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Partito e sindacati nella classica visione marxista

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L’opportunismo ha sempre rivolto al comunismo rivoluzionario l’accusa d’essere indifferente se non sprezzante delle questioni contingenti e, nella fattispecie, delle questioni economiche della classe operaia. L’accusa d’indifferentismo, tuttavia, viene formulata proprio nei periodi storici in cui disgraziatamente la rivoluzione è stata cacciata ai margini del movimento sociale, e l’opportunismo nelle sue mille edizioni e forme domina completamente la scena politica dei rapporti di classe; quando, invece fermenti di opposizione al tradimento serpeggiano in seno alla classe operaia, e i proletari dimostrano di non essere più disposti ad accettare ciecamente e supinamente la dittatura delle burocrazie sindacali e politiche del revisionismo opportunista, sicché nelle organizzazioni economiche e politiche di massa del proletariato tendono a formarsi gruppi che si ispirano, anche inconsciamente, al programma comunista, allora all’accusa di indifferentismo si sostituisce quella equivalente di barricadierismo, che suona pure di… anarchismo dinamitardo. Ciò non costituisce una novità, ed è vecchio quanto la lotta rivoluzionaria della classe operaia.

Con la prima formula opportunista, quella dell’indifferentismo, si è sempre voluto creare un ostacolo psicologico alla penetrazione delle idee rivoluzionarie comuniste in seno alla classe. Con la seconda, quella dell’anarchismo, si è tentato di ricacciare indietro la lotta per la conquista delle masse operaie da parte del partito comunista. In ambedue i casi, lo scopo dei nemici della rivoluzione è di impedire che i comunisti si portino alla testa del movimento operaio per guidarlo alla lotta finale della conquista del potere.

Di contro, i comunisti nulla hanno mai lasciato d’intentato per organizzarsi, e organizzare i proletari, nei sindacati e nelle organizzazioni di classe sulla base del loro programma rivoluzionario. Il giorno in cui il partito comunista del proletariato rinunciasse volontariamente ad assolvere questa funzione, rinuncerebbe implicitamente a guidare le masse dei salariati alla distruzione dell’attuale regime capitalista, e si autoeliminerebbe dalla lotta storica per la vittoria del comunismo. È certo che il nostro partito non porgerà orecchio alle chimere opportuniste e, forte del suo ormai secolare programma e della sua eroica tradizione, come non rinuncia alla lotta in difesa della teoria marxista, che conduce in permanenza anche quando arde la battaglia di strada, così non rinuncia alla lotta per conquistare le direzione delle organizzazioni sindacali di massa del proletariato, quali che siano le sue forze fisiche e le possibilità oggettive. I nemici della rivoluzione comunista possono abbandonare sin da ora ogni speranza, se pensano che il nostro partito commetterà questo imperdonabile errore.

La sinistra comunista, anche quando era costituita in Frazione del Partito Socialista Italiano, condusse la lotta nei sindacati nelle prime file con i suoi combattenti, vera e propria avanguardia rivoluzionaria in un partito che, man mano che si avvicinava la crisi rivoluzionaria in Italia, si sfaldava per passare sul fronte della controrivoluzione.

Quando, finalmente, la Frazione comunista si costituì in Partito Comunista d’Italia sezione della III Internazionale, nel 1921, nel Manifesto programmatico lanciato a Livorno ai lavoratori d’Italia quell’atteggiamento si confermava esplicitamente.

La stessa esigenza si ritrova nel 1922 nelle Tesi sindacali, al Congresso di Roma, in cui, tra l’altro si afferma, al punto 11 e 12: «L’attività dei comunisti per l’unità d’organizzazione sindacale del proletariato italiano, iniziatasi con l’appello lanciato a tutte le organizzazioni subito dopo la costituzione del Partito Comunista, deve svolgersi ugualmente dall’interno e dall’esterno, con formazioni di gruppi e con la propaganda incessante anche nelle altre organizzazioni parziali o autonome localmente». E al punto 7: «il partito comunista ha una sua rappresentanza permanente costituta in seno al sindacato e opera attraverso di essa, cioè con la massima competenza e la massima responsabilità».

Tale atteggiamento d’adesione dei comunisti all’organizzazione economica di classe e di tattica tendente a conquistarne la direzione non venne meno neppure quando la Sinistra Comunista, per vicende di lotta internazionale, fu esclusa dalla direzione del Partito Comunista d’Italia, e la sua lotta tenace, inflessibile e coerente culminò nelle Tesi programmatiche generali del Congresso di Lione del 1926, nelle quali si ribadiva la necessità del partito di lavorare nei sindacati operai per importare nella classe il programma rivoluzionario, e precisando, proprio contro le accuse di indifferentismo e di purismo, che: «il concetto marxista del partito e della sua azione rifuggono, così dal fatalismo passivo aspettatore di fenomeni su cui non si sente di influire in modo diretto, come da ogni concezione volontarista nel senso individuale, secondo cui le qualità di preparazione teoretica, forza di volontà, spirito di sacrificio, insomma uno speciale tipo di figura morale, ed un requisito di “purezza” siano da chiedersi indistintamente ad ogni singolo militante del partito riducendo questo ad una èlite superiore al restante degli elementi sociali che compongono la classe operaia, mentre l’errore fatalista e passivistico condurrebbe, se non a negare la funzione e l’utilità di un partito, almeno ad adagiarla senz’altro sulla classe proletaria intesa nel senso economico, statistico».

I recenti testi di partito, dai Punti di base d’adesione per l’organizzazione alle Tesi di Napoli, confermano punto per punto la corretta impostazione della questione del rapporto tra partito e sindacati enunciata sin dal Manifesto del Partito Comunista del 1848.

Pertanto nulla abbiamo da aggiungere, né tanto meno da correggere o togliere, a quanto è stato chiaramente enunciato da oltre un secolo.

* * *

I comunisti non hanno scelto, per convinzione estetica e morale, di lottare nei sindacati, cioè nella classe organizzata sul terreno dei rapporti produttivi: vi sono costretti dalle finalità del loro programma rivoluzionario che, per essere realizzato, presuppone che il partito rivoluzionario del proletariato guidi la masse operaie alla conquista del potere. Tale compito non si può realizzare con semplici enunciazioni teoriche né tanto meno con puri atti di volontà

«ma sulla base del reale sviluppo della lotta di classe, nelle forme economiche tipiche e peculiari alla società capitalista, con la azione pratica tendente ad unificare i mezzi e gli scopi storici delle classi salariate, attraverso una lotta incessante e senza quartiere contro i falsi rappresentanti del proletariato, contro i dirigenti sindacali traditori, contro la politica opportunista che domina nelle organizzazioni economiche operaie e le pone al servizio della controrivoluzione».

È in questa lotta che il partito comunista rivoluzionario dimostra la sua assoluta fedeltà al comunismo, alla rivoluzione comunista, e difende gli interessi anche immediati degli operai, in quanto non nasconde alle masse diseredate la precarietà delle conquiste parziali, dei miglioramenti salariali e normativi ottenuti, sebbene a caro prezzo, in regime capitalistico. È proprio attraverso questa lotta che i comunisti hanno la materiale possibilità di dimostrare al proletariato che soltanto la lotta per la conquista del potere politico è garanzia della reale trasformazione dei rapporti economici e sociali e quindi che soltanto nel nuovo regime della dittatura proletaria miglioreranno veramente, sensibilmente e irreversibilmente, le condizioni di vita e di lavoro delle masse lavoratrici.

In virtù di tali considerazioni il partito di classe, il nostro partito, continuerà incessantemente la sua azione di lotta, di propaganda e di proselitismo in seno alla classe organizzata nei sindacati, in quanto, a rigor di logica, è l’unico partito che possa vantare di aver guidato e di guidare storicamente il proletariato verso la rivoluzione.

(La prima parte di questo articolo è stata pubblicata in «Spartaco», pagina interna del n.10 di Programma Comunista, il 10-17-VI-1966)

È caratteristico nei testi marxisti il continuo riferirsi all’intimo nesso intercorrente tra partito e classe, tra partito e organizzazioni di classe del proletariato. Tale connessione distrugge la pretesa dell’unilateralità dell’attività delle masse e quindi anche del partito, come se le lotte economiche, sociali e politiche fossero tra loro separate da un muro di divisione e non si influenzassero, invece, a vicenda e dialetticamente, cioè originando una serie di contraddizioni che caratterizzano il movimento reale delle classi tra di loro e dei partiti che ne rappresentano gli interessi.

Nel Manifesto del Partito Comunista del 1848 questo rapporto è magistralmente così descritto:

«Con lo sviluppo della industria il proletariato non cresce soltanto di numero; esso si addensa in grandi masse, la sua forza va crescendo, e con la forza la coscienza di essa. Gli interessi, le condizioni d’esistenza all’interno del proletariato si livellano sempre più, perché la macchina cancella sempre più le differenze del lavoro e quasi dappertutto riduce il salario ad un uguale basso livello. La crescente concorrenza dei borghesi tra di loro e le crisi commerciali che ne derivano rendono sempre più oscillante il salario degli operai; l’incessante e sempre più rapido perfezionamento delle macchine rende sempre più precarie le loro condizioni di esistenza; i conflitti fra singoli operai e singoli borghesi vanno sempre più assumendo il carattere di conflitti fra due classi. È così che gli operai incominciano a formare coalizioni contro i borghesi, riunendosi per difendere il loro salario. Essi fondano persino associazioni per approvvigionarsi per le occasionali sollevazioni. Qua e là la lotta diventa sommossa. Di quando in quando gli operai vincono, ma solo in modo effimero. Il vero risultato delle loro lotte non è il successo immediato, ma la unione sempre più estesa degli operai. Essa è agevolata dai crescenti mezzi di comunicazione che sono creati dalla grande industria e che collegano tra loro operai di località diverse. Basta questo semplice collegamento per concentrare le molte lotte locali, aventi dappertutto uguale carattere, in una lotta nazionale, in una lotta di classe. Ma ogni lotta di classe è lotta politica (…)

«Quest’organizzazione dei proletari in classe, e quindi in partito politico, viene ad ogni istante nuovamente spezzata dalla concorrenza che gli operai si fanno tra loro stessi. Ma essa risorge sempre, di nuovo più forte, più salda, più potente. Approfittando delle scissioni della borghesia, la costringe al riconoscimento legale di singoli interessi degli operai. Così fu per la legge delle dieci ore in Inghilterra».

