li centrò e li fece saltare in aria, di un bocciolo di rosa che si schiude ». Lo scrittore americano Stevens, meno poeticamente, affermava che « gli italiani hanno lo stesso diritto di togliere l’Etiopia ai negri di quanto ne abbiano avuto i negri di toglierla ai serpenti ». Il perché di tanta simpatia verso il « galantuomo » Mussolini e il suo regime ce lo spiega l’onesto uomo d’affari E. H. H. Simmons, presidente del New York Stock Exchange: la vittoria delle camicie nere sul comunismo, « quel morbo pestilenziale che viene dall’oriente », avevano completamente conquistato le personalità politiche ed economiche a tal punto che persino Nitti veniva accusato dal Segretario di Stato Kellog di essere un mestatore bolscevico e persona grata a Mosca.
Se gli USA entrarono in guerra al fianco delle potenze « democratiche » non fu certo per una crociata contro il fascismo. Il capitale americano se ne fregava altamente di queste beghe teoriche, e, se per bocca di Roosevelt aveva dichiarato che « l’inclusione degli Stati Uniti in un fronte franco-inglese contro Hitler è una interpretazione dei cronisti politici falsa al 100% » (9-9-39), per mezzo di Truman aveva parlato ancor più chiaramente dichiarando che gli USA avrebbero dovuto appoggiare la Russia se fosse apparsa probabile la vittoria tedesca, e la Germania se le sorti della guerra fossero state favorevoli alla Russia di modo che i due paesi si svenassero tra loro il più a lungo possibile (New York Times 24-6-41).
Anche durante la guerra combattuta, gli americani, consci della loro « missione », non cessarono di collaborare con il regime nazista per far piazza pulita di tutte quelle organizzazioni che ai loro occhi puzzavano di bolscevico. Infatti erano gli stessi servizi segreti USA, che attraverso trasmissioni in codice (noto ai tedeschi), indicavano nomi e attività delle organizzazioni clandestine di sinistra. Allen Dulles, che diventerà direttore della CIA, ricordando quei fatti ha dichiarato: « Usavamo quel codice solo per alcune notizie che ci interessava fossero captate dai tedeschi… Non ho mai inviato notizie in codice nelle quali fossero inseriti specifici riferimenti al movimento di resistenza, senza provare (bontà sua) una spiacevole sensazione ».
Dal lato opposto la Russia di Stalin, dopo che la giusta visione rivoluzionaria fu capovolta e lo Stato russo non più si adattava alla politica e alle direttive del partito e dell’Internazionale, ma assoggettò questi ai suoi voleri, sempre più si avvicinò ai regimi fascisti.
Socialismo nazionale russo e nazional-socialismo tedesco erano pronti al dialogo. Nel febbraio 1933 si tenne a Lipsia il processo contro l’anarchico Van der Lubbe accusato di aver appiccato il fuoco al Reichstag. Il « comunista » Dimitrov, uno degli imputati, concluderà la propria difesa dicendo: « Domando, in conseguenza, che Van der Lubbe sia condannato in quanto ha agito contro il proletariato ». Gli imputati staliniani furono assolti dall’« infame accusa » di aver attentato contro la democrazia colpendo l’istituzione parlamentare che così bene aveva servito alla legale ascesa di Hitler al potere; e il proletariato venne « vendicato » dal regime nazista che condannò e uccise Van der Lubbe.
Senza parlare della guerra di Spagna dove gli agenti russi (eh! Longo?) si distinsero nello sterminare anarchici e « trotzkisti », è bene ricordare come nel ’39, a seguito del trattato Ribbentrop-Molotov, Stalin non si limitò ad inviare ad Hitler il seguente telegramma: « La amicizia dei popoli della Germania e dell’Unione Sovietica, cementata nel sangue, ha ogni ragione per essere salda e duratura », ma vi allegò, come grazioso omaggio, un gruppo di comunisti dissidenti tedeschi emigrati in Russia che la Gestapo, a sua volta, collocherà nei campi di sterminio.
Ma l’idillio, che lì non era cominciato, lì non finì. L’ambasciatore fascista a Mosca (Rosso) si congratulò con la stampa russa per il suo tono « obiettivo » riguardo alla guerra di Grecia e comunicava a Roma: « Col mio telegramma ho segnalato il comportamento corretto ed obiettivo della stampa sovietica nei suoi commenti sulla situazione militare italiana… Questo (quello russo) commissario della difesa ha invitato il nostro addetto militare a visitare… alcune formazioni militari sovietiche… Durante tutte queste visite… il nostro addetto militare è stato accolto con particolare deferenza e cortesia e nel corso della ispezione all’accademia Frunze il comandante della scuola gli ha offerto una colazione in cui ha pronunziato un brindisi caloroso inneggiando all’esercito italiano ed auspicando un sempre maggiore riavvicinamento delle forze armate dei due Paesi. Nella sua conversazione ha poi detto di essere sicuro del PIENO SUCCESSO DELLA CAMPAGNA ITALIANA CONTRO LA GRECIA » (5-12-1940).
