Διεθνές Κομμουνιστικό Κόμμα

Il Partito Comunista 81

Preti e democratici alla testa di Solidarnosc contro la lotta proletaria

Sulla proposta del primo ministro Jaruzelski si è chiusa la seconda fase dello scontro sociale in Polonia. Secondo un infame copione ormai ben sperimentato, l’azione congiunta sindacato nazionale-governo è riuscita a spegnere la spinta operaia, e lo sciopero generale rinviato sine die ha stroncato le ultime resistenze che pur l’ala più radicale di Solidarnosc mostrava di voler esprimere. La naturale delusione che una simile azione comporterà nelle file operaie, aggravata dal fatto che lo sciopero è stato rinviato all’ultimo momento dopo che la stessa direzione di Walesa era stata messa in minoranza, permetterà al governo polacco il periodo di «respiro» richiesto dalle disastrose condizioni economiche.
Delle varie ipotesi che nella fase più acuta della crisi sociale si potevano fare circa la sua evoluzione, si è verificata la più probabile, quella riformista, quella più deleteria per il prossimo sussulto sociale. Controllata alla meno peggio la situazione, anche grazie allo spauracchio della invasione degli eserciti degli stati fratelli – minaccia che tutta la stampa occidentale, con motivazioni e per esigenze disparate ha avuto buona cura di amplificare – lo stato polacco, senza nulla concedere sul piano economico, salvo vaghe promesse di una maggior democrazia ed un vuoto controllo dal basso di tutte le istanze del partito, va riorganizzando sull’onda di questa sua vittoria sul proletariato la propria struttura politica e tutti gli strumenti per tamponare almeno il progressivo disastro economico.
Le conseguenze, per gli operai polacchi, non tarderanno a farsi sentire: chiusura di fabbriche, spostamento indiscriminato di forza lavoro, blocco totale dei salari, ulteriore razionamento delle derrate alimentari di base, incremento forsennato dell’esportazione.
Il primo ministro ha parlato chiaramente: la situazione economica è sull’orlo della rovina, per spezzare la spirale delle rivendicazioni blocco degli scioperi per due mesi, e chiunque crede con la propria azione di osteggiare le necessarie azioni di ripresa, si mette contro la legalità. O la pace sociale e la ricostruzione dell’economia, o è lo sfacelo; su questa conclusione si è idealmente realizzato il blocco di tutte le forze «nazionali», e per  realizzare questi obbiettivi Solidarietà, la Chiesa polacca e il partito hanno lavorato, ciascuno per la propria parte.
La tregua sociale è un’esigenza inderogabile d’altra parte per l’ancora giovane organizzazione di Solidarnosc che ha necessità di rafforzare la propria rete, formare dei quadri fedeli; se pure la proposta di blocco, del resto prevista negli accordi firmati in precedenza, non è stata accettata, è stata assicurata la «moderazione». La rottura che si è verificata nel momento più acuto alla vigilia dello sciopero generale tra il gruppo dirigente e l’ala più estrema favorevole allo scontro diretto, malgrado l’incombere minaccioso dell’Armata Rossa, e le molto meno decise minacce del governo polacco, incapace in quella circostanza di effettuare una repressione diretta, questa rottura non si dovrà più verificare se lo stato polacco non vorrà correre il rischio di veder sorgere una nuova organizzazione di lotta quando le condizioni materiali raggiungeranno di nuovo un punto critico, non disposta al mercanteggio come Solidarnosc.
La manovra sembra per ora riuscita; al momento cruciale il grosso degli operai delle fabbriche si è schierato con la frazione di Walesa.
E’ del resto una costante nella dinamica storica del movimento proletario che gli organismi operai nati dalla lotta, ove la forza del partito di classe non si opponga a questa degenerazione, siano conquistati da una direzione filo borghese, e si schierino per la difesa della nazione, dell’economia nazionale;