Nella Miseria della Filosofia, scritta tra il dicembre 1846 e il giugno 1847, Marx, polemizzando sarcasticamente con le posizioni filistee del piccolo borghese intellettuale che dominava l’ambiente operaio del tempo sotto l’etichetta di “socialista”, analizza più dettagliatamente la questione. A pagina 138, dopo di aver ricordato che in Inghilterra le coalizioni degli operai furono autorizzate dal Parlamento, a ciò costretto dal “sistema economico”, e che nel 1825 lo stesso Parlamento dovette «abolire tutte le leggi che proibivano le coalizioni degli operai», Marx cita con ironia l’atteggiamento dei “socialisti” dell’epoca:

«E noi vi diremo in qualità di “socialisti”, che, a parte questa questione di denaro, voi resterete ugualmente gli operai e i padroni resteranno sempre padroni, prima come dopo. Così, niente coalizioni, niente politica; perché fare delle coalizioni non è forse fare della politica?».

A questo bel modo, “logico”, di ragionare viene opposta la cruda realtà dei fatti: «Malgrado gli uni e gli altri, malgrado i manuali e le utopie, le coalizioni non hanno cessato un istante di progredire e di ingrandirsi con lo sviluppo e la espansione dell’industria moderna (…) Così la coalizione ha sempre un duplice scopo, di far cessare la concorrenza degli operai tra loro, per poter fare una concorrenza generale al capitalista. Se il primo scopo della resistenza è stato il mantenimento dei salari, a misura che i capitalisti si uniscono a loro volta in un proposito d repressione, le coalizioni, dapprima isolate, si costituiscono in gruppi e, di fronte al capitale sempre unito, il mantenimento dell’associazione diviene per gli operai più necessario ancora di quello del salario (…) In questa lotta – vera guerra civile – si riuniscono e si sviluppano tutti gli elementi necessari a una battaglia che si prospetta nell’immediato futuro. Una volta giunta a questo punto, l’associazione acquista un carattere politico (…) Le condizioni economiche avevano dapprima trasformato la massa della popolazione del paese in lavoratori. La dominazione del capitale ha creato a questa massa una situazione comune, interessi comuni. Così questa massa è già una classe nei confronti del capitale, ma non ancora per se stessa. Nella lotta, della quale abbiamo segnalato solo alcune fasi, questa massa si riunisce, si costituisce in classe per se stessa. Gli interessi che essa difende diventano interessi di classe. Ma la lotta di classe contro classe è una lotta politica».

E a pagina 140 il testo anticipa la categorica affermazione del Manifesto, «ogni lotta di classe è lotta politica», con un’equivalente espressione, altrettanto categorica: «non si dica che il movimento sociale esclude il movimento politico. Non vi è mai movimento politico che non sia sociale nello stesso tempo».

Nel 1873, Marx è costretto ancora a trattare la questione, e questa volta non tanto contro una scuola politica che enunci sue teorie, quanto contro un movimento politico che si sta organizzando all’interno dell’Internazionale e alle sue spalle: sono gli anarchici, seguaci del russo Bakunin, che Marx sferza e ridicolizza riferendo le loro convinzioni in un articolo L’indifferenza in materia politica. Marx esemplifica così la stridente contraddizione tra certe posizioni e il reale movimento degli operai:

«La classe operaia – sostengono gli anarchici – non deve costituirsi in partito politico; essa non deve sotto alcun pretesto avere azione politica, poiché combattere lo Stato è riconoscere lo Stato: il che è contrario ai principi eterni. Gli operai non devono fare degli scioperi, poiché fare degli sforzi per farsi crescere il salario o per impedirne l’abbassamento è come riconoscere il salario: il che è contrario ai principi eterni della emancipazione della classe operaia! (…) Gli operai non devono fare sforzi per stabilire un limite legale della giornata di lavoro, perché è come fare dei compromessi con i padroni (…) Gli operai non devono formare delle singole società per ogni mestiere, perché con ciò essi perpetuano la divisione del lavoro sociale, così come la trovano nella società borghese (…) In una parola, gli operai devono incrociare le braccia e non perdere il loro tempo in movimenti politici ed economici. Nella vita pratica di tutti i giorni, gli operai devono essere obbedientissimi servitori dello Stato; ma nel loro intimo essi devono protestare energicamente contro la sua esistenza e testimoniargli il profondo loro sdegno teorico con l’acquisto e la lettura di trattati letterari sull’abolizione dello Stato; devono pure guardarsi bene dall’opporre altra resistenza al regime capitalista all’infuori delle declamazioni sulla futura società, nella quale l’esoso regime avrà cessato di esistere».

E commenta: «Nessuno vorrà negare che, se gli apostoli dell’indifferenza in materia politica si esprimessero in modo così chiaro, la classe operaia li manderebbe a carte quarantanove e si sentirebbe insultata da questi borghesi dottrinari (…) che sono sciocchi ed ingenui al punto di interdirle ogni mezzo reale di lotta, perché tutte le armi per combattere bisogna prenderle nell’attuale società».

Nella seduta del 20 e del 27 giugno 1865 del Consiglio Generale dell’Associazione Internazionale degli Operai (Prima Internazionale), Marx tiene un rapporto per dimostrare che l’owenista John Weston aveva sostenuto molte sciocchezze nell’affermare che gli aumenti dei salari sono dannosi agli operai e che più dannose sono le influenze delle Trade Unions sull’intera economia e di riflesso sulla classe operaia. Marx dimostra dapprima, in maniera piana e semplice, il contenuto delle categorie economiche del capitale, Salario, Prezzo e Profitto (il rapporto fu pubblicato più tardi sotto questo titolo), le loro relazioni reciproche e in quale rapporto sta la classe operaia; e in chiusura così commenta:

«Tutta la storia dell’industria moderna mostra che il capitale, se non gli viene posto dei freni, lavora senza scrupoli e senza misericordia per precipitare tutta la classe operaia a questo livello della più profonda degradazione». Ed ancora: «Opponendosi a questi sforzi del capitale con la lotta per degli aumenti di salario corrispondenti alla maggiore tensione del lavoro, l’operaio non fa niente altro che opporsi alla svalutazione del suo lavoro e alla degenerazione della sua razza.

«Lo schiavo riceve una quantità fissa e costante di mezzi per il suo sostentamento; l’operaio salariato no. Egli deve tentare di ottenere, in un caso, un aumento di salario, non fosse altro, almeno, che, per compensare la diminuzione dei salari nell’altro caso. Se egli si rassegnasse ad accettare la volontà, le imposizioni dei capitalisti come una legge economica permanente, egli condividerebbe tutta la miseria di uno schiavo, senza godere la posizione sicura dello schiavo».

Marx continua a spiegare le ragioni di fondo per cui la classe operaia deve contrastare il passo della classe capitalista sul terreno economico, sebbene sia il terreno che egli definisce più favorevole al capitalismo:

«La determinazione del suo livello reale (cioè del livello del saggio di profitto), viene decisa soltanto dalla lotta incessante tra capitale e lavoro; il capitalista cercando costantemente di ridurre i salari al loro limite fisico minimo e di estendere la giornata di lavoro al suo limite fisico massimo, mentre l’operaio esercita costantemente una pressione in senso opposto. La cosa si riduce alla questione dei rapporti di forza delle parti in lotta (…) È proprio questa necessità di una azione politica generale che ci fornisce la prova che nella lotta puramente economica il capitale è il più forte».

Ed appunto per questo, «se la classe operaia cedesse per viltà nel suo conflitto con il capitale, si priverebbe essa stessa della capacità d’intraprendere un qualsiasi movimento più grande».

«Nello stesso tempo la classe operaia, indipendentemente dalla servitù generale che è legata al sistema del salario, non deve esagerare a sé stessa il risultato finale di questa lotta quotidiana. Non deve dimenticare che essa lotta contro gli effetti, ma non contro le cause di questi effetti; che essa può soltanto frenare il movimento discendente, ma non mutarne la direzione; che essa applica soltanto dei palliativi, ma non cura la malattia. Perciò essa non deve lasciarsi assorbire esclusivamente da quest’inevitabile guerriglia, che scaturisce incessantemente dagli attacchi continui del capitale o dai mutamenti del mercato.

«Essa deve comprendere che il sistema attuale, con tutte le miserie che accumula sulla classe operaia, genera nello stesso tempo le condizioni materiali e le forme sociali necessarie per una ricostruzione economica della società. Invece della parola d’ordine conservatrice: “Un equo salario per un’equa giornata di lavoro”, gli operai devono scrivere sulla loro bandiera il motto rivoluzionario: “Soppressione del sistema del salario”».

Marx conclude il suo rapporto mettendo all’approvazione una risoluzione che termina così: «La tendenza generale della produzione capitalista non è di elevare il salario normale medio, ma di ridurlo. Le Trade Unions compiono un buon lavoro come centri di resistenza contro gli attacchi del capitale; in parte si dimostrano inefficaci in seguito a un impiego irrazionale della loro forza. Esse mancano, in generale, al loro scopo perché si limitano ad una guerriglia contro gli effetti del sistema esistente, invece di tendere nello tempo alla sua trasformazione e di servirsi della loro forza organizzata come di una leva per la liberazione definitiva della classe operaia, cioè per l’abolizione definitiva del sistema del salario».

