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Partito e sindacati nella classica visione marxista Pt.3

Κατηγορίες: Communist Abstensionist Fraction of the PSI, Lenin, Party History, Union Question

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Con Lenin ha inizio un lungo periodo di sistemazione dottrinaria, in parte resosi necessario dall’apparire in seno alla Seconda Internazionale, e segnatamente nella Socialdemocrazia Tedesca, del revisionismo bernsteiniano, in parte dalla lotta per la costituzione in Russia del partito di classe.

Nell’articolo «Sugli scioperi» (Opere, vol. 4, pag. 315-325), scritto alla fine del 1899, Lenin esamina la questione delle lotte operaie, quasi parafrasando alla lettera i testi classici di Marx ed Engels sull’argomento. Si deve notare – e contiamo di riuscire a dimostrare almeno che nell’arco di oltre un secolo, dal 1848, cioè dal «Manifesto dei comunisti», ad oggi, i grandi capi rivoluzionari e il partito comunista hanno sempre confermato e ribadito gli stessi principi dottrinari, perseguite le stesse finalità, prospettato l’utilizzazione degli stessi mezzi – che Lenin affronta il problema rifacendosi esplicitamente e in tutto e per tutto al marxismo, come più tardi farà la Sinistra comunista in Italia.

Il testo, dopo aver esaminate le condizioni in cui si svolge il lavoro sotto il modo di produzione capitalista, così prosegue: Nell’economia capitalista, la masse del popolo lavora a salario presso altre persone, lavora non per sé ma per i padroni, in cambio di un salario. È comprensibile che i padroni cerchino sempre di abbassare il salario: quanto meno daranno agli operai tanto più profitto rimarrà loro. Gli operai, invece, cercano di ottenere il salario più alto possibile (…) Fra gli operai e i padroni, quindi, si svolge una continua lotta per il salario (…) Ma può un operaio condurre questa lotta isolato? (…) Per l’operaio diviene impossibile lottare da solo contro il padrone. Ed ecco che gli operai (…) iniziano una lotta disperata. Vedendo che ognuno di essi, se isolato, è assolutamente impotente e minacciato dal pericolo di perire sotto il giogo del capitale, gli operai cominciano ad insorgere insieme contro i loro padroni. Hanno inizio gli scioperi di operai.

«In tutti i paesi la collera degli operai cominciò dapprima con rivolte isolate. In tutti i paesi queste rivolte isolate generarono, da una parte, scioperi più o meno pacifici e, dall’altra, una lotta generale della classe operaia per la propria emancipazione. Gli scioperi incutono sempre terrore ai capitalisti, perché incominciano a scuotere il loro dominio. “Tutte le ruote si fermeranno se la tua forte mano lo vorrà”, dice della classe operaia una canzone degli operai tedeschi.

«Ogni sciopero suggerisce con grande forza agli operai l’idea del socialismo, della lotta di tutta la classe operaia per la sua liberazione dal giogo del capitale. Lo sciopero insegna agli operai a comprendere dove sta la forza dei padroni e dove quella degli operai, insegna loro a pensare non soltanto al loro padrone e non soltanto ai loro compagni più vicini, ma a tutti i padroni, a tutta la classe dei capitalisti e a tutta la classe degli operai. Ma lo sciopero fa capire agli operai chi sono non soltanto i capitalisti, ma anche il governo e le leggi. L’operaio comincia a capire che le leggi vengono emanate nell’interesse dei soli ricchi (…) Ecco perché i socialisti chiamano gli scioperi una “scuola di guerra”, scuola nella quale gli operai imparano a fare la guerra contro i loro nemici per la liberazione di tutto il popolo e di tutti i lavoratori dal giogo dei funzionari e dal giogo del capitale.

