Διεθνές Κομμουνιστικό Κόμμα

Rassegna Comunista 4

Gli schieramenti dei partiti parlamentari in Italia

Questa applicazione del meccanismo elettorale cui abbiamo assistito in Italia, svoltasi con una rapidità di passaggio che è l’unica cosa che poteva conferire alla sua sopportazione, ha confermato che si tratta di un meccanismo rugginoso e consunto, incapace ormai di fungere da primo motore della macchina politica. 

Le recenti elezioni non hanno indicato né tanto meno fornito alla classe che è al potere nuovi espedienti e risorse per uscire dalle strette di una penosa situazione. La nuova Camera è composta su per giù come l’antica e, dal punto di vista puramente parlamentare, offre gli stessi problemi alla formazione di un governo secondo le regole consuete. 

È impressione corrente che, avendo il ministero Giolitti sciolta la Camera, perché su di essa era impossibile basare una sicura maggioranza di governo, si trovi ora dinanzi ad una Camera in cui quelle difficoltà si sono identicamente rinnovate, e forse accentuate. 

Ma queste sono le riflessioni correnti di quella pubblica opinione ricucita di luoghi comuni, e poco ci importano. La realtà è che la politica difensiva della classe borghese in Italia si avvia a confermare quella che è una esperienza fondamentale del movimento internazionale comunista, cioè la funzione decisivamente reazionaria della socialdemocrazia. 

Si è troppo ripetuto che in Italia una socialdemocrazia non esiste, si è troppo speculato sulle superficiali valutazioni che del socialismo riformista e transigente italiano sono in voga in Italia e all’estero per la interferenza di fattori non bene compresi. Lo si è tanto ripetuto che gli avvenimenti non mancheranno di regalarci un altro teorema (ci si passi la espressione) che la più velenosa e reazionaria forma di socialdemocrazia è quella che più tarda ad appalesarsi per tale. 

Certo è che mentre il regime, o se non il regime le cui crepe sono troppo evidentemente insanabili, almeno il potere borghese, dà prova di avere tuttora delle notevoli risorse difensive, e di essere capace di far arretrare di qualche passo l’avversario, il proletariato rivoluzionario, profittando con intuito e risolutezza delle sue debolezze, mentre questa verità altamente ammonitrice per i proletari, scaturisce da quanto avviene nelle piazze e nelle campagne attraverso gli episodi di una quotidiana guerriglia, la consultazione elettorale dà indicazioni nettamente di sinistra, dà la vittoria a forze essenzialmente democratiche, a programmi che sono materiati di riformismo socialistoide e di modernismo sindacale. Protagonisti della vigorosa resistenza borghese non sono dunque i gruppi reazionari (nel senso storico della parola) della borghesia; non sono elementi ultraconservatori, ultramonarchici, clericali, moderati… tutta questa terminologia è sparita addirittura dalla politica italiana. 

I partiti messi in auge dalle elezioni recenti e dalle precedenti sono tutti su di un terreno democratico, si avviano tutti ad accettare l’esperimento di un governo socialdemocratico; ossia a formarsi la coscienza di classe che costituire un tale governo non vorrà dire cedere dinanzi alle masse, ma portare contro di esse e l’avanguardia rivoluzionaria del loro movimento, la più decisa delle offensive. 

Il partito popolare – non occorre ripeterne i motivi – è un partito largamente democratico e riformista; sindacalista nella sua ala sinistra, la quale arriva perfino a considerare senza timore un cambiamento di forma di governo nel senso repubblicano; ed è apertamente (tutto il partito) fautore della più larga funzione della democrazia parlamentare. Esso fa posto nei suoi programmi alle aspirazioni economiche delle masse; sopratutto agrarie, e fa leva in gran parte su queste – non fa mistero di essere un partito di governo, e comincia a dichiarare di essere pronto a collaborare con le frazioni della più accesa democrazia; essendo ormai da una parte e dall’altra superato per sempre quel problema dell’anticlericalismo massonico, che una volta sembrava il pernio delle lotte politiche in Italia; mentre era il risultato di uno spregevole onanismo intellettuale. 

I gruppi del «partito liberale» non si possono esaminare che riducendoli a seguito di questo o di quello «illustre parlamentare». Vi sono i seguaci fedeli di Giolitti: chi non conosce l’audacia democratica e riformistica dei suoi programmi? La sua antica decisione di portare i socialisti al potere, realizzata in parte dopo la scissione del 1912 in cui il partito socialista respingeva da sé i collaborazionisti, creando la illusione di aver superato il pericolo riformista; mentre questo covava nelle sue file, e mentre, come dicevamo, esso è tanto più insidioso, quanto più circonda di stentate od ostentate riluttanze la sua via verso l’alleanza borghese? 

Vi è una «opposizione» a Giolitti che gravita verso Nitti. Le ragioni della opposizione non sono che personali, il tono politico è lo stesso. Caso mai Nitti è ancora più corrivo alla collaborazione socialista, verso cui quando era al potere fece tentativi replicati, dimostrandosi così audacemente oculato dal sorridere anche al chiassoso massimalismo del 1919 ed aiutarlo a vincere nelle elezioni.

Ancora: v’è un gruppo Salandra, in cui sopravviverebbe la «destra» della Camera italiana. A dispetto di ogni regola geometrica o simmetrica, nel Parlamento nazionale la sinistra comprende i cinque sesti dei deputati, e la destra, con aggiuntovi il centro, si e no il sesto, anzi certamente no. Ma il recente discorso Salandra dimostra che anch’egli accederebbe ai modernissimi criteri di governo deponendo pregiudiziali sorpassate. D’altra parte nel suo governo di guerra egli comprese i socialisti riformisti interventisti. E nel giudicare dello schieramento politico dei partiti italiani non bisogna dare troppo peso alla politica fatta durante la guerra. Bissolati è morto; e se sempre ha vissuto vicinissimo a Turati, oggi sarebbe forse per condividere ancora la sua tessera. Non vi è maggiore abisso tra Salandra e Giolitti di quello che vi fosse tra Bissolati e Turati. Del resto, il riavvicinamento è stato sancito dalla stessa posizione elettorale del Salandra, divenuto anch’egli ministeriale. 

Vi sono i fascisti. La presenza di questo nuovo gruppo non deve ingannare. Esso non smentisce affatto le tendenze della borghesia italiana alla avanzata democrazia parlamentare, alle riforme che vogliono contentare i lavoratori, alla più grande ampiezza di libertà per i sindacati professionali. Anzi in tutto questo campo il fascismo è una avanguardia programmatica. Il fascismo non è né un partito, né un gruppo; esso è il precipitato ultimo della politica di difesa della classe borghese, di cui contiene le più forti esperienze nazionali ed internazionali. La sua funzione sulla scena della politica italiana è la dimostrazione vivente e dinamica delle affermazioni critiche del comunismo; che cioè nel meccanismo parlamentare democratico si realizza la dittatura borghese, che la funzione di quel meccanismo si integra con la lotta violenta contro le tendenze rivoluzionarie, colla applicazione alla lotta di classe del principio militare che la migliore difesa è l’offensiva.

Il fascismo, colle sue imprese, se interpretato alla luce di una valutazione marxista che è lettera morta per la cecità o per la complicità – socialdemocratica, avvia, attraverso un processo le cui vicende parlamentari si intravedono già, ma su cui ancora non ci soffermeremo, lo scatenamento della più selvaggia battaglia antirivoluzionaria, sotto la bandiera, non di una dittatura extraparlamentare, ma di un governo di democratici, magari di una repubblica presieduta da socialisti, che rinnoverà le gesta degli Ebert e dei Noske. 

Le gesta non sarebbero rinnovate, al certo, se la grande massa proletaria seguisse la suadente politica di addormentamento socialdemocratica, e disarmasse nei metodi di passività sfrontatamente proposti dal partito socialista. Questo potrebbe sembrare probabile a chi considerasse aritmeticamente le cifre dei voti socialisti e comunisti nelle elezioni recenti. 

Ma il comunismo italiano, più che mai ferrato delle armi critiche demolitrici dell’inganno parlamentare apprestate dalla genialità dei Maestri, e dalle sanguinose esperienze dei militanti contemporanei della lotta rivoluzionaria, sorge a rispondere che su altro terreno si dimostrerà come anche in Italia vi siano forze inquadrate sotto il vessillo di Spartaco. Alle quali se migliore arriderà la fortuna, non vi sarà ombra di grazia per i «passati al nemico».

ΚΟΜΜΑ ΚΑΙ ΤΑΞΙΚΗ ΔΡΑΣΗ

Σε ένα προηγούμενο άρθρο στο οποίο αναπτύξαμε ορισμένες θεμελιώδεις θεωρητικές έννοιες, δείξαμε ότι όχι μόνο δεν υπάρχει καμία αντίφαση στο γεγονός του ότι το πολιτικό κόμμα της εργατικής τάξης, το απαραίτητο όργανο των αγώνων για την απελευθέρωση αυτής της τάξης, περιλαμβάνει στις γραμμές του μονάχα ένα μέρος, μια μειοψηφία, της τάξης, αλλά δείξαμε, επίσης, ότι δεν μπορούμε να μιλάμε για μια τάξη ως ιστορικό κίνημα χωρίς την ύπαρξη ενός κόμματος που έχει μια σαφή συνείδηση αυτού του κινήματος και των σκοπών του και το οποίο τίθεται στην πρωτοπορία αυτού του κινήματος μέσα στην πάλη.

Μια πιο λεπτομερής εξέταση των ιστορικών καθηκόντων της εργατικής τάξης μέσα στην επαναστατική της πορεία, τόσο πριν όσο και μετά την ανατροπή της εξουσίας των εκμεταλλευτών, δεν μπορεί παρά να επιβεβαιώσει την επιτακτική αναγκαιότητα ενός πολιτικού κόμματος που πρέπει να κατευθύνει όλο τον αγώνα της εργατικής τάξης.

Για να δώσουμε μια σαφή και χειροπιαστή ιδέα της τεχνικής αναγκαιότητας του κόμματος θα πρέπει πρώτα να εξετάσουμε – ακόμη κι αν αυτό φαίνεται παράλογο – τα καθήκοντα που το προλεταριάτο πρέπει να εκπληρώσει αφότου έρθει στην εξουσία και αφότου αποσπάσει βίαια τον έλεγχο της κοινωνικής μηχανής από την αστική τάξη.

Αφού αποκτήσει τον έλεγχο του κράτους, το προλεταριάτο πρέπει να αναλάβει σύνθετες λειτουργίες. Εκτός από το να αντικαταστήσει την αστική τάξη στη διεύθυνση και τη διαχείριση των δημοσίων υποθέσεων αυτό πρέπει να δημιουργήσει έναν εντελώς νέο και διαφορετικό διοικητικό και κυβερνητικό μηχανισμό με πάρα πολύ πιο σύνθετους στόχους από αυτούς που περιλαμβάνει σήμερα η “τέχνη της διακυβέρνησης”. Αυτές οι λειτουργίες απαιτούν την αυστηρή πειθαρχία των ατόμων που είναι ικανά να εκτελούν διάφορες λειτουργίες, να μελετούν ποικίλα προβλήματα και να εφαρμόζουν ορισμένα κριτήρια στους διαφόρους τομείς της συλλογικής ζωής: αυτά κριτήρια απορρέουν από τις γενικές επαναστατικές αρχές και αντιστοιχούν στην αναγκαιότητα που εξαναγκάζει την προλεταριακή τάξη να διαρρήξει τους δεσμούς της με το παλαιό καθεστώς για να δημιουργήσει νέες κοινωνικές σχέσεις.

Θα ήταν κεφαλαιώδες λάθος το να πιστεύει κανείς ότι ένας τέτοιος βαθμός προετοιμασίας και εξειδίκευσης θα μπορούσε να επιτευχθεί απλώς και μόνο με την οργάνωση των εργατών σε επαγγελματική βάση, σύμφωνα με τις παραδοσιακές τους λειτουργίες μέσα στο παλαιό καθεστώς. Το καθήκον μας δεν είναι να εξαλείψουμε τη συνεισφορά της τεχνικής ικανότητας με την οποία προηγουμένως παρείχε ο καπιταλιστής ή στοιχεία που βρίσκονταν κοντά σε αυτόν για να τα αντικαταστήσουμε από εργοστάσιο σε εργοστάσιο με την εκπαίδευση και την πείρα των καλύτερων εργατών. Πρέπει, απεναντίας, να αντιμετωπίσουμε καθήκοντα πολύ περισσότερο σύνθετης φύσεως που απαιτούν μια σύνθεση πολιτικής, διοικητικής και στρατιωτικής προετοιμασίας. Μια τέτοια προετοιμασία που θα αντιστοιχεί ακριβώς σε ορισμένα σαφή ιστορικά καθήκοντα της προλεταριακής επανάστασης μπορεί να εγγυηθεί μόνο το πολιτικό κόμμα. Στην πραγματικότητα, το πολιτικό κόμμα είναι ο μόνος οργανισμός που κατέχει, αφενός, μια γενική ιστορική αντίληψη της επαναστατικής διαδικασίας και των απαιτήσεών της και, αφετέρου, μια αυστηρή οργανωτική πειθαρχία που εξασφαλίζει την πλήρη υπαγωγή όλων των ιδιαίτερων λειτουργιών της στον τελικό γενικό σκοπό της τάξης.

Το κόμμα είναι ένα σύνολο ανθρώπων που έχουν την ίδια γενική αντίληψη για την εξέλιξη της ιστορίας, που έχουν μια σαφή αντίληψη του τελικού σκοπού της τάξης που εκπροσωπούν και που έχουν ετοιμάσει εκ των προτέρων ένα σύστημα λύσεων στα ποικίλα προβλήματα τα οποία το προλεταριάτο θα αντιμετωπίσει όταν αυτό γίνει η άρχουσα τάξη. Γι’ αυτόν τον λόγο η εξουσία της τάξης μπορεί να είναι μονάχα η εξουσία του κόμματος. Ύστερα από αυτές τις σύντομες σκέψεις, τις οποίες θα μπορούσε να επιβεβαιώσει με πρόδηλο τρόπο ακόμη και μια επιφανειακή μελέτη της Ρωσικής Επανάστασης, θα εξετάσουμε τώρα τη φάση που προηγείται της ανόδου του προλεταριάτου στην εξουσία για να καταδείξουμε ότι η επαναστατική δράση της τάξης κατά της αστικής εξουσίας μπορεί να είναι μόνο η δράση του κόμματος.

Κατ’ αρχάς, είναι ολοφάνερο ότι το προλεταριάτο δεν θα ήταν αρκετά ώριμο για να αντιμετωπίσει τα εξαιρετικά δύσκολα προβλήματα της περιόδου της δικτατορίας του, εάν το όργανο που είναι απαραίτητο για να λύσει αυτά τα προβλήματα, το κόμμα, δεν έχει αρχίσει πολύ πρωτύτερα να συγκροτεί το σώμα της θεωρίας του και των εμπειριών του.

Το κόμμα είναι το απαραίτητο όργανο κάθε ταξικής δράσης, ακόμη κι αν λάβουμε υπόψη τις άμεσες ανάγκες των αγώνων, οι οποίοι πρέπει να κορυφωθούν με την επαναστατική ανατροπή της αστικής τάξης. Στην πραγματικότητα, δεν μπορούμε να μιλάμε για μια γνήσια ταξική δράση – δηλαδή, μια δράση που πάει πέρα από τα επαγγελματικά συμφέροντα και τα άμεσα συμφέροντα – χωρίς να υπάρχει η δράση του κόμματος.

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Βασικά, το καθήκον του προλεταριακού κόμματος μέσα στην ιστορική διαδικασία παρουσιάζεται ως εξής.

