Διεθνές Κομμουνιστικό Κόμμα

Il Partito Comunista 78

L’epilogo borghese della rivoluzione cinese si legge nel suo passato Pt.4

L’inizio della guerra civile tra PCC e Guo-Min-Dang

Gli anni 1945-49 sono detti dalla storiografia “della guerra civile”, infatti dopo un primo periodo di negoziati di pace dal 15 agosto 1945 all’aprile 1947 fra i rappresentanti del Guo-min-dang e del PCC (con continui scontri locali dei rispettivi eserciti) si hanno le grandi operazioni militari che portarono in maniera rapida alla conquista da parte delle truppe maoiste dell’intera Cina ed alla fuga del Generalissimo Jiang Jieshi a Formosa.

Non è facile presentare in maniera sintetica ed esauriente la portata reale delle misure agrarie del PCC in quegli anni, proprio perché si intrecciano, e vanno quindi spiegate, con l’intero svolgersi degli avvenimenti siano questi diplomatici che militari.

Una critica alle misure agrarie in se stesse sortirebbe solamente l’effetto di minimizzare l’intero corso degli eventi, tanto che sortirebbe una estremista ed anche inconcludente condanna del PCC anche come campione di una rivoluzione borghese, come realizzatore di compiti borghesi. Come abbiamo mostrato nel corso precedente degli avvenimenti il PCC abdicò al suo programma comunista rivoluzionario per divenire il vero Guo- min-dang, ma è indubbio che tale ruolo saprà ben ricoprirlo nei determinanti anni 1945-49, quando prese decisamente in mano i destini della Cina borghese, gettando in mare non solo i consiglieri americani ma anche rigettando i “consigli” di Stalin che puntava su un compromesso russo-americano nell’intera area del Pacifico.

Che malgrado sé stesso il maoismo abbia partorito uno Stato borghese indipendente e “popolare”, se da un lato non induce il partito rivoluzionario ad attenuare di alcunché la critica feroce dello stalinismo e delle ideologie che da questo hanno tratto alimento, dall’altro rimane il fatto storico che tale costituzione di Stato nazionale fu formidabile passo in avanti della storia.

Seguiamo adesso la cronologia dei fatti.

L’8 agosto 1945 la Russia dichiara guerra al Giappone e sfonda sull’intero fronte della Manciuria che in 7 giorni viene totalmente occupata dalle truppe sovietiche che vi sarebbero rimaste fino all’aprile del 1946. In questi 8 mesi i russi saccheggiarono l’intera struttura produttiva industriale messa su dai giapponesi impossessandosi di un attrezzaggio industriale il cui valore sarà stimato dalla Missione Pauley in 2 miliardi di dollari americani dell’epoca. Tale saccheggio portò ad un crollo delle produzioni industriali della regione: il carbone estratto nel 1943 ammontava a 21,5 mil. di tonnellate, nel 45-46 arrivava appena a 5 milioni; ugualmente la produzione di energia elettrica cadde ad un quarto rispetto a quella che era sotto il regime del Mandchakao. Inoltre l’80% delle locomotive della Cina del Nord furono in parte distrutte e in parte trasportate in Russia.

Tali prelievi erano sufficienti a compromettere seriamente qualsiasi opera di “ricostruzione” della Cina, fosse questa compiuta da un governo di coalizione fra PCC e Guo-min-dang, od anche da uno solo di questi partiti.

È del 14 agosto 1945, un giorno prima della resa giapponese, il trattato di “amicizia e alleanza” cino-russo in cui Stalin, volgendo le spalle a Mao, riconosce il governo di Jiang Jieshi come unico governo nazionale della Cina; tale riconoscimento fu il logico sbocco degli accordi di Yalta dell’11 febbraio che, riguardo la Cina prevedevano l’internazionalizzazione del porto commerciale di Dairen, il più attrezzato dell’intera Manciuria, la cessione come base navale di Port Arthur alla Russia e società miste cino-russe, con maggioranza di questi ultimi, per la gestione delle ferrovie della Cina dell’Est e del Sud della Manciuria ! Solo con la morte di Baffone la Cina riaffermerà i suoi interi diritti sulla Manciuria.

In questo clima di collusione imperialista fra la Russia e l’America trionfanti alla scala mondiale, ripresero, il 28 agosto 1945, i negoziati per un governo comune fra il Generalissimo e il PCC, negoziati che furono presieduti dal generale Marshall che portarono ad un vago e fragile accordo il 10 ottobre, accordo che sembrava superato dallo stesso svolgersi quotidiano di scontri e scaramucce fra i due eserciti.

