Necessità della teoria rivoluzionaria e del partito di classe in America Pt.2
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Nel numero scorso, abbiamo cercato di indicare brevemente i limiti storici dell’eroica battaglia dei proletari negri di Newark e Detroit, riconoscendoli in primo luogo nella mancanza non di un’istintiva solidarietà degli sfruttati in pelle bianca (che, in forma più o meno estesa, c’è stata), ma di una corrispondente presa di posizione da parte delle organizzazioni politiche e sindacali che raggruppano l’enorme maggioranza – bianca, ovviamente – dei salariati americani.
La nostra denuncia di codesti organismi, che è d’altronde la denuncia di una lunga storia di invigliacchimento seguito al tramonto dell’impetuosa ondata rivoluzionaria degli I.W.W., trova nuova e schiacciante conferma, proprio in questi giorni, nell’entrata in sciopero nella stessa Detroit dei 160 mila dipendenti della Ford – in questi giorni, dopo che la paurosa sfuriata negra è passata; non allora, quando i due moti potevano confluire in uno solo e gigantesco, capace di scuotere alle fondamenta l’aureo edificio della “prosperità” capitalistica in stelle e strisce.
Va ribadito con forza, perché ricade integralmente sulle organizzazioni sindacali e sui partiti politici operai in America – e in tutto il mondo, prima che dovunque e più che mai in Europa – la responsabilità di qualunque limitazione, deviazione, insufficienza e perfino involuzione mostrino le teorizzazioni che della fiammata del luglio e dell’agosto hanno dato o danno i cosiddetti “leader negri”. Ricadono su quegli organismi venduti alla classe dominante, che non a caso negli Stati Uniti riproducono nella propria struttura e nella propria ideologia le stesse discriminazioni a danno della minoranza negra da cui l’intera società americana è solcata.
Da questa constatazione, che deve fare arrossire i sedicentemente evoluti proletari “non di colore”, bisogna prender le mosse per rispondere al quesito che ci eravamo posti.
Ha, da parte sua, il proletariato negro espresso dal suo seno una forza politica capace di dire la parola che le forze politiche operaie bianche non hanno saputo, né voluto, né per una sconcia tradizione, potuto dire nei giorni di ferro e di fuoco di Detroit?
Una prima constatazione positiva, ovvia del resto perché documentata da tutta la stampa, oltre che facilmente prevedibile per i marxisti, è che di fronte al grido imperioso di quei giorni il blocco eterogeneo della “popolazione negra” si è spezzato nelle sue componenti di classe, ad ulteriore riprova del fondo vigorosamente sociale della rivolta.
Da un lato la borghesia negra – quella che si è dolcemente inserita nel sistema e che a favore dei confratelli “disagiati” non osa chiedere nulla più che miserabili “diritti” da conseguire coi metodi imbelli delle pacifiche marce e della rinunzia alla violenza – ha gettato l’ultima foglia di fico che le restava addosso presentandosi nella vergognosa nudità di paladina dell’ordine costituito. «Se la polizia avesse sparato subito e molto – si è sentito in dovere di urlare il giornale negro “Michigan Chronicle” – i tumulti sarebbero già cessati», chiaro invito al governo, se il caso si ripetesse, a picchiare prima e più sodo! Mentre il solito corteo di leader, più o meno religiosi, invocava riforme, commissioni d’inchiesta, aumento della rappresentanza politica della popolazione di colore, qualche contingente negro in più nella guardia civica, la fine delle discriminazioni nei caffè e negli autobus, ecc., il tutto fra salamelecchi al potere esecutivo e alla “imparzialità” di legislatori e giudici.
Il canagliume borghese non conosce nessuna “color line” – ha una tinta sola, quella della sbirraglia.
Dall’estremo opposto, si sono levate voci di timbro ben diverso, che non solo hanno chiamato i proletari negri a liberarsi dalla supina accettazione del sordido paternalismo dei padroni bianchi (il cosiddetto “ziotomismo”), a boicottare l’infame borghesia negra schieratasi sullo stesso fronte dei borghesi bianchi, a svergognare le ipocrite dichiarazioni dell’unico senatore negro, Brooks, e ad accogliere con le dovute pernacchie il deputato negro Conyers accorso fra i dimostranti nel tentativo di distoglierli dagli atti di “teppismo”. Non hanno esitato a rivendicare il ricorso alla violenza come l’unica arma dal cui impiego senza preconcetti moralistici i super sfruttati lavoratori negri possano attendere un rovesciamento della situazione nella quale da cent’anni marciscono, diversa nella forma ma forse ancor più dura nella sostanza di quella che gli schiavi del Sud avevano cercato (solo in parte riuscendovi) di scrollarsi dosso.