Σε όλους τους καιρούς οι οικονομικές και κοινωνικές σχέσεις της καπιταλιστικής κοινωνίας είναι αφόρητες για τους προλετάριους, οι οποίοι, κατά συνέπεια, ωθούνται στο να προσπαθούν να τις υπερβούν. Μέσα από πολύπλοκες εξελίξεις τα θύματα αυτών των σχέσεων οδηγούνται στο να συνειδητοποιήσουν ότι, μέσα στον ενστικτώδη τους αγώνα κατά των δεινών και των στερήσεων που είναι κοινά σε ένα πλήθος ανθρώπων, τα ατομικά μέσα δεν επαρκούν. Έτσι, ωθούνται στο να πειραματιστούν με συλλογικές μορφές δράσης προκειμένου να αυξήσουν, διαμέσου της σύμπραξής τους, την έκταση της επιρροής τους πάνω στις κοινωνικές συνθήκες που τους επιβάλλονται. Όμως, η αλληλουχία αυτών των εμπειριών, σε όλη την πορεία της εξέλιξης της σημερινής καπιταλιστικής κοινωνικής μορφής, οδηγεί αναπόδραστα στο συμπέρασμα ότι οι εργάτες δεν θα αποκτήσουν καμία επιρροή πάνω στην τύχη τους αν δεν ενώσουν τις προσπάθειές τους πέρα από τα πλαίσια των τοπικών, εθνικών και επαγγελματικών συμφερόντων, και αν δεν επικεντρώσουν αυτές τις προσπάθειες σε ένα μεγαλεπήβολο και αυτοτελή στόχο ο οποίος πραγματοποιείται με την ανατροπή της πολιτικής εξουσίας της αστικής τάξης. Αυτό συμβαίνει επειδή όσο ο σημερινός πολιτικός μηχανισμός παραμένει σε ισχύ, η λειτουργία του θα είναι να εκμηδενίζει όλες τις προσπάθειες της προλεταριακής τάξης να γλιτώσει από την καπιταλιστική εκμετάλλευση.

Οι πρώτες ομάδες προλετάριων που φθάνουν σε αυτή τη συνειδητοποίηση είναι αυτοί που παίρνουν μέρος στα κινήματα των ταξικών τους συντρόφων οι οποίοι, μέσω μιας κριτικής ανάλυσης των προσπαθειών τους, των αποτελεσμάτων τους, των λαθών και των απογοητεύσεών τους, φέρνουν έναν ολοένα αυξανόμενο αριθμό προλετάριων στο πεδίο του κοινού και τελικού αγώνα, που είναι ο αγώνας για την εξουσία, ο οποίος είναι ένας αγώνας πολιτικός, ένας αγώνας επαναστατικός.

Έτσι, αρχικά ένας ολοένα αυξανόμενος αριθμός εργατών πείθεται ότι μονάχα ο τελικός επαναστατικός αγώνας μπορεί να λύσει το πρόβλημα των συνθηκών διαβίωσής τους. Ταυτόχρονα, υπάρχουν ολοένα και περισσότεροι που είναι έτοιμοι να δεχθούν τα αναπόφευκτα βάσανα και τις θυσίες του αγώνα και είναι έτοιμοι να τεθούν επικεφαλής των μαζών που εξωθούνται σε εξέγερση από τα δεινά τους προκειμένου να χρησιμοποιήσουν ορθολογικά τις προσπάθειές τους για να εξασφαλίσουν την πλήρη αποτελεσματικότητά τους.

Το απαραίτητο καθήκον του κόμματος, επομένως, παρουσιάζεται με δύο τρόπους: κατ’ αρχάς, ως παράγοντας της συνείδησης και, κατόπιν, ως παράγοντας της βούλησης. Το πρώτο απορρέει από τη θεωρητική αντίληψη της επαναστατικής διαδικασίας, που πρέπει να είναι κοινή σε όλους τους υποστηρικτές του, ενώ το δεύτερο επιφέρει μια αυστηρή πειθαρχία η οποία εξασφαλίζει τον συντονισμό και, άρα, την επιτυχία της δράσης.

Προφανώς, αυτή η ενίσχυση των ταξικών ενεργειών ποτέ δεν ήταν και ποτέ δεν μπορεί να είναι μια βαθμιαία και αδιάπτωτη διαδικασία. Υπάρχουν σταματήματα, πισωγυρίσματα και διαλείμματα. Τα προλεταριακά κόμματα συχνά χάνουν τα ουσιώδη χαρακτηριστικά που έχουν αποκτήσει κατά την πορεία της διαμόρφωσής τους και την ικανότητά τους να εκπληρώσουν τα ιστορικά τους καθήκοντα. Γενικά, κάτω από την επίδραση ιδιαίτερων φαινομένων του καπιταλιστικού κόσμου, τα κόμματα συχνά εγκαταλείπουν τον κύριο ρόλο τους, ο οποίος είναι να συγκεντρώνουν και να κατευθύνουν τις ωθήσεις που προέρχονται από την κίνηση διαφόρων ομάδων και να τις στρέφουν προς τον μοναδικό τελικό σκοπό της επανάστασης. Τέτοιου είδους κόμματα ικανοποιούνται με άμεσες και πρόσκαιρες λύσεις. Κατά συνέπεια, εκφυλίζονται ως προς τη θεωρία και την πράξη τους μέχρι το σημείο να αποδέχονται ότι το προλεταριάτο μπορεί να βρει συνθήκες επωφελούς ισορροπίας μέσα στο καπιταλιστικό καθεστώς και υιοθετούν πολιτικούς στόχους που είναι άμεσοι και επί μέρους, βαδίζοντας έτσι προς την ταξική συνεργασία.

Αυτά τα φαινόμενα εκφυλισμού έφθασαν στο απόγειό τους στον Μεγάλο Παγκόσμιο Πόλεμο. Ύστερα από αυτό ακολούθησε μια περίοδος υγιούς αντίδρασης: τα ταξικά κόμματα που εμπνέονται από επαναστατικές κατευθύνσεις – και είναι τα μόνα αληθινά ταξικά κόμματα – ανασυγκροτήθηκαν σε ολόκληρο τον κόσμο και οργανώθηκαν μέσα στην Τρίτη Διεθνή, της οποίας η θεωρία και η δράση είναι ρητά επαναστατικές και “μαξιμαλιστικές”.

Έτσι, σε αυτή την περίοδο όπου όλα δείχνουν ότι θα είναι κρίσιμη, μπορούμε να δούμε ξανά ένα κίνημα επαναστατικής ενοποίησης των μαζών και οργάνωσης των δυνάμεών τους για την τελική επαναστατική δράση. Όμως, για μια ακόμη φορά, αυτή η κατάσταση, η οποία δεν διαθέτει διόλου την απλότητα ενός κανόνα, θέτει δύσκολα προβλήματα τακτικής, δεν εξαιρεί επί μέρους ή ακόμη και σοβαρές αποτυχίες και εγείρει ζητήματα που εξάπτουν έντονα τους αγωνιστές της παγκόσμιας επαναστατικής οργάνωσης.

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Τώρα που η νέα Διεθνής έχει συστηματοποιήσει το πλαίσιο της θεωρίας της θα πρέπει ακόμη να χαράξει ένα γενικό σχέδιο των τακτικών της μεθόδων. Σε διάφορες χώρες μια σειρά ζητημάτων έχουν ανακύψει από το κομμουνιστικό κίνημα και από τα τακτικά προβλήματα που βρίσκονται στην ημερήσια διάταξη. Από τη στιγμή που έχει γίνει αποδεκτό ότι το πολιτικό κόμμα είναι το απαραίτητο όργανο της επανάστασης, από τη στιγμή που δεν μπορεί να αποτελεί αντικείμενο συζήτησης το ότι το κόμμα μπορεί μόνο να είναι μια μερίδα της τάξης (και αυτό το ζήτημα έχει ξεκαθαριστεί στις θεωρητικές αποφάσεις του Δευτέρου Παγκοσμίου Συνεδρίου, οι οποίες αποτέλεσαν το σημείο εκκίνησης του προηγούμενο άρθρου), τότε μένει να λυθεί το ακόλουθο πρόβλημα: πρέπει να γνωρίζουμε με μεγαλύτερη ακρίβεια πόσο μεγάλη πρέπει να είναι η οργάνωση του κόμματος και ποια σχέση πρέπει αυτή να έχει με τις μάζες που οργανώνει και καθοδηγεί.

Εδώ υπάρχει – ή λέγεται ότι υπάρχει – μια τάση που επιθυμεί να έχει “μικρά κόμματα” απολύτως αμιγή και που σχεδόν θα της άρεσε να αποφεύγει την επαφή με τις μεγάλες μάζες κατηγορώντας τες ότι διαθέτουν λιγότερη επαναστατική συνείδηση και μικρότερες ικανότητες. Αυτή η τάση έχει επικριθεί αυστηρά και ορίζεται ως αριστερός οπορτουνισμός. Αυτή η ταμπέλα, ωστόσο, μας φαίνεται ότι είναι περισσότερο δημαγωγική παρά τεκμηριωμένη. Αυτή θα πρέπει να ισχύει περισσότερο γι’ αυτές τις τάσεις που αρνούνται τον ρόλο του πολιτικού κόμματος και διατείνονται ότι οι μάζες μπορούν να οργανωθούν σε πλατειά κλίμακα για την επανάσταση διαμέσου καθαρά οικονομικών και συνδικαλιστικών μορφών οργάνωσης.

Αυτό με το οποίο πρέπει, επομένως, να ασχοληθούμε είναι μια βαθύτερη εξέταση της σχέσης μεταξύ των μαζών και του κόμματος. Έχουμε δει ότι το κόμμα δεν είναι παρά μονάχα μια μερίδα της εργατικής τάξης. Πώς πρέπει, όμως, να ορίσουμε αριθμητικά αυτή τη μερίδα; Για ‘μάς αυτό αποτελεί τεκμήριο ενός βολονταριστικού λάθους και, κατά συνέπεια, ενός τυπικά αντιμαρξιστικού “οπορτουνισμού” (και σήμερα οπορτουνισμός δεν μπορεί να σημαίνει παρά αίρεση)· είναι η αξίωση να καθιερωθεί μια αριθμητική σχέση ως ένας a priori οργανωτικός κανόνας, δηλαδή να λέμε ότι για να καθιερωθεί ένα κομμουνιστικό κόμμα πρέπει να έχει μέσα στις γραμμές του, είτε ως υποστηρικτές του, έναν ορισμένο αριθμό εργατών που είναι μεγαλύτερος ή μικρότερος από ένα ορισμένο ποσοστό της προλεταριακής μάζας.

Θα ήταν γελοίο λάθος να κρίνουμε τη διαδικασία της διαμόρφωσης κομουνιστικών κομμάτων, η οποία πραγματοποιείται διαμέσου διασπάσεων και συγχωνεύσεων, σύμφωνα με ένα αριθμητικό κριτήριο, δηλαδή περικόπτοντας το μέγεθος των κομμάτων που είναι πολύ μεγάλα και αυξάνοντας με το ζόρι την αριθμητική δύναμη των κομμάτων που είναι πολύ μικρά. Θα ήταν σαν μην είχε γίνει καταληπτό ότι αυτή η διαδικασία διαμόρφωσης πρέπει, απεναντίας, να διέπεται από ποιοτικούς και πολιτικούς κανόνες και ότι αυτή εξελίσσεται κατά μέγα μέρος διαμέσου των διαλεκτικών επιπτώσεων της ιστορίας. Αυτό δεν μπορεί να προσδιοριστεί από οργανωτικούς κανόνες που διατείνονται ότι τα κόμματα θα πρέπει να περνούν μέσα από ένα καλούπι ώστε να βγαίνουν με τις διαστάσεις που θεωρούνται επιθυμητές και κατάλληλες.

Αυτό που μπορούμε να θέσουμε ως αδιαμφισβήτητη βάση σε μια τέτοια συζήτηση για την τακτική είναι ότι είναι προτιμότερο τα κόμματα να είναι αριθμητικά όσο γίνεται μεγαλύτερα και ότι αυτά πρέπει να κατορθώνουν να προσελκύουν γύρω τους τα πιο πλατιά στρώματα των μαζών. Κανένας κομμουνιστής δεν διατύπωσε ποτέ ως αρχή ότι ένα κομμουνιστικό κόμμα πρέπει να αποτελείται από έναν μικρό αριθμό ανθρώπων κλεισμένων σε έναν γυάλινο πύργο πολιτικής αγνότητας. Είναι αναμφίβολο ότι η αριθμητική δύναμη του κόμματος και ο ενθουσιασμός του προλεταριάτου που συσπειρώνεται γύρω από το κόμμα αποτελούν ευνοϊκούς επαναστατικούς όρους και αποτελούν πρόδηλες ενδείξεις της ωριμότητας της ανάπτυξης των προλεταριακών ενεργειών και κανένας δεν θα μπορούσε να μην επιθυμεί τα κομμουνιστικά κόμματα να μην προοδεύουν κατ’ αυτόν τον τρόπο.

Επομένως, δεν υπάρχει καμία προκαθορισμένη ή προσδιορίσιμη αριθμητική σχέση μεταξύ των κομματικών μελών και της μεγάλης μάζας των εργατών. Εφόσον είναι εμπεδωμένο ότι το κόμμα αναλαμβάνει τον ρόλο του ως μειοψηφία της τάξης, το ερώτημα για το εάν αυτή πρέπει να είναι μεγάλη ή μικρή είναι άκρατος σχολαστικισμός. Είναι βέβαιο ότι όσο οι αντιθέσεις και οι εγγενείς αντιφάσεις της καπιταλιστικής κοινωνίας, από τις οποίες προέρχονται οι επαναστατικές τάσεις, βρίσκονται μονάχα στο πρώτο στάδιο της ανάπτυξης τους, όσο η επανάσταση φαίνεται να είναι πολύ μακριά, τότε πρέπει αναμένουμε την ακόλουθη κατάσταση: το ταξικό κόμμα, το κομμουνιστικό κόμμα, θα αποτελείται αναγκαστικά από μικρές πρωτοπόρες ομάδες που έχουν μια ειδική ικανότητα να κατανοούν την ιστορική προοπτική και ότι αυτό το τμήμα των μαζών που θα τις καταλαβαίνει και θα τις ακολουθεί δεν μπορεί να είναι πολύ μεγάλο. Ωστόσο, όταν η επαναστατική κρίση γίνει επικείμενη, όταν οι αστικές σχέσεις παραγωγής γίνονται όλο και περισσότερο ανυπόφορες, το κόμμα θα δει μια αύξηση των μελών και της δημοτικότητάς του μέσα στο προλεταριάτο.

Αν η σημερινή περίοδος είναι επαναστατική, πράγμα για το οποίο όλοι οι κομμουνιστές είναι απολύτως πεπεισμένοι, έπεται ότι πρέπει να έχουμε μεγάλα κόμματα που ασκούν μια ισχυρή επίδραση σε πλατιά τμήματα του προλεταριάτου σε κάθε χώρα. Όμως, όπου αυτός ο στόχος δεν έχει ακόμη πραγματοποιηθεί, παρά τα αδιαμφισβήτητα τεκμήρια της κρίσης και του επικείμενου ξεσπάσματός της, οι αιτίες αυτής της ανεπάρκειας είναι πολύ σύνθετες. Επομένως, θα ήταν άκρως επιπόλαιο να συμπεράνουμε ότι το κόμμα, όταν είναι πολύ μικρό και με μικρή επιρροή, πρέπει τεχνητά να διευρυνθεί με τη συγχώνευσή του με άλλα κόμματα ή φράξιες κομμάτων που έχουν μέλη τα οποία υποτίθεται ότι είναι συνδεδεμένα με τις μάζες. Η απόφαση για το εάν τα μέλη άλλων οργανώσεων πρέπει να γίνουν δεκτά μέσα στις γραμμές του κόμματος ή, αντιθέτως, για το εάν ένα κόμμα που είναι πολύ μεγάλο θα πρέπει να αποκλείσει ένα μέρος των μελών του, δεν μπορεί να απορρέει από αριθμητικές εκτιμήσεις ή από παιδιάστικες στατιστικές απογοητεύσεις.

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Η διαμόρφωση των κομμουνιστικών κομμάτων, με εξαίρεση το ρωσικό Μπολσεβίκικο Κόμμα, έχει πραγματοποιηθεί με έναν πολύ ταχύ ρυθμό στην Ευρώπη καθώς επίσης και έξω από αυτήν, επειδή ο πόλεμος έχει ανοίξει τις θύρες, με ένα πολύ ταχύ ρυθμό, σε μια κρίση του συστήματος. Οι προλεταριακές μάζες δεν μπορούν να διαμορφώσουν μια σταθερή πολιτική συνείδηση με σταδιακό τρόπο. Αντιθέτως, ταλαντεύονται από τις ανάγκες του επαναστατικού αγώνα, σαν να κλυδωνίζονται από τα κύματα μιας ταραγμένης θάλασσας. Από την άλλη μεριά, εξακολουθεί να επιβιώνει η παραδοσιακή επιρροή των σοσιαλδημοκρατικών μεθόδων και τα ίδια τα σοσιαλδημοκρατικά κόμματα βρίσκονται ακόμη στο προσκήνιο για να σαμποτάρουν τη διαδικασία διαφώτισης, προς μεγάλο όφελος της αστικής τάξης.