Questo concetto del sindacato come “leva” del partito verrà riportato pari pari nelle Risoluzioni della Conferenza di Londra nel settembre del 1871 della Prima Internazionale, ed esattamente nella IX Risoluzione su L’azione politica della classe operaia. La parte finale così definisce la questione:

«Considerando
– che contro questo potere collettivo delle classi possidenti il proletariato può agire come classe soltanto organizzandosi da sé stesso in partito politico distinto da tutti i vecchi partiti formati dalle classi possidenti e opposto da essi; che questo organizzarsi del proletariato in partito politico è indispensabile per assicurare il trionfo della rivoluzione sociale e della sua meta finale, l’abolizione delle classi;
– che la coalizione delle forze operaie già ottenuta con le lotte economiche deve servire al proletariato come leva nella sua lotta contro il potere politico dei suoi sfruttatori;
– la conferenza ricorda ai membri dell’Internazionale che il movimento economico e l’azione politica della classe operaia in lotta sono indissolubilmente legati tra di loro».

Negli Statuti generali dell’Internazionale, approvati nel settembre dell’anno successivo, 1872, all’Aja, queste nozioni basilari verranno trasferite alla lettera.

Engels in una lettera a Bebel da Londra del marzo 1875, nella quale critica aspramente il “Programma del partito operaio tedesco”, sulla falsariga delle “Glosse” di Marx contro le sciocchezze in esso contenute, scrive tra l’altro: «Non si fa parola (nel progetto di programma) dell’organizzazione della classe operaia come classe a mezzo dei sindacati di mestiere. È questo un punto molto essenziale, perché questa è la vera organizzazione di classe del proletariato, in cui esso combatte le sue lotte quotidiane contro il capitale, in cui si addestra, e che oggi nemmeno la peggiore reazione (come ora a Parigi) non è più in grado di distruggere del tutto. Data l’importanza che questa organizzazione assume anche in Germania, secondo la nostra opinione sarebbe assolutamente necessario farne menzione nel programma e possibilmente lasciarle un posto nella organizzazione del partito».

Engels, tra il 1841 e il 1845, aveva scritto un’importante opera La situazione della classe operaia in Inghilterra, nella quale spiega la necessità dell’associazione degli operai in difesa del loro salario, e – pag. 237 e seguenti dell’edizione Rinascita – tra l’altro scrive: «Si domanderà allora perché gli operai scioperino in casi in cui è evidente l’inefficacia della loro azione. Semplicemente perché essi devono protestare contro la diminuzione del salario e perfino contro la necessità di tale diminuzione, perché devono dichiarare che, come uomini, non possono uniformarsi alle condizioni esistenti, ma che sono le condizioni stesse che devono adattarsi ad essi uomini; perché il loro silenzio sarebbe un riconoscimento di tali condizioni, un riconoscimento del diritto della borghesia di sfruttare gli operai nei periodi di prosperità commerciale e di farli morire di fame quando i tempi sono difficili. Esse (le associazioni operaie, o sindacali) presuppongono la consapevolezza che il potere della borghesia poggia unicamente sulla concorrenza degli operai tra di loro, cioè sullo spezzettamento del proletariato, sulla reciproca contrapposizione degli operai. E appunto perché esse, sia pure in modo unilaterale e limitato, sono dirette contro la concorrenza, contro questo nerbo vitale dell’attuale ordinamento sociale, l’operaio non può colpire la borghesia, e con essa tutta la struttura attuale della società, in un punto più nevralgico di questo».

E sull’importanza delle lotte: «In generale questi scioperi sono soltanto scaramucce d’avamposti, talvolta sono già scontri d’una certa importanza; non decidono nulla, ma sono la prova migliore che la battaglia decisiva tra il proletariato e la borghesia si sta avvicinando. Essi sono la scuola di guerra degli operai, nella quale questi si preparano alla grande lotta ormai inevitabile; sono i pronunciamientos di singole categorie di operai sulla loro adesione al grande movimento operaio (…) E, quali scuole di guerra, queste lotte sono di una efficacia insuperabile».

* * *

Questa sequenza di estratti dai nostri testi classici, che condensano lezioni storiche di vari e diversi periodi compresi dal 1825 al 1875, in un arco storico particolarmente fecondo di vicende fondamentali dell’umanità divisa in classi, che comprende svolti giganteschi dalla definitiva vittoria della borghesia nel ’48 in Francia, dalla affermazione sulla scena storica della classe operaia come classe combattente e lottante per sé, fino al costituirsi del partito di classe del proletariato; dal sorgere della teoria rivoluzionaria di questa classe di salariati fino alla nascita della prima organizzazione mondiale di questo partito, la Prima Internazionale Comunista; questa escursione a ritroso di oltre un secolo collegata alle posizioni della Sinistra, ricordate nella prima parte di questo lavoro, danno l’esatta conferma della giustezza delle posizioni del partito comunista rivoluzionario sulla sua viva partecipazione alle lotte operaie, alle organizzazioni di classe del proletariato, per farne delle “leve” atte a scardinare il potere politico del capitalismo. Chiariscono con abbondanza, questi testi, la menzognera propaganda opportunista tendente a far credere alle masse dei salariati che i sindacati operai debbano essere “indipendenti ed autonomi” dai partiti, per insinuare la credenza reazionaria che tali associazioni economiche debbano privarsi della guida del partito comunista rivoluzionario. Chiariscono, infine, l’esatta portata delle lotte economiche del proletariato che, sebbene giuste e inevitabili, non approdano a nulla di definitivo e di sostanziale per la classe se non tendono a trasformarsi in lotte per la conquista del potere politico, se, cioè, non servono di esercitazione per collegarsi al partito politico della classe operaia, al vero partito comunista.

I testi citati ricordano periodi storici densi di lotte spesso eroiche dei proletari di vari paesi dell’Europa, e dell’allora giovane America, disposti a lottare in condizioni di assoluta inferiorità – nel senso che è stato nel corso di tali lotte che la classe ha cominciato a scoprire le forme del suo combattimento di classe, sperimentandole al fuoco di molte e non raramente sanguinose sconfitte, di fronte alle quali la classe operaia di oggi, se ne ha ereditata la potente lezione e i ricchi insegnamenti, ha pure la grave responsabilità storica di non tradire il significato di tanto eroismo. E questa grave responsabilità pesa non solo sugli operai che non riescono ancora a scuotersi di dosso la codardia dei capi, il tradimento dei vecchi dirigenti passati al nemico, ma anche sul nucleo rivoluzionario delle vecchie generazioni di comunisti che si sono salvati dall’immane tragedia della controrivoluzione, vittoriosa insieme sull’Ottobre Rosso e sulla rivoluzione mondiale.

Ogni sciopero è una “battaglia”, ed ogni battaglia è un episodio della “guerra civile” tra il proletariato e le restanti classi possidenti della società. In questa battaglia, in questa guerra, le classi mobilitano tutte le risorse, tutte le energie; gli stati maggiori delle classi, i partiti, verificano i loro piani di combattimento, mettono a punto di continuo le armi di offesa e di difesa, studiano il nemico per colpirlo al cuore. Un esercito senza capi non è un esercito ma una accozzaglia di uomini; come un corpo senza testa non è un corpo, ma un tronco deforme. Così la classe dei salariati senza il partito o separata fisicamente dal partito è soltanto un ammasso di sfruttati ed il partito un nucleo di dottrinari senza seguito, fine a sé stesso, cioè un aborto di partito. Di conseguenza, la classe, con o senza guida, con o senza partito, è costretta a battersi obbligata dallo stesso capitalismo. Quando le vicende avverse della storia impediscono il costituirsi del partito la classe si dissangua in queste battaglie. Ma quando il partito risorge proprio dal profondo della tragedia, come una sublimazione delle sofferenze, dei tradimenti, delle schiavitù dei proletari, allora questo partito, se non vuole con il suicidio l’uccisione della rivoluzione, non può che porsi come obiettivo fondamentale di conquistare la testa delle masse salariate penetrando le “associazioni”, le “Trade Unions”, le “coalizioni” degli operai, per farne delle “leve” contro il capitale e contro l’opportunismo annidato nelle file operaie, per farne le “cinghie di trasmissione”, giusta Lenin, del programma rivoluzionario.

Con Lenin ha inizio un lungo periodo di sistemazione dottrinaria, in parte resosi necessario dall’apparire in seno alla Seconda Internazionale, e segnatamente nella Socialdemocrazia Tedesca, del revisionismo bernsteiniano, in parte dalla lotta per la costituzione in Russia del partito di classe.

Nell’articolo «Sugli scioperi» (Opere, vol. 4, pag. 315-325), scritto alla fine del 1899, Lenin esamina la questione delle lotte operaie, quasi parafrasando alla lettera i testi classici di Marx ed Engels sull’argomento. Si deve notare – e contiamo di riuscire a dimostrare almeno che nell’arco di oltre un secolo, dal 1848, cioè dal «Manifesto dei comunisti», ad oggi, i grandi capi rivoluzionari e il partito comunista hanno sempre confermato e ribadito gli stessi principi dottrinari, perseguite le stesse finalità, prospettato l’utilizzazione degli stessi mezzi – che Lenin affronta il problema rifacendosi esplicitamente e in tutto e per tutto al marxismo, come più tardi farà la Sinistra comunista in Italia.