Solidarietà, apertamente organizzatasi contro il disgregato sindacato di regime, imbelle appendice del POUP che non era stato in grado di prevedere e frenare le poderose lotte di un decennio fa, ha ripercorso in tempi accelerati lo stesso percorso. Ed invero, nella migliore tradizione dei marci sindacati occidentali si è sostituita al vecchio sindacato senza, e questo è in effetti un tratto originale rispetto agli stati d’oltre cortina, diventare uno strumento del partito polacco, una supina «cinghia di trasmissione».
Anzi, ad un certo momento per l’estrema debolezza mostrata dal partito e per la sua incapacità di condurre la crisi, Solidarietà si è quasi caratterizzata come un partito politico di tipo laburista contrapposto al POUP; la ferrea pressione esercitata dalla URSS ha però frenato questa tendenza, che del resto non avrebbe giovato alla stessa Solidarietà, la quale è tornata a giocare un ruolo strettamente sindacale, anche se non sono mancate nel suo interno tendenze — e non necessariamente filoccidentali, si badi bene — che spingevano ancora in questa direzione di rottura dell’apparato governativo, tendenze che però Walesa e compagnia, spalleggiati dalla Chiesa cattolica di Polonia sono riusciti a contenere e sopraffare.
Da quel momento la possibilità di invasione delle truppe del Patto di Varsavia si è fatta sempre più lontana, ed il POUP, trovato un alleato disposto a stare al proprio posto, ha potuto riassorbire la spinta disgregatrice della propria base operaia, ed ha condotto la sua azione in perfetto stile riformista.
Resta comunque il fatto che il rapporto tra Solidarietà e partito è anomalo rispetto a quello degli altri stati del «socialismo reale» e se all’immediato la situazione ha
trovato un equilibrio soddisfacente, un latente dualismo di potere resta attivo — e questo differenzia profondamente rispetto all’occidente il rapporto governo sindacato —, fatto che non cessa di preoccupare la dirigenza sovietica la quale non cessa le accuse e gli ammonimenti alle forze «antisociali».
Un indubbio successo intanto è stato conseguito dai piccoli produttori agricoli polacchi, che sono riusciti a vedere approvata dallo Stato la loro organizzazione politica, anche se mascherata formalmente sotto il nome di Solidarietà rurale. Anche se l’accordo da poco firmato non chiarisce sufficientemente i limiti di tale organizzazione ed i rapporti col governo polacco, la terrificante situazione agricola polacca ha messo i contadini in una posizione di forza tale che il governo si è dovuto piegare a quanto poco tempo fa aveva assolutamente escluso. E non è un caso che Solidarietà (quella «operaia») abbia fortemente appoggiato e propagandato il sorgere di un raggruppamento reazionario e piccolo borghese come quello dei contadini piccoli proprietari; il suo segno di classe non lascia ormai più dubbi.
Per quel che riguarda il movimento operaio non c’è dubbio che la ripresa delle lotte in Polonia dovrà eliminare la direzione di Solidarietà che del resto si è già mostrata a fianco del partito comunista sabotatrice delle lotte e degli scioperi; è altrettanto certo che nuovi sussulti operai scuoteranno l’inquieto quadro sociale.  Gli operai che non hanno accettato supinamente, malgrado tutto, il sabotaggio di Solidarietà degli scioperi, quelli che fino all’ultimo hanno creduto nella lotta e nello sciopero generale, sono i degni continuatori ed eredi dei combattenti di Ursus e Radom, di Danzica e Stettino. Da loro partirà certamente la lotta contro i futuri certi tradimenti di Solidarietà. In loro è la speranza della classe operaia di Polonia, a loro guardano i proletari di tutto il mondo.

L’epilogo borghese della rivoluzione cinese si legge nel suo passato Pt.7

Dalle Squadre di mutuo aiuto alle Cooperative

Fin dal 1950 il Governo di Pechino incoraggiò il formarsi e l’estendersi delle squadre di mutuo aiuto e delle cooperative di produttori agricoli e sia queste che quelle interessarono percentuali sempre più consistenti della popolazione agricola. La tabella sul processo di “collettivizzazione dell’agricoltura”, che abbiamo ripreso da fonti cinesi, mostra tale andamento e come nel biennio 50-51, in piena riforma agraria, la maggioranza delle famiglie rurali conducesse individualmente il proprio appezzamento; saranno poi le difficoltà materiali derivanti da una “riforma”, che non poteva costituire di per sé fattore di progresso economico e tecnico del contadino liberato, a determinare una prima potente spinta verso l’associazionismo, la cooperazione.

La squadra di mutuo aiuto era una forma di collaborazione a carattere temporaneo o stagionale che era già stata adottata nel passato dai contadini cinesi; 4 o 5 famiglie, pur rimanendo proprietari del proprio appezzamento e dei suoi prodotti, si scambiavano reciprocamente i pochi attrezzi, i pochi animali da tiro, il proprio lavoro, questo per supplire alla cronica mancanza di mezzi di produzione.