Όταν το πρόβλημα περί του πώς θα επιλυθεί η κρίση φθάσει στο κρίσιμο σημείο του και όταν το ζήτημα της εξουσίας τεθεί ενώπιον των μαζών, ο ρόλος των σοσιαλδημοκρατών γίνεται εντελώς ξεκάθαρος, διότι όταν τίθεται το δίλημμα “προλεταριακή δικτατορία ή αστική δικτατορία;” και όταν η επιλογή δεν μπορεί πλέον να αποφευχθεί, αυτοί επιλέγουν τη σύμπραξη με την αστική τάξη. Εν τούτοις, όταν η κατάσταση ωριμάζει αλλά δεν έχει ακόμη αναπτυχθεί πλήρως, ένα σημαντικό τμήμα των μαζών παραμένει κάτω από την επιρροή αυτών των σοσιαλπροδοτών. Σε εκείνες δε τις περιπτώσεις όπου η πιθανότητα επανάστασης δίνει την εντύπωση, έστω και φαινομενικά, ότι μειώνεται ή όπου η αστική τάξη αρχίζει να ξεδιπλώνει τις δυνάμεις της για να αντισταθεί, είναι αναπόφευκτο τα κομμουνιστικά κόμματα να χάσουν προσωρινά έδαφος στο πεδίο της οργάνωσης και της καθοδήγησης των μαζών.

Δεδομένης της σημερινής ασταθούς κατάστασης είναι δυνατόν να δούμε τέτοιες διακυμάνσεις μέσα στη γενικά εξασφαλισμένη διαδικασία ανάπτυξης της επαναστατικής Διεθνούς. Είναι αναμφισβήτητο ότι οι κομμουνιστικές τακτικές πρέπει να προσπαθούν να αντιμετωπίσουν αυτές τις δυσμενείς περιστάσεις, αλλά δεν είναι λιγότερο βέβαιο ότι θα ήταν παράλογο να ελπίζουμε ότι θα τις εξαλείψουμε με απλές τακτικές φόρμουλες, όπως θα ήταν υπερβολικό να βγάλουμε απαισιόδοξα συμπεράσματα από αυτές τις περιστάσεις.

Μέσα στην αφηρημένη υπόθεση της συνεχούς ανάπτυξης των επαναστατικών ενεργειών των μαζών το κόμμα βλέπει τις αριθμητικές και πολιτικές του δυνάμεις να αυξάνονται με συνεχή τρόπο, αυτό να αυξάνεται ποσοτικά αλλά ποιοτικά να παραμένει το ίδιο, καθόσον ο αριθμός των κομμουνιστών ανεβαίνει σε σχέση με τον συνολικό αριθμό των προλετάριων. Παρ’ όλα αυτά, μέσα στην πραγματική κατάσταση οι ποικίλοι και διαρκώς μεταβαλλόμενοι παράγοντες του κοινωνικού περιβάλλοντος επενεργούν με σύνθετο τρόπο πάνω στη διάθεση των μαζών. Το κομμουνιστικό κόμμα, το οποίο αποτελείται από αυτούς που αντιλαμβάνονται και κατανοούν πιο ξεκάθαρα τα χαρακτηριστικά της ιστορικής εξέλιξης, δεν παύει, εν τούτοις, να είναι και το ίδιο ένα αποτέλεσμα αυτής και, κατ’ αυτόν τον τρόπο, δεν μπορεί να αποφύγει τις διακυμάνσεις του κοινωνικού περιβάλλοντος. Επομένως, αν και αυτό δρα συνεχώς ως παράγοντας επαναστατικής επιτάχυνσης, δεν υπάρχει καμία μέθοδος που μπορεί να χρησιμοποιήσει, όσο φίνα κι αν είναι αυτή, που να μπορεί να επιβληθεί στην κατάσταση ή να την αντιστρέψει σε ό,τι αφορά τη θεμελιώδη ουσία της.

Το χειρότερο γιατρικό που θα μπορούσε, ωστόσο, να χρησιμοποιηθεί για τις δυσμενείς επιπτώσεις των καταστάσεων θα ήταν το κόμμα να θέτει περιοδικά υπό αμφισβήτηση τις θεωρητικές και οργανωτικές του αρχές, οι οποίες αποτελούν την ίδια τη βάση του, με σκοπό να επεκτείνει τη ζώνη επαφής του με τις μάζες. Σε περιόδους όπου υποχωρούν οι επαναστατικές διαθέσεις των μαζών η κίνηση “να φέρουμε το κόμμα προς τις μάζες”, όπως ορισμένοι την ονομάζουν, πολύ συχνά ισοδυναμεί με την αλλαγή της ίδιας της φύσης του κόμματος, αφαιρώντας, με τον τρόπο αυτό, τις ίδιες τις ιδιότητές που του επιτρέπουν να γίνει ένας καταλύτης ικανός να επηρεάζει τις μάζες ώστε αυτές να αρχίσουν να κινούνται και πάλι προς τα εμπρός.

Τα συμπεράσματα αναφορικά με τον ακριβή χαρακτήρα της επαναστατικής διαδικασίας, τα οποία αντλούνται από τη θεωρία και την ιστορική πείρα, μπορούν να είναι μονάχα διεθνή και, με τον τρόπο αυτό, να απορρέουν από διεθνή κριτήρια. Εφόσον τα κομμουνιστικά κόμματα θεμελιώνονται σταθερά πάνω σε αυτά τα συμπεράσματα, τότε η οργανωτική τους φυσιογνωμία πρέπει να θεωρείται εδραιωμένη και πρέπει να γίνει κατανοητό ότι η ικανότητά τους να προσελκύουν τις μάζες και να τους προσδίδουν όλη την ταξική τους δύναμη εξαρτάται από την εμμονή τους σε μια αυστηρή πειθαρχία σε ό,τι αφορά το πρόγραμμα και την εσωτερική οργάνωση.

Το κομμουνιστικό κόμμα κατέχει μια θεωρητική συνείδηση που έχει επιβεβαιωθεί από τις διεθνείς εμπειρίες του κινήματος, η οποία του επιτρέπει να είναι έτοιμο να αντιμετωπίσει τις απαιτήσεις του επαναστατικού αγώνα. Χάρη δε σ’ αυτό, ακόμη κι αν οι μάζες εν μέρει το εγκαταλείπουν κατά τη διάρκεια ορισμένων φάσεων του βίου του, έχει την εγγύηση ότι η υποστήριξή τους θα επιστρέψει όταν αυτές βρεθούν αντιμέτωπες με επαναστατικά προβλήματα για τα οποία δεν μπορεί να υπάρξει καμία άλλη λύση από αυτή που είναι γραμμένη στο πρόγραμμα του κόμματος. Όταν οι απαιτήσεις της επαναστατικής δράσης αποκαλύπτουν την ανάγκη ενός συγκεντρωτικού και πειθαρχημένου οργάνου ηγεσίας, τότε το κομμουνιστικό κόμμα, του οποίου η σύσταση θα έχει υπακούσει σε αυτές τις αρχές, θα τεθεί επικεφαλής των μαζών μέσα στο κίνημα.

Το συμπέρασμα που επιθυμούμε να βγάλουμε είναι ότι τα κριτήρια που πρέπει να χρησιμοποιήσουμε ως βάση για να κρίνουμε την ικανότητα των κομμουνιστικών κομμάτων πρέπει να είναι εντελώς διαφορετικά από μια εκ των υστέρων εκτίμηση της αριθμητικής τους δύναμης σε σύγκριση με αυτή των άλλων κομμάτων που διατείνονται ότι εκπροσωπούν το προλεταριάτο. Τα μόνα κριτήρια με τα οποία μπορούμε να κρίνουμε αυτήν την ικανότητα είναι οι επακριβώς προσδιορισμένες βάσεις του προγράμματος του κόμματος και η αυστηρή εσωτερική πειθαρχία όλων των οργανωτικών του τμημάτων και όλων του των μελών. Μόνο μια τέτοια πειθαρχία μπορεί να εγγυηθεί τη χρησιμοποίηση του έργου καθενός για τη μεγαλύτερη επιτυχία της επαναστατικής υπόθεσης. Κάθε άλλη μορφή παρέμβασης στη σύνθεση του κόμματος που δεν απορρέει λογικά από την ακριβή εφαρμογή αυτών των αρχών δεν μπορεί παρά να οδηγεί σε απατηλά αποτελέσματα και θα στερούσε το ταξικό κόμμα από τη μέγιστη επαναστατική του ισχύ: αυτή η ισχύς έγκειται ακριβώς στη θεωρητική και οργανωτική συνέχεια ολόκληρης της προπαγάνδας και της δράσης του, στην ικανότητά του να “δηλώνει προκαταβολικά” πώς θα εξελιχθεί η διαδικασία της τελικής πάλης των τάξεων και στην ικανότητά του να παρέχει το ίδιο τον τύπο της οργάνωσης που ανταποκρίνεται στις ανάγκες αυτής της κρίσιμης φάσης.

Κατά τη διάρκεια του πολέμου αυτή η συνέχεια χάθηκε οριστικά σε ολόκληρο τον κόσμο και το μόνο πράγμα που απέμεινε ήταν το ξεκίνημα από την αρχή. Η γέννηση της Κομμουνιστικής Διεθνούς ως ιστορική δύναμη έχει πραγματοποιηθεί πάνω σε μια εντελώς σαφή βάση, πάνω σε μια αποφασιστική επαναστατική εμπειρία και στις γραμμές πάνω στις οποίες το προλεταριακό κίνημα θα μπορούσε να αναδιοργανωθεί. Ο πρώτος όρος για την επαναστατική νίκη του παγκόσμιου προλεταριάτου είναι, κατά συνέπεια, η επίτευξη της οργανωτικής σταθεροποίησης της Διεθνούς, η οποία θα μπορούσε να δώσει στις μάζες σε ολόκληρο τον κόσμο ένα αίσθημα αποφασιστικότητας και βεβαιότητας και η οποία θα μπορούσε να κερδίσει την υποστήριξη των μαζών, έχοντας, ταυτόχρονα, τη δυνατότητα να τις περιμένει, όταν αυτό είναι απαραίτητο, ώστε η εξέλιξη της κρίσης να επιδράσει πάνω τους, δηλαδή όταν είναι αναπόφευκτο αυτές να πειραματίζονται ακόμη με τις ύπουλες συμβουλές των σοσιαλδημοκρατών. Δεν υπάρχουν καλύτερες συνταγές για να ξεφύγουμε από αυτή την αναγκαιότητα.

Το Δεύτερο Συνέδριο της Τρίτης Διεθνούς κατανόησε αυτές τις αναγκαιότητες. Στην αρχή μιας νέας εποχής που πρέπει να οδηγήσει στην επανάσταση έπρεπε να καθιερωθούν τα σημεία αφετηρίας του έργου της διεθνούς οργάνωσης και της επαναστατικής προετοιμασίας. Θα ήταν ίσως προτιμότερο το Συνέδριο, αντί να ασχολείται με διάφορα θέματα με τη σειρά που τα αναπτύσσουν οι θέσεις – τα οποία ασχολούνται ταυτόχρονα με τη θεωρία και τη στρατηγική – να έχει εγκαθιδρύσει πρώτα τη θεμελιώδη βάση της θεωρητικής και προγραμματικής αντίληψης του κομμουνισμού, αφού η οργάνωση όλων των κομμάτων που έχουν προσχωρήσει σε αυτήν πρέπει πρωτίστως να στηρίζεται στην αποδοχή αυτών των θέσεων. Το Συνέδριο, στη συνέχεια, θα διατύπωνε τους βασικούς κανόνες δράσης τους οποίους όλα τα μέλη πρέπει να τηρούν αυστηρά για το συνδικαλιστικό, το αγροτικό και το αποικιακό ζήτημα και ούτω καθεξής. Με όλα αυτά, ωστόσο, ασχολείται το σώμα των αποφάσεων που υιοθετήθηκαν από το Δεύτερο Συνέδριο και συνοψίζονται έξοχα στις θέσεις για τους όρους προσχώρησης των κομμάτων.

Το ουσιώδες είναι να θεωρηθεί η εφαρμογή των όρων προσχώρησης ως αρχική συστατική και οργανωτική πράξη της Διεθνούς, δηλαδή ως μια λειτουργία που πρέπει να εκπληρώνεται άπαξ και δια παντός προκειμένου να βγουν όλες οι οργανωμένες ή οι οργανώσιμες δυνάμεις από το χάος στο οποίο έχει περιέλθει το προλεταριακό κίνημα και να οργανωθούν αυτές οι δυνάμεις μέσα στη νέα Διεθνή.

Όλα τα βήματα πρέπει να γίνουν χωρίς περαιτέρω καθυστέρηση προκειμένου να οργανωθεί το διεθνές κίνημα με βάση αυτές τις υποχρεωτικές διεθνείς προδιαγραφές. Διότι, όπως είπαμε προηγουμένως, η μεγάλη δύναμη που πρέπει να καθοδηγεί τη Διεθνή ως προς το καθήκον της να προωθήσει τις επαναστατικές ενέργειες είναι η κατάδειξη της συνέχειας της σκέψης και της δράσης της προς έναν ακριβή σκοπό, που μια μέρα θα φανεί καθαρά μπροστά στα μάτια των μαζών, συσπειρώνοντάς τες γύρω από το πρωτοπόρο κόμμα και παρέχοντας τες τις καλύτερες πιθανότητες νίκης της επανάστασης.

Εάν, ως αποτέλεσμα αυτής της αρχικής – αν και οργανωτικά αποφασιστικής – συστηματοποίησης του κινήματος, τα κόμματα σε ορισμένες χώρες έχουν έναν, κατά τα φαινόμενα, μικρό αριθμό μελών, τότε μπορεί να είναι πολύ χρήσιμο να μελετήσουμε τις αιτίες ενός τέτοιου φαινομένου. Παρ’ όλα αυτά, θα ήταν παράλογο να τροποποιηθούν οι καθιερωμένες οργανωτικές προδιαγραφές και να επαναπροσδιοριστεί η εφαρμογή τους με σκοπό την απόκτηση καλύτερων αριθμητικών σχέσεων του κομμουνιστικού κόμματος με τις μάζες ή με άλλα κόμματα. Αυτό δεν θα μπορούσε παρά να καταστρέψει όλη τη δουλειά που έχει πραγματοποιηθεί την περίοδο της οργάνωσης, θα την καθιστούσε άχρηστη και θα καθιστούσε αναγκαίο να ξεκινήσουμε το έργο της προπαρασκευής ξανά από την αρχή, με τον επιπρόσθετο κίνδυνο πολλών άλλων ξεκινημάτων. Έτσι, αυτή η μέθοδος δεν θα κατέληγε παρά στην απώλεια και όχι στην εξοικονόμηση χρόνου.

Αυτό ισχύει ακόμη περισσότερο αν αναλογιστούμε τις διεθνείς συνέπειες αυτής της μεθόδου. Το να καταστήσουμε ανακλητούς τους οργανωτικούς κανόνες και το να δημιουργήσουμε ως προηγούμενο την αποδοχή της “ανασύνθεσης” κομμάτων – σάμπως το κόμμα είναι σαν ένα άγαλμα που θα μπορούσε να αναπλαστεί αφού δεν πήγε καλά την πρώτη φορά – θα αφαιρούσε κάθε κύρος από τους “όρους” που η Διεθνής έθεσε στα κόμματα και στα άτομα που θα ήθελαν να προσχωρήσουν σε αυτήν. Αυτό, επίσης, θα ανέβαλε επ’ αόριστον τη σταθεροποίησης του επιτελείου του επαναστατικού στρατού, αφού νέοι αξιωματικοί θα μπορούσαν συνεχώς να φιλοδοξούν να προσχωρήσουν “διατηρώντας τα πλεονεκτήματα του βαθμού τους”.

