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Partito e organismi di classe nella tradizione della Sinistra comunista Pt.3

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Soviet e consigli di fabbrica

La coincidenza tra le posizioni del Secondo Congresso della Terza Internazionale e quelle della Sinistra Comunista non si limitano alla questione dei Soviet, né a quella della funzione del Partito Comunista, ma, come appare evidente, è totale. Anche sui Sindacati, sui Consigli di fabbrica, su tutti i diversi organi che la lotta di classe esprime a seconda delle necessità, questa coincidenza è manifesta. A giusta ragione l’Internazionale dava un’importanza di fondo alla capacità del Partito Comunista di guidare le masse in ogni lotta contro il regime, e sulla base delle tesi sindacali si costituì l’Internazionale Sindacale Rossa col preciso scopo di organizzare i sindacati antiriformisti in opposizione alla centrale sindacale gialla, socialdemocratica, di Amsterdam.

Le Tesi Sindacali dell’Internazionale, dopo aver constatato che i sindacati durante la guerra mondiale avevano stretto un patto di alleanza permanente con lo Stato borghese per sostenerlo nello sforzo bellico, e che, terminato il conflitto, avevano dato il loro appoggio per evitare gli scontri tra proletariato e borghesia, mettono in evidenza il carattere esclusivamente legalitario della politica sindacale delle centrali dirette dai socialdemocratici. Questa politica si sforza di sostituire alla pratica dello sciopero quella di “contratti a lunga scadenza”; all’organizzazione di classe la costituzione di “Comunioni del Lavoro”, di “Joint Industrial Councils”, embrioni di organismi corporativi a fini di permanente collaborazione tra sindacati e direzioni aziendali, con l’intento di giungere a quei Comitati di “arbitrato”, d’impronta statale, che rappresentano la grande aspirazione della burocrazia sindacale e del padronato per evitare o attenuare lo scontro di classe.

Alla funzione della burocrazia sindacale di dividere «il grande torrente del movimento operaio in deboli rivoli», per il riformismo contro la rivoluzione, le tesi oppongono che «i comunisti devono entrare nei Sindacati per farne dei coscienti organi di lotta per il rovesciamento del capitalismo e per il comunismo», ed anche per guidare le lotte immediate dei proletari. Si ribadisce la necessità di non creare «speciali sindacati», se non in caso di «straordinari atti di violenza da parte della burocrazia sindacale (scioglimento di gruppi locali rivoluzionari dei Sindacati per opera delle direzioni opportuniste), oppure dell’aristocrazia operaia che impedisce l’organizzazione delle grandi masse»; ma di restare in questi sindacati «che si trovano in stato di fermento e che compiono il trapasso sul terreno della lotta di classe» e di appoggiare le Federazioni con «tendenza rivoluzionarie se anche non comuniste…» che «si ripropongono la lotta contro le tendenze controrivoluzionarie delle burocrazie sindacali e l’appoggio alle azioni spontanee e dirette del proletariato».

Le tesi concludono questa prima parte con la classica enunciazione comunista: «Subordinare i Sindacati alla reale direzione del Partito, come avanguardia della rivoluzione operaia», scopo per raggiungere il quale occorre «formare dappertutto, nei Sindacati, nei Consigli di fabbrica, dei Gruppi Comunisti», la frazione del partito al fine di «impadronirsi del movimento sindacale e dirigerlo».

Nella seconda parte delle Tesi sindacali si affronta più specificamente la questione dei Consigli di fabbrica. Nelle condizioni di completo disfacimento dell’economia, determinato dalla Prima Guerra imperialista, la ripresa della produzione industriale era lentissima anche per 1’ “assenteismo” degli stessi capitalisti i quali, abituati ai favolosi profitti del periodo bellico, garantiti dal miglior “cliente” che si possa immaginare, cioè lo Stato, non se la sentivano di investire i loro capitali per un “modesto” utile d’impresa. Sorge in questo particolare ambiente storico la necessità per gli operai di farsi essi stessi, se non promotori della ripresa economica, almeno i “controllori” della efficienza economica delle aziende, con la pratica che passò sotto la denominazione di “controllo operaio”. A questo fine sorsero i Consigli di fabbrica.