Comunque sotto la mediazione americana si ha il 10 gennaio 1946 una nuova Conferenza consuntiva fra i due partiti, un nuovo cessate il fuoco fino al 30 giugno, un nuovo accordo il 25 febbraio con relative ed ennesime promesse di unità patriottica, di ricostruzione comune.

Il rompersi dei negoziati e le continue riprese di questi furono da una parte determinati dall’intera politica fin lì seguita dal PCC, che ricercava nel Guo-min-dang i rappresentanti della tanto corteggiata “borghesia nazionale”, secondo tale visione contrapposta alla borghesia burocratica, rappresentata da Jiang e i suoi; e nello stesso tempo dell’intero schierarsi delle potenze imperialistiche che premevano da par loro per un compromesso, tentando ambedue di esorcizzare, non soltanto la lotta di classe del proletariato e delle plebi contadine contro le classi possidenti, ma anche il formarsi di Stati nazionali al di fuori del loro totale controllo economico e militare. In tali condizioni il PCC avrebbe giocato, in maniera risoluta, il ruolo di vero ed unico partito borghese della Cina solamente quando ogni altra strada gli fosse impedito percorrere, come fu e come vedremo.

Con l’accordo del 25 febbraio e il relativo cessate il fuoco le truppe nazionaliste cominciano a ritornare nella Cina del Nord e nella Manciuria che il 15 aprile 1946 era passata dalle mani dei russi a quelle delle truppe maoiste, ritorno che inizialmente dovette limitarsi alle coste ed alle principali città (Chin-chou, Mukden, Ch’ang-Ch’un).

Con il luglio 1946, data della scadenza della tregua del cessate il fuoco, iniziano gli scontri fra i due eserciti che inizialmente vedono delle vittorie militari degli eserciti nazionalisti mentre le truppe del PCC, battezzatesi Esercito Popolare di Liberazione Nazionale, sono costrette a ritornare ai metodi della guerriglia contadina abbandonando le città che controllavano. I tenui contatti fra PCC e Guo-min-dang finiscono di fatto il 5 marzo 1947 data del ritiro del distaccamento diplomatico americano da Yan’an che cadrà nelle mani nazionaliste il 19 marzo, mese che segna l’inizio delle grandi operazioni militari.

La «Direttiva» del 4 maggio 1946 e il ritorno alla confisca delle terre

La politica agraria del PCC dalla fine della guerra anti-giapponese, risentì in maniera decisiva l’evolversi dei rapporti fra questi ed il Guo-min-dang. Come abbiamo già visto durante il fronte unito anti-giapponese tale politica si era limitata a sostenere la diminuzione dei fitti e dei tassi di interesse abbandonando del tutto quella della confisca delle terre e della loro distribuzione egualitaria ai contadini poveri e senza terra, confisca che originariamente interessava tutta la terra per poi limitarsi a quella dei proprietari fondiari e contadini ricchi, per finire solamente a quella di certi proprietari fondiari reazionari; adesso gradualmente le esigenze militari e di ordine sociale faranno sì che il PCC sia costretto a riadottare misure di confisca delle terre.

Tale “virata” fu effettuata dal PCC con tutte le precauzioni possibili, perché se da un lato gli era necessario mantenere uno stretto legame con il movimento contadino delle vecchie zone che controllava nella Cina del Nord, che mostrava di non accontentarsi delle tiepide misure di riduzione dei fitti dei tassi e che procedeva di sua iniziativa alle confische, dall’altro il PCC non voleva inquietare contadini ricchi e medi e borghesiapatriottica” delle zone in cui la situazione militare non era salda o che erano sotto controllo totale delle truppe nazionaliste.

La Direttiva del 7 novembre 1945: «Riduzione dei canoni di affitto e produzione, due fattori importanti per la difesa delle zone liberate», pur ricordando che «la politica attuale del nostro partito consiste ancora nel ridurre i canoni di affitto e non nel confiscare la terra», deve ammettere che «in questa lotta gli eccessi possono difficilmente essere evitati; ma fino a quando si tratta di una lotta realmente delle larghe masse, ogni eccesso può essere corretto in un secondo momento».