Il testo, dopo aver esaminate le condizioni in cui si svolge il lavoro sotto il modo di produzione capitalista, così prosegue: Nell’economia capitalista, la masse del popolo lavora a salario presso altre persone, lavora non per sé ma per i padroni, in cambio di un salario. È comprensibile che i padroni cerchino sempre di abbassare il salario: quanto meno daranno agli operai tanto più profitto rimarrà loro. Gli operai, invece, cercano di ottenere il salario più alto possibile (…) Fra gli operai e i padroni, quindi, si svolge una continua lotta per il salario (…) Ma può un operaio condurre questa lotta isolato? (…) Per l’operaio diviene impossibile lottare da solo contro il padrone. Ed ecco che gli operai (…) iniziano una lotta disperata. Vedendo che ognuno di essi, se isolato, è assolutamente impotente e minacciato dal pericolo di perire sotto il giogo del capitale, gli operai cominciano ad insorgere insieme contro i loro padroni. Hanno inizio gli scioperi di operai.

«In tutti i paesi la collera degli operai cominciò dapprima con rivolte isolate. In tutti i paesi queste rivolte isolate generarono, da una parte, scioperi più o meno pacifici e, dall’altra, una lotta generale della classe operaia per la propria emancipazione. Gli scioperi incutono sempre terrore ai capitalisti, perché incominciano a scuotere il loro dominio. “Tutte le ruote si fermeranno se la tua forte mano lo vorrà”, dice della classe operaia una canzone degli operai tedeschi.

«Ogni sciopero suggerisce con grande forza agli operai l’idea del socialismo, della lotta di tutta la classe operaia per la sua liberazione dal giogo del capitale. Lo sciopero insegna agli operai a comprendere dove sta la forza dei padroni e dove quella degli operai, insegna loro a pensare non soltanto al loro padrone e non soltanto ai loro compagni più vicini, ma a tutti i padroni, a tutta la classe dei capitalisti e a tutta la classe degli operai. Ma lo sciopero fa capire agli operai chi sono non soltanto i capitalisti, ma anche il governo e le leggi. L’operaio comincia a capire che le leggi vengono emanate nell’interesse dei soli ricchi (…) Ecco perché i socialisti chiamano gli scioperi una “scuola di guerra”, scuola nella quale gli operai imparano a fare la guerra contro i loro nemici per la liberazione di tutto il popolo e di tutti i lavoratori dal giogo dei funzionari e dal giogo del capitale.

«Ma una “scuola di guerra” non è ancora la guerra stessa. Gli scioperi sono uno dei mezzi di lotta della classe operaia per la sua emancipazione ma non sono l’unico mezzo (…) Gli operai, quindi, non possono assolutamente limitarsi agli scioperi e alle società di resistenza. In secondo luogo, gli scioperi sono vittoriosi soltanto dove gli operai sono già abbastanza coscienti, dove sanno scegliere il momento per scatenarli, sanno presentare le rivendicazioni, hanno legami con i socialisti per procurarsi manifestini e opuscoli (…)

«I socialisti, insieme con gli operai coscienti, devono prendere su di sé questo compito, costituendo a questo scopo un partito operaio socialista (…) Quando tutti gli operai coscienti divengono socialisti, cioè uomini che aspirano a tale emancipazione, quando si uniscono in tutto il paese per diffondere tra gli operai il socialismo, per insegnar loro tutti i mezzi di lotta contro i loro nemici, quando costituiscono un partito operaio socialista che lotta per la liberazione di tutto il popolo dal giogo del governo e per l’emancipazione di tutti i lavoratori dal giogo del capitale, soltanto allora la classe operaia aderisce appieno al grande movimento degli operai di tutti i paesi che unisce tutti gli operai e innalza la bandiera rossa sulla quale è scritto: Proletari di tutto il mondo unitevi».

Il testo, d’elementare educazione politica, piano, semplice senza pretese, come nello stile di Lenin, chiarisce molto bene il punto centrale, della questione, cioè che non bastano gli scioperi e le “società di resistenza” – i sindacati – ma occorre che l’onda delle lotte operaie si solidifichi nel partito degli operai “coscienti”, e coscienza di tutti gli operai. Questo concetto verrà ripetuto sempre, in mille forme, in mille circostanze, soprattutto con l’approssimarsi della formazione del partito in Russia nella lotta contro l’economismo e lo spontaneismo.

Nel 1902 Lenin scrive un articolo «Sulla libertà di sciopero», (Opere, vol. 6, pag. 203-211), interessante per la sua “attualità”, nel quale, analizzando un provvedimento “liberale” del governo zarista, picchia in testa ai “marxisti legali” non solo di Russia e del tempo, ma di tutti paesi e di tutti i tempi, smascherando la tattica di “legalizzazione” dei sindacati da parte dello Stato e la prostrazione degli opportunisti dinanzi al “senno statale” il quale, sotto la pressione delle leggi economiche e degli stessi industriali, è costretto ad ammettere, per bocca del suo ministro delle finanze, che, «in realtà ogni sciopero (naturalmente se non è accompagnato da violenze) è un fenomeno puramente naturale e non rappresenta affatto una minaccia per l’ordine e la tranquillità pubblica. In questi casi la salvaguardia dell’ordine deve assumere forme simili a quelle praticate durante le feste popolari all’aperto, solennità, spettacoli e casi del genere». Lenin profetizza l’attualità di oggi, vergognosa ed imbelle, con quella d’allora, e commenta:

«Questo è un linguaggio da veri liberali manchesteriani, i quali proclamano che la lotta tra capitale e lavoro è un fenomeno assolutamente naturale, identificano con gran disinvoltura “il commercio in merci” e il “commercio in lavoro” (…) ed esigono il non intervento dello Stato, riservandogli la funzione di guardiano notturno (e diurno)». Lenin, poi, prende di petto il “marxista legale” (in Russia, Struve) che si compiace di ciò ed invita gli operai alla “moderazione” per “aumentare l’importanza” dell’agitazione “legale”:

«Il signor Struve (…) dice tra l’altro che il nuovo progetto è un’espressione del “senno statale” (…) Non è così, signor Struve. Non è stato il “senno statale” a promuovere il progetto della nuova legge sugli scioperi; l’hanno promossa gli industriali. Il progetto è apparso non perché lo Stato abbia “riconosciuto” le basi fondamentali del diritto civile (la borghese “libertà e uguaglianza dei padroni e degli operai”), ma perché l’abolizione della perseguibilità penale degli scioperi è diventata vantaggiosa per gli industriali». (Si ponga mente alle leggi attuali sulla “giusta causa” nei licenziamenti individuali). E Lenin conclude, invitando gli operai a non “moderare” le loro rivendicazioni, “ma a porle con più forza”:

«Del debito che il governo ha verso il popolo, vi vogliono dare un copeco su cento rubli. Approfittate dell’incasso di questo copeco per esigere, a voce sempre più alta, l’ammontare completo del debito, per discreditare definitivamente il governo, per preparare le vostre forze ad assestargli il colpo decisivo».

Nel 1902 è già in pieno sviluppo la lotta contro l’economismo, e Lenin, nel celebre Che fare?, scritto tra l’autunno del 1901 e il febbraio del 1902, al paragrafo La sottomissione alla spontaneità (Opere, vol. 5, pag. 348 e seguente) ritorna con vigore polemico impareggiabile alla questione del partito e del sindacato, rifenendo alcuni atteggiamenti tipici dell’economismo, tratti dalla Rabociaia Mysl: «Il movimento operaio deve questa sua vitalità al fatto che l’operaio ha preso finalmente nelle sue mani la propria sorte, strappandola dalle mani dei suoi dirigenti”. Si proclama che la “base economica del movimento è assicurata dall’aspirazione a non mai dimenticare mai l’ideale politico”, che la parola d’ordine del movimento operaio è: “lotta per le condizioni economiche” (!), oppure meglio ancora: “gli operai per gli operai”; si dichiara che le casse di sciopero “hanno per il movimento più valore di un centinaio di altre organizzazioni”. Le formule come quella che la chiave di volta della situazione deve essere non il “fiore” degli operai, ma l’operaio “medio”, l’operaio di massa, o come: “la politica segue sempre docilmente l’economia”, ecc. ecc., acquistarono una gran voga ed ebbero un’influenza irresistibile sulla massa dei giovani venuti al movimento alla vigilia e che, per la maggior parte, conoscevano soltanto frammenti del marxismo attraverso l’esposizione che ne facevano le pubblicazioni legali. «Così la coscienza era completamente soffocata dalla spontaneità (…) dalla spontaneità degli operai che erano stati sedotti dall’argomento che un copeco su di un rublo valeva molto di più di ogni socialismo e di ogni politica, che essi dovevano “lottare sapendo che lottavano non per delle ignote generazioni future, ma per “sé e per i propri figli”. Le frasi come questa sono sempre state l’arma preferita di quei borghesi dell’Europa occidentale i quali, odiando il socialismo, lavoravano essi stessi a trapiantare nel loro paese il tradunionismo inglese ed affermavano agli operai che la lotta esclusivamente sindacale è precisamente una lotta per sé e per i propri figli, e non per una qualsiasi generazione futura, per un qualsiasi socialismo futuro. E ora i V.V. della socialdemocrazia russa si mettono a ripetere queste frasi borghesi (…) Il che prova che ogni sottomissione del movimento operaio alla spontaneità, ogni menomazione della funzione dell’”elemento cosciente”, della funzione della socialdemocrazia, significa di per sé – non importa lo voglia o no – un rafforzamento dell’influenza dell’ideologia borghese sugli operai» (i corsivi sono di Lenin).

Lenin, dopo aver citato un lungo brano di critica che K. Kautsky fa al progetto di programma del partito socialdemocratico austriaco, in cui va rilevato il celebre passo, più volte citato da Lenin in altri suoi scritti, e perfettamente aderente alla più intransigente ortodossia marxista, cioè: «La coscienza socialista è, quindi, un elemento importato nella lotta di classe del proletariato dall’esterno (von aussen hineingetragenes),e non qualche cosa che ne sorge spontaneamente (urwuchsig)», così riprende: «Si parla della spontaneità; ma lo sviluppo spontaneo del movimento operaio fa sì che esso si subordini all’ideologia borghese (…) perché il movimento operaio spontaneo è il tradunionismo (…) e il tradunionismo è l’asservimento ideologico degli operai alla borghesia. Perciò il nostro compito, il compito della socialdemocrazia, consiste nel combattere la spontaneità, nell’allontanare il movimento operaio dalla tendenza spontanea del tradunionismo a rifugiarsi sotto l’ala della borghesia; il nostro compito consiste nell’attirare il movimento operaio sotto l’ala della socialdemocrazia rivoluzionaria».

