Solidarietà ai diseredati di Palestina può venire solo dalla classe operaia delle metropoli arabe ed israeliane
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La rivolta in Palestina in queste ultime settimane, nonostante il detonatore “religioso” rappresentato dalla “passeggiata” dell’ex generale Sharon sulla spianata delle moschee, è un moto spontaneo delle masse diseredate contro l’oppressione cui sono sottoposte da parte delle classi dominanti araba e israeliana.
I partiti religiosi e nazionalisti cercano di indirizzarlo verso l’obbiettivo della costituzione di uno Stato indipendente nei territori occupati con capitale Gerusalemme Est, illudendo che così trionferebbe la “questione nazionale” palestinese. Secondo nostre non recenti analisi, invece, in Palestina storicamente non si pone una “questione nazionale” da risolvere, né vi esiste un partito nazionalista-borghese rivoluzionario. La creazione di uno Stato palestinese formalmente indipendente, seppure esteso all’intera Cisgiordania, a Gaza e a Gerusalemme Est, non avrebbe alcuna possibilità di esistenza politica ed economica autonoma, non sarebbe che un “bantustan” dove tener rinchiusi proletari in sovrannumero, proprio come ha fatto il governo bianco in Sudafrica con i negri.
L’Autorità Nazionale Palestinese conduce una politica di collaborazione con lo Stato d’Israele, tesa a mantenere la pace sociale nei territori occupati e partecipa in prima persona allo sfruttamento del proletariato; nei territori ad essa sottomessi non esiste libertà di organizzazione sindacale e politica né libertà di sciopero e le condizioni di lavoro sono ancora più dure di quelle imposte in Israele.
L’azione dei partiti borghesi per spingere le masse palestinesi allo scontro armato con l’esercito d’Israele, sotto la bandiera dell’indipendenza nazionale, dati i rapporti di forza, non è solo follia politica, è un crimine antiproletario il cui scopo è di affogare in un nuovo bagno di sangue la ribellione del proletariato palestinese, per poi imporre un accordo di pace che renda eterno l’attuale status quo basato sul condominio dei territori occupati tra borghesia araba ed israeliana. Lo Stato d’Israele, che in questa fase ricerca anch’esso lo scontro armato, non dispone infatti solo di un esercito ben equipaggiato ed allenato nelle operazioni di controguerriglia nelle città, ma è anche in grado agevolmente di assediare i territori impedendo l’arrivo di ogni genere di rifornimenti.
I gruppi guerriglieri forniti di armamento leggero, come d’altronde la polizia palestinese, non avrebbero alcuna possibilità di opporsi efficacemente ad un’azione coordinata dell’esercito di Tel Aviv che impiegasse fanteria, forze corazzate, aviazione, marina; né essi possono aspettarsi un aiuto armato dall’esterno, cioè da un qualche paese arabo “fratello” poiché, come dimostra la storia degli ultimi decenni, i paesi arabi sono stati complici nell’affossare la causa palestinese.
È indubbio che il proletariato di Palestina sia giunto al culmine della sopportazione, ma la sua ira per trasformarsi in energia rivoluzionaria deve rivolgersi anzitutto contro la propria borghesia, contro l’apparato repressivo dell’Entità palestinese. Solo liberandosi dell’influenza controrivoluzionaria dei partiti borghesi e del clero musulmano, solo riallacciandosi alla tradizione comunista, esso potrà darsi l’armamento programmatico ed anche militare necessario ad affrontare la lotta per la sua liberazione, lotta che non potrà avvenire senza che si rimetta in movimento anche il proletariato occidentale, senza che il proletariato d’Israele dica basta alla politica di guerra e di oppressione della sua borghesia, senza la mobilitazione dei milioni di proletari delle grandi metropoli del mondo arabo.
Parafrasando una considerazione di Marx sulla questione irlandese, potremmo dire che l’emancipazione del proletariato palestinese è nelle mani del proletariato d’Israele ma che, allo stesso tempo, il proletariato d’Israele non potrà emanciparsi finché collaborerà all’oppressione dei suoi fratelli di classe di Palestina.