La Direttiva inconsuetamente conciliante con gli eccessi nella applicazione delle riduzioni dei fitti, eccessi che negli anni precedenti furono aspramente condannati, non fu altro che il campanello d’allarme di una situazione sociale che puntava nuovamente al riesplodere della lotta di classe nelle campagne, ormai sola dopo la decapitazione dell’avanguardia proletaria delle città avvenuta negli anni 1927-28.

Infatti il 4 maggio 1946, due mesi prima della scadenza del precario cessate il fuoco, il PCC passò ufficialmente alla confisca delle terre dei proprietari fondiari e di quelle pubbliche, almeno nelle regioni settentrionali da tempo liberate. L’attuazione della misura comunque doveva avvenire in modo graduale. La vita dei proprietari fondiari sarebbe stata rispettata nella misura del possibile, cioè nella misura in cui il PCC poteva salvaguardarla. I contadini ricchi non dovevano essere infastiditi. Infine la misura della riduzione dei fitti continuava ad essere applicata nelle regioni recentemente liberate.

Nonostante la Direttiva fosse infarcita di compromessi rappresentò una svolta nella politica del PCC che pure rimaneva nei sacri confini borghesi e nazionali; non solo rispondeva alle pressanti richieste dei contadini poveri e senza terra ma, come notarono osservatori e giornalisti, in certe zone i contadini poveri e senza terra passarono di testa loro alle spartizioni senza curarsi dei sottili distinguo fra proprietari fondiari e contadini ricchi, fra ricchi e medi agiati, fra proprietari patriottici e reazionari. Svolta quindi, ma delle forze sociali delle campagne cinesi che risvegliatesi minacciano con il loro moto di tutto e tutti travolgere.

In “Bilancio dei tre mesi” del 1 ottobre 1946 Mao Zedong deve rilevare che «i contadini hanno affiancato il nostro partito e il nostro esercito contro gli attacchi delle truppe di Jiang Jieshi in tutte le località dove è stata applicata con fermezza e rapidità la direttiva del C.C. emanata il 4 maggio, e dove è stato risolto in profondità e radicalmente il problema agrario», e che «contadini hanno assunto una posizione di attesa passiva… (dove)… la riforma agraria è stata trascurata con il pretesto delle preoccupazioni militari».

Ma il rilievo di Mao, capo in testa del PCC, non era altro che la confessione di un partito che non sta alla testa della rivolta contadina ma piuttosto al rimorchio e con un’unica preoccupazione: limitare i danni dell’onda d’urto contadina alla proprietà borghese, al futuro ordinamento nazionale dello Stato Cinese.

La partita ben si sarebbe svolta altrimenti se alle convulsioni di lotta sociale nelle campagne avesse risposto il giovane ma combattivo e concentrato proletariato urbano; ma ciò non poteva essere, e l’occasione per quel formidabile ricongiungimento, previsto ed atteso dalla teoria marxista, fu nuovamente perso per l’ennesima ultima volta !

La Direttiva del 4 maggio fu completata da una Legge nazionale che fu approvata nel settembre-ottobre 1946 da un congresso “nazionale di contadini” legge che costituì la base della “Riforma Agraria” che doveva essere proclamata dopo la costituzione della Repubblica Popolare; si decretava la confisca di tutte le terre di proprietà dei nobili e pubbliche, la confisca e la distribuzione di tutte le proprietà che superassero le dimensioni medie e si permetteva la libera compra-vendita delle terre distribuite.

Nonostante questi aggiustamenti il PCC non riuscì del tutto ad arginare e controllare secondo le sue esigenze la rivolta contadina che si estendeva: i ripetuti riferimenti dei leader agli “eccessi di sinistra” indicavano chiaramente che il PCC doveva sopportare le azioni indisciplinate dei villaggi. Il testo di Mao Zedong “Salutiamo il nuovo slancio della rivoluzione cinese” indirizzato al C.C. il 1 febbraio 1947 deve infatti riprendere una energica difesa non solo di certi proprietari e dei contadini ricchi ma anche di quelli medi, segno evidente che le Leggi e le Direttive del PCC stavano ben al di sotto della manifestazione reale della rivolta agraria:

«Nel processo di attuazione della politica sulla distribuzione della terra a chi lavora, dobbiamo stabilire saldi legami con i contadini medi [contadini medi agiati compresi), se i loro interessi sono stati lesi, i contadini medi hanno diritto a un indennizzo e alle scuse. Inoltre, durante e dopo la riforma agraria, occorre prestare, nella misura consentita dalle masse (sottolineato da noi), la dovuta attenzione al caso dei contadini ricchi e dei medi e dei medi e piccoli proprietari fondiari in generale, sulla base della Direttiva del 4 maggio».