Sono le stesse voci che, poco dopo i fatti di Newark, lanciavano ai proletari negri la parola d’ordine dei rifiuto di vestire la casacca militare per andare a uccidere e farsi uccidere nel Vietnam, perché fossero difesi e, se possibile, rimpinguati i forzieri dei più arroganti padroni capitalistici del mondo.
Queste voci si sono levate, bisogna darne atto, dal partito che si fregia del titolo di Potere Nero e ai cui leader appartengono, ma non ne sono affatto i più significativi, Stokely Carmichael e, ultimo arrivato, Rap Brown, strani relitti di un “comitato di coordinazione degli studenti non violenti” convertitisi oggi alla dottrina della violenza.
Ora come alla gigantesca portata storica dell’elementare esplosione di collera dei proletari negri nulla tolgono le sue debolezze organiche sul piano politico, così il merito di essersi assunta la responsabilità di difenderla in nome della violenza armata nulla toglie a quanto v’è in questa ideologia di fumoso, contraddittorio, negativo, e perfino, sotto certi aspetti francamente reazionario – come è inevitabile nella devastazione mondiale prodotta dallo stalinismo, due volte assassino dell’Internazionale Comunista.
Come tutte le mistiche della violenza in sé e per sé, questa è un sacco in cui ognuno – quindi anche ogni esponente di classi e di dottrine diverse – può pescare ciò che gli piace di più e che gli conviene meglio.
Parlare di “rifiuto del sistema” non è dire nulla, finché non si precisa né il senso del “rifiuto”, né il concetto di “sistema”; come non significa nulla giurare nella “rivoluzione” finché non si sostanzia questa generica professione di fede dandole un contenuto, una direzione e un obiettivo di classe.
Schierandosi sulle posizioni di “Che” Guevara e di Castro, Carmichael non dà forse alla “rivoluzione” invocata il senso borghese di una lotta di liberazione nazionale? Predicare il rifiuto di servire in guerra contro i vietnamiti – che potrebbe significare un ritorno al concetto che il capitalismo si abbatte sul fronte interno, non «creando due, tre, quattro Vietnam» alla periferia – rischia di sboccare nell’invocazione individualistica e passiva dell’obiezione di coscienza, se non si traduce nella formula: trasformare la guerra imperialistica in guerra civile, per l’abbattimento dello Stato borghese e l’instaurazione della dittatura proletaria!
Ma è la stessa insegna del Potere Nero che permette ai più diversi programmi di raccogliersi sotto un unico ombrello e impedisce a quelli che tuttavia partono dalla radice di un’interpretazione di classe del “problema negro” di svolgere tutte le conseguenze implicite nella propria iniziale denuncia.
Non a caso si è sentito, in nome appunto di quella insegna, parlare da alcuni dell’esigenza per i proletari super-sfruttati di pelle scura di organizzarsi in un partito indipendente dalla borghesia della stessa pelle – vilmente integratasi nella classe dominante e nel suo Stato – che contrapponga al belante pacifismo, democratismo e riformismo di quella l’impiego virilmente proclamato della violenza armata. Ma, ancora una volta, per rivendicare con altri metodi la carta straccia dei “diritti civili”, o per rovesciare il “sistema”?
Da altri si sente dire di creare una terza forza che si inserisca fra i due tradizionali partiti americani agendo come dinamico “gruppo di pressione” a favore e nell’interesse generale della popolazione negra. Ma ciò significherebbe ripiombare nell’ideologia piccolo-borghese, parlamentare e legalitaria, cancellando ogni linea di classe nel magma indistinto del popolo, o della razza.
O infine, ed è il peggio, rivendicare la famosa “spartizione” fra i negri e i bianchi, il raggruppamento delle due razze sotto l’autorità di due Stati, obiettivo tanto assurdo e irrealizzabile quanto reazionario perché distrugge la stessa radice sociale del problema e trasferisce sul piano di un conflitto fra Stati quella che dovrebbe essere la lotta spinta alle conseguenze estreme dello scontro armato, fra classi sociali.
