Διεθνές Κομμουνιστικό Κόμμα

Spartaco 1966/N/8

La politica controrivoluzionaria dei sindacati ha fatto delle Commissioni Interne gli strumenti della pace sociale tra lavoro e capitale

Il 18 aprile di quest’anno è stato firmato dai rappresentanti delle aziende e da quelli dei lavoratori il nuovo «Accordo interconfederale per la costituzione e il funzionamento delle Commissioni Interne». L’accordo consta di 16 articoli contenenti le norme che regolano la vita, e stabiliscono gli scopi e le finalità, delle C.I.

Occorre rilevare innanzitutto che questo accordo è maturato dopo la stipulazione di altri due, quello sui licenziamenti individuali e quello sui licenziamenti collettivi, e che tutti e tre questi patti sono stati voluti, contrattati e sottoscritti dalle rappresentanze sia delle aziende che dei lavoratori, durante la persistente crisi economica che da una parte ha prodotto circa un milione e mezzo di disoccupati, ha abbassato notevolmente il potere di acquisto dei salari, ha irrigidito la disciplina di fabbrica e instaurato un regime di rappresaglie intollerabile, dall’altra ha sensibilmente aumentato la produttività del lavoro, cioè l’indice di sfruttamento del lavoro salariato, l’incremento e il volume dei profitti del capitale. In questa fase di ritirata generale dei Sindacati, di incalzare del padronato, e di sconfitte dei lavoratori, è maturato il clima favorevole per stringere accordi che non potevano non essere altrettanti nodi scorsi alla gola della classe operaia.

I nostri vecchi combattenti ci hanno insegnato, e i fatti lo hanno dimostrato, che durante le ritirate è il nemico che impone la sua dura legge, e non l’opposto; come è dura legge per l’avversario di soggiacere alle imposizioni dei proletari quando sono essi che avanzano vittoriosamente.

Per le Centrali sindacali, invece, erano successi brillanti i due accordi sui licenziamenti, e su queste pagine noi ne analizzammo minutamente il significato mostrando come essi mettano alla mercé della direzione aziendale il corpo e l’anima del lavoratore, il quale, sotto la pressione d’alto sfruttamento della macchina produttiva dell’azienda, non ha altra risorsa per respirare che… dimettersi!

Allo stesso modo, per i bonzi delle tre Confederazioni sindacali è ora un’incomparabile vittoria il nuovo accordo sulle C.I. Sia la CGIL che la CISL e la UIL hanno dato fiato alle loro trombe per celebrare questo magnifico successo: «sospeso lo sciopero generale!» commenta Conquiste del lavoro, organo della CISL. Questo è lo stile del «sindacalismo nuovo», del «sindacalismo costruttivo», come lo chiama la rinnovata CGIL: il miglior modo per celebrare la vittoria è di… fermare l’offensiva, di lasciar riprendere fiato al nemico. Che razza di Napoleoni, i nostri generali da strapazzo!

Ma, se cominciamo a leggere il famigerato testo dell’accordo, ci rendiamo subito conto non solo che non c’è stata alcuna vittoria per gli operai, perché non c’è stata alcuna offensiva dei lavoratori, ma che l’accordo per le C.I., ribadendo il principio infame della collaborazione di classe tra operai e padroni che fu alla base della «Carta del Lavoro» fascista, ed è la piattaforma dello Stato capitalista, quali che siano la sua forma costituzionale, monarchica o repubblicana, e la sua veste politica contingente, democratica o fascista, sancisce proprio la dura sconfitta della classe operaia che non data da ieri, non dall’inizio della crisi economica del 1964, ma ha radici molto più lontane, nel tradimento dei capi operai che dirigevano il partito rivoluzionario e ne distrussero il contenuto comunista passando al servizio della controrivoluzione capitalista.

Non solo, quindi, è una sconfitta, ma è per gli operai una beffa, perché il testo non dice proprio nulla di nuovo che non fosse già contenuto nel testo precedente, soprattutto nell’indicare gli scopi e la funzione delle Commissioni Interne.