Il povero aiuta il povero”. Così si traduceva nella Cina antica questo tipo di cooperazione di forma precapitalista (non socialista !) di solidarietà ed assicurazione sociale.

Nelle cooperative elementari, dette anche semisocialiste, invece, le famiglie contadine partecipanti (dalle 20 alle 30 in genere) avevano da una parte il diritto di conservare per la produzione individuale una porzione minima delle loro terre, e dall’altro affittavano alla cooperativa la terra rimanente, i mezzi di produzione principali e gli animali da tiro. La proprietà delle terre, dei mezzi di produzione e degli animali da tiro rimaneva alla famiglia contadina che poteva ritirarsi dalla cooperativa di sua volontà; il lavoro nella cooperativa veniva svolto con un unico piano di produzione di uomini e mezzi, ed i contadini venivano retribuiti secondo il lavoro effettuato oltre a ricevere una rendita per la terra messa a disposizione e una remunerazione a titolo di ammortamento e di interessi sui mezzi di produzione di loro proprietà (animali da lavoro, attrezzi agricoli, giunche, ecc.). In definitiva quindi si aveva che la piccola proprietà contadina veniva mantenuta nel quadro cooperativo.

Le cooperative avanzate o socialiste non ammettevano la proprietà privata di terre e di mezzi di produzione principali che venivano acquistati dalla cooperativa. Il processo di concentrazione del capitale passava quindi come per la collettivizzazione russa, attraverso la semplice alienazione commerciale, e l’unica differenza fra le cooperative cinesi e i kolchoz russi di Baffone era che i contadini ricchi avevano potuto vendere la loro terra anziché prendere il cammino verso la Siberia. Le cooperative avanzate in genere rispettavano le dimensioni dei villaggi e comprendevano pertanto, secondo le zone, dalle 100 alle 300 famiglie di contadini.

Ad ogni modo, sia le dimensioni delle cooperative che quelle degli appezzamenti privati, garantiti dalla legge, costituirono continuo oggetto di discussioni e scontri nel PCC, tanto che varieranno continuamente a seconda degli indirizzi di politica statale.

Tre le fonti di reddito dei contadini partecipanti: 1) Il ricavato dalla vendita delle terre e dei mezzi di produzione; 2) Il salario derivante dal lavoro prestato nella cooperativa; 3) Il ricavato dalle vendite dei prodotti degli appezzamenti.

Come nel kolchoz russo quindi, piccola produzione e cooperativismo sono uniti in un matrimonio indissolubile !

Vediamo la sequenza della collettivizzazione secondo le cifre ufficiali: le famiglie interessate nelle squadre di mutuo aiuto aumentano annualmente: sono il 10% del totale nel 1950, il 19% nel 1951, il 39% nel 1952-53, il 58% nel 1954, poi le percentuali calano per l’estendersi delle cooperative, sono il 50% nel 1955 e solo il 5% nel 1956.

Il 16 dicembre 1953, il Comitato Centrale del PCC adotta una risoluzione titolata “Decisioni sullo sviluppo delle cooperative di produzione”, che pur segnando il lancio ufficiale del movimento cooperativo, allora appena accennato, indica ancora la prudenza di Pechino verso l’estendersi di tale forma di organizzazione delle microscopiche aziende contadine: «Per un lungo periodo (…) la proprietà privata della terra deve essere protetta», dichiara esplicitamente la risoluzione.

Infatti anche riguardo al numero delle cooperative da formarsi l’obbiettivo è piuttosto prudente tanto che sarà ben al di sotto del procedere reale del movimento cooperativo. Secondo la risoluzione, le cooperative che erano allora 15.100, dovevano raggiungere, nell’autunno 1954 la cifra di 38.500; i dati ufficiali sono però ben al di sopra con 114.400 cooperative con il 2% delle famiglie contadine e con una media di 20 famiglie per cooperativa.

Nell’ottobre 1954, la riunione del CC fissa per la primavera 1955 un nuovo obbiettivo di 600 mila cooperative, cifra anch’essa superata. Secondo Mao si raggiunse 670 mila cooperative, di cui una parte fu sciolta tanto che nell’autunno dello stesso anno ne abbiamo 633.700 prima avvisaglia dei contrasti all’interno del PCC sul ritmo della collettivizzazione.

