Evoluzione politica dell’Africa nera Pt.1
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A completamento della trattazione svolta nel lungo articolo “Le grandi epoche della storia africana”, facciamo seguire la presente rassegna dei movimenti politici che ora conducono la lotta contro il colonialismo nell’Africa nera e nel Madagascar. Tale lavoro torna a proposito dopo la farsa del referendum gollista che, nelle demagogiche presentazioni datene dal generale nel suo viaggio nei possedimenti francesi africani, dovrebbe segnare una svolta nei rapporti tra la metropoli e le colonie. Accettando la nuova Costituzione para-fascista, le colonie francesi si metteranno dunque sulla via della liberazione? Il capitalismo francese che ha sostenuto innumeri guerre coloniali, condotto repressioni tremende e seguito protervamente una politica di inganni verso i suoi sfruttati di colore, si è dunque ravveduto, e convertito a una politica pacifica?
La verità è che il capitalismo francese ha permesso agli africani di mettere bocca in una consultazione elettorale, provocata soprattutto dalle contraddizioni interne della metropoli, per la semplice ragione che era certo in anticipo di ottenere l’adesione dei notabili indigeni, dei capi tribù e degli ausiliari e ruffiani indigeni dell’amministrazione coloniale. Oltre alle influenze conquistatesi entro le caste privilegiate indigene mediante una astuta politica di corruzione e intimidazione, il colonialismo francese si è affidato, per mandare avanti la truffa del referendum, al ricatto con cui tradizionalmente paralizza l’azione dei movimenti politici africani, che pure sono per l’indipendenza. Quando De Gaulle, nelle sue “adunate oceaniche” di Tananarive, Brazzaville, Conakry e Dakar, ha lanciato in tono di sfida il suo “aut aut”: o adesione alla “comunità franco-africana” o “isolamento economico”, egli parlava come chi conosce il punto vulnerabile dello schieramento politico avversario. Come abbiamo detto nell’articolo citato, il grande ostacolo dei partiti africani, che pure sono appassionatamente legati al principio indipendentista, è rappresentato dalla paura di restare soli, dalla sfiducia nelle capacità del futuro Stato nazionale africano di marciare da solo senza l’intervento del capitale francese.
Nel suo viaggio pre-elettorale, De Gaulle si è scontrato nella freddezza e diffidenza degli ascoltatori, e a Dakar la folla ha addirittura inscenato una vivace dimostrazione anti-francese, inneggiando al Fronte di Liberazione algerino. Ma è un fatto che, fra tutti gli uomini politici africani, soltanto Sékou-Touré, presidente del “Consiglio di governo” della Guinea, ha preannunciato il voto negativo del suo popolo. “Preferiamo la povertà nella libertà alla ricchezza nella schiavitù” esclamava fieramente Sékou-Touré nel suo indirizzo di saluto a De Gaulle. Il combattivo politico africano appartiene all’ala sinistra del R.D.A. (Rassemblement Democratique Africain) di cui parleremo in seguito. Per ora basti sapere, per farsi un’idea delle contraddizioni che viziano il movimento indipendentista africano, che lo stesso presidente del R.D.A. Houphouët-Boigny è ministro nel gabinetto De Gaulle. Comunque, è già venuto l’annunzio che la Guinea ex-francese, coi suoi 2,26 milioni di abitanti su 275.000 kmq. e coi suoi giacimenti di ferro, stagno e diamanti, si è resa indipendente avendo risposto no al referendum gollista, e che la risposta francese è stata, subito: “vi taglieremo i viveri! Non vi daremo più quattrini!”
Promettendo ai popoli africani nuovi legami di tipo federale con la metropoli, De Gaulle sfruttava un’altra deficienza dei partiti nazionalisti, cioè la tendenza a concepire i nuovi rapporti con la Francia appunto su base federale. Ma si è affrettato subito a fissare i limiti dell’autonomia che il governo di Parigi intende accordare ai possedimenti d’oltremare. A che si riduce, in definitiva, la proposta “comunità” franco-africana? “Ciascuno avrà il governo libero e completo di sé stesso”, proclamava De Gaulle a Brazzaville il 24 agosto, ma subito dopo aggiungeva che nella comunità “si metterà in comune un campo che (…) comprenderà la difesa, l’azione esterna, politica, economica, la direzione della giustizia, dell’insegnamento e delle comunicazioni più lontane”. Chiunque capirà che l’espressione “mettere in comune” l’amministrazione di tali fondamentali dicasteri era un ipocrita eufemismo per non dire che la Francia si aggiudica il diritto di continuare a godere, indefinitamente, delle sue prerogative di privilegio e della sua posizione di Stato dominante. Che resta, infatti, di “autonomo” ai futuri governi “federati” dell’Africa nera?