«Ma una “scuola di guerra” non è ancora la guerra stessa. Gli scioperi sono uno dei mezzi di lotta della classe operaia per la sua emancipazione ma non sono l’unico mezzo (…) Gli operai, quindi, non possono assolutamente limitarsi agli scioperi e alle società di resistenza. In secondo luogo, gli scioperi sono vittoriosi soltanto dove gli operai sono già abbastanza coscienti, dove sanno scegliere il momento per scatenarli, sanno presentare le rivendicazioni, hanno legami con i socialisti per procurarsi manifestini e opuscoli (…)

«I socialisti, insieme con gli operai coscienti, devono prendere su di sé questo compito, costituendo a questo scopo un partito operaio socialista (…) Quando tutti gli operai coscienti divengono socialisti, cioè uomini che aspirano a tale emancipazione, quando si uniscono in tutto il paese per diffondere tra gli operai il socialismo, per insegnar loro tutti i mezzi di lotta contro i loro nemici, quando costituiscono un partito operaio socialista che lotta per la liberazione di tutto il popolo dal giogo del governo e per l’emancipazione di tutti i lavoratori dal giogo del capitale, soltanto allora la classe operaia aderisce appieno al grande movimento degli operai di tutti i paesi che unisce tutti gli operai e innalza la bandiera rossa sulla quale è scritto: Proletari di tutto il mondo unitevi».

Il testo, d’elementare educazione politica, piano, semplice senza pretese, come nello stile di Lenin, chiarisce molto bene il punto centrale, della questione, cioè che non bastano gli scioperi e le “società di resistenza” – i sindacati – ma occorre che l’onda delle lotte operaie si solidifichi nel partito degli operai “coscienti”, e coscienza di tutti gli operai. Questo concetto verrà ripetuto sempre, in mille forme, in mille circostanze, soprattutto con l’approssimarsi della formazione del partito in Russia nella lotta contro l’economismo e lo spontaneismo.

Nel 1902 Lenin scrive un articolo «Sulla libertà di sciopero», (Opere, vol. 6, pag. 203-211), interessante per la sua “attualità”, nel quale, analizzando un provvedimento “liberale” del governo zarista, picchia in testa ai “marxisti legali” non solo di Russia e del tempo, ma di tutti paesi e di tutti i tempi, smascherando la tattica di “legalizzazione” dei sindacati da parte dello Stato e la prostrazione degli opportunisti dinanzi al “senno statale” il quale, sotto la pressione delle leggi economiche e degli stessi industriali, è costretto ad ammettere, per bocca del suo ministro delle finanze, che, «in realtà ogni sciopero (naturalmente se non è accompagnato da violenze) è un fenomeno puramente naturale e non rappresenta affatto una minaccia per l’ordine e la tranquillità pubblica. In questi casi la salvaguardia dell’ordine deve assumere forme simili a quelle praticate durante le feste popolari all’aperto, solennità, spettacoli e casi del genere». Lenin profetizza l’attualità di oggi, vergognosa ed imbelle, con quella d’allora, e commenta:

«Questo è un linguaggio da veri liberali manchesteriani, i quali proclamano che la lotta tra capitale e lavoro è un fenomeno assolutamente naturale, identificano con gran disinvoltura “il commercio in merci” e il “commercio in lavoro” (…) ed esigono il non intervento dello Stato, riservandogli la funzione di guardiano notturno (e diurno)». Lenin, poi, prende di petto il “marxista legale” (in Russia, Struve) che si compiace di ciò ed invita gli operai alla “moderazione” per “aumentare l’importanza” dell’agitazione “legale”:

«Il signor Struve (…) dice tra l’altro che il nuovo progetto è un’espressione del “senno statale” (…) Non è così, signor Struve. Non è stato il “senno statale” a promuovere il progetto della nuova legge sugli scioperi; l’hanno promossa gli industriali. Il progetto è apparso non perché lo Stato abbia “riconosciuto” le basi fondamentali del diritto civile (la borghese “libertà e uguaglianza dei padroni e degli operai”), ma perché l’abolizione della perseguibilità penale degli scioperi è diventata vantaggiosa per gli industriali». (Si ponga mente alle leggi attuali sulla “giusta causa” nei licenziamenti individuali). E Lenin conclude, invitando gli operai a non “moderare” le loro rivendicazioni, “ma a porle con più forza”:

«Del debito che il governo ha verso il popolo, vi vogliono dare un copeco su cento rubli. Approfittate dell’incasso di questo copeco per esigere, a voce sempre più alta, l’ammontare completo del debito, per discreditare definitivamente il governo, per preparare le vostre forze ad assestargli il colpo decisivo».