La storia plurisecolare dell’emancipazione proletaria ha dimostrato che il proletariato in armi ed anche in rivolta non rappresenta un vero pericolo per la borghesia finché non arriva ad avere la chiara coscienza del fine storico a cui tende, finché non è guidato dal suo partito, il partito comunista rivoluzionario.La rivolta
Nei lunghi anni delle trattative di pace seguite agli accordi di Oslo le masse diseredate di Palestina hanno sperimentato sulla loro pelle che quelli che credevano i loro capi e i loro partiti difendono interessi non loro e sono disposti piuttosto a vendersi al nemico. Le continue concessioni allo Stato israeliano, l’infinito slittare dei tempi per il raggiungimento dell’indipendenza, il fatto che le condizioni materiali di vita continuano a peggiorare anche nei territori sotto controllo palestinese ne sono prove evidenti.
Questa nuova rivolta ha infatti assunto subito caratteristiche più radicali rispetto all’Intifada. Il 12 e 13 ottobre, a Gaza dove è più forte la concentrazione di proletari, «la folla ha attaccato i negozi che vendevano alcoolici e i ristoranti e gli hotel frequentati dai vertici dell’OLP; la folla inferocita ha cercato di dare alle fiamme anche il Windmill Hotel dove si svolgono alcuni degli incontri segreti tra i dirigenti dei servizi di sicurezza israeliani, palestinesi e della CIA statunitense» (da “il manifesto” del 26.10). Sembra che siano state anche assaltate delle prigioni e liberati i prigionieri politici. E non si è trattato di azioni preordinate di “estremisti islamici”, Hamas infatti le ha condannate: «Quelle sono azioni di agenti provocatori che servono soltanto gli interessi dei nemici del popolo palestinese. I responsabili devono essere individuati e arrestati». Insomma sembra che la “folla” stesse spontaneamente riconoscendo come proprio nemico non solo lo Stato d’Israele, ma anche i partiti del regime palestinese.
I vari partiti borghesi, sotto la spinta della rivolta, pare abbiano costituito un Comando Unificato (CFNI), ancora più allargato di quello che guidava l’Intifada e comprendente oltre ai partiti islamici, Hamas (Movimento di Resistenza Islamica) e Jihad, anche le organizzazioni “di sinistra”, il Fronte popolare e il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina. Programma di questa nuova edizione di fronte popolare la lotta contro Israele per uno Stato palestinese con capitale Gerusalemme. Il fronte unico non ha naturalmente impedito alla polizia palestinese di continuare ad arrestare dirigenti e militanti non allineati alle nuove direttive, sulla base delle sue esigenze politiche nelle trattative con Israele.
Anche lo Stato Maggiore israeliano ha compreso questo carattere nuovo della rivolta e fin dai primi scontri la tattica applicata è stata quella di attirare il proletariato palestinese nella trappola dello scontro con l’esercito, confidando sull’assenza di qualsiasi direzione di classe.
L’esercito israeliano è intervenuto da subito con estrema violenza: in sole quattro settimane di disordini si sono avuti quasi duecento morti e più di seimila feriti. L’ordine era evidentemente quello di fare pagare un alto costo di sangue alla popolazione scesa in strada; unità scelte di cecchini hanno sparato sulla folla con pallottole a frammentazione (e non con pallottole di gomma) con lo scopo di uccidere, si è sparato sugli infermieri e sulle ambulanze; sono stati usati elicotteri da combattimento contro i dimostranti e i carri armati hanno stretto in un cerchio di fuoco le città sotto controllo palestinese. Durissima è stata anche la repressione contro le manifestazioni dei palestinesi all’interno di Israele: undici palestinesi di cittadinanza israeliana sono stati uccisi e centinaia feriti, un numero così alto di morti in simili circostanze non si era mai avuto nella storia dello Stato ebraico.
Bisogna anche considerare che durante questi giorni di rivolta i territori vengono chiusi e che le conseguenze economiche di questo ricadono soprattutto sui lavoratori pendolari che restano disoccupati. Le famiglie degli operai – secondo il ministro dell’economia palestinese – vedranno ridursi del 30% le loro entrate e ci si attende un aumento della disoccupazione del 50% nella striscia di Gaza e del 30% nella Cisgiordania. Naturalmente gravi danni si hanno anche nel settore agricolo e in quello commerciale
Si è voluto creare una situazione d’emergenza soprattutto a scopo interno, sia da parte del governo israeliano, debole e diviso, sia da parte di Arafat, costretto ormai in una via senza uscita innestando così la spirale d’odio necessaria per far aderire i proletari arabi ed ebrei ai fronti di guerra.I vertici di pace
Nessuna delle conferenze internazionali che si sono succedute dopo l’occupazione dei territori da parte di Israele ha mai affrontato il nodo centrale, fondamentale della questione: riconoscere i diritti civili al proletariato e alle masse povere di Cisgiordania e Gaza e ai profughi ammassati nei campi.