L’Internazionale, nelle tesi del Secondo Congresso, sottolinea questa funzione specifica dei Consigli di fabbrica, ma li colloca correttamente nel periodo storico che sembra preludere, almeno in Europa, alla rivoluzione. Il testo inizia così, e ci ricorda la già citata precisa anticipazione fatta dalla Sinistra a proposito dell’occupazione delle fabbriche da parte dei lavoratori:

     «La lotta economica del proletariato per l’aumento dei salari e per il miglioramento generale delle condizioni di vita delle masse accentua ogni giorno il suo carattere di lotta senza sbocco. La disorganizzazione economica che investe un paese dopo l’altro, in proporzione crescente, dimostra anche agli operai più arretrati che non è più sufficiente lottare per l’aumento dei salari e la riduzione della giornata lavorativa; che la classe capitalista perde sempre più la capacità di ristabilire la vita economica e di garantire agli operai almeno le condizioni di esistenza di prima della guerra. La coscienza sempre crescente delle masse operaie fa nascere fra loro una tendenza a creare organizzazioni capaci di avviare la lotta per la rinascita economica a mezzo del controllo operaio esercitato sull’industria per mezzo dei Consigli di Produzione.
     «Questa tendenza (…) è suggerita in definitiva dallo sforzo per realizzare il controllo dell’industria, scopo storico speciale dei Consigli operai di fabbrica. È per questo che si commetterebbe un errore cercando di formare questi Consigli soltanto con operai partigiani della dittatura del proletariato. Lo scopo del Partito Comunista, al contrario, consiste nel profittare della disorganizzazione economica per organizzare gli operai e per metterli nella necessità di combattere per la dittatura del proletariato diffondendo l’idea della lotta per il controllo operaio, idea che oggi tutti capiscono».

Esposti le condizioni e i compiti dei Consigli di fabbrica, e la loro utilizzazione da parte del Partito, il testo delimita subito le funzioni e i confini di questi organi:

«Il Partito Comunista non potrà assolvere questo impegno che consolidando nella coscienza delle masse la ferma assicurazione che la restaurazione della vita economica sulla base capitalista è attualmente impossibile; essa significherebbe d’altronde un nuovo asservimento alla classe capitalista. L’organizzazione economica corrispondente agli interessi delle masse operaie non è possibile che in uno Stato governato dalla classe operaia, e se il pugno fermo della dittatura proletaria si incarica dell’abolizione del capitalismo e della nuova organizzazione socialista».

Frasi lapidarie, categoriche, che non danno adito ad equivoci. Il lettore le confronti col pattume oggi propinato da ogni banda vecchia e nuova, in nome del… socialismo e della rivoluzione, e rifletta anche a quello che più avanti citeremo degli innovatori di allora.

Le tesi svolgono, poi, motivi di pratica utilizzazione delle circostanze al fine della mobilitazione degli operai e del loro inquadramento nei Consigli di fabbrica. Nella Tesi 5, altra formulazione categorica: «I Consigli operai di fabbrica non possono rimpiazzare i Sindacati». Il testo continua con una precisa e sintetica analisi delle diverse funzioni dei due organi:

«I Sindacati hanno organizzato le masse operaie allo scopo di una lotta per l’aumento dei salari e per la riduzione della giornata lavorativa, e l’hanno fatto su una larga scala. I Consigli operai di fabbrica si organizzano per il controllo operaio dell’industria e per la lotta contro la disorganizzazione economica; essi inglobano tutte le organizzazioni operaie, ma la lotta che essi sostengono non può assumere che molto lentamente un carattere politico generale. Non è che nella misura in cui i Sindacati giungeranno a sormontare le tendenze controrivoluzionarie della loro burocrazia, ovvero diventeranno organi coscienti della Rivoluzione, che i comunisti avranno il dovere di sostenere i Consigli operai di fabbrica nella loro tendenza a diventare gruppi sindacali di fabbrica».