I seguaci del federalismo che ancora detengono posizioni dominanti nei principali partiti nazionalisti africani, sono serviti. Ora sanno che sorta di “federazione” la Francia intende concedere. Nulla di più, in sostanza, di quanto già accordato con la famosa “legge- quadro”, varata nel febbraio 1956 dal governo Mollet. Essa si ispirava ai vecchi principii paternalistici con cui il colonialismo governa da tempo remoto le sue colonie; anzi, dava ad essi novo ossigeno. Infatti, mentre i nuovi organi di autogoverno indigeni previsti dalla legge-quadro non scalfivano i poteri del governatore, per l’occasione ribattezzato con un nuovo titolo ufficiale, offrivano ampio pascolo alle ambizioni degli esponenti politici africani asserviti alle autorità colonialiste.
Nel corso della presente rassegna riprendiamo l’esame di tutti i fatti e le questioni qui appena elencati. Per dare al lettore una chiara visione degli avvenimenti occorre disporre tutta la materia in ordine cronologico degli avvenimenti. Inoltre, pur senza perdere di vista il senso dell’evoluzione politica generale in atto nell’Africa francese, trattiamo gli avvenimenti territorio per territorio. Inizieremo dal Togo e dal Camerun, che rappresentano un caso particolare, avendo regime di territori affidati dall’ONU in amministrazione fiduciaria alla Francia. Passismo poi all’Africa Occidentale e all’Africa Equatoriale francese, e terminiamo occupandoci della lotta che si svolge nel Madagascar, territorio che etnicamente e storicamente non appartiene, come si sa, all’Africa nera.
Questi territori, insieme all’Algeria, alle isole Comore e Réunion, e alla Somalia francese, compongono l’immenso impero coloniale di Parigi in Africa. Si tratta di un’area immensa, vasta più di 10 milioni di kmq., cioè oltre un terzo del Continente e maggiore dell’intera Europa. La dominazione francese su questa enorme estensione, scarsamente popolata, riguarda una popolazione totale di oltre 42 milioni.
Prima di affrontare il primo argomento, cioè l’evoluzione politica del Togo (di cui è già stato annunziato che otterrà l’indipendenza nel 1960) e del Camerun, è opportuno qualche cenno molto sintetico sulle condizioni naturali ed economiche dei due territori.
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Il Togo è una sottile striscia di terra di forma rettangolare, con una superficie di 56.500 kmq., che si estende tra la repubblica di Ghana (ex Costa d’Oro) e il Dahomey, affacciandosi per un breve tratto sul Golfo di Guinea. Vi prevalgono la savana e il bosco rado, rappresentato da steppe associate a boscaglia. L’agricoltura indigena è notevolmente sviluppata, essendo basata sulla cultura intensiva e sulla concimazione razionale. Principali colture sono: mais, riso, manioca, sorgo e miglio, patate dolci. Ma la più importante è quella del cacao, introdotta dai coloni francesi e gestita in forme capitaliste. Ma, mentre nel Togo sotto amministrazione britannica, che attualmente fa parte di Ghana, il cacao acquista i caratteri della monocoltura, con tutti gli aspetti negativi ad essa inerenti, ciò non avviene nel Togo francese. Qualche cifra comparativa: Ghana, massimo produttore mondiale di cacao, nel 1955 produsse 2.237.000 quintali di semi, mentre nello stesso anno il Togo toccava la cifra di 54.000 quintali. Il Paese gode di un discreto sviluppo ferroviario, legato appunto alla produzione del cacao. La popolazione assommava nel 1956 a 1.095.000, di cui 1.300 di origine europea, in maggioranza francesi. La popolazione indigena è prevalentemente negra-sudanese, ripartita in numerose tribù. Nel Sud risiedono gli Ewe, che coltivano la terra e rappresentano il gruppo etnico più importante. Nel Nord vi sono tribù di Fulbe, che praticano la pastorizia nomade.