Lo stesso Carmichael, proclamando alla conferenza della Organizzazione per la solidarietà latino-americana a Cuba, nello scorso agosto: «La rivoluzione cubana è anche la nostra», e plaudendo al grido di Castro: «La battaglia dei negri per l’affermazione dei loro diritti è paragonabile a quella condotta dai vietnamiti e a suo tempo, dai cubani», avvalora un indirizzo che si risolverebbe nel trapianto in America della guerriglia nazionale (contro… l’esercito, non contro la borghesia americana ed il suo Stato!), per obiettivi conciliabili col principio sancito dalla stessa costituzione statunitense della “resistenza all’oppressione”. Il fine ultimo non sarebbe già la distruzione del meccanismo generatore dell’estorsione di plusvalore dal sudore e dal sangue proletari, ma l’”equa” ripartizione del profitto (o meglio delle briciole del profitto nazionale e mondiale, giacché il capitalismo yankee estorce plusvalore ai proletari di tutto il mondo) fra le classi o, addirittura (come in Castro e Guevara), fra le nazioni, gli Stati, le “razze”.
Rinasce qui la mistica fumosa e controrivoluzionaria della violenza per la violenza, del Potere Negro privato di ogni fondamento storico e sociale, infine di un razzismo alla rovescia.
E ciò significa snaturare, violentare e capovolgere il senso di classe delle giornate di Detroit.
Ma abbiamo detto che un’interpretazione di classe esiste purtuttavia nel blocco indistinto e dietro la cortina fumogena del Potere Negro, e se ne può riconoscere la voce nelle parole e negli scritti di James Broggs.
Il concetto è qui che il proletariato negro in America è l’espressione spinta all’estremo dello sfruttamento capitalistico, «l’immagine delle contraddizioni che la società americana [solo americana?] non può risolvere né sul piano nazionale né su quello internazionale»: esso, il super-sfruttato per eccellenza, deve quindi levare la bandiera della rivoluzione sociale che gli operai bianchi hanno lasciata cadere; esso che non può aspettare per fare questa rivoluzione che gli operai bianchi, imbastarditi dal pacifismo dei loro falsi profeti, si decidano finalmente a muoversi.
Parole forti, ma che si autodistruggono, perché, da questa consapevolezza di rappresentare, in un certo senso, la classe proletaria “allo stato puro”, dovrebbe scaturire l’orgoglioso proclama: «Noi, in quanto vittime dello sfruttamento più indegno ad opera del Capitale leviamo la bandiera della dittatura comunista in nome di tutti gli sfruttati, qualunque sia il colore della loro pelle».
Quando Broggs dice: «Ieri il concetto di potere operaio esprimeva la forza sociale rivoluzionaria della classe operaia organizzata entro il processo della produzione capitalistica. Oggi il concetto di potere nero esprime la nuova forza sociale rivoluzionaria della popolazione negra (…) una forza sociale rivoluzionaria che deve lottare contro gli operai e i ceti medi che beneficiano del sistema fondato sulla oppressione e sullo sfruttamento dei negri, e gli danno il loro appoggio», ha ragione in quanto si scaglia contro l’aristocrazia operaia e alle vili mezze classi.
Ma quando ne deduce: «Aspettarsi che la lotta per il potere negro comprenda gli operai bianchi (tutti, anche i super sfruttati, i manovali, i diseredati di mille provenienze?) nella lotta negra significa aspettarsi che la rivoluzione accolga il nemico nel proprio campo», egli trasforma quella che potrebbe essere ed istintivamente è la punta avanzata di una rinascita rivoluzionaria classista nella retroguardia di un moto nazionale e razziale oscurantista.
Così come vi ricade quando, partendo dalla giusta constatazione che un’altissima percentuale di cittadini negri degli Stati Uniti è spedita a svenarsi e ad uccidere altri proletari nel Vietnam, non si sogna di levare il grido: Compagni in casacca militare, bianchi come noi siamo neri, seguiteci nella rivolta contro il comune nemico, l’imperialismo capitalistico! Fraternizziamo insieme con coloro che ci si obbliga a considerare nemici!
Per amara che sia, la constatazione va fatta: non nell’azione pratica, ma nell’indirizzo politico e nella sua traduzione in dottrina e programma, neppure dal seno dell’eroico proletariato negro si è levata – ma è colpa nostra, di noi militanti degli orgogliosi paesi capitalistici avanzati – la parola che sola può spalancare le porte dell’avvenire: Proletari di tutto il mondo, di tutte le razze, di tutti i paesi, unitevi per l’abbattimento del regime capitalistico e per l’instaurazione della vostra dittatura!
Non potere negro, ma potere proletario.
Così, una volta di più, la necessità della teoria rivoluzionaria marxista e del partito di classe, suo portatore e suo organo di battaglia, in America – e dire America è dire il mondo – è posta con drammatica urgenza dalla grande luce e dalle terribili ombre dei fatti di Newark e di Detroit.