Nel 1902 è già in pieno sviluppo la lotta contro l’economismo, e Lenin, nel celebre Che fare?, scritto tra l’autunno del 1901 e il febbraio del 1902, al paragrafo La sottomissione alla spontaneità (Opere, vol. 5, pag. 348 e seguente) ritorna con vigore polemico impareggiabile alla questione del partito e del sindacato, rifenendo alcuni atteggiamenti tipici dell’economismo, tratti dalla Rabociaia Mysl: «Il movimento operaio deve questa sua vitalità al fatto che l’operaio ha preso finalmente nelle sue mani la propria sorte, strappandola dalle mani dei suoi dirigenti”. Si proclama che la “base economica del movimento è assicurata dall’aspirazione a non mai dimenticare mai l’ideale politico”, che la parola d’ordine del movimento operaio è: “lotta per le condizioni economiche” (!), oppure meglio ancora: “gli operai per gli operai”; si dichiara che le casse di sciopero “hanno per il movimento più valore di un centinaio di altre organizzazioni”. Le formule come quella che la chiave di volta della situazione deve essere non il “fiore” degli operai, ma l’operaio “medio”, l’operaio di massa, o come: “la politica segue sempre docilmente l’economia”, ecc. ecc., acquistarono una gran voga ed ebbero un’influenza irresistibile sulla massa dei giovani venuti al movimento alla vigilia e che, per la maggior parte, conoscevano soltanto frammenti del marxismo attraverso l’esposizione che ne facevano le pubblicazioni legali. «Così la coscienza era completamente soffocata dalla spontaneità (…) dalla spontaneità degli operai che erano stati sedotti dall’argomento che un copeco su di un rublo valeva molto di più di ogni socialismo e di ogni politica, che essi dovevano “lottare sapendo che lottavano non per delle ignote generazioni future, ma per “sé e per i propri figli”. Le frasi come questa sono sempre state l’arma preferita di quei borghesi dell’Europa occidentale i quali, odiando il socialismo, lavoravano essi stessi a trapiantare nel loro paese il tradunionismo inglese ed affermavano agli operai che la lotta esclusivamente sindacale è precisamente una lotta per sé e per i propri figli, e non per una qualsiasi generazione futura, per un qualsiasi socialismo futuro. E ora i V.V. della socialdemocrazia russa si mettono a ripetere queste frasi borghesi (…) Il che prova che ogni sottomissione del movimento operaio alla spontaneità, ogni menomazione della funzione dell’”elemento cosciente”, della funzione della socialdemocrazia, significa di per sé – non importa lo voglia o no – un rafforzamento dell’influenza dell’ideologia borghese sugli operai» (i corsivi sono di Lenin).

Lenin, dopo aver citato un lungo brano di critica che K. Kautsky fa al progetto di programma del partito socialdemocratico austriaco, in cui va rilevato il celebre passo, più volte citato da Lenin in altri suoi scritti, e perfettamente aderente alla più intransigente ortodossia marxista, cioè: «La coscienza socialista è, quindi, un elemento importato nella lotta di classe del proletariato dall’esterno (von aussen hineingetragenes),e non qualche cosa che ne sorge spontaneamente (urwuchsig)», così riprende: «Si parla della spontaneità; ma lo sviluppo spontaneo del movimento operaio fa sì che esso si subordini all’ideologia borghese (…) perché il movimento operaio spontaneo è il tradunionismo (…) e il tradunionismo è l’asservimento ideologico degli operai alla borghesia. Perciò il nostro compito, il compito della socialdemocrazia, consiste nel combattere la spontaneità, nell’allontanare il movimento operaio dalla tendenza spontanea del tradunionismo a rifugiarsi sotto l’ala della borghesia; il nostro compito consiste nell’attirare il movimento operaio sotto l’ala della socialdemocrazia rivoluzionaria».