Συνεπώς, δεν είναι απαραίτητο να είμαστε υπέρ των μεγάλων ή των μικρών κομμάτων· δεν είναι απαραίτητο να συνιστούμε να αντιστραφεί ο προσανατολισμός ορισμένων κομμάτων, υπό το πρόσχημα ότι αυτά δεν είναι “μαζικά κόμματα”. Απεναντίας, πρέπει να απαιτούμε όλα τα κομμουνιστικά κόμματα να βασίζονται σε ορθές οργανωτικές, προγραμματικές και τακτικές ντιρεκτίβες οι οποίες αποκρυσταλλώνουν τα αποτελέσματα των καλύτερων εμπειριών του επαναστατικού αγώνα σε διεθνή κλίμακα.

Αυτά τα συμπεράσματα – παρ’ όλο που είναι δύσκολο να καταστεί πρόδηλο χωρίς μακρές εκτιμήσεις και αναφορές γεγονότων παρμένων από τη ζωή του προλεταριακού κινήματος – δεν προέρχονται από μια αφηρημένη και άγονη επιθυμία να έχουμε αγνά, τέλεια και ορθόδοξα κόμματα. Αντιθέτως, προέρχονται από την επιθυμία να εκπληρωθούν τα επαναστατικά καθήκοντα του ταξικού κόμματος με τον πιο αποτελεσματικό και σίγουρο τρόπο.

Το κόμμα δεν θα εξασφαλίσει ποτέ την υποστήριξη των μαζών, οι μάζες δεν θα βρουν ποτέ έναν σίγουρο υπερασπιστή της ταξικής τους συνείδησης και της δύναμής τους παρά όταν οι παλαιότερες ενέργειες του κόμματος έχουν δείξει τη συνέχεια της κίνησής του προς τους επαναστατικούς σκοπούς, ακόμη και χωρίς τις μάζες ή εναντίον τους σε ορισμένες μη ευνοϊκές στιγμές. Η υποστήριξη των μαζών μπορεί να εξασφαλιστεί μονάχα από έναν αγώνα κατά των οπορτουνιστών ηγετών. Αυτό σημαίνει ότι όπου μη-κομμουνιστικά κόμματα εξακολουθούν να ασκούν επιρροή στις μάζες, οι μάζες πρέπει να κερδηθούν με τη διάλυση του οργανωτικού ιστού αυτών των κομμάτων και με την απορρόφηση των προλεταριακών τους στοιχείων στη σταθερή και σαφώς καθορισμένη οργάνωση του κομμουνιστικού κόμματος. Αυτή είναι η μόνη μέθοδος που μπορεί να δώσει χρήσιμες λύσεις και μπορεί να εξασφαλίσει πρακτική επιτυχία.

 Αντιστοιχεί ακριβώς στις θέσεις του Μαρξ και του Ένγκελς απέναντι στο διαφωνών κίνημα των λασσαλικών.

Γι’ αυτό η Κομμουνιστική Διεθνής πρέπει να αντιμετωπίζει με άκρα δυσπιστία όλες τις ομάδες και τα άτομα που έρχονται προς αυτήν με θεωρητικές και τακτικές επιφυλάξεις. Πρέπει να αναγνωρίσουμε ότι αυτή η δυσπιστία δεν μπορεί να είναι απολύτως ομοιογενής σε διεθνή κλίμακα και ότι πρέπει να λαμβάνονται υπόψη ορισμένες ειδικές συνθήκες σε χώρες όπου μόνο περιορισμένες δυνάμεις μπορούν, στην πραγματικότητα, να βρίσκονται μέσα στον χώρο του κομμουνισμού. Παραμένει αληθινό, ωστόσο, ότι δεν θα πρέπει να δοθεί στο αριθμητικό μέγεθος του κόμματος όταν το ζήτημα είναι αν οι όροι προσχώρησης θα πρέπει να γίνουν πιο επιεικείς ή πιο αυστηροί για άτομα ή, ακόμη πιο εύλογα, για ομάδες που έχουν κερδηθεί με έναν τρόπο περισσότερο ή λιγότερο ελλιπή στις θέσεις και τις μεθόδους της Διεθνούς. Η απόκτηση αυτών των στοιχείων δεν θα ήταν μια απόκτηση θετικών δυνάμεων. Αντί να μας φέρει νέες μάζες θα μπορούσε να θέσει σε κίνδυνο την ξεκάθαρη διαδικασία κατάκτησής τους στην υπόθεση του κόμματος. Ασφαλώς, πρέπει να επιθυμούμε αυτή η διαδικασία να είναι όσο το δυνατόν ταχύτερη, αλλά αυτό δεν πρέπει να μας παρακινεί σε απερίσκεπτες ενέργειες που θα μπορούσαν, αντιθέτως, να καθυστερήσουν την τελική, σταθερή και οριστική επιτυχία.

Είναι απαραίτητο να ενσωματώσουμε ορισμένα κριτήρια τα οποία έχουν σταθερά αποδειχθεί ότι είναι πολύ αποδοτικά στις τακτικές της Διεθνούς μέσα στα βασικά κριτήρια που υπαγορεύουν την εφαρμογή αυτών των τακτικών και μέσα στα σύνθετα προβλήματα που ανακύπτουν επί του πρακτέου. Αυτά είναι: α) μια απολύτως ασυμβίβαστη στάση έναντι των άλλων κομμάτων, ακόμη και σε αυτά που είναι πλησιέστερα σε ‘μάς, έχοντας κατά νουν τις μελλοντικές συνέπειες, πέρα από άμεσες επιθυμίες να επιταχύνουμε την εξέλιξη συγκεκριμένων καταστάσεων, β) την πειθαρχία που απαιτείται από τα μέλη, λαμβάνοντας υπ’ όψιν όχι μόνο τη σημερινή τήρηση αυτής της πειθαρχίας, αλλά επίσης τις προηγούμενες πράξεις τους, με τη μέγιστη δυσπιστία όσον αφορά τις πολιτικές τους μεταστροφές, γ) την εξέταση της υπευθυνότητας ατόμων και ομάδων στο παρελθόν, αντί για την αναγνώριση του δικαιώματός τους να προσχωρήσουν στον κομμουνιστικό στρατό ή να τον εγκαταλείψουν όποτε τους αρέσει. Αυτά, ακόμη κι αν μπορεί να φαίνεται ότι για την ώρα περιορίζουν το κόμμα σε έναν στενό κύκλο, δεν αποτελούν μια θεωρητική πολυτέλεια αλλά, απεναντίας, μια τακτική μέθοδο που διασφαλίζει πολύ καλά το μέλλον.

Αναρίθμητα παραδείγματα θα καταδείκνυαν ότι αυτοί οι όψιμοι επαναστάτες είναι ακατάλληλοι και άχρηστοι για τις γραμμές μας. Μόλις εχθές ακολουθούσαν ρεφορμιστικό προσανατολισμό, επειδή αυτός υπαγορευόταν από τις ειδικές συνθήκες της περιόδου και σήμερα καταλήγουν να ακολουθούν τις βασικές κομμουνιστικές κατευθύνσεις, επειδή είναι επηρεασμένοι από τις συχνά πολύ αισιόδοξες εκτιμήσεις τους για το επικείμενο της επανάστασης. Κάθε νέα μεταστροφή της κατάστασης – και σε έναν πόλεμο ποιος μπορεί να πει πόσες πρόοδοι και πόσες υποχωρήσεις θα σημειωθούν πριν από την τελική νίκη – θα ήταν αρκετή για να τους κάνει να επιστρέψουν στον παλιό τους οπορτουνισμό, θέτοντας, ταυτόχρονα, σε κίνδυνο το περιεχόμενο της οργάνωσής μας.

Το διεθνές κομμουνιστικό κίνημα δεν πρέπει να αποτελείται μονάχα απ’ όσους είναι σταθερά πεπεισμένοι για την αναγκαιότητα της επανάστασης και είναι διατεθειμένοι να αγωνιστούν με το κόστος οποιασδήποτε θυσίας, αλλά επίσης και απ’ όσους είναι αποφασισμένοι να δράσουν στο επαναστατικό πεδίο ακόμη κι όταν οι δυσκολίες του αγώνα αποκαλύπτουν ότι είναι δυσκολότερο να επιτύχουν τον σκοπό τους πολύ περισσότερο απ’ όσο είχαν πιστέψει.

Τη στιγμή της έντονης επαναστατικής κρίσης θα δράσουμε πάνω στη σταθερή βάση της διεθνούς μας οργάνωσης, συσπειρώνοντας γύρω μας τα στοιχεία που σήμερα είναι ακόμη διστακτικά και θα υπερισχύσουμε των σοσιαλδημοκρατικών κομμάτων όλων των αποχρώσεων.

Αν οι επαναστατικές πιθανότητες είναι λιγότερο άμεσες δεν θα διατρέξουμε τον κίνδυνο, ούτε για μια στιγμή, να αποκλίνουμε από το υπομονετικό μας έργο της προετοιμασίας για να υπαναχωρήσουμε στην επίλυση άμεσων προβλημάτων, πράγμα που θα μπορούσε να ωφελήσει μονάχα την αστική τάξη.

* * *

Μια άλλη πλευρά των τακτικών προβλημάτων που τα κομμουνιστικά κόμματα πρέπει να επιλύσουν είναι η επιλογή της στιγμής κατά την οποία πρέπει να γίνουν οι εκκλήσεις για δράση, είτε πρόκειται για μια δευτερεύουσα δράση είτε για την τελική.

Γι’ αυτό συζητείται σήμερα με πάθος η “επιθετική τακτική” των κομμουνιστικών κομμάτων, η οποία συνίσταται στην οργάνωση και τον εξοπλισμό των μαχητών του κόμματος και των στενά συμπαθούντων ούτως ώστε με τη διεξαγωγή των απαραίτητων ελιγμών αυτοί να αποδυθούν την κατάλληλη στιγμή σε επιθετικές ενέργειες που αποσκοπούν να ξεσηκώσουν τις μάζες σε γενική κινητοποίηση ή για την πραγματοποίηση θεαματικών ενεργειών ως απάντηση στην επίθεση της αστικής τάξης.

Στο ζήτημα αυτό επίσης υπάρχουν γενικά δύο αντιτιθέμενες θέσεις που πιθανόν κανένας κομμουνιστής δεν θα υποστήριζε.

Κανένας κομμουνιστής δεν μπορεί να έχει επιφυλάξεις για την πραγματοποίηση ένοπλων ενεργειών, αντιποίνων, ακόμη και για την άσκηση τρομοκρατίας, ή να αρνείται ότι αυτές οι ενέργειες, οι οποίες απαιτούν πειθαρχία και οργάνωση, πρέπει να διευθύνονται από το κομμουνιστικό κόμμα. Κατά τον ίδιο τρόπο, θεωρούμε παιδιάστικη την αντίληψη ότι η χρήση βίας και η πραγματοποίηση ένοπλων ενεργειών προορίζονται αποκλειστικά για τη “Μεγάλη Μέρα”, όταν θα πραγματοποιηθεί ο τελικός αγώνας για την κατάκτηση της εξουσίας. Μέσα στην πραγματικότητα της επαναστατικής εξέλιξης οι αιματηρές συγκρούσεις μεταξύ του προλεταριάτου και της αστικής τάξης είναι αναπόφευκτες πριν από τον τελικό αγώνα και μπορούν να προέρχονται όχι μόνο από αποτυχημένες απόπειρες εξέγερσης από μέρους του προλεταριάτου, αλλά επίσης και από τις αναπόφευκτες, επί μέρους και παροδικές συγκρούσεις ανάμεσα στις δυνάμεις υπεράσπισης της αστικής τάξης και ομάδες προλετάριων που εξωθούνται να ξεσηκωθούν ένοπλα ή μεταξύ ομάδων αστικών “λευκοφρουρών” και εργατών τους οποίους προκάλεσαν και στους οποίους επιτέθηκαν. Δεν είναι σωστό να λέγεται ότι τα κομμουνιστικά κόμματα πρέπει να αποκηρύττουν όλες αυτές τις ενέργειες και να διατηρούν τις δυνάμεις τους για την τελική στιγμή, επειδή όλοι οι αγώνες χρειάζονται μια προετοιμασία και μια περίοδο εκπαίδευσης, και με αυτές τις προπαρασκευαστικές ενέργειες η επαναστατική ικανότητα του κόμματος να καθοδηγεί και να οργανώνει τις μάζες πρέπει να αρχίσει να σφυρηλατείται και να δοκιμάζεται.

Θα ήταν λάθος, ωστόσο, να συμπεράνουμε από όλες αυτές τις προηγούμενες εκτιμήσεις ότι η δράση του πολιτικού ταξικού κόμματος είναι απλώς και μόνο αυτή ενός γενικού επιτελείου το οποίο θα μπορούσε απλώς να αποφασίζει κατά βούληση για την κίνηση των ενόπλων δυνάμεων και τη χρησιμοποίησή τους. Θα ήταν δε μια φανταστική προοπτική από άποψη τακτικής να πιστεύουμε ότι το κόμμα, έχοντας δημιουργήσει μια στρατιωτική οργάνωση, θα μπορούσε να εξαπολύσει μια επίθεση σε μια ορισμένη στιγμή όταν αυτό θα έκρινε ότι η δύναμή του είναι αρκετή για να νικήσει τις δυνάμεις υπεράσπισης της αστικής τάξης.

Η επιθετική δράση του κόμματος είναι νοητή μονάχα όταν η πραγματικότητα της οικονομικής και κοινωνικής κατάστασης ωθεί τις μάζες σε κίνηση με σκοπό την επίλυση των προβλημάτων που σχετίζονται άμεσα με την ευρύτερη κλίμακα των συνθηκών ζωής τους. Αυτό το κίνημα προκαλεί μια αναταραχή η οποία μπορεί να εξελιχθεί σε μια αληθινά επαναστατική κατεύθυνση μονάχα υπό τον όρο ότι το κόμμα παρεμβαίνει καθορίζοντας με σαφήνεια τους γενικού του στόχους και οργανώνοντας ορθολογικά και αποτελεσματικά την οργάνωση της δράσης του, συμπεριλαμβανομένης και της στρατιωτικής τεχνικής. Είναι βέβαιο ότι η επαναστατική προετοιμασία του κόμματος μπορεί να αρχίσει να μεταφράζεται σε σχεδιασμένες ενέργειες ακόμη και σε επί μέρους κινήματα των μαζών. Έτσι, τα αντίποινα απέναντι στη λευκή τρομοκρατία – που αποσκοπεί στο να δώσει στο προλεταριάτο το αίσθημα του ότι είναι αποφασιστικά πιο αδύναμο από τους αντιπάλους του και να το κάνει να εγκαταλείψει την επαναστατική προετοιμασία – είναι ένα απολύτως απαραίτητο τακτικό μέσο.

Ωστόσο, θα ήταν ένα ακόμη βολονταριστικό λάθος – το οποίο δεν μπορεί και δεν πρέπει να έχει καμία θέση στις μεθόδους της μαρξιστικής Διεθνούς – να πιστεύουμε ότι χρησιμοποιώντας τέτοιες στρατιωτικές δυνάμεις, ακόμη κι αν αυτές μπορεί να είναι πολύ καλά οργανωμένες σε ευρεία κλίμακα, είναι δυνατόν να μεταβάλλουμε τις καταστάσεις και να προκαλέσουμε την έναρξη ενός γενικού επαναστατικού αγώνα εν μέσω μιας περιόδου στασιμότητας.

Δεν μπορεί κανείς να δημιουργήσει ούτε κόμματα ούτε επαναστάσεις. Μπορεί κανείς να καθοδηγήσει τα κόμματα και τις επαναστάσεις, συνενώνοντας ολόκληρη τη χρήσιμη διεθνή επαναστατική πείρα για να εξασφαλίσει τις μέγιστες δυνατές πιθανότητες νίκης του προλεταριάτου στη μάχη που είναι η αναπόφευκτη έκβαση της ιστορικής εποχής στην οποία ζούμε. Αυτό μας φαίνεται ότι είναι το αναγκαίο συμπέρασμα.