Il 1947 è, come abbiamo già detto, l’anno delle grandi operazioni militari durante le quali l’esercito Popolare ottiene delle importanti vittorie militari che, complici anche defezioni e tradimenti nelle file del Guo-min-dang il cui regime non resse per debolezza interna alla prova della guerra civile, gli permisero di controllare buona parte della Cina settentrionale, Manciuria esclusa.

La Legge Agraria dell’ottobre 1947 e la rivolta contadina

Il 1947 segna altresì un’ulteriore radicalizzazione delle misure agrarie del PCC, misure che dovettero rispondere all’esigenza, oltre a quella di mantenere il legame con il movimento spontaneo dei contadini, anche alle accresciute esigenze militari.

Sviluppo del movimento contadino e azione militare dell’Esercito Popolare dovevano procedere di pari passo, proprio in quanto tale esercito niente aveva alle spalle, nemmeno la Russia di Stalin, se non l’appoggio dei contadini; appoggio che l’Esercito Popolare di Mao poteva assicurarsi solo seguendo la confisca delle terre, unico modo anche per reclutare il contadiname nelle proprie file.

Il 10 ottobre 1947 una Conferenza Nazionale Agraria doveva stendere una definitiva Legge Agraria composta di 16 articoli e che riprendeva molti termini della Legge del 1931 non senza che Mao l’avesse spurgata delle affermazioni qualificate come estremiste del periodo precedente, ma che pur tuttavia costitutiva un altro passo in avanti di “radicalismo» rispetto alla “Direttiva del 4 maggio” e alla Legge dell’anno precedente.

Infatti con la Legge 1947, oltre a confermarsi la confisca delle terre dei proprietari fondiari e quelle pubbliche (da distribuire all’intera popolazione rurale, indipendentemente dall’età e dal sesso), prevedeva anche la requisizione di tutti gli animali da tiro, attrezzi agricoli, scorte di cereali e gli altri beni dei proprietari fondiari, e le eccedenze dello stesso attrezzaggio e degli stessi beni dei contadini ricchi; tali misure erano l’ennesima concessione del PCC alla pressione del movimento contadino !

E sarà il super destro Liu Shaoqi a dover rispondere, sotto le accuse e le offese delle guardie rosse durante la Rivoluzione Culturale, di tale cedimenti nei confronti della pressione del movimento contadino.

Leggiamo nella sua “autocritica”: «Nell’estate del 1947, presiedetti alle riunioni per la riforma agraria. Allora non fui capace di trovare una soluzione sistematica e globale al problema della divisione delle terre dei proprietari terrieri. La tendenza di sinistra allora scoperta, non fu prontamente rettificata. Ad esempio furono uccise troppe persone e furono violati gli interessi dei contadini medi».

Così Liu non fu capace di rettificare, come se le forze sociali si facessero comandare a bacchetta dagli individui ! Illusione degli idealisti a cui interessa pensare come vera la storia dell’Uomo baciato dal destino !

E secondo tali illusioni l’Uomo di tal fatta era Mao Zedong: ecco infatti che riesce ad imbrigliare la rivolta agraria. Stralciamo dal suo rapporto al CC del PCC del 25 dicembre 1947 titolato “La situazione attuale e i nostri compiti”, in cui l’eroe riepiloga la politica agraria del PCC che aggiusta la sua rotta secondo il muoversi spontaneo della rivolta agraria, cercando in tutti i modi di non perdere i contatti con i corteggiati strati medi delle campagne:

     «Dopo la capitolazione del Giappone, i contadini insistevano per avere la terra, e noi decidemmo tempestivamente di modificare la nostra politica agraria passando dalla riduzione dei canoni di affitto e degli interessi sui prestiti alla confisca e alla distribuzione delle terre della classe dei proprietari fondiari. La direttiva emanata dal CC il 4 maggio 1946 sancisce questo mutamento. Nel settembre 1947 il nostro Partito convocò la Conferenza Nazionale agraria ed elaborò il progetto di legislazione agraria della Cina, che fu immediatamente applicato in tutte le zone. Questo provvedimento non solo ribadì la politica enunciata l’anno scorso nella “Direttiva del 4 maggio” ma corresse in maniera esplicita, quello che non era abbastanza radicale in questa direttiva… Per applicare a fondo e con fermezza la riforma agraria, fu necessario costituire nei villaggi, come organismi legali per l’applicazione della riforma agraria non soltanto leghe contadine con una base di massa la più larga possibile, alla quale partecipino braccianti, contadini poveri e contadini medi, ed i contadini eletti da queste leghe, ma anche, e prima di tutto le associazioni dei contadini poveri composte da contadini poveri e braccianti, e i comitati da esse elette.
     «Queste associazioni di contadini poveri devono costituire la spina dorsale di tutte le lotte nelle campagne… La terra e le proprietà assegnate ai proprietari fondiari o ai contadini ricchi non debbono superare quelle delle masse contadine. D’altra parte, non bisogna nemmeno ricadere negli errori dovuti alla politica estremista di sinistra del 1931-34:

     «”Niente terra ai proprietari fondiari, terre povere ai contadini ricchi” (…) occorre osservare due principi fondamentali: primo, soddisfare le richieste dei contadini poveri e dei braccianti: questo è il compito fondamentale della riforma agraria. Secondo, mantenere risolutamente l’unità con i contadini medi e non ledere i loro interessi… Il motivo per cui in base al principio di una equa distribuzione, la terra eccedente e parte della proprietà dei contadini ricchi di vecchio tipo debbano essere distribuite, è che in Cina i contadini ricchi hanno generalmente e in altro grado le caratteristiche di sfruttatori feudali e semifeudali; la maggior parte di essi inoltre dà in affitto la terra, pratica l’usura ed assume manodopera a condizioni semifeudali.
     «Inoltre poiché i contadini ricchi posseggono più terra e le terre migliori, le richieste dei contadini poveri e braccianti non possono essere soddisfatte senza la distribuzione di queste terre. Tuttavia conformemente al Progetto di legislazione agraria, i contadini ricchi devono essere, di regola, trattati diversamente dai proprietari fondiari. Nella riforma agraria, i contadini medi approvano una equa distribuzione perché non lede i loro interessi. Con una equa distribuzione, le terre di una parte dei contadini medi non vengono toccate, mentre quelle di un’altra parte vengono ad accrescersi; soltanto la parte dei contadini medi agiati possiede un po’ di terra in eccedenza, ma sono disposti a cederla perché l’imposta fondiaria viene alleggerita… Durante la confisca e la ripartizione delle terre e delle proprietà della classe feudale, occorre prendere in considerazione le necessità di un certo numero di contadini medi. Nel determinare l’appartenenza di classe, si deve fare attenzione ad evitare l’errore di classificare i contadini medi fra i contadini ricchi
».

Il testo di Mao è la chiusa del periodo ascendente della rivolta agraria nelle campagne, infatti l’anno 1948 con le offensive degli esercitipopolari” in Manciuria e la disfatta decisiva di quelli nazionalisti a Mukden il 2 novembre, alla quale seguì lo sfondamento delle truppe maoiste fino al fiume Azzurro in poco più di due mesi, è nel contempo l’anno in cui il PCC inizia a ritirare le briglia al contadino povero ed al bracciante l’azione dei quali era controllata parzialmente, molto parzialmente, dai suoi quadri inferiori. È che essendo l’obbiettivo della conquista della Cina intera e della costituzione di uno Stato nazionale unitario fattosi più vicino occorreva ridare alla “produzione”, al “commercio” tutta la fiducia possibile, fiducia che nel momento non esisteva più in quanto distrutta dal procedere delle confische “arbitrarie”, dalle “uccisioni”.

Proprio mentre il testo di Mao esortava la costituzione di leghe di contadini poveri e braccianti, ugualmente scandiva che bisognava tener di conto delle opinioni e degli interessi dei contadini medi e ricchi per non ripetere gli errori del 1931-34; la quadratura del cerchio poteva riuscire solo se tali leghe di contadini poveri e braccianti si sarebbero costituite sì ma sotto lo stretto controllo del PCC, unico modo di mettere loro la museruola, di irreggimentare la loro azione in quella per la quale si era da tempo votato il Partito di Mao, una Cina forte e borghese ! Come vedremo in tal senso, nei mesi a venire, si sarebbe sviluppata l’intera politica di tale Partito.