La primaria importanza del partito, e nel contempo la sua funzione di guida delle masse proletarie in lotta, è qui ribadita ancora una volta. Questa necessità si ritrova, più avanti, sempre nel Che fare? insieme con un altro aspetto della questione, quello delicato se i sindacati devono essere organizzazioni del partito o no. Lenin sottolinea, innanzitutto, che «la lotta politica della socialdemocrazia è molto più vasta e molto più complessa della lotta economica degli operai contro i padroni e contro il governo. Parimenti l’organizzazione d’un partito socialdemocratico rivoluzionario deve necessariamente essere distinta dall’organizzazione degli operai per la lotta economica. L’organizzazione degli operai deve essere anzitutto professionale, poi essere la più vasta possibile e infine essere la meno clandestina possibile (qui in seguito – è chiaro – mi riferisco solo alla Russia autocratica). Al contrario, l’organizzazione dei rivoluzionari deve comprendere prima di tutto e principalmente uomini la cui professione sia l’azione rivoluzionaria. Per questa caratteristica comune ai membri dell’organizzazione nessuna distinzione deve assolutamente esistere tra operai e intellettuali, e a maggior ragione nessuna distinzione sulla base del mestiere». Questi concetti si ritrovano tali e quali nei testi antichi e recenti della Sinistra italiana, come prova formidabile di identità di pensiero e di azione rivoluzionari.

Lenin ora spiega in che cosa si differenzia l’Occidente “libero” dalla Russia autocratica: «Nei paesi politicamente liberi, la differenza fra l’organizzazione tradunionista e l’organizzazione politica è evidente, com’è evidente la differenza tra i sindacati e la socialdemocrazia. I rapporti di questa ultima con le organizzazioni sindacali variano necessariamente da paese a paese, secondo le condizioni storiche, e giuridiche, ecc., possono essere più o meno stretti, complessi, ecc. (devono essere, secondo il nostro punto di vista, quanto più stretti e quanto meno complessi possibili); ma nei paesi liberi l’organizzazione sindacale e quella del partito socialdemocratico non possono coincidere».

La soluzione di Lenin è perentoria, non lascia spazio ad interpretazioni: il partito deve essere completamente distinto dalla classe e dalle sue organizzazioni sindacali e politiche là dove le condizioni dello scontro delle classi sono “libere” di svolgersi senza intralci “asiatici”, ecc., ma può coincidere là dove «come in Russia l’oppressione autocratica cancella, ad una vista esteriore, ogni distinzione tra l’organizzazione socialdemocratica e le associazioni operaie». Ma ciò non deve lasciarci sedurre – commenta Lenin, già esperto conoscitore dell’opportunismo – «dall’idea di dare al mondo un nuovo esempio di “legame stretto e organico con la lotta proletaria”, di legame del movimento professionale con il movimento socialdemocratico».

«Il male è», ribadisce, quando si «sogna una fusione completa fra la socialdemocrazia e il tradunionismo». E invece, «le organizzazioni operaie per la lotta economica devono essere tradunioniste. Ogni operaio socialdemocratico deve, per quanto gli è possibile, sostenerle e lavorarvi attivamente. È vero. Ma non è nel nostro interesse esigere che solo i socialdemocratici possano appartenere alle associazioni “corporative”, perché ciò restringerebbe la nostra influenza sulle masse. Lasciamo partecipare all’associazione corporativa qualunque operaio il quale comprende la necessità di unirsi per lottare contro i padroni e contro il governo! Le associazioni corporative non raggiungerebbero il loro scopo se non raggruppassero tutti coloro che comprendono almeno tale necessità elementare, se non fossero molto larghe. E quanto più saranno larghe, tanto più la nostra influenza su di esse si estenderà, non solo grazie allo sviluppo “spontaneo” della lotta economica, ma anche grazie all’azione cosciente e diretta degli aderenti socialisti sui loro compagni (…) Le organizzazioni professionali possono essere utilissime non solo per sviluppare e consolidare la lotta economica, ma offrono inoltre un aiuto prezioso per l’agitazione politica e per l’organizzazione rivoluzionaria».