Infatti il Vice-primo Ministro Li Fuzhun alla II sezione dell’Assemblea Popolare Nazionale il 5 luglio 1955 nel Rapporto sul primo piano quinquennale rivede l’obbiettivo del 50% delle famiglie contadine da “collettivizzare” alla fine del 1957, e lo porta al 33%.

Che non fosse una mossa di Li Fuzhun ma che ciò derivasse da un accordo largo all’interno del Politburo del PCC, ostile alla rapida collettivizzazione, lo provò 12 anni dopo Liu Shaoqi nella sua “Autocritica“:

«Nel 1955 il compagno Deng Zihui propose di ridurre le dimensioni di 200 mila cooperative o di scioglierle. La riunione del Comitato Centrale da me presieduta, non fece nessuna obiezione a questa proposta e approvò praticamente il suo piano. Di conseguenza, alle successive riunioni per il lavoro agricolo del Comitato Centrale, Deng ridusse le dimensioni delle200 mila cooperative o le sciolse».

La grande accelerazione della “collettivizzazione” si ha nell’estate 1955, quando Mao, nel suo famoso discorso del 31 luglio “Sul problema della cooperazione agricola”, annuncia che nella primavera 1958 la metà dell’intera popolazione rurale sarà raggruppata nelle cooperative e che nel 1960 vi avrà aderito anche l’altra metà.

Il discorso-rapporto di Mao, era stato preparato dopo che il Timoniere aveva compiuto una lunga ispezione nelle Provincie, e non a caso venne letto a una riunione dei segretari di Partito provinciali, municipali e delle regioni autonome convocata dal Comitato Centrale; sia questo particolare sia molte parti del testo indicano chiaramente che la leadership di Mao era già allora in declino e che attraverso Liu Shaoqi, Li Fuzhun e Deng Zihui si facevano valere le esigenze proprie del nascente capitalismo cinese, con gli antagonismi sociali suoi propri, che erano impedite nel loro libero corso da quel misto di socialismo da caserma e di populismo tipici del maoismo prima maniera.

Vediamo il testo di Mao: «La situazione in Cina è la seguente: tenendo conto della sua enorme popolazione, la superficie coltivata è insufficiente (vi sono, nell’insieme del paese, tre mu di terra a testa e in non poche regioni delle provincie meridionali la media scende ad un mu a testa e anche meno); considerando la frequenza delle calamità naturali (ogni anno un gran numero di terreni coltivati sono colpiti in misura maggiore o minore da inondazioni, siccità, venti, gelo, grandine o insetti nocivi) e l’arretratezza dei metodi di coltivazione, benché il livello di vita delle grandi masse contadine sia migliorato e talora in modo considerevole dopo la riforma agraria, molti contadini versano ancora in condizioni difficili e di disagio; quelli che godono di un certo benessere sono relativamente poco numerosi. Per tutti questi motivi la maggior parte dei contadini desiderano ardentemente impegnarsi sulla via del socialismo (…) Resta ancora oggi nelle campagne la proprietà capitalistica dei contadini ricchi e la piccola proprietà contadina, estesa quanto un oceano. Come hanno rilevato tutti, la tendenza spontanea al capitalismo nelle campagne cresce giorno dopo giorno e si vedono apparire ovunque dei nuovi contadini ricchi. Molti contadini medi agiati cercano di trasformarsi in contadini ricchi. Molti contadini poveri, mancando di adeguati mezzi di produzione, non sono ancora riusciti a sottrarsi alla miseria: alcuni sono indebitati, altri sono costretti a vendere o ad affittare le loro terre. Se si permette che questa tendenza si sviluppi, la suddivisione della campagna in due poli estremi si verrà inevitabilmente aggravando».

Ma lo Stato cinese ha la sua base sociale nel contadiname e non può permettere l’esplodere della lotta di classe nelle campagne. Il blocco sociale su cui si regge deve rimanere intatto.

Evitare il rincrudirsi delle tensioni sociali e nello stesso tempo accrescere la produzione agricola con una più grande concentrazione di mezzi umani e materiali: questo fu l’obbiettivo della collettivizzazione cinese, come del resto già era stato per quella russa degli anni Trenta. Ma sia l’una che l’altra hanno un altro tratto in comune: non furono “pianificate” come vuole la leggenda, ma si imposero agli stessi pianificatori con tutta la forza degli antagonismi economici.