Infatti l’art. 3 sui «Compiti delle C.I. e dei delegati d’impresa» stabilisce testualmente:

«Compito fondamentale della C.I. e del Delegato d’impresa è quello di concorrere a mantenere normali i rapporti tra i lavoratori e la Direzione dell’azienda per il regolare svolgimento dell’attività produttiva, in uno spirito di collaborazione e di reciproca comprensione».

Non importa essere dei marxisti, dei comunisti rivoluzionari, o, come piace di più ai bonzi opportunisti, non importa essere dei «dottrinari», per capire che razza di funzione sia quella spettante alla Commissione Interna, che per definizione costituzionale è la «rappresentanza dei lavoratori nei confronti di ciascuna Direzione». È scritto a tutte lettere, come era scritto già nel testo precedente, che la funzione delle C.I., – «funzione fondamentale» – è di mettere d’accordo gli interessi dei proletari con quelli dei loro padroni, gli interessi degli schiavi moderni con quelli dei loro aguzzini. Ma come è mai possibile realizzare tale odiosa funzione, se prima non si è stretto un ben altro accordo, quello di non abbattere il regime capitalista? Ed è proprio questo il significato sia dell’«accordo sulle C.I.» che della «funzione delle C.I.»: i bonzi sindacali, emanazione diretta dell’opportunismo che domina sulla classe operaia, e i partiti del tradimento, non vogliono lottare per liberare il proletariato dalla schiavitù capitalista, non vogliono combattere alla testa delle masse lavoratrici per liberare il lavoro dalla soggezione secolare al capitale, ma preferiscono stringere alleanze con la borghesia capitalista, con gli strati privilegiati della popolazione, in cambio di comode poltrone e, spesso, di un pugno di schifose monete per uno stipendio degradante. Questa è l’ignobile ragione di questi messeri, che osano sventolare cenci sdrusciti facendoli passare per fiammanti rosse bandiere, e che con frasi demagogiche ingannano i lavoratori speculando sulla loro condizione di miseria, di insicurezza, di oppressione e di avvilimento!

La miglior conferma di quanto asseriamo, essere cioè questo accordo (e, ripetiamo, anche gli altri sui licenziamenti, come pure la legge sui licenziamenti individuali, ora in discussione in Parlamento) una conferma della perdurante sconfitta degli operai, è data fra l’altro dalla dichiarazione congiunta dei rappresentanti confederali sulla «normalizzazione dei rapporti sindacali»: «Le confederazioni dei lavoratori e dei datori di lavoro, convinte dell’utilità di conseguire una distensione della situazione determinatasi in varie categorie in occasione delle trattative per i rinnovi contrattuali e di creare un clima favorevole alla possibilità di una loro fattiva ripresa, concordano sull’opportunità di effettuare in sede propria una consultazione delle rispettive Organizzazioni nazionali di categoria per accertare lo stato delle trattative stesse».

Quindi, concordano tutte sulla necessità di conseguire una «distensione», come se fino ad oggi il campo sociale fosse stato sconvolto da lotte furibonde e come se fossero stati gli operai a dar vita a un’offensiva contro le aziende! Ma non sono i padroni i licenziati e i vessati, non sono i loro profitti a subire falcidie; al contrario, licenziati e vessati sono gli operai, e i loro salari già magri sono ridotti al minimo. Com’è possibile che la «distensione» giovi ai proletari, se è unanime il giudizio che il «boom» economico (cioè le più grandi fortune dei capitalisti) è stato realizzato proprio durante gli anni in cui gli operai non facevano nemmeno uno sciopero di un’ora? Ma il capitalismo ha bisogno di «distensione», vale a dire di «pace sociale»; ha bisogno che i salariati al suo comando non si ribellino, non pensino ai loro interessi, non si distraggano dal compito di riempire le tasche del padrone di lavoro non pagato. Per questo i «datori di lavoro» auspicano la «distensione» dopo di aver dato un ennesimo saggio di essere capaci anche di usare la maniera forte, di non accettare nessuna «distensione».