Τα θεμελιώδη κριτήρια που κατευθύνουν τη δράση των μαζών εκφράζονται με τους οργανωτικούς και τακτικούς κανόνες που πρέπει να καθορίσει οριστικά η Διεθνής για όλα τα κόμματα-μέλη. Όμως, αυτά τα κριτήρια δεν μπορούν να εφαρμοστούν στον βαθμό που αναδιαμορφώνουν τα κόμματα με την ψευδαίσθηση ότι εάν τους δοθούν όλες οι διαστάσεις και όλα τα χαρακτηριστικά είναι ικανά να εγγυηθούν την επιτυχία της επανάστασης. Πρέπει, αντιθέτως, αυτά να εμπνέονται από τη μαρξιστική διαλεκτική και να βασίζονται, αφενός, πάνω απ’ όλα, στην προγραμματική σαφήνεια και ομοιογένεια και, αφετέρου, στη συγκεντρωτική τακτική πειθαρχία, από την άλλη.

Υπάρχουν, κατά τη γνώμη μας, δύο “οπορτουνιστικές” παρεκκλίσεις από τον ορθό δρόμο. Η πρώτη συνίσταται στη συναγωγή της φύσης και των χαρακτηριστικών του κόμματος βάσει του εάν είναι δυνατή, σε μια δεδομένη κατάσταση, η ανασύνταξη πολυάριθμων δυνάμεων. Αυτό ισοδυναμεί με το να υπαγορεύονται οι οργανωτικοί κανόνες του κόμματος από καταστάσεις και να του προσδίδουν έξωθεν μια σύσταση διαφορετική από αυτή που έχει επιτύχει μέσα σε μια ορισμένη κατάσταση. Η δεύτερη παρέκκλιση συνίσταται στην πίστη ότι ένα κόμμα, εφόσον είναι αριθμητικά μεγάλο και έχει επιτύχει μια στρατιωτική προετοιμασία, μπορεί να προκαλέσει επαναστατικές καταστάσεις δίνοντας μια διαταγή για επίθεση. Αυτό ισοδυναμεί με τον ισχυρισμό ότι οι ιστορικές καταστάσεις μπορούν να δημιουργηθούν από τη βούληση του κόμματος.

Ασχέτως του ποια παρέκκλιση θα έπρεπε να ονομάζεται “δεξιά” ή “αριστερή” το βέβαιον είναι ότι αμφότερες πόρρω απέχουν από τη μαρξιστική θεώρηση. Η πρώτη παρέκκλιση αρνείται ό,τι μπορεί και πρέπει να είναι η νόμιμη επέμβαση του διεθνούς κινήματος με ένα συστατικό σώμα οργανωτικών και τακτικών κανόνων· αρνείται ότι ο βαθμός επιρροής – που απορρέει από μια σαφή συνείδηση και από την ιστορική πείρα – ότι η βούλησή μας μπορεί και πρέπει να ασκείται πάνω στην εξέλιξη της επαναστατικής διαδικασίας. Η δεύτερη παρέκκλιση αποδίδει μια υπερβολική και εξωπραγματική σημασία στη βούληση των μειοψηφιών, η οποία καταλήγει στον κίνδυνο να οδηγήσει σε καταστροφικές ήττες.

Οι επαναστάτες κομμουνιστές πρέπει, αντιθέτως, να είναι εκείνοι που έχουν ψηθεί συλλογικά από τις εμπειρίες του αγώνα κατά του εκφυλισμού του προλεταριακού κινήματος, αυτοί που σταθερά πιστεύουν στην επανάσταση και που την επιθυμούν σφοδρά, αλλά όχι σαν κάποιον που θα περίμενε την εξόφληση μιας συναλλαγματικής και θα έπεφτε σε απόγνωση και αποθάρρυνση αν η προθεσμία καθυστερεί έστω και μία μονάχα μέρα.
 

La democrazia operaia

di P. PASCAL

Tempo fa, dalla destra, si è accusato il Potere dei Soviet di rimettere il governo nelle mani della massa grossolana, ignorante ed incapace. Oggi, Sebastiano Faure e qualche altro lo combattono sotto il pretesto che in Russia la dittatura del proletariato è stata ridotta alla dittatura del Partito Comunista. 

In realtà la Repubblica dei Soviet, così come si presenta, non merita né l’uno né l’altro di questi rimproveri contraddittori. La sua politica si è limitata ad essere realista. Le classi oppresse di Russia hanno preso il potere per cacciarne i nobili e la borghesia, perché questo potere fosse esercitato nell’interesse dei lavoratori. Ma, nella loro massa, esse non erano capaci di esercitarlo. Non bisogna mai dimenticare che il 60% degli operai ed il 75% dei contadini erano analfabeti. Essi avevano bisogno di rovesciare il dominio del capitale per aver la possibilità di imparare a leggere e, da un punto di vista più vasto, per acquistare il mezzo per divenire uomini coscienti ed apprendere a governarsi da sé. 

La conquista del potere era la condizione necessaria poiché l’antico regime sociale opponeva allo sviluppo delle masse un ostacolo materiale invincibile. La rivoluzione d’ottobre è stata la soppressione dell’ostacolo, ma essa non poteva essere l’infusione istantanea di tutte le virtù e di tutte le conoscenze intellettuali, morali, amministrative, politiche. ecc., ad una folla di 100 milioni d’uomini. Per acquistare tutte queste qualità, occorrevano degli anni di lavoro, se non delle generazioni. Questa iniziativa individuale non meno cara ai comunisti che agli anarchici, si crede forse che sia stata data bella e pronta, come un dono gratuito della natura, ad ogni uomo? L’operaio ed il contadino, abituati da padre in figlio a curvare la schiena senza ragionare davanti alle potenze di questo mondo, sapranno essi improvvisamente agire a loro volta come potenze in grazia della sola Rivoluzione? Certamente no. 

Prima di poter governarsi nel vero senso della parola da sole, le masse russe avevano bisogno di imparare a leggere, vale a dire a liberarsi prima dalla loro ignoranza. In seguito imparare il funzionamento, poscia la condotta di questo meccanismo complicato, che costituisce la società moderna, nelle sue diverse branche. Ecco perché i lavoratori russi hanno riconosciuto indispensabile la direzione del Partito Comunista e perché questi è divenuta l’anima che dà vita al Potere dei Soviet. In attesa che il proletariato nella sua massa sia cosciente e capace, occorre di necessità che la sua dittatura sia esercitata in modo attivo da un gruppo d’iniziativa, devoto alla sua causa, sottomesso alle sue aspirazioni, che gli rende conto del proprio operato, ma che nello stesso tempo lo guida sulla via difficile dell’avvenire, perché più attivo e più sperimentato. La dittatura del proletariato si è data una specie di organo esecutivo nel Partito Comunista. 

Perché lui piuttosto che un’altro partito? Perché il proletariato si è reso conto che esso solo risponde alle condizioni volute: devozione ai suoi interessi, attività e capacità. Tutti gli altri partiti, menscevichi, socialrivoluzionari, anarchici, hanno dimostrato con il loro atteggiamento, e troppo sovente, haime!, che essi riuniscono tutti i vizi contrari: assenza di programma, impotenza davanti ai problemi economici, incoerenza interna, collusione con la reazione zarista o straniera. 

La sola questione da porsi da Sebastiano Faure e da coloro che aderiscono alla sua campagna è questa: in qual modo il Potere dei Soviet, inspirato dal Partito Comunista, ha realizzato la sua missione? Ha egli veramente fatto tutto ciò che poteva per preparare gli operai ed i contadini a governarsi da sé, non soltanto nella loro élite, ma nella loro massa? 

Bisogna domandarsi innanzi tutto in quale misura il Potere dei Soviet ed il Partito Comunista hanno avuto il mezzo materiale di consacrarsi a questo compito. La realtà è che, per quanto essenziale esso fosse, ne è apparso un’altro più imperioso ancora e più urgente, dal quale dipendeva tutto il resto il problema dell’esistenza. 

La guerra più ineguale che si sia mai visto è appena terminata, e la Rivoluzione proletaria ne è uscita vittoriosa grazie alla sottomissione al pugno di ferro del Partito Comunista. La sua disciplina ha causato questo miracolo. 

Nello stesso tempo il proletariato ha ricevuto dall’antico regime e dalla borghesia di Kerenski una Russia già economicamente rovinata, ridotta letteralmente alla miseria, all’arresto dei trasporti e dell’industria.

Prima di pensare allo scopo ideale del Potere dei Soviet, prima di sviluppare le capacità e le iniziative individuali, non occorreva forse rispondere alle esigenze della difesa militare e della sussistenza economica, questione imperiosa di vita o di morte per la Rivoluzione? 

Ecco perché questo ideale non è ancora realizzato, ecco perché cento milioni d’operai e contadini incolti non sono ancora in grado d’esercitare senza intermediari la loro dittatura. 

Bisogna tener conto di ciò che è possibile o no, e non rimproverare al Potere dei Soviet di non aver compiuto il prodigio che si reclama. 

Si può forse dire che durante questi tre anni e mezzo di guerra e di miseria ininterrotta, esso non abbia fatto nulla per preparare le masse popolari alla loro funzione sovrana? Se così fosse, si avrebbe il diritto di applicargli la parola del poeta: per difendere il suo essere, egli ha perso la sua ragion d’essere. Ma così non è. Tutti gli osservatori rimangono colpiti dal progresso morale che si constata ogni giorno di più nel popolo russo. C’è innanzitutto l’arricchimento intellettuale. Senza ricordare i corsi per gli analfabeti, le scuole di ogni sorta, esso si manifesta con la moltiplicazione dei giornali stampati, alle volte dattilografati, in località che non ne avevano mai conosciuti, con la diffusione di quelle «izbas-biblioteche» che divengono il luogo di riunione nei borghi, da quella sete di rappresentazioni drammatiche che quasi inquieta Lounatcharski, I gruppi comunisti, le leghe giovanili, reclutando nuovi membri, aprendo corsi di ogni grado, dando delle conferenze, esponendo nei comizi le grandi questioni del giorno, la politica locale, nazionale, ed anche internazionale, sono precisamente i più potenti fattori d’educazione generale delle masse. Il Partito Comunista non è una setta ristretta ed egoista di gelosi privilegiati. Al contrario, egli non cerca che di allargare le sue file e trascinare verso di lui, verso la liberazione, verso la luce e verso l’azione cosciente, un numero sempre maggiore di coloro che oggi si chiamano i senza partito. La sua propaganda non è propriamente una propaganda politica, ma un vero strumento d’istruzione e di risveglio. V’è identità fra il progresso morale del popolo russo e la prosperità del Partito Comunista. 

A questo arricchimento intellettuale corrisponde in effetto un’attività sempre maggiore delle masse nell’amministrazione politica o economica e nel governo. 

I soviet, le loro elezioni, le loro essemblee generali, i loro congressi sono per così dire le forme supreme e solenni di questa attività. Si sa che la necessità di prendere delle decisioni rapide ed energiche passa avanti in tempo di guerra ai diritti della deliberazione. Era dunque fatale che nella situazione di campo trincerato in cui si trovava la Russia, la funzione dei Soviet fosse assorbita dai Comitati Esecutivi, meno numerosi e più speditivi, eletti da essi. Nonostante ciò essi non hanno mai cessato di riunirsi, di rinnovarsi, di esprimere la volontà del popolo lavoratore, di prendere delle decisioni e di eseguirle. 

Ma dare un’importanza esclusiva ai Soviet, vale a dire all’esercizio del potere nella sua forma politica, sarebbe dar prova d’un pregiudizio parlamentarista, sarebbe non vedere che uno degli aspetti della sovranità del proletariato. Colui che possiede il contenuto sostanziale del potere, è in realtà chi lo applica ogni giorno, in tutte le circostanze della vita. Ora, non solamente il proletariato russo, con i suoi delegati eletti ai Soviet, ai Comitati Esecutivi ed ai Congressi, anche durante la guerra, non ha mai cessato di fare, le leggi ed i regolamenti, ma ancora egli è stato sempre padrone della loro applicazione. Si immagini non solo l’operaio, ma il contadino di un qualsiasi villaggio arretrato. Ogni quattro mesi in media, egli elegge il suo Soviet, a meno che non ne sia membro lui stesso, poiché c’è un membro ogni cento abitanti. Nell’intervallo si riuniscono delle conferenze generali che non hanno potere legislativo, ma emettono dei voti praticamente obbligatori per le autorità della giurisdizione corrispondente. Dalla città vengono degli oratori ad esporre in modo accessibile a tutti, anche a quelli che non sanno leggere il giornale, le grandi questioni d’attualità. Prendiamo a caso la provincia d’Ekaterinbourg: nella prima metà dello scorso mese d’ottobre, si sono tenute laggiù 300 conferenze di cantone o di distretto, i cui partecipanti sono stati eletti dai villaggi. 

Là, i comunisti non sono che un’infima minoranza, poiché si cerca di riunire i senza partito, ed il Partito Comunista si presenta davanti ad essi per render conto del proprio operato e per domandare non solo l’approvazione, ma la collaborazione. L’ordine del giorno tocca tutte le questioni: guerra, approvvigionamento, agricoltura, controllo, lavori pubblici, previdenza sociale, ecc. 

I rapporti sono fatti dai capi delle sezioni amministrative corrispondenti. Si svolge una discussione animata, poiché se il contadino è poco istruito, non bisogna credere che manchi di senso critico e di preveggenza. Finalmente esse approvano i principi comunisti, ma reclamano dei perfezionamenti nell’applicazione e la soppressione degli abusi. 

Non è questa una prova che da una parte si riconosce buona la direzione del Partito Comunista e dall’altra le masse lavoratrici divengono atte a discutere gli affari pubblici, a controllare l’amministrazione, vale a dire a governarsi da sé? 

L’anno scorso una spaventevole epidemia di tifo ha potuto essere scongiurata solo con l’appello lanciato a tutta la popolazione. Delle «Commissioni di pulizia» si costituirono nei villaggi. Esse vennero istruite dalle sezioni sanitarie dei Comitati Esecutivi locali, e sorvegliarono all’osservanza delle precauzioni indicate, aggiungendo proprie iniziative preziose. E un principio che «la salute delle masse deve essere opera delle masse stesse». 

Se passiamo nelle città le occasioni in cui l’iniziativa operaia è chiamata a manifestarsi sono ancora maggiori. Oltre i Soviet, le Conferenze generali, le Commissioni d’ogni sorta, vi sono per esempio i «gruppi d’ispezione» eletti ogni quattro mesi in ogni impresa, sulle ferrovie, nello stesso esercito rosso, dalle assemblee generali degli operai e dei soldati, per assistere a tutte le operazioni amministrative, rilevare le irregolarità ed assicurare il buon andamento del servizio. Questi «gruppi d’ispezione» si espandono alla anche nelle campagne, per controllare gli organi esecutivi dei borghi e dei cantoni. 

La Repubblica soviettista ha istituito le trattorie comunali, dove ogni cittadino riceve un pasto gratuito. I pensionanti inscritti in queste trattorie sono per turno incaricati del loro controllo. 

Accanto alle scuole, esistono dei Consigli di genitori che assistono alle sedute dei Consigli pedagogici, a tutte le commissioni, alle classi, ai giuochi dei ragazzi e sorvegliano affinché l’insegnamento sia quello che è necessario al popolo. 

Sarebbe troppo lungo enumerare e descrivere tutte queste istituzioni dove, un poco alla volta con la pratica si fa l’educazione politica ed amministrativa dei lavoratori. Bisognerebbe aggiungere le scuole militari, la educazione morale perseguita nell’esercito rosso, la propaganda fra le donne per risvegliarle ad una vita cosciente e sociale. Ecco ciò che si è potuto ottenere malgrado lo stato di guerra e di crisi acuta. Ecco un quadro molto succinto di ciò che costituisce la democrazia soviettista ovvero la democrazia operaia. 

Oggi, che si può credere finita la guerra, il Partito Comunista dirigente ha incominciato a sviluppare ancor di più questa democrazia operaia. L’ultimo Congresso dei Soviet lo ha deciso, le assemblee deliberative riprendono il sopravvento sui Comitati Esecutivi. Si vedono i Soviet tenere le loro sedute nelle officine e nelle caserme, per permettere alla folla dei soldati e degli operai di formulare direttamente i loro desideri, le loro lamentele e le loro proposte. Attualmente si procede all’elezione di Soviet nei piccoli centri che prima non ne avevano. La grande campagna agricola condotta fin dall’inizio dell’anno si basa interamente sull’iniziativa dei contadini, rappresentata nei «Comitati di semina» e costituenti soli i «Comitati di villaggio» per il miglioramento della coltura. Le officine entrano in una fase nuova. Che cos’è la «propaganda per la produzione» di cui ora tanto si parla, se non un’insieme di misure destinate a far comprendere all’operaio perché egli eseguisce tale o tal altro lavoro ed invitarlo a ricercare i mezzi per eseguire quello stesso lavoro con la minore fatica? Perciò la direzione espone la situazione, deposita il suo bilancio, rende i suoi conti, non più davanti agli azionisti, ma davanti all’assemblea generale degli operai, che discutono, approvano, biasimano e fanno delle proposte. Non è questo l’unico mezzo reale per rendere poco a poco gli operai capaci di innalzarsi fino alla funzione di direttori effettivi e sperimentati? E dunque una fase nuova che incomincia. All’inizio della rivoluzione c’è stato un controllo operaio caotico, semplice reazione spontanea contro l’antico regime. In seguito i venuta l’autorità di un direttore unico o collettivo controllato solamente dall’alto. Oggi incomincia il controllo operaio diretto e permanente, ma cosciente e metodico. 