Infatti, come abbiamo già detto, lo scopo essenziale della riforma agraria, era di liberare forze produttive, e questo processo per differenti ragioni era stato lento e contraddittorio. La estrema parcellizzazione unita alla carenza assoluta di mezzi di produzione (ricordate ambedue da Mao), costituivano già un grave ostacolo. Ma si contava sull’ “entusiasmo” del contadino proprietario liberato dalla gravosa rendita in natura e in denaro che versava al proprietario fondiario, e dai debiti nei confronti dell’usuraio; certo tutto questo costituiva il più grande vantaggio tratto dal contadiname cinese con la riforma agraria.

Tuttavia questo beneficio si era rapidamente dissolto, per i contadini come per lo Stato: l’oceano della piccola produzione stava tutto inghiottendo !

Per esempio fu stimato in 30 milioni di tonnellate di cereali il beneficio in natura che i contadini cinesi realizzavano ogni anno in seguito all’abolizione dell’affittanza dei proprietari fondiari, ed il rebus era sapere se questi 30 milioni di tonnellate sarebbero state portate sul mercato, se potevano contribuire a legare le sorti industriali della città con il ritmo lento e normale del capitale nelle campagne.

Ma i dati economici che abbiamo visto nella puntata precedente indicavano invece che lo scambio di merci e denaro era sfavorevole al settore industriale, era favorevole al contadino, che mangiava i 30 milioni di tonnellate e forse qualcosa altro ancora. La conseguenza era che non solo rimaneva l’economia naturale, ma che il contadino, incapace di sussidiare i suoi bisogni con la coltivazione del suo misero appezzamento, ritrovava il suo ex-compagno di strada: l’usuraio del villaggio.

Il processo di collettivizzazione dell’agricoltura
Anni  
19501951195219531954195519561957
Famiglie Contadine (milioni)105,5109,6113,7116,3117,3119,2121,5123,0
   non organizzate94,288,668,370,446,541,93,7 0,0
   in Gruppi Mutuo Aiuto11,321,045,445,668,560,46,14,1
   in Cooperative0,10,32,316,9111,7118,9
   – elementari0,10,32,316,934,87,9
   – avanzate76,9111,0
Cooperative (migliaia) 0,13,615,1114,4633,7993,6780,0
Nota: I dati si riferiscono solitamente al periodo autunnale

Ecco quello che dovette ammettere Mao nel luglio ottobre 1955 !

La situazione era da tempo conosciuta: Chen Boda dichiarò alla XII sessione del Comitato Nazionale della Conferenza politica consuntiva che in 11 hsien (cantoni) della provincia dell’Hebei le transazioni erano passate da 43.830 nel 1949 a 54.494 nel 1950 e a 115.188 nel 1951, e costantemente la stampa cinese aveva denunciato episodi particolarmente rivoltanti, di contadini ricchi che pretendevano tassi di interesse annuo del 50% e anche del 100%, o di contadini costretti a vendere la terra assegnata loro qualche tempo prima.

Altri dati saranno resi pubblici alla III sessione dell’Assemblea Popolare cinese nel giugno 1956: sempre in 11 hsien dell’Hebei, i contadini poveri avevano venduto 7.199 ettari nel 1951, 5.714 nel 1952, 4.903 nel 1953, 2.265 nel 1954 e 518 nel 1955. Ma il costo che lo Stato sopportava per combattere l’usura e aiutare i contadini a entrare nelle cooperative era salato: il credito annuale dei prestiti statali rurali passa dai 302 milioni di yuan del 1951 ai 3.200 del 1956.

Altre considerazioni economiche concorsero alla decisione di Mao di accelerare il ritmo della collettivizzazione: il raccolto del 1954 era stato cattivo, come nell’anno precedente, la disponibilità annua di cereali era nuovamente diminuita e la cosa, oltre a ripercuotersi sull’approvvigionamento alimentare delle città, minacciava la rata degli investimenti nell’industria.

Motivi reali della collettivizzazione

Nel discorso tenuto nel luglio 1955, Mao avvertì del pericolo che ne derivava per la Cina forte ed industriale, da tutti auspicata: «Innanzitutto, come ognuno sa, il livello di produzione di cereali destinati al mercato e di materie prime industriali è attualmente assai basso in Cina, mentre la domanda di questi prodotti nel paese aumenta di anno in anno. Ci troviamo qui di fronte a una profonda contraddizione. Se nel giro di tre piani quinquennali circa non siamo in grado di risolvere in linea di massima il problema della cooperazione agricola, cioè di passare dalla piccola conduzione contadina basata su aratri a trazione animale alla grande conduzione meccanizzata (…) non saremo in grado di risolvere la contraddizione esistente tra l’aumento costante della domanda di cereali per il mercato, e di materie prime industriali e l’attuale produzione, generalmente poco elevata, dei principali prodotti agricoli. Se così fosse, la nostra industrializzazione socialista andrebbe incontro a enormi difficoltà e non saremmo in grado di attuarla».