Gli appelli all’ordine nell’anno 1948

All’inizio del 1948 sia Mao Zedong che Liu Shaoqi e gli altri dirigenti maggiori, in riunioni apposite, dovettero mettere in guardia i quadri minori contro gli eccessi nell’applicazione della Legge Agraria, eccessi che erano dovuti non certo alla leadership ma dal “basso”. Un esempio di tale azione di vera polizia fu la Direttiva interna del 7 gennaio 1948 “Sulla istituzione del sistema dei rapporti”, in cui il richiamo al “centralismo” dell’apparato di Partito e alla lotta per combattere le tendenze all’indisciplina e all’anarchia serviva solamente a limitare le spinte centrifughe di lotta di classe che si verificavano nei villaggi e che tendevano a scavalcare la stessa struttura organizzativa del PCC.

Il PCC stava per assaporare la vittoria e adesso la stessa esortazione diOrdine!” rivolta agli operai delle città, lo abbiamo visto nel numero 74, cominciava a farla ronzare negli orecchi del contadiname, che pretendeva farsi giustizia da sé per una sottomissione millenaria.

“Ordine perdio! Basta con gli eccessi!”, tuonava il PCC, ed è lo stesso Mao il 18 gennaio 1948 a firmare l’ennesima Direttiva “Alcuni problemi importanti della politica attuale del Partito”, in cui il campione della lotta di classe, secondo l’iconografia occidentale che si sazia di esotico e di curiosità, deve sforzarsi per proteggere i proprietari fondiari e i contadini ricchi dalle ire del contadiname. Vi si legge:

«10. Conformemente al principio della equa distribuzione della terra, occorre fare una distinzione fra i grandi, i medi e i piccoli proprietari fondiari che sono tiranni locali e coloro che non lo sono.
«11.Dopo che i tribunali avranno debitamente processato e condannato i pochi criminali che si sono realmente macchiati dei delitti più atroci, e dopo che le autorità competenti avranno ratificato le sentenze, sarà necessario fucilarli e annunciarne l’esecuzione. La tutela dell’ordine rivoluzionario lo esige. Questo è un aspetto del problema. L’altro è che noi dobbiamo insistere perché si uccida meno e dobbiamo proibire severamente di uccidere senza discriminazione (…) Il nostro compito consiste nell’abolire il sistema feudale, nel liquidare i proprietari fondiari come classe, non come individui
».

Che non si trattasse di un semplice appello allaclemenza” contro uccisioni e spargimenti di sangue inutili, lo si sarebbe visto poco dopo, infatti il 3 febbraio 1948 nuove regole precisarono i metodi di applicazione della Legge Agraria del 10 ottobre. Furono fissate importanti distinzioni territoriali; le regioni anticamente liberate, quelle semi-anticamente liberate e quelle recentemente liberate si vedranno trattare differentemente.

Nelle prime «non si tratta di procedere a una nuova distribuzione della terra in base alla legge agraria, o di organizzare artificiosamente e arbitrariamente, associazioni di contadini poveri per dirigere le leghe contadine, ma di organizzare gruppi di contadini poveri all’interno delle leghe contadine». Nel contempo si deve avere cura dei contadini medi che costituiscono la maggioranza della popolazione rurale e i cui elementi attivi «devono partecipare al lavoro direttivo delle campagne».

Nelle zone semi-anticamente liberate, vale a dire liberate tra il settembre 1945 e l’agosto 1947 la legge agraria sarà applicata interamente: «I contadini medi rappresentano una minoranza e sono in una posizione di attesa; i contadini poveri sono in maggioranza e bruciano dal desiderio di ottenere la terra». Si, letteralmente, bruciavano !

Infine nelle regioni conquistate dopo l’agosto 1947 la Legge Agraria sarebbe stata applicata con gradualità: prima confisca dei beni mobili (cereali, denaro, vestiti ecc.) dei grandi proprietari fondiari poi distribuzione della terra dei grandi e medi proprietari fondiari, infine quella dei piccoli, tutto in due anni. Quindi confisca e distribuzione delle eccedenze dei contadini ricchi nel terzo anno !