La grande parola d’ordine del X Congresso del Partito Comunista, che è appena terminato, è stata ancora una volta un appello all’attività delle masse. E proprio questo il momento d’intraprendere presso i compagni rivoluzionari una campagna per denunciare la sedicente tirannia del Partito Comunista, la finzione del Potere dei Soviet, ecc.? 

La vera democrazia non è tutta fatta come quella che è solo di parole, essa deve costituirsi pezzo per pezzo, con un lavoro tenace nello spirito degli uomini. Le masse non sono pronte a realizzarla, bisogna prepararle. La Repubblica soviettista ha già cominciato questo lavoro, essa lo persegue oggi più attivamente che mai. 

La situazione in Italia Pt.2

di KRISTO KABAKCIEF

III.

    Il Congresso di Livorno ha creato in Italia le premesse per la rivoluzione proletaria e le ha spianato la via. Esso ha messo in chiaro davanti alle grandi masse lavoratrici l’inganno riformista e pacifista prevalso finora nel Partito. Esso ha svelato la funzione di tradimento esercitata dai riformisti nel Partito, nei sindacati, nelle cooperative, e stabilito in modo definitivo la solidarietà e l’unità dei centristi comunisti «unitari», coi riformisti. In breve, il Congresso di Livorno ha compiuto un’immensa opera di chiarificazione, e ha liberato il proletariato italiano da molte illusioni ed errori, mostrandogli i principi e i metodi di lotta, che condurranno alla vittoria finale la sua lotta rivoluzionaria. L’esclusione dei riformisti e dei centristi dalla I.C. e la fondazione del Partito comunista italiano è il passo più importante e decisivo fatto sulla via della preparazione delle condizioni necessarie alla vittoria della rivoluzione proletaria in Italia. 

    La profonda crisi economica e finanziaria, che da due anni scuote l’Italia, spinge il proletariato italiano alla lotta rivoluzionaria. Questa lotta raggiunse il suo punto culminante nel settembre scorso con la occupazione delle fabbriche e dei latifondi. 

    L’occupazione delle fabbriche da parte dei lavoratori non bastava ad assicurare la vittoria della rivoluzione, giacché la borghesia, finché aveva in sue mani il potere politico, poteva impedire l’approvvigionamento di materie prime alle fabbriche occupate e così arrestare la produzione, per poter più tardi ritogliere le fabbriche dalle mani degli operai. Similmente l’occupazione dei latifondi per opera dei contadini non poteva esser durevole, giacché i latifondisti partecipano al potere con la borghesia. In questo momento, come pure durante le altre numerose lotte e insurrezioni rivoluzionarie, di cui è piena la vita italiana, il Partito proletario aveva il dovere di indicare lo scopo generale di tali lotte, di collegarle e indirizzarle alla conquista del potere politico. 

    Ma nel Consiglio Nazionale, composto di rappresentanti del Partito e dei Sindacati, che fu convocato nel vivo della lotta, i riformisti riuscirono a far prevalere il concetto, che la lotta stessa avesse semplice scopo sindacate economico, e che quindi la direzione ne spettava soltanto ai sindacati. Venne respinta la proposta, presentata dalla maggioranza comunista della Direzione del Partito, di riconoscere al movimento carattere politico e di farne quindi assumere la direzione al Partito. In tal guisa il movimento fu cacciato in un vicolo cieco e condannato alla sconfitta. I capi dei riformisti, Turati nel Partito e D’Aragona nei Sindacati, trionfarono; i centristi ne giustificarono l’attitudine, e anzi Serrati giunse sino a negare il carattere rivoluzionario della lotta per l’occupazione delle fabbriche, designandolo invece come una «pacifica azione sindacale», mentre qualificava di «movimento reazionario» l’azione dei contadini per l’occupazione della terra. 

    II Governo non osò servirsi della forza amata per reprimere il movimento. Esso era disorientato e impotente di fronte al grande e potente movimento rivoluzionario degli operai e dei contadini. In questo momento i riformisti e centristi vennero in aiuto del Governo e lo trassero dalla sua critica situazione, tendendogli la mano e annodando trattative sulla base del «controllo» operaio e di altre rivendicazioni economiche. Tali trattative approdarono alla riconsegna delle fabbriche da parte degli operai, ma naturalmente non vennero mantenute le fatte promesse, una volta che i capitalisti eran di nuovo padroni delle fabbriche e che il Governo era riuscito frattanto a fare i suoi preparativi di repressione sanguinosa. In tal guisa il proletariato fu tradito da coloro stessi, ch’erano preposti alla direzione della lotta nel Partito e nei Sindacati. 

    La borghesia e il Governo italiano, affatto impotenti nel primo anno dopo la guerra a reprimere la lotta rivoluzionaria del proletariato, grazie all’aiuto dei riformisti e centristi guadagnarono tempo per respirare, radunar forze, riorganizzare la disordinata macchina statale ed armarsi. 

    Quanto all’esercito permanente, la borghesia organizzò anche un esercito speciale di circa 100 mila soldati ben armati, detti guardie regie, destinati a combattere la rivoluzione proletaria. Inoltre formò una guardia bianca, quella dei cosiddetti fascisti, che si è organizzata ed armata alla luce del sole, e si trova in intimi rapporti col Governo, con la guardia regia e in generale con tutto l’apparato statale.

    La borghesia italiana invocò l’opera di un uomo politico, che non aveva preso parte alla guerra mondiale, di Giolitti, per soffocare il malcontento popolare e tagliar la strada alla rivoluzione. Giolitti lavorò accortamente, cercando di trattenere il movimento rivoluzionario con molte promesse di riforme sociali e con la arrendevolezza verso le rivendicazioni economiche sindacali, salvo poi a non soddisfarle, mentre anche quando sono soddisfatte l’incessante rincaro toglie loro ogni valore. Egli in questa sua politica ha trovato fedeli alleati, o, più esattamente, strumenti ciechi nei riformisti e centristi. Dall’altro canto, Giolitti arma l’esercito, crea nuove truppe e protegge la formazione della guardia bianca. 

    Giolitti sa accortamente mascherare la sua politica controrivoluzionaria. Come di fronte ai nazionalisti estremi recita la parte di «pacifista», così di fronte al proletariato rivoluzionario fa quella di «riformatore» e pioniere della «evoluzione pacifica». Per consolidare i successi della politica imperialista della borghesia italiana egli inscenò la commedia della «lotta» contro D’Annunzio a Fiume. Per dar tempo alla borghesia di armarsi e prepararsi a schiacciare la rivoluzione proletaria, egli ogni giorno rappresenta la commedia di «reprimere» i fascisti, che assaltano e assassinano i comunisti, incendiano i circoli operai, ecc., ed entrano in prigione da una porta solo per uscirne subito dall’altra. 

    Il Governo di Giolitti fa ora questa politica: disorganizzare, terrorizzare e indebolire il proletariato rivoluzionario con assalti e uccisioni alla spicciolata; e prepararsi intanto a grandi colpi decisivi in alcuni grandi centri industriali, che sono i focolari della prorompente rivoluzione1. In alcuni di questi centri è già concentrata un’enorme quantità di truppa d’ogni specie, che li hanno trasformati in veri campi militari. Ma la borghesia non si fida completamente né di queste truppe, né delle proprie forze – la crisi economica sempre più aspra le scava il terreno sotto i piedi – e quindi spia il momento propizio, se il proletariato non sa condurre la sua lotta rivoluzionaria con coscienza del fine, compattezza e risolutezza, per poterlo schiacciare nel sangue, e così conservare provvisoriamente il proprio dominio. 

    Gli avvenimenti del settembre dell’anno scorso chiarirono questa situazione agli occhi del proletariato italiano. Esso scorge ormai il grave pericolo ond’è minacciato. La parte più avanzata del proletariato sente ormai e riconosce la necessità di una chiara e risoluta tattica rivoluzionaria, di una salda organizzazione centralista con disciplina di ferro, e della creazione di tutte le premesse per la rivoluzione proletaria (organizzazione illegale, armamento ecc.). Con la fondazione del Partito Comunista il proletariato italiano ha creato una delle più importanti tra tali condizioni. 

    Il movimento per l’occupazione delle fabbriche e delle terre offriva al proletariato italiano due strade, di cui la prima attraverso il tradimento dei riformisti e dei centristi condusse alla sconfitta, l’altra attraverso la lotta del Partito Comunista guida alla vittoria. A Livorno la parte cosciente dei lavoratori più d’un terzo del Partito si decise per il comunismo, che conduce alla vittoria finale del proletariato. Non v’ha alcun dubbio che in breve tempo la gran massa del proletariato italiano si schiererà attorno alla bandiera del comunismo. Già sin dai primi giorni dopo il Congresso di Livorno pervennero da ogni parte notizie di passaggi in massa di lavoratori al Partito Comunista.  

    Naturalmente la lotta contro i riformisti e centristi esigerà molto tempo e molti sforzi. D’Aragona, Turati e Serrati hanno con sé la massima parte della burocrazia del partito e dei sindacati, la quale adopererà tutti i mezzi per conservare la propria posizione e influenza nelle organizzazioni. La borghesia e il Governo adopereranno nel modo più utile questi loro agenti a fine di ostacolare il rafforzamento del Partito Comunista. L’alleanza dei centristi coi riformisti, e quella di costoro con la borghesia, ben presto susciterà contro di loro le masse lavoratrici. Lo spirito rivoluzionario del proletariato italiano non è spento; anzi, al contrario, con l’eliminazione del principale ostacolo, contro il quale s’infransero le ondate rivoluzionarie – la politica traditrice dei riformisti e centristi – esso si spiegherà con forza incoercibile e invincibile. 

    Viaggiando l’Italia, si vede dappertutto, nelle città come nei villaggi, alle grandi mura delle fabbriche come anche sulle capanne dei contadini, sempre la stessa iscrizione: «Viva Lenin!». In questo grido universale del popolo lavoratore d’Italia si esprime, non solo lo sconfinato entusiasmo per la grande rivoluzione russa e per la repubblica soviettista, ma anche la sua aspirazione e la sua piena fiducia nel prossimo trionfo della rivoluzione in Italia. Questo grido si unisce all’altro di:  «Viva il Partito Comunista d’Italia!» e si espande fin negli angoli più remoti del paese. L’entusiasmo e la fede del proletariato italiano nella rivoluzione sono indistruttibili. 

    La stampa socialpatriottica e borghese d’Italia e di tutto il mondo ha dato le notizie più tendenziose intorno a questo Congresso. La borghesia e i di lei agenti, i socialpatrioti, tentarono di far passare come una sconfitta dell’Internazionale Comunista la grande lotta ideologica e politica, che i comunisti condussero contro i seguaci del riformismo e del semiriformismo e che mise capo alla fondazione del Partito Comunista italiano. II vero è che a Livorno realmente non vinsero i riformisti e semiriformisti, sebbene questi abbiano ottenuto una maggioranza casuale e transitoria, ma bensì la frazione comunista e l’Internazionale Comunista, che scoprirono davanti all’intiero proletariato italiano e internazionale il giuoco proditorio dei riformisti e semiriformisti, raccogliendo sotto la loro bandiera tutti gli elementi coscienti e rivoluzionari del Partito Socialista italiano, e preparando, con la fondazione del P.C.I., la vittoria della rivoluzione proletaria in Italia. 

    Quello di Livorno fu il primo Congresso del Partito Socialista italiano, in cui le fondamentali divergenze teoretiche e tattiche tra riformismo e comunismo si sieno manifestate apertamente e siano state discusse davanti all’intiero Partito e alla classe lavoratrice. Fallirono tutti gli sforzi fatti da Serrati per nascondere sotto la maschera dell’«unità» i profondi e irreconciliabili contrasti tra queste due tendenze del Partito. Serrati a Livorno, come già a Bologna, tentò di salvare il riformismo e i riformisti in nome dell’«unità»; ma questo tentativo ebbe per risultato di chiarirlo definitivamente partigiano e difensore del riformismo. 

    A Livorno si presentarono tre gruppi, formatisi già molto prima del Congresso; ed essi vi vennero con mozioni, già precedentemente deliberate nelle rispettive Conferenze. La mozione dei riformisti (Turati) afferma che in Italia, come del resto in tutto il mondo capitalista, mancano ancora le condizioni necessarie per la rivoluzione proletaria, che il capitalismo ha ancora davanti a sé un lungo periodo di pacifico sviluppo, e che il Partito Socialista non deve rifiutare di collaborare con la borghesia, se ciò è necessario per aiutare la classe lavoratrice. Ma nello stesso tempo la mozione riformista si dichiara per l’Internazionale Comunista! 

    La mozione dei centristi (semiriformisti, che danno a se stessi il nome di «comunisti unitari» con Serrati alla testa) accetta tanto le tesi della Internazionale Comunista, quanto le 21 condizioni, ma aggiunge: «L’applicazione di queste condizioni deve lasciarsi al Partito Socialista italiano, che deve conservare l’antico nome». 

    La mozione del gruppo comunista esige non solo l’immediata accettazione, ma anche l’immediata applicazione delle 21 condizioni mediante l’espulsione dei riformisti (di tutti quei delegati e sezioni, che hanno partecipato alla Conferenza di Reggio Emilia) dal Partito e l’accettazione di tutte le tesi approvate dal Secondo Congresso dell’Internazionale Comunista. 

    Tra la mozione del gruppo comunista è quelle dei riformisti e centristi vi erano divergenze di principio. I riformisti e centristi si sforzarono di nasconderle. Tanto i riformisti come i centristi si dichiararono partigiani dell’Internazionale Comunista. Essi sanno che il proletariato italiano ha così viva simpatia per la rivoluzione russa e per l’Internazionale Comunista, che se essi si dichiarassero apertamente contro questa, perderebbero immediatamente la fiducia e l’appoggio delle masse operaie. 

    Perciò i riformisti, e specialmente i centristi, cercano accuratamente di nascondere i contrasti tra loro e l’Internazionale Comunista: per ciò mascherano la lotta da essi combattuta contro l’Internazionale Comunista con ipocrite dichiarazioni di simpatia e di fedeltà. Con simili mezzi i riformisti e centristi speravano anche questa volta d’ingannare i lavoratori. Ma il gruppo comunista frustrò le loro speranze. Prima del Congresso e durante questo i comunisti smascherarono la vera natura del riformismo e del centrismo, e nella loro mozione essi formularono chiaro e tondo – «Chi i per l’Internazionale Comunista deve separarsi dai riformisti immediatamente, nel Congresso stesso e votare per la loro espulsione». 

    A Livorno i centristi fecero tentativi disperati per passare come leali seguaci dell’Internazionale Comunista. Ma non potevano sfuggire al chiaro e categorico dilemma loro posto dai comunisti: o colla Internazionale Comunista o coi riformisti. Alla domanda: perchè mai i centristi non accettavano che l’inevitabile espulsione dei riformisti avvenisse per opera dello stesso Congresso, suprema istanza del Partito, essi rispondevano: Lasciate che il Partito li mandi via quando lo troverà necessario: In una conferenza particolare coi rappresentanti dell’Internazionale Comunista Serrati e Vella dichiararono: – Noi attenderemo che i riformisti commettano qualche nuova azione compromettente, e allora espelleremo i colpevoli; altrimenti il proletariato non capirà perché noi espelliamo questi uomini! 

    I centristi vogliono ancora delle prove del riformismo di Turati e compagni. Per loro, il tradimento giornaliero che i riformisti compiono da due anni in qua non è prova sufficiente; per essi non è ancor prova sufficiente la mozione approvata dai riformisti nella Conferenza di Reggio Emilia, dove si nega l’esistenza delle condizioni della rivoluzione proletaria.