Lenin scrive in russo; ma in quello scorcio storico il russo è la lingua internazionale del proletariato mondiale. Le deviazioni sindacaliste in Europa e in Occidente non sono diverse e meno perniciose di quelle “spontaneiste”. Dopo le sanguinose repressioni seguite alla caduta della caduta della Comune di Parigi, il movimento operaio per quasi una decina di anni è pressoché disorganizzato e la lenta ripresa ha inizio con le prime timide associazioni operaie, dalla quali più tardi risorgerà, nella selezione di aspri scontri politici, il partito socialista. Tuttavia è proprio tra la fine del secolo scorso e i primi anni del ’900 che, nel rifiorire dell’organizzazione sindacale e nel susseguirsi degli scioperi delle varie categorie, i raggruppamenti usciti dalle molteplici scissioni tra il 1880 e il 1882 radicalizzano le loro posizioni di partenza. Il sindacalismo rivoluzionario si dilata e predomina nel movimento operaio francese. Le sue caratteristiche si possono ridurre ad una sola: liberare il movimento operaio dalla nefasta influenza della politica, svincolarlo dal suo partito di classe; quello che conta è una potente organizzazione sindacale degli operai che attraverso lo sciopero generale espropriatore sostituirà la borghesia e regolerà l’organizzazione economica. Con venticinque anni di anticipo rispetto all’ordinovismo si predica da uno degli animatori, Fernand Pelloutier, il controllo operaio. E già Lenin scrive: «All’inizio degli anni sessanta la commissione di Stakelberg, che procedette alla revisione degli statuti di fabbrica e dell’artigianato, propose di creare dei tribunali d’industria composti di rappresentanti eletti dagli operai e dai padroni e di dare agli operai una certa libertà di organizzazione» (Lenin, testo citato pag. 204).

Anche i Italia «appare la falsa sinistra sindacalista» (vedi Storia della Sinistra Comunista, edita dal nostro partito, volume I, pag. 34 e seguente) che si manifestò al Congresso dell’aprile del 1904 a Bologna ed uscì dal partito nel luglio del 1907 fondando la Unione Sindacale Italiana. Tuttavia si enucleò nel partito il sindacalismo riformista, ugualmente operaista e spontaneista, che per bocca di Rigola al X Congresso del partito a Firenze dichiarò che «le organizzazioni economiche non possono essere più sotto la dipendenza del Partito Socialista».

La Frazione Intransigente del partito, benché non completamente in linea col marxismo ortodosso, espresse bene, per bocca di Lazzari, il giusto rapporto intercorrente tra il partito e il sindacato: «Dobbiamo avere tutto il rispetto per gli interessi immediati trattati dalla Confederazione del Lavoro, ma noi siamo Partito Socialista e la visuale che dobbiamo avere per guida nella nostra azione deve essere tale da non lasciare possibilità di subordinare i nostri grandi interessi ideali alle diverse necessità transitorie che quotidianamente, per la difesa e tutela degli interessi immediati dei lavoratori, possono anche essere necessarie»; quindi: «un solo programma, un solo principio, un solo metodo, una sola disciplina, che ci deve legare tutti».

L’estrema sinistra del partito socialista così precisa la funzione del partito e dei sindacati, nell’articolo «Partito Socialista e organizzazione operaia» (op. cit, pag. 193), apparso sull’Avanti! del 30-1-1913: «Le organizzazioni professionali rappresentano il primo gradino nello sviluppo della coscienza di classe che prepara il proletariato al socialismo. Esse reclutano tutti i lavoratori che senza ancora essere socialisti mirano a migliorare le proprie condizioni. Dovere del partito socialista è di secondare con tutte le forze la organizzazione economica delle masse. Dovere altrettanto elementare ed urgente è di far sì che, parallelamente all’organizzazione dei lavoratori nei sindacati di mestiere, si faccia un’intensa propaganda socialista perché la solidarietà di tutti gli sfruttati, l’aspirazione alla totale emancipazione da tutte le catene venga sentita sempre più imperiosamente dalle masse e che ciò che oggi è sogno ardito di pochi precursori diventi domani desiderio cosciente delle moltitudini».