La primaria importanza del partito, e nel contempo la sua funzione di guida delle masse proletarie in lotta, è qui ribadita ancora una volta. Questa necessità si ritrova, più avanti, sempre nel Che fare? insieme con un altro aspetto della questione, quello delicato se i sindacati devono essere organizzazioni del partito o no. Lenin sottolinea, innanzitutto, che «la lotta politica della socialdemocrazia è molto più vasta e molto più complessa della lotta economica degli operai contro i padroni e contro il governo. Parimenti l’organizzazione d’un partito socialdemocratico rivoluzionario deve necessariamente essere distinta dall’organizzazione degli operai per la lotta economica. L’organizzazione degli operai deve essere anzitutto professionale, poi essere la più vasta possibile e infine essere la meno clandestina possibile (qui in seguito – è chiaro – mi riferisco solo alla Russia autocratica). Al contrario, l’organizzazione dei rivoluzionari deve comprendere prima di tutto e principalmente uomini la cui professione sia l’azione rivoluzionaria. Per questa caratteristica comune ai membri dell’organizzazione nessuna distinzione deve assolutamente esistere tra operai e intellettuali, e a maggior ragione nessuna distinzione sulla base del mestiere». Questi concetti si ritrovano tali e quali nei testi antichi e recenti della Sinistra italiana, come prova formidabile di identità di pensiero e di azione rivoluzionari.

Lenin ora spiega in che cosa si differenzia l’Occidente “libero” dalla Russia autocratica: «Nei paesi politicamente liberi, la differenza fra l’organizzazione tradunionista e l’organizzazione politica è evidente, com’è evidente la differenza tra i sindacati e la socialdemocrazia. I rapporti di questa ultima con le organizzazioni sindacali variano necessariamente da paese a paese, secondo le condizioni storiche, e giuridiche, ecc., possono essere più o meno stretti, complessi, ecc. (devono essere, secondo il nostro punto di vista, quanto più stretti e quanto meno complessi possibili); ma nei paesi liberi l’organizzazione sindacale e quella del partito socialdemocratico non possono coincidere».

La soluzione di Lenin è perentoria, non lascia spazio ad interpretazioni: il partito deve essere completamente distinto dalla classe e dalle sue organizzazioni sindacali e politiche là dove le condizioni dello scontro delle classi sono “libere” di svolgersi senza intralci “asiatici”, ecc., ma può coincidere là dove «come in Russia l’oppressione autocratica cancella, ad una vista esteriore, ogni distinzione tra l’organizzazione socialdemocratica e le associazioni operaie». Ma ciò non deve lasciarci sedurre – commenta Lenin, già esperto conoscitore dell’opportunismo – «dall’idea di dare al mondo un nuovo esempio di “legame stretto e organico con la lotta proletaria”, di legame del movimento professionale con il movimento socialdemocratico».

«Il male è», ribadisce, quando si «sogna una fusione completa fra la socialdemocrazia e il tradunionismo». E invece, «le organizzazioni operaie per la lotta economica devono essere tradunioniste. Ogni operaio socialdemocratico deve, per quanto gli è possibile, sostenerle e lavorarvi attivamente. È vero. Ma non è nel nostro interesse esigere che solo i socialdemocratici possano appartenere alle associazioni “corporative”, perché ciò restringerebbe la nostra influenza sulle masse. Lasciamo partecipare all’associazione corporativa qualunque operaio il quale comprende la necessità di unirsi per lottare contro i padroni e contro il governo! Le associazioni corporative non raggiungerebbero il loro scopo se non raggruppassero tutti coloro che comprendono almeno tale necessità elementare, se non fossero molto larghe. E quanto più saranno larghe, tanto più la nostra influenza su di esse si estenderà, non solo grazie allo sviluppo “spontaneo” della lotta economica, ma anche grazie all’azione cosciente e diretta degli aderenti socialisti sui loro compagni (…) Le organizzazioni professionali possono essere utilissime non solo per sviluppare e consolidare la lotta economica, ma offrono inoltre un aiuto prezioso per l’agitazione politica e per l’organizzazione rivoluzionaria».

Lenin scrive in russo; ma in quello scorcio storico il russo è la lingua internazionale del proletariato mondiale. Le deviazioni sindacaliste in Europa e in Occidente non sono diverse e meno perniciose di quelle “spontaneiste”. Dopo le sanguinose repressioni seguite alla caduta della caduta della Comune di Parigi, il movimento operaio per quasi una decina di anni è pressoché disorganizzato e la lenta ripresa ha inizio con le prime timide associazioni operaie, dalla quali più tardi risorgerà, nella selezione di aspri scontri politici, il partito socialista. Tuttavia è proprio tra la fine del secolo scorso e i primi anni del ’900 che, nel rifiorire dell’organizzazione sindacale e nel susseguirsi degli scioperi delle varie categorie, i raggruppamenti usciti dalle molteplici scissioni tra il 1880 e il 1882 radicalizzano le loro posizioni di partenza. Il sindacalismo rivoluzionario si dilata e predomina nel movimento operaio francese. Le sue caratteristiche si possono ridurre ad una sola: liberare il movimento operaio dalla nefasta influenza della politica, svincolarlo dal suo partito di classe; quello che conta è una potente organizzazione sindacale degli operai che attraverso lo sciopero generale espropriatore sostituirà la borghesia e regolerà l’organizzazione economica. Con venticinque anni di anticipo rispetto all’ordinovismo si predica da uno degli animatori, Fernand Pelloutier, il controllo operaio. E già Lenin scrive: «All’inizio degli anni sessanta la commissione di Stakelberg, che procedette alla revisione degli statuti di fabbrica e dell’artigianato, propose di creare dei tribunali d’industria composti di rappresentanti eletti dagli operai e dai padroni e di dare agli operai una certa libertà di organizzazione» (Lenin, testo citato pag. 204).

Anche i Italia «appare la falsa sinistra sindacalista» (vedi Storia della Sinistra Comunista, edita dal nostro partito, volume I, pag. 34 e seguente) che si manifestò al Congresso dell’aprile del 1904 a Bologna ed uscì dal partito nel luglio del 1907 fondando la Unione Sindacale Italiana. Tuttavia si enucleò nel partito il sindacalismo riformista, ugualmente operaista e spontaneista, che per bocca di Rigola al X Congresso del partito a Firenze dichiarò che «le organizzazioni economiche non possono essere più sotto la dipendenza del Partito Socialista».

La Frazione Intransigente del partito, benché non completamente in linea col marxismo ortodosso, espresse bene, per bocca di Lazzari, il giusto rapporto intercorrente tra il partito e il sindacato: «Dobbiamo avere tutto il rispetto per gli interessi immediati trattati dalla Confederazione del Lavoro, ma noi siamo Partito Socialista e la visuale che dobbiamo avere per guida nella nostra azione deve essere tale da non lasciare possibilità di subordinare i nostri grandi interessi ideali alle diverse necessità transitorie che quotidianamente, per la difesa e tutela degli interessi immediati dei lavoratori, possono anche essere necessarie»; quindi: «un solo programma, un solo principio, un solo metodo, una sola disciplina, che ci deve legare tutti».

L’estrema sinistra del partito socialista così precisa la funzione del partito e dei sindacati, nell’articolo «Partito Socialista e organizzazione operaia» (op. cit, pag. 193), apparso sull’Avanti! del 30-1-1913: «Le organizzazioni professionali rappresentano il primo gradino nello sviluppo della coscienza di classe che prepara il proletariato al socialismo. Esse reclutano tutti i lavoratori che senza ancora essere socialisti mirano a migliorare le proprie condizioni. Dovere del partito socialista è di secondare con tutte le forze la organizzazione economica delle masse. Dovere altrettanto elementare ed urgente è di far sì che, parallelamente all’organizzazione dei lavoratori nei sindacati di mestiere, si faccia un’intensa propaganda socialista perché la solidarietà di tutti gli sfruttati, l’aspirazione alla totale emancipazione da tutte le catene venga sentita sempre più imperiosamente dalle masse e che ciò che oggi è sogno ardito di pochi precursori diventi domani desiderio cosciente delle moltitudini».

Un’efficace dimostrazione della corretta azione comunista di rileva dal numero dei consensi ottenuti nel febbraio 1921 a Livorno, poche settimane dopo la scissione del Partito Socialista italiano, al Congresso della C.G.d.L.: su circa 2,5 milioni di iscritti, cinquecetomila andarono alla frazione comunista della Confederazione, sebbene tale proporzione non rispecchiasse la reale influenza che il giovane Partito Comunista d’Italia esercitava sulle masse lavoratrici.

Nel Manifesto ai lavoratori d’Italia lanciato il 30 gennaio 1921, il partito proclama alto al proletariato i suoi compiti:

«Il Partito comunista d’Italia ispira il suo indirizzo tattico alle deliberazioni dei congressi internazionali e quindi intende avvalersi dell’azione sindacale, cooperativa, ecc. come altrettanti mezzi per la preparazione del proletariato alla lotta finale (…) La propaganda, il proselitismo, l’organizzazione e la preparazione rivoluzionaria delle masse saranno basate sulla costituzione di gruppi comunisti, che raccoglieranno gli aderenti al partito che lavorano nella medesima azienda, che sono organizzati nel medesimo sindacato, che, comunque, partecipano ad uno stesso aggruppamento di lavoratori. Questi gruppi o cellule comuniste agiranno in stretto contatto con il partito, che assicurerà la loro azione d’insieme, in tutte le circostanze della lotta. Con questo metodo i comunisti muoveranno alla conquista di tutti gli organismi proletari costituiti per finalità economiche e contingenti, come le leghe, le cooperative, le Camere del Lavoro, per trasformarle in istrumenti dell’azione rivoluzionaria diretta dal partito.

