Partito Comunista Internazionale

Le ipocrisie dell’inquinante riformismo ecologista

Categorie: Ecological Question

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Il postulato della maggior parte degli ecologisti è che la crisi ambientale e del riscaldamento globale possa essere in qualche modo risolta nell’ambito del capitalismo. Questo avviene perché, in modo più o meno consapevole, hanno accettato l’idea che lo Stato sia un arbitro neutrale tra le classi. Tale mito venne propagato dalla borghesia nella sua fase rivoluzionaria, quando aveva interesse che le altre classi oppresse, principalmente la classe operaia e i contadini, combattessero al suo fianco contro le vecchie classi feudali terriere. Tale mito, ormai vetusto, si presenta oggi sotto forma di un timore superstizioso e quasi reverenziale per la “democrazia” e i “diritti dell’individuo”.

Oggi gli ambientalisti hanno dato vita a un dibattito causato da una spaccatura tra i loro ranghi: fra chi sostiene che in regime capitalistico investire in imprese “verdi” porterebbe a maggiori produzioni e maggiori profitti, e quanti invece appartengono al novero dei fautori della “decrescita”.

Ma anche chi si pone nel campo della decrescita corre sicuro sulla strada del riformismo, delle petizioni, delle lettere ai deputati, ecc., come se i vari partiti parlamentari potessero darsi un qualsivoglia programma di rovesciamento del capitalismo dall’interno.

Anche i comunisti marxisti sono a favore di una “decrescita”, cioè al disinvestimento, che solo può contrastare la tendenza alla mineralizzazione della biosfera provocata dalla superproduzione di una massa enorme di merci inutili, dannose e comunque rese presto inservibili dalla pressione della concorrenza. Ma questo superamento della patologia dell’investimento propria del capitalismo e il passaggio a una produzione finalizzata a soddisfare i bisogni dell’uomo e non quelli del mercato, può avvenire soltanto attraverso il passaggio al comunismo.

Viceversa il capitalismo ha bisogno di una crescita continua per sopravvivere. Una decrescita autentica, benefica e sostenuta non avverrà finché il capitalismo non sarà stato rovesciato con mezzi rivoluzionari e non sarà stato instaurato il comunista piano razionale sistematico per la specie. Tale società non sarà più basata sulla necessità dei capitalisti di assoggettare il lavoro, di produrre merci, di venderle per realizzare il plusvalore che il lavoro salariato ha incorporato in esse. La classe dei capitalisti, gli azionisti, tutto il servidorame amministrativo e intellettuale che li serve non possono rinunciare a che l’intero ciclo infernale della produzione si ripeta ancora e ancora all’infinito.

Solo il comunismo vedrà la produzione finalizzata all’uso, in una società senza classi, in cui si produce per i bisogni della specie, senza l’inutile intermediazione del capitalista. Il piano razionale, che deciderà su cosa, quanto, dove e come produrre, includerà necessariamente la protezione su un arco temporale molto lungo dell’ambiente e di tutte le forme di vita che abitano il pianeta. Queste nel capitalismo non hanno voce: o vengono considerate d’intralcio agli interessi delle grandi imprese o sono depredate per trarne profitti.

Fra i fautori di un cambiamento nell’ambito del capitalismo si segnala un gruppo di pressione ambientale chiamato “Global Justice Now” il quale di recente ha pubblicato un opuscolo che evidenzia come i capitalisti delle aziende produttrici di combustibili fossili non abbiano alcuna intenzione di sottostare a qualsiasi minaccia ai loro profitti. Dopo aver notoriamente riempito numerose sale di conferenze internazionali sul tema del cambiamento climatico, ora li si sente fortemente aggressivi anche contro le loro stesse istituzioni.

Citiamo dall’opuscolo:
«Le compagnie dei combustibili fossili dovrebbero pagare per risolvere la crisi climatica che hanno causato, invece chiedono un risarcimento. Stanno usando tribunali speciali, istituiti al di fuori dei sistemi legali nazionali, cui si appellano le corporazioni.
«RWE e Uniper hanno fatto causa ai Paesi Bassi per la riduzione graduale del carbone. L’azienda britannica Rockhopper sta facendo causa all’Italia per il divieto di trivellazione petrolifera offshore. Ascent Resources, anch’essa un’azienda britannica, sta facendo causa alla Slovenia che ha richiesto una valutazione di impatto ambientale sui progetti di fracking. TC Energy sta facendo causa agli Stati Uniti per la cancellazione dell’oleodotto Keystone dalle sabbie bituminose. Insieme stanno chiedendo risarcimenti per oltre 18 miliardi di dollari, ma questa potrebbe essere soltanto la punta dell’iceberg se altre aziende faranno lo stesso».

In conclusione il lettore dell’opuscolo è invitato a “firmare la petizione e unirsi al movimento per fermare i tribunali che bloccano l’azione per il clima”, dopo che lo si è illuso con la grottesca menzogna che i governanti siano sensibili alla minaccia del collasso climatico, di fronte al quale sono impotenti quanto lo è nel suo complesso l’intera società borghese. I capi mondiali sono solo pedine nello scontro fra le grandi compagnie per spartirsi mercati, rendite e profitti.

Noi continueremo a lottare per preparare il rovesciamento del capitalismo, un sistema che impedisce qualsiasi soluzione della crisi ambientale. E continueremo a riporre la nostra fiducia nella classe operaia, in quanto forza della società attuale che più ha da guadagnare dal rovesciamento del capitalismo, un sistema che non ha più nulla da offrire all’umanità se non insicurezza, sfruttamento sempre maggiore e continua incapacità di risolvere le grandi questioni che l’umanità sta affrontando, la povertà e la carestia, le guerre – tutte calamità che in ultima analisi hanno come prima vittima la classe operaia.