Il testo prevede, a giusta ragione, che i Consigli di fabbrica debbano essere gli organi di fabbrica del Sindacati, nella misura in cui l’organizzazione sindacale viene strappata dalle mani opportuniste e passa in quelle rivoluzionarie. È un punto, questo, pienamente condiviso, assieme a tutto il programma dell’Internazionale, dalla Sinistra, la quale si è sempre battuta per la più stretta centralizzazione e per la semplificazione degli organi di classe. Allora come oggi la mania degli alchimisti della lotta di classe ha sempre parteggiato per la moltiplicazione delle forme organizzative, attribuendo a queste poteri eccezionali e risolutori, capaci persino di capovolgere i rapporti di forza fra le classi.

Il compito accentratore del Partito è fortemente sottolineato dal testo che segue:

«Lo scopo dei comunisti si riduce agli sforzi che essi devono fare perché i Sindacati e i Consigli di fabbrica si compenetrino dello stesso spirito di fermezza combattiva, di coscienza e di comprensione dei migliori metodi di combattimento, vale a dire dello spirito comunista. Per assolvere a ciò, i comunisti devono sottomettere, di fatto, i Sindacati e i Comitati operai al Partito Comunista e creare così organi proletari di massa che serviranno di base ad un potente Partito proletario centralizzato, che inglobi tutte le organizzazioni proletarie e le faccia tutte marciare nella strada che conduce alla vittoria della classe operaia e alla dittatura del proletariato, al Comunismo».

Nella terza parte, le tesi affermano l’urgenza di una organizzazione internazionale sindacale di classe, la quale raggruppi tutti i sindacati locali e le centrali sindacali nazionali, per farne dei potenti organi di lotta rivoluzionaria, da contrapporre alla famigerata centrale gialla di Amsterdam, infeudata all’imperialismo mondiale tramite la tutela socialdemocratica.

In conclusione, i Consigli di fabbrica, o qualsiasi organo aziendale, non hanno alcuna somiglianza con i Soviet, o Consigli, degli operai, e non rientrano in quello schema di precedenze che l’Internazionale aveva prestabilite e che, per fugare eventuali dubbi o equivoci, ripetiamo: «1° il Partito, 2° il Soviet, 3° i Sindacati».

L’orgia immediatista e situazionista

È inutile dire che si dichiararono per i Consigli di fabbrica sia i sindacalisti sia gli anarchici, ed anche Mussolini. Va dato atto ai sindacalisti di aver formulato precise raccomandazioni, nel loro congresso del marzo 1920 a Parma, perché i Consigli di fabbrica non si trasformassero in nuovi organi di conciliazione aziendale, di pungolo produttivo, escludendo che la loro funzione di gestori della futura economia sociale li abilitasse al rovesciamento del regime capitalista. Gli anarchici, inoltre, dichiarando la loro adesione ai Consigli di fabbrica, chiarirono, in una mozione votata dal congresso dell’Unione anarchica italiana a Bologna nel luglio 1920, che

«Il Congresso, tenendo conto che i Consigli di fabbrica e di reparto hanno la loro principale importanza in quanto si prevede prossima la rivoluzione e potranno essere organi tecnici della espropriazione e della necessaria continuazione immediata della produzione, ma che, continuando ad esistere la società attuale, subirebbero l’influenza moderatrice ed accomodante di questa, ritiene i Consigli di fabbrica organi atti ad inquadrare, in vista della rivoluzione, tutti i produttori del braccio e del cervello sul luogo stesso del lavoro ed ai fini dei princìpi comunisti anarchici; assolutamente organi antistatali e possibili nuclei della futura gestione della produzione industriale e agricola. Si ritengono inoltre idonei a sviluppare nell’operaio salariato la coscienza del produttore ed utili ai fini della rivoluzione favorendo la trasformazione del malcontento delle classi operaie e contadine in una chiara volontà di espropriazione». La mozione si concludeva con un invito agli operai anarchici a partecipare al movimento dei Consigli di fabbrica, «combattendo ogni tendenza di deviazione collaborazionista e facendo in modo che alla loro formazione partecipino tutti i lavoratori di ciascuna fabbrica, organizzati o no».