Quando la Germania occupò la Francia, « il capo del PCF, Thorez, diserta, e può raggiungere la Russia grazie all’appoggio delle autorità tedesche che facilitano il suo passaggio, ed i partiti comunisti francese e belga domandano alle autorità tedesche di occupazione la autorizzazione di pubblicare i loro giornali. Gli avvenimenti precipitano, Hitler invade la Russia il 21 giugno 1941 e si assiste di conseguenza ad un nuovo radicale mutamento della politica dei partiti comunisti » (Prometeo n. 8 1947).
La lotta tra « bolscevismo » e fascismo infuria ma, ancora una volta, nel 1944, Stalin arresterà le sue truppe alle porte di Varsavia per dar tempo ai nazisti di spazzar via la gloriosa Comune.
Dopo che nel 1848 il re delle due Sicilie ebbe massacrato i palermitani, alla camera francese un democratico ministro dichiarò: « Voi tutti fremete d’orrore nell’apprendere che per 48 ore una grande città è stata bombardata… E per quale motivo? Perché l’infelice città reclamava i suoi diritti. E per l’invocazione dei suoi diritti, ha avuto 48 ore di bombardamento… Permettete che mi appelli alla opinione pubblica dell’Europa. È un servizio reso all’umanità, levarsi e fare echeggiare dalla tribuna forse maggiore d’Europa alcune parole di protesta contro siffatte azioni ». Sono passati più di cento anni, ma il linguaggio del rancido democratume è sempre lo stesso: lanciare alcune parole di protesta; ebbene, quello stesso democratico ministro passerà alla storia col nome di BOIA Thiers per aver fatto sterminare, nel 1871, i proletari della Comune di Parigi. Fu quello stesso democratico ministro che anni prima fremeva di sdegno contro il forcaiolo Borbone a gioire dell’eccidio « di uomini inermi, di donne di fanciulli che infuriò con crescente impeto per tutta la settimana… Il retrocarica non uccideva più abbastanza prontamente; i vinti venivano trucidati collettivamente a centinaia dalle mitragliatrici. Il muro dei federali nel cimitero di Père Lachaise dove fu consumato l’ultimo eccidio di massa, rimane ancor oggi come un muto ma eloquente documento di qual furibonda follia è capace la classe dominatrice non appena il proletariato osa farsi innanzi per i suoi diritti » (Engels), rimane altresì come documento del turpe « pacifismo », « libertà » e « legalità » borghesi.
Da tutto ciò i lavoratori traggano la facile conclusione che sempre, in pace e in guerra, tutte le potenze, democratiche, fasciste o « socialiste » collaborano e sempre hanno collaborato per annientare ogni movimento autonomo del proletariato che tenda a sovvertire l’ordine costituito: la schiavitù salariale. I comunisti danno atto di questo diritto al loro nemico, infatti il capitale sa che mai potrà sedere con noi al tavolo della pace.
Il giorno in cui il proletariato, guidato dal proprio partito di classe, si reimpossesserà delle proprie armi, teoriche e materiali, quel giorno (che sia domani o fra 100 anni non ha importanza) si porrà un solo intento: distruzione del modo di produzione capitalistico e instaurazione della DITTATURA DEL PROLETARIATO. Saranno cadute una volta per tutte, da una parte e dall’altra, le idiozie democratiche.
Una solenne stangata le posizioni liberistiche, difese dalle piccole e medie imprese private, se la sono presa con la conferma ed appesantimento del vincolo di portafoglio imposto alle banche a favore della Banca d’Italia. Per effetto di tale disposizione le banche sono obbligate ad investire in titoli di Stato almeno il 42% degli incrementi dei loro depositi. Una quota enorme: detratto poi da quanto rimane la riserva obbligatoria, la liquidità necessaria a titolo prudenziale, prestiti ad enti pubblici e grandi imprese, che da soli assorbono circa un altro 25%, alle banche calcolano che non resti libera giurisdizione che su poco più del 15% (La Repubblica, 10-6). È come bandire un prestito nazionale, ma obbligatorio.
Altro che difesa della piccola industria, in tempo di crisi la concentrazione avanza con tutti i mezzi, primo fra tutti l’appoggio esplicito dello Stato alle grandi imprese, private e no, e il parallelo nella finanza: è la Banca d’Italia, la banca delle banche che riduce la funzione degli istituti minori a semplici canali di raccolta della liquidità, togliendo loro qualsiasi autonomia nel deciderne la destinazione e la misura del tasso di interesse.
Il costo delle misure per contenere l’inflazione si scarica tutto sui piccoli risparmiatori, i piccoli impresari; lo Stato saccheggia a man bassa; la grande industria, l’unica che può competere sul mercato mondiale, ci guadagna anche con l’inflazione, come ci guadagnerà con l’industria degli armamenti e durante il successivo loro utilizzo.
Marx rimproverò i comunardi di non essersi impossessati della Banca di Francia: nell’impossibilità di occupare tutto il paese intanto se ne poteva prendere il portafoglio. Non commisero lo stesso errore i bolscevichi. Nell’occidente sarà molto più semplice, inflazione al 100% e annullamento del valore di tutti i titoli e banconote, buono per il consumo ai soli lavoratori.