    Era chiaro che i centristi non volevano l’espulsione dei riformisti. E quando essi arrivavano a dire, che avrebbero eventualmente acconsentito ad espellere questo o quel riformista, mostravano sol- tanto che, col sacrificare qualche riformista, volevano soltanto salvare il riformismo come tendenza, programma e tattica nel Partito. 

    Ma perché i centristi non vollero staccarsi dai riformisti? Perché in realtà essi si son posti sullo stesso terreno teoretico e tattico dei riformisti. La polemica che precedette il Congresso e le discussioni del Congresso dimostrarono ciò esaurientemente; ma sopratutto lo ha dimostrato il fatto dell’essere i centristi rimasti uniti coi riformisti in un unico Partito. 

    L’uscita dei comunisti dal P.S.I. gettò del tutto i centristi nel campo dei riformisti. La burocrazia semiriformista e pacifista del Partito, dei Sindacati, delle Cooperative, che già prima inclinava verso il riformismo e che a Livorno costituì la maggioranza di Serrati, si è alleata coi riformisti. Questo fatto ha grande importanza, poiché fa luce sufficientemente chiara sulla vera politica dei centristi: e questa luce aiuterà il proletariato italiano a trovare entro breve tempo la sua via sotto la bandiera del nuovo Partito Comunista d’Italia. Passeranno appena pochi mesi, e la nuova sezione dell’Internazionale Comunista raccoglierà nel suo seno la maggioranza dei lavoratori dell’antico Partito. 182

    1. Queste previsioni del Kabakcief. scritte alla fine di febbraio, hanno avuto piena conferma con la serrata di Torino (Nota di Red.)  ↩︎

    Lo sviluppo della politica agraria russa

    di EUGENIO VARGA

    II seguente, articolo del valente economista E. Varga, fu scritto prima che in Russia venisse deliberato l’ultimo mutamento nell’indirizzo della politica economica del governo dei Soviet, ed in special modo della sua politica agraria con la sostituzione dell’imposta in natura al sistema delle requisizioni. 

    Per tal motivo, non è fatto alcun cenno di questa nuova direttiva, là dove l’autore parla dell’organizzazione per la raccolta dei viveri e dei provvedimenti intesi a trasformare l’economia agricola privata in economia comunista. 

    Il presente articolo, di valore essenzialmente storico, conserva però egualmente il maggiore interesse, in quanto che esso ci espone in una rapida sintesi, attraverso quale fasi sia passata la questione agraria in Russia prima e dopo la rivoluzione proletaria, giungendo fino ad oggi in cui una nuova fase s’inizia e che solo l’avvenire può dire quali e quanti benefici essa porterà. 

    Lo sviluppo dell’economia agraria è l’essenza dell’economia politica russa. Così è sempre stato e così è anche oggi. 

    Perché il fatto più importante, che nell’agricoltura s’impiega circa l’80% di tutta la mano d’opera, non è cambiato con la rivoluzione proletaria. Ed anche le questioni fondamentali sono sempre le stesse. Come si possono portare i contadini russi a conseguire una maggiore ripartizione del raccolto sui loro estesissimi territori? Come si può far corrispondere la spartizione del suolo e dei suoi prodotti al sistema politico dominante? 

    Per quanto concerne la prima questione, fino alla rivoluzione proletaria si cercò sempre di risolverla nello stesso modo; assicurare la più elevata produzione possibile a spese dei lavoratori; spingere al massimo la produzione. Ciò accadde dopo l’abolizione della schiavitù con il più brutale e più cinico sfruttamento del lavoro dei servi. Come ovunque, anche in Russia ciò doveva portare al risultato opposto l’economia della servitù falliva sempre più; si produceva appena il minimo occorrente al mantenimento dei contadini stessi. 

    L’abolizione della servitù non cambio molto lo stato delle cose; benché i gravami dei contadini, imposte, tributi, ecc., fossero ormai ben definiti e non lasciati all’arbitrio del singolo proprietario, essi erano però un carico quasi insopportabile. E ciò perché il contadino, nella maggior parte della Russia, possedeva troppo poca terra per potervi impiegare la sua intera forza lavoro, e perché per il suo analfabetismo, per la sua assoluta ignoranza dell’economia agraria scientifica, per il suo forte conservatorismo e per la sua miseria di generi alimentari, egli era troppo debole per sopportare così forti pesi. 

    Il contadino russo soffriva la fame mentre i cereali russi venivano spediti in Inghilterra ed in Italia. 

    Così l’intero sistema agrario della Russia andò incontro alla rovina. 

    Il sistema del «Mir»; la triplice forma dell’economia agraria e le ripetute e periodiche nuove spartizioni di tutte le terre dei contadini, impediva anche a quei pochi idealmente preparati di rom- perla col tradizionale e pessimo sistema economico per mezzo di un’unione delle organizzazioni del «Mir». 

    L’impoverimento dei villaggi agrari della Russia portò generalmente alla rivolta dei contadini nella prima rivoluzione russa. Dopo la sua sconfitta si cercò di attuare una riforma su basi borghesi. Questa fu la riforma agraria di Stolypin. I suoi scopi fondamentali erano politicamente: la creazione di una condizione agiata ai contadini, affinché essa costituisse una larga base per la classe borghese; economicamente l’abolizione dell’organizzazione del «Mir», l’unione delle parcelle giacenti in comune con i latifondi arrotondati per creare con ciò ai contadini progressisti la possibilità del progresso economico. In connessione con questa riforma si ebbe: l’annullamento del diritto degli abitanti lontani dal villaggio ad una quota in denaro nel luogo nativo, con ciò una definitiva separazione del proletariato industriale semicontadino dalla gleba: la proletarizzazione dei poveri del villaggio con suddivisione dei latifondi comunali in seguito allo scioglimento dei «Mir». Per tal fine si acquistò su vasta scala dai grandi proprietari di terre e si vendette ai contadini possidenti con l’aiuto di una banca agraria di Stato. 

    La riforma agraria di Stolypin fu iniziata con mediocre energia. Perciò la sua esecuzione si effettuò molto più lentamente che non il rivoluzionamento degli spiriti. Questa parve essere la sorte di ogni riforma agraria borghese. Il regime di Kerenski dette un certo impulso alla questione agraria, ma la soluzione si aggirava sempre più nei limiti borghesi. Con la rivoluzione proletaria venne la soluzione rivoluzionaria della questione agraria. Noi possiamo in essa distinguere quattro fasi. 

    La prima è la spartizione dei grandi latifondi. Essa si effettuò in modo rivoluzionario. Tutti i contadini, ricchi e poveri, vi parteciparono. Anzi, i contadini ricchi usurparono, nella maggior parte dei casi, una maggior quantità di terra, di bestiame e di macchine che non i contadini poveri. Politicamente questa fase rappresenta l’annientamento della classe dei latifondisti, che sola nell’intero territorio possedeva una diffusa organizzazione terriera capace di suscitare una controrivoluzione. L’intera massa dei nullatenenti, provvisoriamente indifferenziati negli averi e nella posizione sociale, venne con ciò guadagnata al sistema dei Soviet ed ai bolscevichi e sottratta per sempre ad ogni tentativo di restaurazione del regime zaristico dei grandi possidenti. Viva il sistema dei Soviet, viva i bolscevichi, fu il grido di tutti i contadini. Per la maggioranza di essi la rivoluzione era compiuta con la spartizione della terra e l’annientamento del latifondo. Essi volevano d’ora innanzi viver bene, vendere i loro prodotti sul libero mercato ai prezzi più elevati e non pagare alcuna imposta. Il contadino ricco è in realtà sempre un anarchico, non certo però idealista! 

    Per i contadini poveri invece, con la prima spartizione dei grandi possedimenti, la rivoluzione non era compiuta. Altrettanto per il proletariato industriale. Non lo era per i contadini poveri, perché essi con la prima spartizione ricevettero poca terra, per la lavorazione della quale non avevano né bestiame né attrezzi, e perché era rimasta la stessa ineguaglianza delle ricchezze e dei redditi. Fu questa la fase della rivoluzione che nella stampa e nella letteratura social-democratica dell’Europa occidentale fu definita con le seguenti parole: «La rivoluzione bolscevica ha aumentato nel paese l’ineguaglianza». Non lo era per il proletariato industriale, perché i contadini ricchi fornivano i mezzi di sussistenza ai cittadini soltanto ad alti prezzi o possibilmente in cambio di prodotti industriali. Per cui risolto il primo compito, la soppressione della grande proprietà, occorse procedere oltre e iniziare la lotta negli stessi villaggi contro i contadini ricchi. 

    Venne il periodo dei «Comitati dei poveri». Sotto la direzione di lavoratori industriali coscienti, furono creati in ogni villaggio comitati dei poveri per una nuova sistemazione della vita economica e degli averi. Si ebbe un’aspra lotta con i contadini ricchi – chiamati Kulaken in Russia – lotta che nella Russia centrale ha avuto il suo epilogo, ma che in quelle regioni, ove prima si dovettero spazzar via i controrivoluzionari, Caucaso, Siberia, Ucraina, è tutt’ora in corso. 

    II risultato dell’attività dei Comitati dei poveri fu il seguente: 

    1. II terreno fu in ogni circoscrizione nuovamente ripartito, proporzionalmente al numero dei singoli. In questa nuova spartizione fu compreso non soltanto l’antico latifondo, ma anche i grandi possedimenti dei contadini ricchi. A ciascuno tocco una parcella eguale. E’ naturale quindi che i contadini che prima erano i più ricchi, oggi, dopo l’applicazione della riforma agraria e la spartizione dei latifondi, abbiano meno terra di prima1. La spartizione della terra fra tutti i contadini nello stesso paese è stata eguale non c’erano per quanto riguarda il possesso della terra – né grandi, né piccoli possidenti. 

    2. I comitati dei poveri introdussero anche la equiparazione nel possesso dei mezzi di produzione mobili, animali ed attrezzi. Sotto forma di «Imposta straordinaria» venne confiscata una gran parte delle ricchezze dei contadini ricchi, assegnandola ai contadini poveri. 

    3. Infine i comitati dei poveri servirono, quando non era ancora bene organizzata la requisizione dei mezzi di sussistenza nella repubblica dei Soviet, come organi per la raccolta dei viveri. Col loro aiuto per la prima volta si poté spingere lo sguardo nelle provviste dei contadini ricchi e provvedere alla raccolta sul luogo. 

    Con l’attuazione dell’uguale ripartizione del suolo, con la graduale compensazione dei beni mobili e col compimento dell’organizzazione statale per la provvista dei viveri, i comitati dei poveri divennero superflui e scomparvero. Nell’esteso territorio della Russia non c’erano più né contadini ricchi, né poveri nel vero-senso della parola. C’era solo il contadino medio. Al posto del comitato dei poveri subentrarono i Soviet eletti da tutta la popolazione del villaggio. 

    L’intero sviluppo venne definitivamente sanzionato con un decreto del maggio 1920, il quale stabiliva come definitiva l’attuale suddivisione dei beni e proibiva per 12 anni ogni nuova spartizione delle terre dei villaggi. 

    La politica agraria della Russia dei Soviet si orienta ormai verso i contadini medi. Però i socialdemocratici dell’Europa occidentale, i quali del reale sviluppo nulla conoscono o nulla vogliono conoscere, dichiarano con arroganza che la tattica dei comitati dei poveri ha condotto alla rovina e doveva quindi essere abolita. E per quanto riguarda la politica dei contadini medi, essi dichiarano che la repubblica dei Soviet abbia fatto la pace o mirasse a farla coi contadini – in generale essa rinunzia alla lotta contro di essi ed altre cose senza senso. 

    Ma intanto lo sviluppo in Russia progredisce senza posa. Compiuta la equiparazione dei patrimoni e dei redditi, si lavora per la trasformazione del sistema d’economia agraria privata in economia comunista statale. II primo passo fu l’elaborazione e la diffusione del sistema del contingente. Una certa parte del prodotto della produzione agricola in ogni specie di generi, biade, foraggi, patate, verdura, carni, burro, uova, latte, pelli, lana, crine, corna, unghie, canape, lino, cotone, frutta, miele, ecc., doveva esser fornita allo Stato a prezzi determinati. Inoltre – e ciò è veramente socialista – non è il singolo contadino che è tenuto al dovere del fornimento, bensì l’intero villaggio come unità sociale. 

    Il modo secondo cui i contadini raccolgono fra di loro il contingente da ciascuno dovuto, risponde pienamente al loro vero interesse, il quale è regolato in modo assolutamente democratico, con consultazioni di tutti i componenti del villaggio. Nei villaggi russi c’è una democrazia genuina, perché gli abitanti per l’appunto non stanno fra di loro nei rapporti di sfruttati e di sfruttatori. 

    Il comune dovere al fornimento è un vincolo sicuro perché l’economia agricola privata possa interessare gli uni nel progresso economico degli altri. 

    Su questi principi fondamentali si sviluppano digià le più elevate forme della fusione dei contadini. Interi villaggi costituiscono un’unica organizzazione del lavoro -Artel- la più grande si divide in tre o quattro parti per la comune lavorazione del suolo, la comune attuazione dei miglioramenti, ecc. 

    La fusione talvolta è ancora più stretta. I contadini mettono insieme i loro campi e tutti i loro mezzi di produzione, formano una comunità, la quale non soltanto produce in comune, ma consuma anche in comune, non in base al numero dei lavoratori, ma in base al numero dei consumatori, delle «bocche» come si dice qui. Queste forme di sviluppo sono sostenute dal governo dei Soviet con tutti i mezzi possibili, con denaro, macchine, sementi e bestiame. 

    Ma questo sviluppo, per quanto proceda bene, non è abbastanza rapido. E necessario perciò fare un passo avanti verso la trasformazione. Questo è il programma dell’inverno di quest’anno e della primavera. Noi possiamo definirlo nella frase seguente Regolamento statale della produzione agricola. In tutta la Russia parliamo della Russia centrale che costituì ininterrottamente la Russia dei Soviet, poiché gli altri territori, come accennammo, si trovano in uno stadio di sviluppo incipiente si sono costituiti dei comitati di coltivatori. 

    Questi comitati devono insegnare ai contadini quanti cereali od altre specie di piante devono seminare, quando e quanto profondo essi devono arare, ecc. Non si tratta quindi di nozioni teoriche. L’animatore ed il direttore spirituale di questa opera grandiosa, il compagno Ossinsky, ne definì lo scopo nei seguenti termini: Noi dobbiamo arrivare al punto che l’intero villaggio lavori la terra come il migliore e più intelligente agricoltore di questo circondario. Dunque, organizzazione proletaria del lavoro sotto la obbligatoria direzione degli organi statali2. Per assicurarne i risultati, vennero prese dallo Stato ai contadini le sementi necessarie per le semine primaverili e ad essi furono date invece a primavera granaglie scelte della migliore qualità; specie analoghe vennero dallo Stato assegnate immediatamente alla produzione. Ciò è un importante passo verso la socializzazione dell’economia rurale. Non l’ultimo. In Russia ora vengono costruite potenti «trattrici» – moto aratrici a benzina – qualcuna viene importata anche dall’America. Lo Stato farà arare pei contadini vaste estensioni di terra nera, con ciò entro l’anno, anche senza concimi, è assicurato un elevato raccolto. Utilizzazione comune delle nuove macchine che non vengono lasciate alla proprietà privata dei contadini. Alla fine, sarà lasciato all’economia privata del contadino soltanto il governo della casa. 

    Questo sviluppo non è necessario soltanto per dirigere lentamente i contadini verso il sistema dell’economia comunista, ma anche per aumentare la produzione. Non dobbiamo dimenticare che nella Russia le condizioni della ripartizione del suolo erano molto varie. Precisamente nella Russia centrale l’estensione del latifondo era molto limitata3. Trascurabile perciò l’aumento del terreno dei contadini. Poiché il raccolto in seguito ai sei anni di guerra accennava a scemare4 e per i difetti del commercio libero si manifestava fra i contadini la tendenza al ritorno all’economia domestica, ciò che influì, in seguito, sulla produzione collettiva, ed infine si era fortemente elevato il consumo dei contadini stessi in mezzi di sussistenza5, ci fu nella Russia centrale, con la relativa densa popolazione, malgrado la spartizione dei latifondi una nuova crisi agraria, o con espressione più mite, una questione agraria. 