Le posizioni di Mussolini, se di posizioni si può parlare in coloro che amano definirsi «antidottrinari, antipregiudizialisti, problemisti, dinamici» (non avverte il lettore quanto sia simile questa musica a quella diffusa da spregiudicati microfoni di emittenti nazionalsocialcomuniste e operaiste?), si compendia nella nota dichiarazione:

«Accetto questo famoso controllo delle fabbriche ed anche la gestione cooperativa sociale, ma chiedo che si abbia la capacità tecnica per mandare avanti le aziende; chiedo che queste aziende producano di più e, se ciò mi è garantito dalle maestranze operaie e non più padronali, non ho difficoltà a dire che gli ultimi (gli operai) devono sostituirsi ai primi».

Questi è il precursore politico degli Stalin, dei De Gaulle, e delle bande paradossalmente “antifasciste” odierne.

Il concretismo antimarxista dell’ordinovismo

Contrariamente alla mitologia opportunista, il vero “teorico” dei Consigli di fabbrica non fu Antonio Gramsci ma Angelo Tasca. Questi i punti salienti della sua mozione al Congresso della Camera del Lavoro di Torino del giugno 1920. Ne citiamo due che caratterizzano assai bene posizioni completamente fuori del marxismo e della dottrina dell’Internazionale Comunista:

«Il “Consiglio” è organo di potere proletario nella sede di lavoro; tende a dare al salariato coscienza di produttore e a portare quindi la lotta di classe dal piano della resistenza a quello della conquista. Tale trasformazione parte dalla sede di lavoro, ma deve investire tutta l’azione sindacale. Perciò il “consiglio” è l’elemento della trasformazione dell’organizzazione per mestiere e per categoria in quella per industria, che non rappresenta un semplice mutamento di forma, ma un vero e proprio mutamento di azione, per cui le organizzazioni sindacali prendono posizione per la Rivoluzione comunista e si preparano a diventare, dopo la vittoria, elementi costitutivi nella struttura del nuovo regime».

Così la parte finale:

«Il Congresso ritiene inopportuna e contraddittoria ogni lotta pel riconoscimento dei Consigli di fabbrica, perché il loro compito di controllo, per avere un significato, ha portata politica. Infatti il controllo della produzione non può che sboccare nella lotta per l’eliminazione del capitalista come classe, e cioè per la distruzione dello Stato borghese e l’instaurazione di quello comunista. La lotta quindi per il riconoscimento integrale dei consigli si farà, si deve fare, ma essa non può essere altro che la rivoluzione (…) Nessuna conquista – è nostro dovere non illuderci e non illudere – può essere fatta nella presunzione di strappare “lembi di potere” al capitalista; raccolga il consiglio di fabbrica tutto il potere dal fatto di essere l’espressione della volontà di una massa cosciente non dal riconoscimento, impossibile ed assurdo, del capitalista che non potrà suicidarsi».

Invero, le tesi esposte da Tasca contrastavano alquanto con quelle originali dell’ordinovismo, che postulavano una posizione parallela dei Consigli di fabbrica a quella dei Sindacati, e non una subordinazione di quelli a questi. Tasca rettificava le posizioni di partenza, secondo il costume tipico del centrismo che, in parole povere, significa “stare nel mezzo”, cioè tra la Sinistra e la destra.