Ad essi la vita è facile, è facile fare della strategia, di fronte ad una classe senza guida, a un esercito senza Stato maggiore e, peggio, a un nemico guidato da quinte colonne, da agenti prezzolati!

Oggi il capitalismo può ancora agevolmente passare da una tattica all’altra e non per propria capacità ma perché gode della compiacenza dei partiti opportunisti e dei bonzi sindacali che ne assecondano le manovre. Se fosse per la sua stessa forza, il capitalismo non vivrebbe un’ora di più.

Intanto, dopo mille «vittorie», continuano i cosiddetti scioperi, quelli «articolati» che, come è ormai visibile anche ai ciechi, non approdano a nulla ma contribuiscono a staccare ancor più i salariati. Scioperi senza capo né coda, che si effettuano solo contando sull’immancabile slancio, dettato dalla necessità, delle classi lavoratrici. Il 90% dei contratti non è stato nemmeno preso in considerazione, malgrado la sordida manovra, particolarmente alimentata dai capoccia della CGIL, della fantomatica CONFAPI, che, secondo i piani intelligenti dei grandi strateghi sindacali, avrebbe dovuto aprire un «varco» nel fronte padronale, e che invece è risultata, come da noi facilmente previsto, un ennesimo bluff, un’arma di ulteriore disorientamento dei proletari.

***

Se gli organi di rappresentanza operaia sui posti di lavoro, le C.I., devono assolvere l’infame compito loro attribuito dal consenso congiunto di dirigenti dei padroni e dirigenti degli operai, gli è che il movimento operaio in genere e quello sindacale in specie sono sotto la guida di una politica votata al tradimento dei veri storici interessi della classe operaia, e basata sulla conservazione del regime di sfruttamento capitalista.

Perciò, più che cambiar le teste delle C.I., più che delegare uomini diversi dagli attuali, è condizione assoluta cambiare le basi su cui poggiano le Commissioni Interne, cioè cambiare l’indirizzo dei Sindacati respingendo la loro politica di pacifismo sociale, di concordia tra capitale e lavoro. Non può bastare la sostituzione dei dirigenti odierni, se nel contempo non muta la loro politica. La questione non è mai stata e non è di uomini; è una questione di indirizzo.

Le Commissioni Interne, come pure i Sindacati, potranno essere strumenti del proletariato allorché la direzione di questi organi passerà dalle mani dell’opportunismo a quelle del comunismo rivoluzionario, cioè passerà da una politica di appoggio agli interessi del capitalismo ad una politica di tutela dei soli interessi contingenti e storici della classe sfruttata. Ma ciò significa non già applicare una formula, una ricetta, piuttosto che un’altra, bensì e soprattutto condurre una lotta senza quartiere sul duplice fronte dell’antiopportunismo e dell’anticapitalismo; ciò implica che la classe operaia abbandoni i partiti e la politica traditrici delle Centrali sindacali, chiedendo a viva forza che cessi l’attuale stato di «disponibilità» delle organizzazioni operaie per l’economia nazionale, per le famigerate riforme che non riformano nulla e ottengono solo una miglior funzionalità dell’apparato economico, sociale, politico e militare dello Stato capitalista, per la pace tra le classi all’interno e fuori delle aziende.

La classe operaia deve imprimere alle lotte l’antica forza che faceva tremare i padroni e lo Stato dei padroni, incominciando proprio dall’abbandonare lo stillicidio di scioperi preavvertiti, cronometrati, limitati a singole categorie, aziende e reparti, per dar vita ad azioni grandiose che impegnino a fondo il potere padronale e statale.

È sullo slancio di questi combattimenti di classe che l’avanguardia comunista potrà ricostituire la sua rete nei sindacati e sui posti di lavoro, e con essa imprimere alle lotte l’impulso rivoluzionario che da oltre quarant’anni langue.