Le affermazioni di Mao sono una confessione: con la spartizione della “riforma agraria” i dirigenti cinesi non pretendevano di poter risolvere la questione sociale nelle campagne, ma pensavano di accrescete sensibilmente la produzione agricola e di creare le basi dell’industrializzazione; ma l’intera politica fin lì seguita che puntava sul contadino medio e anche ricco, sulla commercializzazione delle sue eccedenze, sulle tasse sul prodotto e sulle consegne obbligate, aveva condotto a risultati diametralmente opposti a quelli attesi. Il surplus agricolo fu assorbito dai contadini, le tasse dovettero mantenersi morbide e il movimento di capitali si aveva dalla città alla campagna anziché all’inverso, sia sotto forma di prestiti, che per lo squilibrio già visto fra vendite dei prodotti agricoli e acquisto da parte delle campagne di mezzi di produzione. La medicina proposta da Mao riprendeva la collettivizzazione russa; infatti il testo continuava a scandire: «Lo stesso problema si era posto, nel corso della sua edificazione socialista, all’Unione Sovietica, che lo risolse dirigendo in modo pianificato e sviluppando la cooperazione agricola. Solo applicando lo stesso metodo possiamo anche noi risolvere questo problema (…) La rivoluzione che stiamo sviluppando non comporta solo – dal punto di vista del sistema sociale – il passaggio dalla proprietà privata a quella collettiva, ma anche – dal punto di vista della tecnica – il passaggio alla produzione su vasta scala grazie a una attrezzatura meccanica moderna».

E collettivizzazione fu, con lo scopo da una parte di eliminare lo squilibrio che si stava di nuovo determinando nelle campagne fra contadini ricchi e contadini poveri, e dall’altra per cercare di utilizzare tutti i mezzi possibiliin quella determinata situazioneper realizzare un aumento della produttività agricola, aumento messo a servizio delle esigenze di industrializzazione forzata.

Nel rapporto Mao prevedeva che, prima del raccolto dell’autunno 1956, si costituissero 1 milione e 300 mila cooperative elementari (ossia un aumento di più del 100% in 14 mesi), la trasformazione di una parte di queste in cooperative socialiste o avanzate, e prevedeva che l’intera popolazione rurale sarebbe stata organizzata nelle cooperative entro il 1960, affermazione che cozzava con la cautela espressa da Li Fuzhun solo 25 giorni prima.

L’appello di Mao era diretto esplicitamente alle masse, nei confronti delle quali «alcuni nostri compagni somigliano a quelle donne con i piedi bendati che saltellano di qua e di là e si lamentano continuamente perché gli altri camminano troppo in fretta», ai dirigenti periferici, ai quadri rurali, la cui capacità di “formare” cooperative diveniva la misura della fedeltà al carisma del Grande Timoniere Mao Zedong:

«Spero che i compagni responsabili delle diverse province e regioni, rientrando nelle loro sedi studino il problema, elaborino un piano adeguato conforme alle condizioni concrete e inviino, entro due mesi, un rapporto al Comitato Centrale, potremo allora ridiscutere l’intera questione e prendere una decisione definitiva (…) i quadri rurali locali devono costituire la forza principale sia della costituzione che nel lavoro di previsione delle cooperative; devono venire aiutati nel loro lavoro, ma devono anche assumere le loro responsabilità. I quadri inviati “dall’alto” serviranno come forza di appoggio; la loro funzione è quella di guidare e di aiutare, non già di prendere tutto nelle loro mani».