Per caratterizzare meglio i Consigli di fabbrica basta riferire quanto stabilì il C.E. della Fiat-Centro. Siccome – dice la deliberazione – «sono divenute necessarie forme di governo industriale democratiche, corrispondenti alla posizione storica che oggi occupa la classe operaia, il Consiglio d’officina è la forma di questo governo industriale democratico».

A riepilogare l’infatuazione caotica che paralizzava il proletariato italiano, riportiamo un passo di un articolo dell’Avanti!, edizione torinese, in occasione della decisione della Camera del Lavoro di Torino di effettuare uno sciopero generale provinciale il 13 marzo, nel quale è facilmente rilevabile l’influenza ordinovista, ma anche l’assoluta mancanza di una visione e di un programma adeguati allo scontro di classe:

«Proletario, non eri nulla, sei qualcosa, diventerai tutto! Proletario, hai una tua legge, hai un tuo ordine, hai un tuo potere! Proletario, hai un tuo governo! Proletario, questo governo tuo, tutto tuo, simbolo della tua libertà, simbolo della tua autonomia, è la Commissione Interna, è il Comitato Esecutivo del Consiglio dei Commissari di reparto! (…) Proletario, hai un tuo posto nell’officina, perché sei entrato in un sistema rappresentativo; perché sei cittadino di una nazione, della tua nazione, il mondo del lavoro, l’officina! Proletario, tu costruisci la tua società, costruisci il tuo Stato, costruisci la tua organizzazione storica, entro la quale troverai la soddisfazione dei tuoi bisogni».

Che differenza passa, tra queste proposizioni ordinoviste e quelle citate prima di anarcosindacalisti e massimalisti? Nessuna. Semmai, una discriminante esiste tra questi e la direzione del Partito Socialista, la quale rivendica che gli insegnamenti del partito imbevano i Consigli di fabbrica. Ma la direzione socialista, in preda al massimalismo inconcludente, che nell’autunno dell’anno prima aveva dirottato l’onda montante del radicalismo delle masse in un ennesimo confronto elettorale, chiusa tra l’aperta controrivoluzione delle caste burocratiche della Confederazione Generale del Lavoro e delle banda parlamentare socialista, in cerca di un posto nel nuovo ministero borghese, uccideva ogni germe della lotta soffocandolo tra le pieghe di una rete dispersiva di organismi di fabbrica, privi di indirizzo rivoluzionario.

Tutto perisce senza il Partito

Era la Sinistra contro i Consigli di fabbrica, contro l’occupazione delle fabbriche, contro lo sciopero generale, contro i Soviet? No! Le tesi della Sinistra testimoniano che essa possedeva – unica nel bailamme prodotto dalla disgregazione del vecchio partito socialista e del regime – ben saldo l’orientamento politico, l’indirizzo di battaglia e l’organamento di tutte le forme della lotta operaia. A tutti i vaneggiamenti sul “governo industriale operaio”, sul “potere in fabbrica”, a tutte le pretese ibride di costruzione di una nuova società sulla base di organismi corporativi o d’officina, la Sinistra pose in maniera drammatica la questione storica, essenziale, del partito politico di classe, del Partito Comunista.

Nell’articolo La costituzione del Consigli Operai» del 22 febbraio 1920, apparso ne Il Soviet, organo della frazione comunista del PSI, e citato prima, viene svolto l’argomento del partito non solo per quanto riguarda i Soviet, questione specifica, ma a maggior ragione per ogni altro organismo proletario:

«I Soviet, organi di Stato del proletariato vittorioso, possono essere organi di lotta rivoluzionaria del proletariato quando ancora il capitalismo impera nello Stato? Sì, nel senso però che essi possano costituire, ad un certo stadio, il terreno adatto per la lotta rivoluzionaria che il partito conduce. E in quel certo stadio il partito tende a formarsi un tale terreno, un tale inquadramento di forze. Siamo oggi in Italia in questo stadio della lotta? Noi pensiamo che adesso siamo molto prossimi, ma che vi è uno stadio precedente da superare. Il Partito Comunista, che il Soviet dovrebbe guidare ancora non esiste. Noi non diciamo che i Soviet, per sorgere, lo attenderanno: potrà darsi che gli avvenimenti si presentino altrimenti. Ma allora si delineerà questo grave pericolo: l’immaturità del partito lascerà cadere questi organismi nelle mani dei riformisti, dei complici della borghesia, dei siluratori o dei falsificatori della rivoluzione. Ed allora,noi pensiamo, è molto più urgente il problema di avere in Italia un vero partito comunista, che quello di creare i Soviet».

Ed ancora:

«La creazione in Italia di un movimento rivoluzionario sano ed efficiente non sarà mai data dal mettere in primo piano nuovi organismi anticipati sulle forme avvenire, come i Consigli di fabbrica o i Soviet, così come fu un’illusione quella di salvare dal riformismo lo spirito rivoluzionario trasportandolo nei sindacati visti come nucleo di una società avvenire. La selezione non la realizzeremo con una nuova ricetta, che non farà paura a nessuno, bensì con l’abbandono definitivo di vecchie “ricette”, di metodi perniciosi e fatali. Noi – per le ragioni ben note – pensiamo che questo metodo da abbandonare, per far sì che insieme ad esso possano essere respinti i non comunisti dalle nostre file, sia il metodo elettorale – e non vediamo altra via per la nascita di un partito comunista degno di aderire a Mosca.
«Lavoriamo in questo senso cominciando dall’elaborare una coscienza, una cultura politica, nei capi, attraverso uno studio più serio dei problemi della rivoluzione, meno frastornato dalle spurie attività elettorale, parlamentari e minimaliste. Lavoriamo in tal senso – ossia facciamo già propaganda per la conquista del potere, per la coscienza di ciò che sarà la rivoluzione, di ciò che saranno i suoi organi, di come veramente agiranno i Soviet – e avremo veramente lavorato per costituire i consigli del proletariato e conquistare in essi la dittatura rivoluzionaria che aprirà le vie luminose del comunismo».

Ma ordinovisti prima, nel 1919, e massimalisti dopo, nel 1921, restarono sordi a questo appello, più volte lanciato dalla Sinistra, di cacciare dal partito socialista gli anticomunisti e di trasformarlo in Partito Comunista. Gli uni e gli altri si rifugiarono nell’argomento che non si dovesse infrangere l’unità del partito socialista, e che la via al comunismo sarebbe stata conquistata con le esercitazioni nei Consigli di fabbrica, nei Sindacati, nei fumosi e futuri Soviet. La storia, i fatti drammatici di quegli anni, dimostrarono che nulla si salvò delle farneticazioni del “concretismo” ordinovista e del manovrismo massimalista. Il Partito Comunista sorse come lo aveva predicato e predetto la Sinistra: col bisturi rivoluzionario, operando una selezione drastica dalle file socialiste dei non comunisti.

Nessuna traccia si trova, negli scritti dei fautori dei Consigli di fabbrica e dei Soviet, del partito politico, dell’esempio storico russo, degli insegnamenti della Rivoluzione d’Ottobre. Al contrario, il Partito viene messo fuori della storia, e quando appare, se appare, è in coda, come un riempitivo, una decorazione culturale, un’accademia di dotti in marxologia.

Ben altrimenti concepiranno il partito i “concretisti”, quando, fatti saltare i fortilizi degli organismi proletari dalle squadracce fasciste e dal tradimento socialdemocratico, se ne serviranno come dell’unica ed ultima base, peraltro tenuta in piedi dalla tenacia eroica della Sinistra, per salvare le loro singole carriere di politicanti fuori dai confini nazionali, entro i quali sarebbero ritornati dopo un ventennio a rimorchio di ricchi e potenti padroni internazionali.