Le direttive dell’11 e del 15 febbraio 1948, titolate “Correggere gli errori dovuti a deviazionismo di sinistra nella propaganda per la riforma agraria” e “Punti essenziali della riforma agraria nelle nuove zone liberate” sono ulteriori precisazioni su come graduare nel tempo l’applicazione della Legge agraria; ma i tre anni previsti per la sua realizzazione avrebbero portato alla sconfessione. Infatti, lo vedremo nel seguito, la Riforma agraria del giugno 1950 abbandonerà molte decisive affermazioni del 1947 ed il PCC riuscirà a consegnare al contadino medio, illuso dalla sua proprietà, i destini delle campagne, a tutto beneficio del commercio e dell’industria ma non della lotta di classe.

Le cateratte ormai erano aperte, e tutto il 1948 che vede l’affermazione militare delle sue truppe, è una sequela di Appelli e Direttive del PCC contro il deviazionismo di sinistra «che pone l’accento solo sugli interessi immediati dei lavoratori, che non distingue fra i vari tipi di proprietà fondiaria», che «respinge i signorotti illuminati e la borghesia nazionale», tutto in uno sforzo continuo di ridare fiato al normale svolgersi della produzione e dello sfruttamento capitalistico del lavoro salariato.

Il 27 febbraio 1948 Mao Zedong nel testo “Politica concernente l’industria e il commercio” deve spezzare l’ennesima lancia a favore del ristabilimento dell’ordine. Anticipando di qualche anno la cogestione di Tito, auspica «comitati misti per dirigere la produzione e fare il possibile per ridurre i costi, aumentare la produzione… (per)… tener di conto degli interessi sia pubblici che privati, tutelare sia il lavoro che il capitale».

Il 1 aprile durante una Conferenza di quadri della zona liberata del Shanxi-Suiyuan, Mao deve invece lagnarsi che l’organizzazione di partito non è riuscita ad impedire le uccisioni di proprietari fondiari e contadini ricchi; aggiunge che nel corso della riforma agraria non ci si può appoggiare solamente sui contadini poveri, perché «uno dei suoi compiti (…) è quello di soddisfare le rivendicazioni dei contadini medi» e che pertanto il PCC non doveva appoggiare una distribuzione egualitaria delle terre confiscate:

«Si riscontra attualmente nelle campagne un modo di pensare che è nocivo all’industria e al commercio e che sostiene l’egualitarismo assoluto nella distribuzione della terra. Un tal modo di pensare è, per sua natura, reazionario, arretrato e retrogrado, e noi dobbiamo criticarlo».

E la ricetta per arrivare non solo a criticare tale situazione, ma a procedere in tutt’altra direzione, cioè una ripartizione della terra e dei beni confiscati secondo le capacità produttive dei contadini – politica che premiava indubbiamente il contadino medio e il medio agiato, alias contadino ricco con pose rivoluzionarie – il capo Mao l’avrebbe sciorinata il 25 maggio 1948 in“Il lavoro di riforma agraria e di consolidamento del partito”: «I quadri del Partito devono essere abbastanza numerosi e qualificati per prendere in mano il lavoro per la riforma agraria e non devono abbandonarlo all’azione spontanea delle masse». Senza tale condizione niente riforma agraria !

Se lo schiaffo per i servitori delle masse è irrispettoso, non importa; rimane il problema che storicamente non è da dozzina; è davvero reazionario che in una rivoluzione borghese gli strati più oppressi del contadiname prendano in parola i democratici o i popolari, che è lo stesso, e reclamino non solo la libertà e l’uguaglianza giuridica, che si riconosce loro senza difficoltà, ma anche quella sociale ed economica ?

Il quesito storico è già stato risolto dalla dottrina marxista: nella Russia i bolscevichi non hanno mai respinto come “reazionaria” quella “divisione nera” di cui avevano tuttavia criticato (non dal punto di vista del “commercio” e dell’ “industria”, ma da quello socialista) il carattere utopistico e piccolo borghese. Per essi la “divisione nera” rappresentava l’ideale rivoluzionario dei contadini poveri e, in quanto tale, l’avrebbero accettata se ve ne fosse stata la necessità. E sulla “divisione nera” non prevalse la proprietà dei kulak, bensì la conseguenza logica delle aspirazioni rivoluzionarie del contadiname: la nazionalizzazione della terra !

Ma il Partito Comunista Cinese non era a tale altezza storica, e dalla spartizione nera uscì il kulak e il contadino medio, corollari di una agricoltura così parcellizzata che tale risultato si dimostrò subito una catena per lo stesso sviluppo industriale cinese.