«Il partito comunista intraprenderà così, fedele alle tesi tattiche dell’Internazionale sulla questione sindacale, la conquista della Confederazione Generale del Lavoro, chiamando le masse organizzate ad un’implacabile lotta contro il riformismo ed i riformisti che v’imperano.

«Il partito comunista non invita quindi i suoi aderenti ed i proletari che lo seguono ad abbandonare le organizzazioni confederali, bensì li impegna a partecipare intensamente all’aspra lotta che s’inizia contro i dirigenti. Non è certo, questo, breve e facile compito, soprattutto oggi che molti sedicenti avversari del riformismo depongono la maschera e passano apertamente dalla parte dei D’Aragona, con i quali militano insieme nel vecchio partito socialista. Ma appunto per questo il partito comunista fa assegnamento sull’aiuto di tutti gli organi proletari sindacali che conducono all’esterno la lotta contro il riformismo confederale, e li invita, con un caldo appello, a porsi sul terreno della tattica internazionale dei comunisti, penetrando nella Confederazione, per sloggiarne i controrivoluzionari con una risoluta e vittoriosa azione comune».

Ed ancora, in uno dei tanti appelli del 1921, Ai lavoratori organizzati nei sindacati per l’unità proletaria, il partito comunista ribadisce solennemente la sua funzione e gli scopi nella lotta sindacale: «Secondo i comunisti italiani e di tutti i paesi, il mezzo più efficace per far guadagnare terreno alle tendenze rivoluzionarie fra le masse organizzate, non è quello di scindere quei sindacati che si trovino nelle mani di dirigenti destreggianti, riformisti, opportunisti, controrivoluzionari. Tagliati i ponti, nazionalmente come internazionalmente, con questi traditori della classe lavoratrice; costituto nel partito politico comunista l’organismo che abbraccia i soli lavoratori coscienti delle direttive rivoluzionarie dell’Internazionale Comunista; i membri e i militanti del partito rivoluzionario non escono dai Sindacati, non spingono al masse ad abbandonarli e boicottarli, ma dentro di essi, dall’interno dell’organizzazione economica, impostando la più fiera lotta contro l’opportunismo dei capi».

Nella Mozione comunista al Congresso di Livorno della C.G.d.L. tali compiti si precisano ancora più dettagliatamente sullo specifico terreno sindacale: «Considerato che l’unica via che può condurre all’emancipazione dei lavoratori dal giogo del salariato è quella tracciata nel programma e nei metodi dell’Internazionale comunista, attraverso il rovesciamento violento del potere borghese e l’instaurazione della dittatura proletaria nel regime dei Consigli dei lavoratori, che attuerà la costruzione della nuova economia comunista;
– che strumento principale della lotta proletaria per realizzare questi obiettivi è il partito politico di classe, il Partito comunista, che in ogni paese costituisce la sezione della Terza Internazionale;
– che i sindacati operai, volti dalla politica socialdemocratica dei dirigenti riformisti e piccolo-borghesi ad una pratica antirivoluzionaria di collaborazione di classe, possono e devono essere fattori importantissimi dell’opera rivoluzionaria, quando ne sia radicalmente rinnovata la struttura, la funzione, la direttiva, strappandoli al dominio della burocrazia dei funzionari attuali;
– che la tattica che la Terza Internazionale adotta per conseguire tali obiettivi esclude e condanna l’uscita delle minoranze rivoluzionarie dalle file dei sindacati diretti dai riformisti, ma prescrive ad esse di lavorare e lottare dall’interno, con la propaganda dei principi comunisti, con la critica incessante all’opera dei capi, con l’organizzazione d’una rete di gruppi comunisti nelle aziende e nei sindacati strettamente collegata al Partito comunista, allo scopo di conquistare a questo la direzione del movimento sindacale e dell’insieme dell’azione di classe del proletariato;
– riconosce indispensabile la creazione, al fianco dell’Internazionale comunista di Mosca, di un’Internazionale di sindacati rivoluzionari; finalità raggiungibile solo con l’uscita delle confederazioni sindacali conquistate dai comunisti dall’Internazionale gialla di Amsterdam, organismo nel quale si perpetuano i metodi disfattisti della Seconda Internazionale, e attraverso il quale gli agenti dissimulati della borghesia e di quella sua organizzazione di brigantaggio che si chiama la Lega delle Nazioni, tendono a conservare un influsso sulle grandi masse proletarie; ritiene che queste confederazioni sindacali nazionali, ed anche le minoranze comuniste organizzate nel seno dei sindacati riformisti, debbano aderire all’Internazionale sindacale rossa di Mosca, che a lato dell’Internazionale politica raccoglie tutti gli organismi sindacali che sono per la lotta rivoluzionaria contro la borghesia. Per conseguenza il Congresso delibera che la Confederazione Generale del Lavoro italiana: a) si distacchi dall’Internazionale di Amsterdam; b) rompa il patto d’alleanza col Partito socialista italiano, sia perché tale patto è inspirato a superati criteri tattici socialdemocratici, sia perché il partito stesso è fuori dalla Terza Internazionale; c) aderisca incondizionatamente all’Internazionale sindacale di Mosca, e partecipi al suo imminente congresso mondiale per sostenervi le direttive sindacali sopra richiamate, ossia quelle contenute nelle tesi sulla questione sindacale approvate dal Secondo congresso mondiale dell’Internazionale comunista; d) inspiri a queste direttive i suoi rapporti col Partito comunista d’Italia, unica sezione italiana della Terza Internazionale, riconoscendo in esso l’organismo cui spetta la direzione dell’azione di classe del proletariato italiano».

Nei testi si svolgono con stretto rigore programmatico le due questioni del rapporto tra partito di classe e sindacati – ritornando sulla funzione dello uno e sui compiti degli altri, preminente sempre quello del partito, subalterno quello delle organizzazioni economiche e contingenti degli operai – e del rapporto tra partito e classe, che si risolve nella tattica del fronte unico tra proletari disposti a lottare contro la politica socialtraditrice della centrale sindacale all’interno dei sindacati riformisti. Di particolare rilievo, ai fini della lotta internazionale del proletariato, la linea tattica tracciata per collegare il fronte proletario ispirato dal partito comunista con l’Internazionale sindacale rossa, strettamente collegata alla Terza Internazionale, e attuatesi nell’opera costante di distacco delle organizzazioni sindacali dalla Internazionale gialla di Amsterdam, infeudata alla Internazionale opportunista e all’Ufficio del lavoro della borghese Lega delle Nazioni.

* * *

Serrati e Bianchi, nel giugno del 1920 a Mosca, avevano già, il primo come rappresentante del Partito Socialista italiano, il secondo come rappresentante della C.G.d.L, aderito all’idea di una Internazionale Sindacale Rossa. Infatti in quel periodo, il 15 luglio del ’20, la C.G.d.L. e la Centrale sindacale di Russia avevano concordato l’istituzione del Consiglio Provvisorio Sindacale come Comitato che avrebbe dovuto predisporre il primo congresso costitutivo dell’Internazionale Sindacale Rossa. Ma quando si trattò di dare pratica attuazione all’organizzazione internazionale, che implicava la scelta “O Mosca o Amsterdam”, la C.G.d.L., tramite il suo delegato in veste di “osservatore” al 1 Congresso dell’I.R.S. nel luglio ’21, dichiarò che non avrebbe abbandonato Amsterdam e che avrebbe contemporaneamente appoggiato Mosca. A questa bella conclusione il delegato confederale, socialista di “centro”, come si definì Bianchi, perveniva sostenendo che si doveva restare con Amsterdam per organizzarvi un’ala sinistra che cristallizzasse attorno a sé una forte e crescente opposizione, tale da conquistare la stessa Centrale internazionale gialla e quindi portare su un piatto d’argento alla Centrale Rossa le masse socialdemocratiche radicalizzate da questa tattica “rivoluzionaria”.

Stessa tattica e stessa giustificazione verrà adottata più tardi, ma questa volta dalla Terza Internazionale, nel confronti del Koumintang, cioè del partito democratico nazionale cinese, dopo un esperimento simile di catturare il fradicio P.S.I. attraverso la quasi quinta colonna “internazionalista”. Ambedue fallirono e la prima segnò la fase terminale del disastro dell’Internazionale Comunista e con essa del partito cinese. Il P.S.I. conduceva anch’esso la sua tattica di “fronte unico” alla rovescia, negli scopi ma anche nei mezzi. Infatti, mentre l’I.S.R, e Repossi, delegato al Primo Congresso quale rappresentante della frazione comunista della C.G.d.L., ponevano alla Confederazione, e di riflesso ai socialisti che la dirigevano, l’alternativa “O Mosca o Amsterdam”, formula di rottura nel campo internazionale, pur non prospettando minimamente l’uscita dei comunisti dalla Confederazione se questa si fosse dichiarata per Amsterdam, i socialisti della C.G.d.L. approvarono nel febbraio a Livorno al congresso nazionale sindacale la formula: aderire a Mosca “senza riserve” e senza uscire da Amsterdam “purché il P.S.I sia ammesso nella Internazionale Comunista”! La tattica ricattatoria non fece presa, ma ben disegnava l’intenzione socialdemocratica di annidarsi nel seno del Comintern per operarvi come elemento disfattista.