    In vasti territori la terra divisa tra i contadini secondo il numero degli individui, con l’attuale sistema d’economia primitiva è appena sufficiente per soddisfare i loro bisogni. Mentre all’Est, nei territori del Volga e della Siberia, milioni e milioni di ettari di terreno fertile giacciono senza padrone, vaste estensioni che una volta all’anno vengono falciate dai militari, fondi di riserva in terreni della Repubblica dei Soviet, intorno a Mosca vi sono delle località dove anche oggi c’è bisogno di terra. Perciò la direttiva della politica agraria dei Soviet mira ai seguenti scopi: 

    1. Miglioramento dell’economia agricola sfruttando la terra esistente nel modo migliore. 
    2. Grandiosa colonizzazione, mediante lo stabilirsi della popolazione agricola esuberante nei territori del centro nelle terre libere del Volga e della Siberia, dove è digià possibile la vita sociale nelle più elevate forme collettive. 

    ***

    Qualche lettore troverà che il sunto ch’io do qui sullo sviluppo della politica agraria russa, non è così chiaro come lo si desidererebbe. La colpa non è mia. Io non scrivo nulla d’oscuro; sono gli avvenimenti in continuo movimento, come deve appunto avvenire in una rivoluzione. Delle linee di sviluppo in alcune parti sono giunte allo scopo, in altre invece incominciano ora. Talvolta si cerca di raggiungere un determinato grado di sviluppo o di superarlo. La vita nella Russia dei Soviet, uno Stato di 100 milioni di uomini che abitano una grande estensione di terra, non si può descrivere in una sola maniera. Forse sarebbe possibile dare descrizioni particolareggiate dei singoli tratti di territorio.

    Note

    1.  Il lettore influenzato dalle concezioni europee crederà sicuramente che la spossessamento dei contadini ricchi sia stato un danno. Ma ciò è errato, come ho dovuto convincermene personalmente. Dopo che con la rivoluzione sociale si rese impossibile l’impiego del lavoro salariato nell’agricoltura, questo perdette il suo valore come forma possibile di coltivazione, mediante l’impiego del proprio lavoro nel terreno posseduto. ↩︎
    2. I compagni stranieri difficilmente comprenderanno ciò. perché per l’appunto, la natural del sistema dei Soviet fa sì che gli stessi organi i quali costringono i contadini a lavorare in un determinato modo la terra, se necessario anche con la forza delle armi, d’altra parte presentandosi ad essi come consiglieri ed aiutanti si pongono anche all’aratro mostrando praticamente come ciò sia possibile nel migliore dei modi, portando loro nel lavoro un effettivo aiuto. ↩︎
    3.  Dati statistici ne abbiamo solo in relazione ai cereali. Il consumo medio annuo in cereali dei contadini nel «florido» Gubernien prima della guerra era di 640 pfund per abitante: nel 1918-19 raggiunge 676 pfund. Un pfund russo è circa 0,41 kg. (Larin-Kritzmann, pag. 24). ↩︎
    4. Secondo Larin-Kritzmann il raccolto complessivo del Winterroggen: importante frutto dell’artocarpo, per dessjatine è il seguente: dal 1909 fino al 1913, 4 pud; dal 1914 fino al 1918, 46 pud; 1918, 44 pud; 1919, 43 pud. È un fatto conosciuto che le statistiche indicano una diminuzione del prodotto se v’è un’imposta obbligatoria. ↩︎
    5.  Nel 1916 c’erano in 39 Gubernica della Russia cereale, su 39 milioni di dessjatine di terreno coltivabile solo 29 milioni di dessjatine di grandi latifondi, cioé il 71/2%. Nella rimanente della Russia europea il 20%. (Larin-Kritzmann, sunto della vita economica e dell’organizzazione della economia nella Russia dei Soviet). Pubblicato in russo nell’ottobre 1920. ↩︎

    La coltura proletaria e il Commissariato dell’Istruzione Pubblica

    di A. LOUNATCHARSKI

    L’articolo che segue e che è stato più volte riprodotto nella stampa russa, inizia i nostri lettori ad una polemica che ha avuto luogo all’inizio del 1919 fra la Sezione d’Istruzione pubblica di Mosca e il Comitato Centrale dei Proletcult di Russia. Il progresso rivoluzionario aveva inevitabilmente fatto nascere in tutti i domini delle istituzioni multiple, che sembravano rispondere a bisogni diversi, e furono poi riconosciute in pratica come facenti doppio lavoro. Da ciò la campagna giustificata e feconda intrapresa contro il «parallelismo». Da ciò la semplificazione crescente dell’organismo amministrativo ed il cammino verso un sistema razionale corrispondente alle grandi divisioni della vita sociale. L’articolo scritto da Lounatcharski, diretto a dimostrare che l’assorbimento degli istituti di coltura proletaria da parte delle sezioni d’istruzione pubblica dei Soviet, non è ancora indicato, definisce mirabilmente le funzioni dei due organi: l’uno laboratorio di studio e di creazione, rigorosamente riservato al proletariato industriale; l’altro, apparecchio d’insegnamento, che trasmette a tutte le classi le parti positive della coltura tradizionale. Le sezioni d’istruzione pubblica hanno a loro disposizione una rete, incessantemente allargata a tutta la Russia, di scuole di lavoro dei tre gradi con le scuote speciali e professionali, le forme diverse e multiple dell’insegnamento extra-scolastico (corsi, conferenze, teatri, cinematografi, circoli, concerti, pubblicazioni…). I Proletcult non esistono che nei centri industriali; essi non si rivolgono che ai giovani operai e dànno loro la possibilità, ogni giorno dopo il lavoro, nello «studio», cioè nel laboratorio o nel seminario da essi scelto, di coltivare liberamente fra compagni, con maestri chiamati da essi, se lo desiderano, il loro talento originale. Ci sono dei «studi» di pittura, di scultura, di musica, di canto corale, di danza, di letteratura, di poesia, d’arte teatrale… 

    Un decreto del Comitato Centrale esecutivo ha messo fine alla polemica, adottando il punto di vista di Lounatcharski e facendo del Protetcult un organo autonomo che dispone d’un bilancio a parte nel bilancio generale dell’Istruzione pubblica. Da ciò si vede quanto sia lontano il Governo dei Soviet dal vandalismo dei nostri borghesi, sempre disposti a far datare ogni coltura dalla loro rivoluzione, e nello stesso tempo assolutamente incapaci ad ammettere che un’altra coltura possa essere edificata da un’altra classe. Il proletariato, con il potere dei Soviet, abbraccia i tempi; egli si nutrisce del passato per trionfare del presente e creare l’avvenire. 

    Quando in compagnia d’alcuni compagni, convocai a Mosca, pochi giorni prima della rivoluzione d’ottobre, una conferenza per lo studio delle questioni di coltura proletaria, è certo che io mi raffiguravo la funzione e l’importanza dell’organizzazione uscita da questa conferenza e che prese in seguito il nome di «Proletcult», sotto una forma ben differente da quella che essa ha oggi. 

    In quest’epoca, il potere era puramente borghese, ed era su di un terreno estraneo ed anche in parte ostile al governo che il proletariato, abbandonato alle proprie forze, doveva cercare la sua via verso una propria civiltà. 

    Elevare il livello intellettuale, morale ed estetico del proletariato, aiutarlo a creare in tutti questi domini una coltura originale e propria alla sua classe, ecco il duplice compito che incombeva alla nuova organizzazione. 

    Fin dall’inizio, io attirai l’attenzione sul parallelismo perfetto esistente fra il Partito Comunista nel campo politico, i Sindacati nel campo economico, e il Proletcult nel campo morale. 

    Attualmente tutto è cambiato noi dobbiamo porci di nuovo la questione dei rapporti che devono esistere fra il Partito Comunista ed il Governo soviettista: ricercare le leggi che devono regolare le mutue relazioni fra le associazioni professionali da una parte, il Consiglio Economico Nazionale e gli altri organi economici dello Stato Soviettista dall’altra; definire il confine da stabilire fra il Proletcult ed il Commissariato dell’Istruzione pubblica. 

    Non mi soffermerò ora sulle due prime questioni, se non per dire che non viene in mente a nessuno di dichiarare superfluo il Partito e di sopprimerlo con il pretesto che i membri del suo Comitato Centrale sono quasi identicamente gli stessi di quelli del Consiglio dei Commissari del popolo o del Bureau del Comitato Centrale esecutivo o ancora di qualche altro organo dello stesso genere; non viene in mente ad alcuno di dire che il Partito ed il Potere dei Soviet fanno due volte lo stesso lavoro. 

    Tutti comprendono che tutto ciò va bene così, poiché il lavoro è fatto in realtà del proletariato comunista cosciente, di cui il Partito ed il Potere dei Soviet non sono attualmente che gli organi.  

    II proletariato, dopo aver messo le mani sul potere governativo e preso possesso di tutta l’eredità culturale del paese, doveva bene inteso creare gli organi necessari alla trasformazione delle scuole di ogni specie, biblioteche, musei, teatri, concerti, esposizioni, riviste, ecc., ecc., in strumenti di educazione proletaria. 

    Cosa significano queste parole: educazione proletaria? Significano in primo luogo che il proletariato deve assimilare i valori umani della scienza e delle arti senza di che è impossibile essere un uomo istruito, senza di che il proletariato resterà un barbaro, e non potrà mai usufruire veramente né del potere, né degli strumenti di produzione dei quali s’è impadronito. 

    Questo è un compito gigantesco. 

    Ad esso dobbiamo aggiungerne un’altro: l’educazione proletaria deve comprendere egualmente l’espansione delle pure idee proletarie prima nei centri meno rischiarati del proletariato stesso, in secondo luogo fra le masse contadine ed in generale fra tutti i lavoratori manuali, infine fra gli intellettuali. 

    II proletariato possiede già un tesoro d’idee che si possa considerare come indiscutibile? 

    In alcuni campi, si: le parti più elaborate del marxismo, in particolare nel dominio della sociologia e dell’economia politica, in minor grado in quelli della storia e della filosofia, possono attualmente pretendere in modo ben determinato ad un posto legittimo, ad un primo posto nelle università, biblioteche, ecc. 

    I fondamenti del nostro programma politico e pratico sono un meraviglioso tesoro che la nostra propaganda politica deve riuscire a far conoscere a tutti ed a ciascuno. Ecco perché essi devono essere diffusi a cura di tutti gli organi del potere governativo. 

    Ma se consideriamo questi puri elementi proletari assimilati dall’apparecchio governativo e portati da lui nella coscienza delle masse, noi vediamo ch’essi occupano un posto relativamente piccolo in ciò che costituisce il lavoro dello Stato in materia culturale. 

    Chi può negare ad esempio che nell’insegnamento delle scienze noi dobbiamo approfittare oggi di tutta l’esperienza accumulata? Forse riusciremo a modificare in una certa misura i metodi di’nsegnamento, ma ciò non avverrà che con un processo estremamente lungo. 

    Nel dominio delle arti, noi non dobbiamo in nessun caso lasciare il proletariato estraneo a tutte le mirabili opere accumulate dal genio dell’umanità. 

    Qui incontriamo due opinioni estreme contro le quali bisogna accuratamente mettere in guardia il proletariato che entra nella carriera del lavoro culturale. 

    Vi sono alcuni i quali dicono che diffondere la scienza e l’arte antica, è servire i gusti borghesi e contaminare il giovane organismo socialista col sangue d’un vecchio mondo in decomposizione. 

    I rappresentanti estremi di questo errore sono poco numerosi, ma il male che essi potrebbero fare può esser grande. E notevole che alcuni partigiani della coltura proletaria, pieni più di zelo che di buona inspirazione, cantano qui all’unisono con i futuristi, i quali di quando in quando confessano il loro desiderio di distruzione fisica di tutta la civiltà antica e vorrebbero chiudere il proletariato nelle esperienze fino ad oggi assolutamente non convincenti alle quali si riduce per essi l’arte. 

    No, lo ripeto per la millesima volta, il proletariato deve rivestire l’armatura completa della coltura umana. Esso è una classe storica, deve andare avanti senza romperla con tutto il passato. Rigettare le scienze e le arti del passato sotto il pretesto che sono borghesi è così assurdo come il rigettare sotto lo stesso pretesto le macchine o le ferrovie. 

    L’altro estremo consiste nel dire, tuffandosi nell’eccesso di questa universale coltura scientifica o artistica ecco il vero lavoro che s’impone al proletariato, basta migliorare tutto ciò, rivestirlo per così dire d’uno strato esteriore di sociologia marxista, ricoprirlo del programma comunista, e noi non abbiamo bisogno d’altro. 

    Non ci si opporrà mai troppo a questa concezione. La grande classe proletaria rinnoverà progressivamente tutta la civiltà dall’alto fino al basso. Essa si costruirà uno stile degno di lei, che si manifesterà in tutti i domini dell’arte e vi metterà un’anima nuova. Il proletariato modificherà la struttura stessa della scienza fin d’ora, si può prevedere il senso nel quale si svilupperà la sua metodologia. 

    Se noi vogliamo attualmente imporre allo Stato ed ai suoi organi di diffondere unicamente ciò che è nuovo, ciò che è proletario, noi condanneremmo il proletariato alla barbarie, gli taglieremmo le radici, e non avremmo da meravigliarci se i frutti del suo lavoro creatore nel dominio della scienza e delle arti sarebbe tardo e debole. 

    II compito dello Stato, è quello di diffondere le conoscenze assolutamente indiscutibili che il proletariato non ha conquistato che in qualche dominio immediatamente, legato alla sua campagna politica, in seguito poi si tratta di spargere largamente nel campo proletario tutti i materiali infinitamente ricchi e fecondi di cui egli è l’erede. 

    Ma se dopo ciò si dichiarasse che si può restare indifferenti alle ricerche originali del proletariato, al lavoro dei rappresentanti della classe operaia che cercano di elaborare nuove forme d’arte e metodi scientifici originali, si cadrebbe di nuovo nell’errore più grossolano. 

    Così le due funzioni sono nettamente e chiaramente fissate il «Proletcult» non deve in nessun caso considerare le prime manifestazioni dell’arte e del pensiero proletario, ad eccezione dei dati del socialismo scientifico, senz’altro come un valore, né cercare di sostituirle ai valori delle civiltà delle epoche precedenti. Non è nemmeno suo compito quello di cercare diffondere la conoscenza di tutte le branche della coltura umana per mezzo dei suoi organi nel primo caso esso dimostrerebbe la più imprudente presunzione, che bisogna lasciare interamente ai futuristi; nel secondo s’ingerirebbe in un lavoro che non è il suo e che il proletariato compie con un’altra mano, con gli organi dello Stato. 

    Ma il Proletcult deve concentrare tutta la sua attenzione sui lavori di laboratorio, sulla scoperta ed il sostegno dei talenti originali del proletariato, la creazione di circoli di scrittori, d’artisti e di giovani sapienti d’ogni sorta tolti dalla classe operaia, la creazione dei laboratori multiformi e d’organizzazioni viventi in tutti i campi della coltura fisica e morale, con l’intenzione invariabile di sviluppare con questo mezzo il seme libero e fecondo nascosto nell’anima proletaria. 

    Lo Stato proletario, più esattamente lo Stato operaio e contadino, non può non mostrare la più grande fiducia e la più grande sollecitudine per le giovani organizzazioni di questa specie, destinate a diffondere poco a poco quella luce e quel calore che un giorno sorpasseranno infinitamente tutta l’eredità di cui godiamo attualmente, ed edificheranno nel campo della civiltà il nuovo mondo che noi abbiamo fondato in quella della vita economica. 

    E’ per questo che io considero come assolutamente illegittime le tendenze della Sezione d’Istruzione pubblica del Soviet di Mosca a sopprimere il «Proletcult», senza pensare che esse non possono essere coronate da successo, poiché tutti gli altri Soviet della Russia hanno un’altro punto di vista. 

    Sarebbe assolutamente assurdo interdire al proletariato di Mosca d’avere un’organizzazione per elaborare nuovi valori colturali, quando quasi ogni città ha già la sua. 

    Ora, sopprimere dappertutto i «Proletcult» che hanno preso un’enorme estensione e dànno dei frutti estremamente preziosi, il Soviet di Mosca, fortunatamente, non lo può fare.