In questo modo Mao scavalcò di un botto il Comitato Centrale e il Politburo nei quali, come racconterà Liu Shaoqi, si era invece propensi a controllare e persino rallentare il processo di collettivizzazione delle campagne, e questo stato di cose l’aveva dovuto ammettere lo stesso Mao accennando, nel rapporto, a «compagni che vedono solo i contadini agiati», che «disapprovano la collettivizzazione», che «non vedono la interdipendenza fra industrializzazione e collettivizzazione», che «continuano a rimanere sulle posizioni della borghesia, dei contadini ricchi e dei contadini medi che spontaneamente tendono al capitalismo», compagni, responsabili di aver fatto sciogliere, nell’aprile 1955, 15.000 cooperative sulle 53.000 esistenti nella provincia di Zhejiang.

Pronunciato il 31 luglio il discorso di Mao fu pubblicato soltanto il 17 ottobre assieme alla risoluzione approvata dal VI Plenum del VII Congresso del PCC, tenutosi dal 4 all’11 ottobre. La risoluzione dal titolo “Sul sistema della cooperazione agricola riprendeva gran parte del discorso del 31 luglio e segnava la sconfitta degli oppositori di Mao, espressa chiaramente in questi due periodi: «(gli oppositori) hanno lanciato la politica di destra di “severa riduzione” e in certi luoghi hanno sciolto un gran numero di cooperative con la forza e l’autoritarismo (…) l’obiettivo del movimento cooperativo è di portare 110 milioni di famiglie contadine dal modo di produzione individuale al modo di coltivazione collettivo e di procedere poi alla trasformazione tecnica dell’agricoltura».

Del resto dopo l’ottimo raccolto autunnale che aveva fatto toccare un livello record alla produzione di cereali e di cotone, con un aumento rispetto all’anno precedente rispettivamente dell’8,4% e del 42,5%, e le prime notizie di una rapidissima espansione delle cooperative (il “Quotidiano della Liberazione”, Shanghai, 21 ottobre 1955, annunciò che nella provincia del Shandong più di 78 mila cooperative erano state formate dopo il raccolto). L’entusiasmo e la fiducia avevano contagiato l’intero PCC e glioppositori” di Mao fecero la classica autocritica. Il Vice-Primo Ministro Li Xiannian riconobbe di aver commesso errori di “empirismo”, Bo Yi-bo Ministro delle Finanze ammise che Mao aveva visto giusto, Chen Yi abiurò le sue posizioni di “destra, e, infine, le previsioni di collettivizzazione furono nuovamente cambiate con ulteriore accelerazione.

Nella Prefazione a “L’alta marea del socialismo nelle campagne cinesi”, del 27 dicembre 1955, Mao prevede che entro il 1956 le cooperative elementari riguarderanno la quasi totalità della popolazione contadina, e che entro il biennio 1959-60 «sarà possibile realizzare in linea di massima il passaggio delle cooperative elementari a quelle avanzate», e dopo l’applicazione di questo balsamo miracoloso, il 1967compimento del terzo piano quinquennaleavrebbe dovuto segnare una produzione cerealicola del 100-200% maggiore della massima anteguerra.

Previsione che fu l’ennesimo fiasco ! La produzione massima anteguerra di cereali è stata di 160 milioni di tonnellate; nel 1967 si avrà circa 230 milioni di ton., con un incremento quindi del 43%, ben distante dal 100-200% auspicato da Mao ! La produzione del 1980 sarà invece di 317 milioni di ton., poco meno della previsione minima di Mao per il 1967, il ritardo quindi sarà di ben 13 anni !

La previsione sarà invece rispettata per quanto riguarda la formazione di cooperative; alla fine del 1955, 70 milioni di famiglie contadine saranno riunite in 1.900.000 cooperative, la cifra passa a 93 milioni all’inizio del 1956, a 110 milioni a giugno, e alla fine dell’anno le 120 e più milioni di famiglie contadine sono collettivizzate ed incamminate sulla strada del socialismo, secondo l’espressione di Mao, strada che corrisponde invece all’epopea della accumulazione originaria di capitale nelle campagne cinesi, come continueremo a mostrare nei capitoli a venire, attestandoci intanto su questo primo decisivo risultato: il PCC distribuendo la terra in proprietà privata ai contadini compie la prima classica fase di sviluppo dell’agricoltura capitalistica.

Prima fase però che è solo preludio del processo di espropriazione e concentrazione di tale forma di proprietà, sotto la spinta delle forze produttive borghesi e della giganteggiante economia di mercato.

Le cooperative prima, le Comuni poi, andranno verso tale espropriazione e concentrazione, ma, contraddittoriamente, spostando gli interessi del contadino particellare e della sua economia alla cui sopravvivenza deve contribuire l’aiuto statale.