Scrive su “The Guardian” Amira Hass, una giornalista israeliana: «Malgrado il ritiro israeliano dalla striscia di Gaza e dalla Cisgiordania nel 1994 e nel 1995-96, e malgrado la costituzione di un autogoverno palestinese, Israele ha continuato a detenere il potere assoluto. Ha il controllo totale del 61% della Cisgiordania e sul 20% della striscia di Gaza, dove continua a costruire nuovi insediamenti e strade che li collegano tra loro e con lo Stato israeliano vero e proprio. (…) Tel Aviv ha anche il pieno controllo della situazione idrica. I palestinesi continuano ad essere discriminati come lo sono stati negli ultimi trent’anni: d’estate centinaia di migliaia di palestinesi non hanno l’acqua corrente, mentre gli insediamenti israeliani dispongono di tutto ciò di cui hanno bisogno. Israele inoltre limita la libertà di movimento dei palestinesi (…) Solo 200-300 mila palestinesi su un totale di circa 3 milioni hanno un lasciapassare che consente loro di muoversi tra Gaza, la Cisgiordania e Israele. I permessi possono essere annullati in qualsiasi momento».
I tre milioni di palestinesi di Cisgiordania e Gaza, che vivono in condizioni miserrime, sono privi di qualunque diritto. I proletari e i piccoli contadini palestinesi, scacciati dai loro villaggi, privati delle loro case e terre e costretti in centinaia di migliaia a sopravvivere in immensi campi di concentramento, subiscono da decenni una doppia oppressione, come proletari e come “senza patria” non solo in Palestina, ma in Giordania, in Siria, in Libano. La pace, a parole auspicata da tutti i governi, dovrebbe metter fine a questo stato di cose.
Quindi in Palestina, stante l’attuale ordinamento politico internazionale, la pace è impossibile: Camp David, Parigi, Sharm el Sheikh, Il Cairo: l’accanimento terapeutico con cui la diplomazia internazionale tenta di tenere in vita il corpo putrefatto del “processo di pace” deve far riflettere sulla natura antiproletaria e di prevenzione controrivoluzionaria che guida questi periodici spettacoli organizzati dalla borghese diplomazia internazionale. Le “trattative di pace” sono servite, per anni, solo a ritardare il tentativo del proletariato palestinese di scuotersi di dosso questa cappa di sfruttamento, di sofferenza, di quotidiana oppressione che è sociale prima che militare.
Anni nei quali le condizioni di esistenza nei territori occupati come nei campi profughi sono nettamente peggiorate per le classi più povere. «Per la maggior parte dei palestinesi – scrive Zvi Schuldiner su ’il manifesto’ del 1/10 – il processo di pace, nella vita quotidiana, è l’occupazione di sempre. La situazione economica è migliorata solo per una minoranza, la corruzione dell’autorità palestinese è enorme, molti possono far fronte alle proprie necessità solo lavorando sottopagati in Israele (si calcola che siano circa 120.000 i lavoratori in queste condizioni, ndr). I posti di blocco militari continuano, i territori sono chiusi, la libera circolazione non esiste e i palestinesi difficilmente possono vedere nella loro polizia un elemento di liberazione. I percorsi sicuri permettono di continuare gli insediamenti ed i coloni si sono duplicati dall’inizio del processo di Oslo».
Il fallimento delle strombazzate trattative di Camp David, tra un Barak e un Arafat, ridotti alla funzione di macabre marionette i cui fili erano tirati dal Dipartimento di Stato americano, significa che le resistenze all’accettazione delle condizioni imposte da Israele era tanto forti da parte delle masse palestinesi che la stessa autorità di Arafat avrebbe rischiato di saltare se la sua mano tremante avesse osato firmarli. Pare che la vecchia volpe abbia risposto al presidente Clinton che lo pressava a firmare: «Signor presidente, vuole assistere al mio funerale ?»