La Sinistra comprese assai bene le intenzioni della socialdemocrazia e si batté al secondo congresso dell’Internazionale perché fosse costruito con le “Condizioni di ammissione alla Internazionale Comunista” il più solido sbarramento possibile a qualunque infiltrazione di elementi spuri, ed osteggiò sempre il metodo – che purtroppo ricalcava quello sempre combattuto e odiato – dalle “concessioni” e delle “trattative” diplomatiche tra l’Internazionale e raggruppamenti o partiti politici ad essa esterni; metodo, si diceva, che avrebbe consentito l’allargamento dell’influenza rivoluzionaria. Tale metodo e tale tattica, che possiamo benissimo definire socialdemocratici, allorché furono adottati da Mosca, condussero alla suprema aberrazione di affiliare all’Internazionale Comunista anche i cosiddetti partiti “simpatizzanti”.

I sinistri combatterono la seduzione che la realizzazione del “fronte unico” sarebbe stata resa più facile, e più agevolmente e in fretta si sarebbe realizzata la condizione tattica della “conquista della maggioranza” delle masse lavoratrici e sfruttate per la vittoria rivoluzionaria. Gli argomenti probanti poggiavano proprio sulla vera intenzione dei socialisti: questi avrebbero aderito di buon grado a Mosca sia alla Internazionale Comunista, sia alla I.S.R., per costituirvi un’ala destra riformista col preciso scopo di sgretolare il movimento rivoluzionario comunista sabotandone l’azione, e facendo credere che la loro entrata avrebbe determinato il raggiungimento della maggioranza dei consensi proletari.

Sarebbe grave errore ritenere che la partecipazione dei comunisti alle organizzazioni economiche del proletariato intesa come formazione in seno a tali organizzazioni di gruppi comunisti, sia una posizione “tattica”, un “mossa” per conquistare pure e semplici adesioni alla politica del partito comunista. La partecipazione dei comunisti al sindacato e alle lotte economiche del proletariato è una necessità implicita nel carattere operaio del partito comunista, e assolve alla funzione fondamentale del partito di classe di guidare le masse proletarie all’abbattimento del potere capitalistico. Quella falsa concezione è tipica di raggruppamenti politici che nel presente marasma, in cui regna assoluta l’ignoranza e la confusione delle idee, sostengono che il “nuovo” corso del capitalismo avrebbe superato la funzione dei sindacati, cosicché essi postulano la sostituzione dei sindacati tradizionali con altre forme di organizzazione operaia più “avanzate” e rispondenti alle “nuove necessità” della lotta. Tale concezione fa il paio con quella del sindacalismo ufficiale, il quale, partendo dallo stesso preteso mutamento delle strutture fondamentali della società, vorrebbe affidare ai sindacati non più i “soliti” “tradizionali” compiti di “contestazione”, di “rivendicazionismo”, di lotta “frontale”, ma quelli assai più “civili” e “moderni” di “intervento” nelle strutture economiche, sociali ed anche politiche, per “trasformarle”, in democratica competizione, al servizio dei lavoratori. Ciò giustificherebbe la “nuova tattica” dei partiti sedicenti operai (e soprattutto del partito che usurpa oggi la tradizione comunista, il PCI) che non aspirano a conquistare il monopolio della direzione delle organizzazioni economiche del proletariato, ma ritengono “tatticamente” più utile alla loro causa uno sviluppo parallelo delle organizzazioni politiche del proletariato (i partiti) e delle organizzazioni economiche (i sindacati), consistente nell’autonomia e nell’indipendenza di azione e di giudizio di ciascuna nella propria “sfera”.

È chiaro, da quanto abbiamo già scritto e soprattutto lungamente citato, che tale “nuova” concezione ricalca perfettamente quella del riformismo socialdemocratico di cinquanta anni fa, e serve solo a privare la classe operaia della sua guida naturale, il partito comunista rivoluzionario. Finché esisterà il capitalismo, e anche dopo il suo abbattimento nel periodo di trasformazione economica, in cui le classi borghesi, politicamente battute, continueranno tuttavia a sopravvivere per un certo tempo nel processo di lacerazione sistematica delle forme di classe, i sindacati operai sono l’organizzazione elementare indispensabile del proletariato, e il partito comunista ha il dovere di dirigerne l’azione (Lenin).

Attribuire, poi, ai sindacati autonomia e indipendenza significherebbe ravvisare nella loro politica una coscienza che spetta solo al partito; come il ritenere superata la necessità per la classe di organizzarsi sulla base delle spinte economiche fa supporre che la classe abbia completamente percorso tutto l’arco storico che la separa del comunismo pieno, in cui non vi sarà più bisogno di organizzazioni di difesa di classe, in quanto la stessa classe proletaria non esisterà più, insieme a tutte le altre classi, come espressioni della “preistoria” dell’umanità.

Abbiamo già visto che la prima posizione circa lo svuotamento storico dei sindacati e quindi, di riflesso, la necessità della loro sostituzione con organi più idonei, fu fatta proprio dai comunisti tedeschi cosiddetti di “sinistra” che dettero vita al Partito Comunista Operaio di Germania. Oggi, coloro che postulano tale scadimento di funzioni non riescono, però, a prospettare nemmeno una soluzione di ripiego, e cadono nel completo assenteismo. Tuttavia, tanto le posizioni dei comunisti operaisti, quanto quelle di tutti coloro che intravedono lo sviluppo più celere e sicuro del moto rivoluzionario attraverso l’invenzione di organi diversi da quelli classici, e implicitamente affidano il risultato storico alle forme di organizzazione, commettono il grave ed irreparabile errore di sminuire la primaria importanza del partito di classe nella storia. Tale errore fu comune anche agli ordinovisti italiani, sebbene in diversa misura e con atteggiamenti meno perentori degli operaisti tedeschi e dei tribunisti olandesi.

* * *

La questione è sempre “attuale”, nel senso che le “malattie” insorgenti nel movimento operaio furono sia perfettamente diagnosticate e teoricamente debellate, e anche nel fuoco della viva lotta delle classi battute senza pietismi, ma non per questo il loro risorgere velleitario può ritenersi scongiurato. Il pericolo, come al solito, non sta nelle teste di alcuni o nei programmi politici di raggruppamenti con tendenza centrifuga rispetto al movimento ufficiale; ma trae origine dalle condizioni stesse in cui la classe proletaria versa e conduce la sua immancabile lotta difensiva. Il lungo richiamo storico, nel quale in fondo consiste questa nostra trattazione, vuole proprio ricordare alla classe che il marxismo rivoluzionario si compiace di ripetere teoremi noti non per il gusto di definirsi non-innovatore, ma perché gli stessi teoremi d’un secolo fa sono ancora validi oggi, in quanto le questioni abbordate sono tutt’oggi vive. Finché la classe operaia non avrà conquistato il potere politico, cioè finché il capitalismo vivrà e con esso vivranno le fiancheggiatrici schiere dei disertori e dei servi col preciso scopo di trattenere una parte della classe dallo slancio di occupare la linea del combattimento di classe, le deviazioni sono possibili e i pericoli delle sconfitte presenti: come la demenza produttiva del capitalismo resta operante finché la dittatura proletaria non ne avrà ucciso per sempre il potere politico.

Non è solo la conquista di una chiara, solida e inconfutabile posizione teorica che immunizza il partito di classe da un possibile deperimento: questa fu la storica lezione che la Sinistra intese trarre dalle lotte furibonde del periodo 1919-1926, soprattutto in relazione alla generosa pretesa di facili tesi che volevano dimostrare come ai comunisti tutto fosse permesso, perché… comunisti. A un saldo possesso dei principi deve corrispondere un’altrettanto salda azione conforme ai principi che rispetti in tutto l’assunto di partenza.

I Consigli di fabbrica e lo stesso “fronte unico” restavano strumenti della lotta rivoluzionaria del proletariato finché non si riteneva che sostituissero i sindacati e le organizzazioni economiche in genere. Allorché a questi strumenti fu affidata una funzione preminente rispetto a quella tradizionale dei sindacati, e gli operai furono chiamati a sopravalutarli e a vedere in essi rispecchiata in anticipo la loro futura condizione di classe vittoriosa, e la realizzazione di condizioni di infallibile successo, si perse di vista la funzione fondamentale del partito e si affidò alla classe una capacità di azione cosciente che prescindeva dal partito, e assegnava al numero di proletari schierati in trincea una posizione determinante sull’esito della battaglia. Quando, invischiati nel teoricismo tattico, i capi dell’Internazionale si fecero prendere dalle dispute bizantine su che cosa si dovesse intendere per “maggioranza” della classe, e in quale espressione matematica dovesse ravvisarsi, si stava spezzando proprio quel saldo legame tra principi ed azione, tra tattica e fini. Non solo non si realizzò nessun “Ordine nuovo”, ma si pregiudicò irrimediabilmente anche l’elementare struttura organizzativa della classe.

Il partito comunista si era conquistate invidiabili posizioni in seno al proletariato in virtù della propria intransigenza rivoluzionaria, e non di una vuota campagna di velleitarismo rivoluzionario, come purtroppo fu accusata di fare la Sinistra dai suoi crescenti denigratori.

Non solo la Sinistra in Italia fu la prima a lanciare la parola d’ordine del “fronte unico”, ma fu anche la sola ad applicarlo con evidenti successi. E tali successi e tale tattica furono possibili perché il partito non si mescolò con gli altri, non inseguì le sinistre di pretesi partiti operai né tanto meno strinse con questi o con quelle alleanze ideologiche e organizzative, che avrebbero compromesso l’esistenza stessa del partito di classe. Basti ricordare che nel novembre del 1921, a dieci mesi dalla costituzione del Partito Comunista d’Italia, la mozione comunista al Consiglio Nazionale della C.G.d.L. a Verona raccolse, malgrado i brogli e le pastette, un quarto dei voti: cioè sessantamila comunisti ottennero la adesione alla loro politica di quattrocentomila proletari.