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Molto più grande del Togo, quanto a estensione e popolazione, è il Camerun (kmq 432.000; abitanti 3.146.000, di cui 14.100 europei, in maggioranza francesi). La densità è più bassa che nel Togo per l’inospitalità dei bassopiani insalubri, ma è superiore alla media del resto dell’Africa Equatoriale. Il Camerun è terra di paesaggio mutevole. Incastrata tra la Nigeria britannica e i territori dell’A.E.F., si affaccia sulla costa orientale del Golfo di Guinea. Il clima equatoriale caldo-umido diventa più secco a mano a mano che dalle pendici del massiccio vulcanico del Camerun, quasi interamente entro i confini britannici, si sale verso il lago Ciad; di conseguenza, la foresta equatoriale si dirada fino a cedere il posto alla foresta a galleria, alla savana e alla steppa.
Alla varietà delle condizioni naturali corrisponde una diversificazione delle attività economiche. L’allevamento del bestiame è limitato alla savana del Nord (circa un milione di bovini, e altrettanti ovini e caprini) ed è esercitato da negri sudanesi, tra i quali esistono gruppi di Fulbe. Non è il caso di soffermarsi sui criteri seguiti dalle potenze colonialiste, a cominciare dalla Conferenza di Berlino del 1895, per tracciare i confini dei possedimenti africani. Ma la condizione dei Fulbe, che abbiamo visto risiedere anche nel Togo, mostra come i colonialisti non si sono mai preoccupati di conservare l’unità etnica dei popoli oppressi, anzi hanno lavorato premeditatamente in senso opposto inventando assurdi mosaici di razze, per poter poi dichiarare che la “nazione africana” è una utopia. Ma proseguiamo.
Tutta la zona a foresta che occupa più del 40% dell’intera superficie è abitata da negri Bantu, tra i quali i più attivi ed evoluti sono i Duala, pescatori e commercianti. Prodotti dell’agricoltura indigena sono la manioca, il taro, l’igname, la patata, prodotti forestali e riso, sorgo e mais nelle aree a savana. Contrapposto alle strutture sociali indigene, che perpetuano antiche forme di patriarcalismo agricolo, è il settore economico-sociale europeo, che si fonda sulla piantagione capitalista. Introdotta dai tedeschi, le aziende agrarie capitalistiche passavano in eredità ai francesi, che in quarant’anni hanno portato avanti le colture industriali più redditizie, quali il cacao, che cresce felicemente nel clima caldo-umido delle regioni costiere, e del caffè che è più adatto agli altipiani interni. Anche la palma da olio è coltivata in grandi piantagioni, gestite da grosse società europee. Egualmente importanti sono altre piante oleifere, come l’arachide e il sesamo.
Non occorre dire che, mentre l’agricoltura indigena serve all’alimentazione popolare, le colture industriali in mano degli europei sono destinate interamente all’esportazione. Qualche cifra: cacao: 580.000 quintali di semi prodotti nel 1955 (il Camerun occupa il terzo posto come produttore africano di cacao dopo il Ghana e la Nigeria); caffé: 108.000 quintali; palma d’olio: 206.000 quintali di noci. Tra i prodotti forestali destinati all’esportazione, figurano legnami pregiati come mogano, ebano e iroko, un albero simile al teak.
Il Camerun dispone di un’ottima rete ferroviaria e stradale, sorta per soddisfare le esigenze del commercio di esportazione. Parte dei tronchi ferroviari furono costruiti dall’amministrazione tedesca, ma ne esistono anche di nuovi, come la linea Duala-Mbalmayo, che unisce la costa all’altopiano, nel Camerun meridionale. Molto importante è il fenomeno dell’urbanesimo. Gli indigeni tendono a sottrarsi all’autorità dei capi e a concentrarsi nelle città e nei porti, attratti dalle forme moderne di organizzazione sociale. E tale concentramento spiega le cause della evoluzione politica del Paese, che da qualche tempo ha assunto aspetti assai interessanti.