Alla riunione di Sharm el Sheikh, convocata d’urgenza dopo lo scoppio della rivolta e i bombardamenti israeliani sulle città della Cisgiordania e su Gaza, si è di nuovo parlato per ore per concludere con il solito rituale di buoni propositi senza raggiungere alcun risultato politico concreto. Il vero significato del vertice lo si è scoperto nelle ore successive quando i servizi segreti dell’Entità palestinese hanno arrestato e consegnato alla polizia di Tel Aviv alcuni dei partecipanti al linciaggio di due soldati israeliani (almeno uno di essi è adesso in fin di vita per le torture cui è stato sottoposto).
Il vero vertice si era infatti svolto dietro le quinte, tra il capo della CIA, il capo del Mossad (i servizi segreti israeliani) e il capo della polizia politica dell’Autorità Nazionale Palestinese, incentrato sul vero problema che assilla le bande mondiali del Capitalismo: coordinare la repressione della rivolta nei territori occupati ed in Israele, impedire che essa possa estendersi e radicalizzarsi, impedire la fraternizzazione tra proletari. Partecipando a quel vertice la corrotta dirigenza palestinese, i cui servigi sono ben pagati in dollari statunitensi, ha dimostrato apertamente di essere succube di quell’imperialismo.
Una guida nella lotta, di questo hanno bisogno i coraggiosi giovani proletari di Palestina, questo è quello che loro manca. I loro capi attuali, gli estremisti religiosi, i partiti borghesi più o meno radicali li stanno mandando allo sbaraglio per vantare ancora una volta il loro tributo di sangue sui tavoli della diplomazia internazionale, per ottenere infine, con l’impegno dell’Europa, dei Paesi arabi e dell’Onu, un maledetto staterello dove esercitare il loro potere, godendo delle elemosine pelose dell’imperialismo e sfruttando la vendita al miglior offerente dei “loro” proletari.Crisi in Israelee nell’A.N.P.
Gli avvenimenti degli ultimi anni, ma potremmo dire degli ultimi mesi, testimoniano la crisi sociale, economica e politica in cui si dibatte lo Stato d’Israele: l’assassinio del capo dell’esecutivo, Rabin, gli scandali che hanno coinvolto alte autorità dello Stato, la precipitosa fuga dal Libano dopo che l’Esercito del Libano del Sud, formato da mercenari di Tel Aviv, se l’era data a gambe sotto l’incalzare dei guerriglieri libanesi, testimoniano della crisi politica più ancora che militare in cui si trova lo Stato d’Israele la cui classe dominante deve fare i conti con una sempre più forte opposizione interna allo stato di guerra infinita, e non solo da parte della minoranza araba ma anche del proletariato israeliano.
L’abbandono del Libano meridionale, che solo qualche anno fa sarebbe apparso un tradimento, non è stato affatto così sentito ma salutato come la liberazione da un incubo dalla grande maggioranza della popolazione d’Israele.
In questa situazione, la borghesia israeliana, col governo Barak, ha fomentato il “complesso di Masada”, l’angoscia perenne di sentirsi aggrediti in cui dal ’48 vengono tenuti i lavoratori ebrei. Fomentando la rivolta palestinese, forse addirittura provocando ad arte il linciaggio di due suoi soldati, con una propaganda martellante ha chiamato tutte le classi a stringersi nella nuova “guerra santa” contro il barbaro. Gruppi di coloni hanno attuato veri pogrom contro arabi cittadini d’Israele e la polizia ne ha coperto le gesta. Adesso si prospetta la costituzione di un governo di emergenza nazionale tra Barak e Sharon che, se costituito, lavorerebbe ad un più profondo solco di odio tra i due popoli.
Una crisi ancora più grave attanaglia l’Autorità Nazionale Palestinese che non riesce ad addivenire ad un accordo proponibile con Israele, ma esercita una ferrea dittatura interna contro i gruppi proletari radicali, contro i lavoratori che rivendicano migliori condizioni di vita e di lavoro, contro i gruppi della guerriglia che intendono sfuggire al suo diretto controllo. Forte dei fondi che riceve dagli Stati Uniti, dall’Europa, dai Paesi Arabi e dell’imponente apparato poliziesco di cui si è dotata, questa burocrazia corrotta e incapace è però sempre più invisa al proletariato.