Dizionarietto sindacale marxista

L’apoliticità dei sindacati

La neutralità dei sindacati non soltanto è dannosa per la classe operaia ma è anche inattuabile. Nella lotta fra capitale e lavoro, nessuna organizzazione di massa degli operai può rimanere neutrale. Per conseguenza neanche i sindacati possono restare neutrali nei loro rapporti col partito borghese e col partito del proletariato. I dirigenti della borghesia ne sono pienamente consapevoli; ma allo stesso modo che è indispensabile per la borghesia che le masse credano in una vita nell’al di là, così pure essa ha bisogno che le masse credano che i sindacati possano rimanere apolitici e neutrali di fronte al partito operaio comunista. Per dominare e spremere il plusvalore dagli operai, la borghesia ha bisogno non solo del prete, del poliziotto, del generale, della spia, ma anche della burocrazia sindacale, dei dirigenti operai, che predichino la neutralità e la non partecipazione alla lotta politica.
(Dalle «Tesi e deliberazioni del III Congresso mondiale dell’Internazionale Comunista», Libreria editrice del P.C. d’Italia, 1921, p. 163-4).

Il valore dei contratti collettivi

La credenza nel valore assoluto dei contratti collettivi, diffusa dagli opportunisti di tutti i paesi, deve essere decisamente respinta dal movimento sindacale rivoluzionario. Il contratto collettivo è null’altro che una tregua d’armi. Gli imprenditori violano sempre i concordati, non appena se ne offre loro la minima occasione. Il culto del contratto collettivo dimostra che i dirigenti della classe operaia sono profondamente pervasi dalla ideologia borghese. I sindacati rivoluzionari non devono ripudiare il contratto collettivo, ma devono riconoscere la relatività del suo valore, e tener sempre presenti i problemi intorno al metodo di infrangere questi contratti, qualora l’interesse della classe operaia dovesse richiederlo» (Ivi, p. 180-181).
Oggi, i dirigenti della classe operaia vorrebbero addirittura dar forza di legge ai contratti collettivi, demandandone la tutela alla magistratura borghese!

Le «giuste cause»

La citazione seguente vale per coloro i quali, ammettendo che nei licenziamenti possa esserci una «giusta causa», riconoscono per ciò stesso che gli interessi proletari possano e debbano essere subordinati a considerazioni di buon funzionamento dell’apparato produttivo aziendale o nazionale, e che, inchinandosi di fronte a tali considerazioni, i sindacati debbano tranquillamente firmare la messa sul lastrico anche di un solo proletario.
«I partiti comunisti debbono stabilire rivendicazioni la cui realizzazione costituisca una necessità immediata ed urgente per la classe operaia, e debbono propugnare queste rivendicazioni oggi, appunto, lotta contro i licenziamenti, per l’aumento dei salari, per la diminuzione delle ore di lavoro attraverso le lotte delle masse, senza preoccuparsi del fatto che esse siano compatibili con l’economia di guadagno della classe capitalistica. I partiti comunisti devono prendere in considerazione non già la capacità di esistenza e di concorrenza dell’industria capitalistica, non già la forza di resistenza delle finanze capitalistiche, bensì la gravità della miseria che il proletariato non può e non deve sopportare». (Ivi, p. 65).

Lotte articolate o generalizzate?

«Il Partito comunista, evidentemente, non può rinunziare neppure ad azioni parziali limitate territorialmente, ma i suoi sforzi debbono convergere a trasformare ogni più grossa lotta locale in una lotta generale del proletariato. Come, per sostenere gli operai lottanti in una determinata branca di industria, esso ha il dovere di chiamare alla riscossa possibilmente la intera classe operaia, così per sostenere gli operai lottanti in un determinato punto ha l’obbligo di far levare in piedi, nella misura del possibile, gli operai degli altri centri industriali. L’esperienza della rivoluzione dimostra che quanto più vasto è il campo di battaglia, tanto maggiori sono le probabilità di vittoria. La borghesia, nella sua lotta contro la progrediente rivoluzione mondiale, si appoggia da una parte sull’organizzazione delle guardie bianche, dall’altra sullo sgretolamento della classe operaia e sulla lentezza della formazione del fronte unico proletario. Quanto maggiori sono le masse del proletariato che entrano in lizza, quanto maggiore è il campo di battaglia, tanto più il nemico sarà costretto a dividere e disseminare le forze».
(Ivi, p. 76)

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