Essa ha acconsentito alla rivolta per riacquistare il controllo perso negli ultimi mesi. Ha così permesso che alcuni poliziotti partecipassero, anche se non ufficialmente, ai combattimenti rispondendo con le armi agli attacchi dell’esercito israeliano; non ha impedito la distruzione della cosiddetta “tomba di Giuseppe”; pare addirittura che abbia rilasciato alcuni guerriglieri rinchiusi nelle sue prigioni.
Tutto porta a che lo Stato israeliano, in combutta con la corrotta dirigenza dell’Entità Palestinese e di alcuni Stati arabi, prepari un nuovo massacro: dopo il Settembre Nero del 1970, dopo la sconfitta nel sangue della comune di Tell el Zaatar del 1976, dopo la strage di Sabra e Chatila del 1982, secondo lo Stato maggiore d’Israele è giunto il momento per dare una nuova, sanguinosa lezione ad un popolo la cui esistenza contrasta con i piani stabiliti a tavolino dagli strateghi dell’imperialismo.
A questo gioco sporco si sta prestando l’attuale dirigenza dell’OLP; quella stessa dirigenza che dai suoi rifugi dorati spinge ragazzini armati di pietre a contrastare un esercito regolare in pieno assetto di guerra.Il proletariatopalestinese è solo
Anche gli Stati Uniti hanno dovuto pagare un notevole contributo di sangue, con l’attentato che nello Yemen è costato la vita a 18 loro marinai, e in preda ad una vera psicosi da terrorismo hanno posto in stato di massima allerta tutte le loro basi in area mediorientale.
L’Egitto, che solo recentemente è riuscito a soffocare nel sangue l’azione dei “fratelli musulmani”, di carattere religioso ma alimentata dalla miseria e dalla disperazione dei proletari e dei contadini poveri, ha un interesse primario alla pacificazione della regione, per timore del contagio. Nella stessa situazione si trovano gli altri Stati arabi: in molti di essi, nei giorni scorsi, i palestinesi dei campi profughi hanno inscenato manifestazioni per riaffermare il loro diritto a tornare in quella Palestina da dove furono cacciati mezzo secolo fa.
Il vertice degli Stati arabi svoltosi il 21 ottobre al Cairo avrebbe dovuto benedire la nascita dello Stato palestinese, fissando una data certa per la sua proclamazione. Ma neppure questo appoggio formale c’è stato: sotto il consueto folclore hanno ribadito che non intendono porsi apertamente contro Israele, guidati in questa linea moderata dall’Egitto, dalla Giordania e dall’Arabia Saudita, che in cambio della loro fedeltà alla linea statunitense ricevono enormi donazioni in dollari ed armi. Il vertice non è andato così oltre una generica condanna dell’operato di Israele, accompagnata da un più concreto stanziamento (promesso) di ben un miliardo di dollari di aiuti al popolo palestinese, che però finiranno in gran parte in tasca a burocrati, poliziotti e preti.
Il proletariato palestinese è dunque oggi solo nella sua lotta contro l’oppressione militare e di classe esercitata dalla borghesia israeliana in condominio con quella palestinese. Finché i suoi naturali alleati nella lotta per l’emancipazione proletaria, il proletariato e le masse diseredate dei paesi arabi e dello stesso Israele, non scenderanno in lotta contro questo regime di sfruttamento e di guerra, esso non potrà spezzare le sue catene, nonostante tutto il coraggio e l’abnegazione dei suoi combattenti.
Bisogna che le avanguardie proletarie di Palestina, rifuggendo dalla trappola borghese della guerra tra nazioni, tra razze e tra religioni, conducano un lavoro a lunga scadenza, forzatamente in condizioni di clandestinità, lavorando alla costruzione di organizzazioni economiche di classe indipendenti dall’influenza borghese. Una minoranza di essi, riallacciandosi al programma comunista rivoluzionario, aderirà all’unico internazionale partito della emancipazione proletaria. In questo processo tutti i senza terra e senza patria verranno a negare se stessi, rispettivamente, come arabi, come palestinesi e come ebrei.
È dal proletariato di occidente, di quel Nord del Mondo, ricco e corruttore, il cui confine passa giusto fra il Muro del Pianto e la Spianata delle Moschee, da quel proletariato noi attendiamo che denunci infine i misfatti della propria borghesia vile e assassina, per tendere la mano ai suoi fratelli di classe di un Sud, ingannati e traditi, ma che non esitano a scagliare il sasso contro il nostro comune torreggiante e planetario nemico.