L’applicazione della tattica del fronte unico fatta dalla Sinistra fu esemplare nel dimostrare due cardini dell’azione comunista: la necessaria partecipazione dei comunisti alle organizzazioni economiche di classe, con conseguente formazione di gruppi comunisti all’interno di esse, giusta l’insegnamento del marxismo e dello stesso Lenin (vedi L’Estremismo); l’assoluta fedeltà ai principi, che non dovevano essere compromessi per un ipotetico vantaggio immediato. Con questo la Sinistra non mise mai in discussione la questione della “conquista delle masse”, nel senso che il partito dovesse abilitarsi a dirigere la lotta generale del proletariato in primo luogo strappandolo all’influenza nefasta dei riformisti e dei centristi, più pestilenziali i secondi dei primi. La Sinistra, tuttavia, fu la sola a non credere ai miracoli della storia, e con tale convincimento fu sensibile più di qualunque altro partito al reale andamento dell’economia capitalistica in una situazione storica in cui tutti i conati rivoluzionari, dopo la vittoria dell’Ottobre, erano stati battuti. In questo stato di cose, la massima preoccupazione della Sinistra consistette nel conservare una salda compagine di partito fedele al marxismo rivoluzionario, che operasse per quello che le condizioni materiali glielo consentivano nella classe operaia, sia che le prospettiva immediata fosse di battaglie di avanguardia o fosse invece di battaglie di retroguardia.

Tutta l’opera formidabile della Centrale del Partito di sinistra del Partito Comunista d’Italia, fino al 1924, fino a che direttamente o indirettamente essa tenne la direzione del partito testimonia l’indefettibile indirizzo marxista dato al partito. Instancabile fu la ricerca di motivi di unificazione della classe per la costituzione di uno schieramento di battaglia rivoluzionaria che fosse il più esteso e il più profondo possibile.

La costituzione dell’”Alleanza del Lavoro” tra le correnti sindacali comunista, anarchica, sindacalista, dei ferrovieri, social-massimalista, fu un primo risultato considerevole. Attraverso l’”Alleanza”, di cui il partito era l’anima, fu preparato lo sciopero generale dell’anno 1922, dopo che erano stati presi dall’”Alleanza” contatti con i partiti operai, i quali, però, tentavano di usufruire di questi legami al solo fine di servirsi dell’”Alleanza” per sabotarne l’azione e bloccare il lavoro dei comunisti. Lo sciopero fu proclamato e al terzo giorno riuscì di una imponenza inattesa, tanto che fu stroncato per iniziativa dei collaborazionisti che temevano uno sviluppo della lotta tale da compromettere irrimediabilmente le loro manovre per la costituzione di un governo di coalizione, sotto il pretesto di impedire un governo fascista. Il risultato immancabile fu che la cessazione dello sciopero generale mise in movimento le squadre fasciste, che passarono ovunque all’attacco, contro le organizzazioni operaie; ma al tempo stesso screditò di fronte alle masse sia i socialisti riformisti sia gli stessi imbelli massimalisti, e spinse la parte più avanzata del proletariato verso il partito comunista.

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La Sinistra svolse i principi tattici del partito nelle celebri Tesi di Roma e condensò le lezioni dei primi due anni d’esistenza del partito comunista nel Progetto di programma d’azione. Nel “Progetto”, dopo aver precisato che «obiettivo del P.C. deve essere la dimostrazione alle masse dell’incapacità rivoluzionaria di tale partito (del Partito Socialista Italiano), come della sua incapacità a difendere anche i concreti loro interessi», e che «questo esige che non sì cessi dall’opposizione a tutte le correnti del P.S.I., che si dichiari impossibile fare opera comunista e rivoluzionaria nelle sue file, che si respinga ogni progetto di “noyautage” ufficiale nelle sue file da parte del P.C.», e che, «di fronte alla scissione del P.S.I. e alla formazione di un partito indipendente, la attitudine del P.C. deve essere tale da impedire che questo partito possa essere accolto dal proletariato italiano come un organismo di capacità rivoluzionarie», viene così messa a punto la questione dell’azione del partito:

«L’incremento delle forze organizzate e dell’influenza sulle masse del P.C. non può essere conseguito col semplice proselitismo che potrebbe derivare da una propaganda teorica e ideologica dei principi del partito, e il compito di questo non può limitarsi alla preparazione di elementi che ha inquadrati per il momento della suprema lotta rivoluzionaria (…) La conquista delle masse allo scopo di prepararle alla lotta per il potere proletario si deve realizzare come un’azione complessa ed intensa in tutti i campi della lotta e della vita proletaria, e con la partecipazione del partito in prima linea in tutte le lotte anche parziali e contingenti suscitate dalle condizioni in cui il proletariato vive. Tuttavia, nel corso della partecipazione del partito a tali lotte, deve essere in ogni istante posta in rilievo la connessione stretta tra le parole che il partito lancia e gli atteggiamenti che assume, ed il conseguimento dei suoi massimi fini programmatici. Per assicurare la conquista delle masse alla causa comunista è necessario accompagnare tutta questa opera nel campo ricchissimo dei problemi concreti con una critica incessante ed una polemica diretta verso gli altri partiti che guidano parte delle masse, anche quando appare che questi possano condividere gli stessi obiettivi per cui lotta il P.C. Gli elementi guadagnati all’attitudine ed opera del partito devono poi venire in tutti i campi solidamente inquadrati nelle varie reti organizzative di cui il partito dispone, delle quali tende ad ottenere la incessante estensione e delle quali deve in ogni circostanza essere assicurata la indipendente esistenza e continuità».

Al paragrafo 6): “I Comunisti nei sindacati”, oltre a ribadire il concetto centrale della partecipazione dei comunisti, si danno norme pratiche di azione: «La partecipazione del P.C. alle lotte concrete del proletariato con le sue forze, con le sue soluzioni, con la sua esperienza, si effettua in primo luogo con la partecipazione dei membri del partito all’attività di quegli organismi associativi delle classi lavoratrici che nascono per necessità e finalità economiche come i sindacati, le cooperative, le mutue, ecc. Di massima e sistematicamente i comunisti lavorano in quegli organismi che sono aperti a tutti i lavoratori e non esigono dai loro aderenti speciali professioni di fede religiosa o politica (…) In tutti questi organismi, di massima, i comunisti hanno i loro gruppi, ben collegati tra loro e col partito, che vi sostengono il programma conforme alle direttive comuniste (…) Il P.C. tende all’unificazione tra loro dei grandi organismi sindacali classisti italiani e lavora per essa fino dalla sua costituzione».

Al punto 7): «Il lavoro nei sindacati, tendente alla conquista di essi al partito ed alla conquista al partito di nuovi proseliti a scapito degli altri partiti che nel sindacato agiscono, nonché tra i senza partito, è quello più utile per un rapido incremento dell’influenza del P.C.» Nello stesso paragrafo si ritrova una norma utile in concreto ancora oggi: «Oggi il P.C. deve condurre una intensa campagna in tal senso col motto: sindacati rossi e non sindacati tricolore. A questo scopo il P.C. deve cercare di concludere una intesa con quelle correnti di sinistra del movimento sindacale che vogliono tenerlo sulle linee di una lotta di classe rivoluzionaria, e inserire in questa azione la lotta per la unificazione organizzativa dei sindacati, che assicurerebbe un massimo di attrazione delle masse nei sindacati stessi. Questa unificazione deve essere perseguita il più largamente possibile, senza escludere nemmeno gli elementi di destra che sono inquadrati da riformisti e sindacalisti già interventisti, oggi tendenti alla rettifica di rotta dei sindacati, ma deve avere i limiti di mantenere gli organi sindacali immuni ad ogni influenza diretta dello Stato, e di partiti e sindacati padronali, escludendo la partecipazione esplicita alla vita dei sindacati operai di partiti e correnti che sullo stesso piano propugnano la organizzazione di corporazioni professionali dei ceti abbienti, come oggi sostengono, oltre ad altri partiti borghesi, i fascisti ed in un certo senso i popolari. In caso contrario si lascerebbero passare tutti gli effettivi proletari in organismi in cui ogni propaganda ed ogni penetrazione comunista e rivoluzionaria sarebbero resi impossibili».

Nella Relazione sulla tattica al secondo Congresso del partito (il Congresso di Roma del 1922), veniva analizzata e approfondita la questione del “rapporto tra il P.C. e la classe operaia”: «Come può il P.C. sempre più allargare la sua zona di fattiva e reale influenza? Attraverso l’esempio della sua indefettibile dirittura? Per mezzo della propaganda? Sfruttando la seduzione estetica del gesto ribelle e coraggioso di pochi suoi iscritti? Non sono questi i soli e soprattutto non sono questi i maggiori mezzi che il P.C. deve usare nella sua opera assidua di penetrazione fra le grandi masse lavoratrici. Il P.C. ha il compito soprattutto di partecipare proficuamente ed instancabilmente a tutte quante le manifestazioni della complessa attività del proletariato. Dovunque un gruppo sia pur esiguo di lavoratori si è costituito per lottare sul terreno della lotta di classe, il P.C. deve portare la sua parola ed il suo incitamento per un’azione concreta; anche se quest’azione presenta solo rudimentalmente ed in forma embrionale i caratteri propri ad un’azione prettamente rivoluzionaria non è mai il caso di estraniarsi o irridere: bisogna sempre intervenire, perché attraverso la lotta qualunque movimento, per quanto poco rilevante e poco deciso sia al suo inizio, finirà con l’inquadrarsi nel complesso delle attività rivoluzionarie del proletariato. Il nostro partito anche sotto questo aspetto ha dato finora prova di essere interamente all’altezza del suo compito. Nessun compagno, anche chi più specificamente è dedicato agli studi storici riguardanti il nostro movimento, si è mai rifiutato di prestare la sua opera nelle forme più modeste ma più proficue ai fini che il nostro partito si propone di raggiungere».

Nel definire i compiti specifici del partito, le Tesi di Roma affrontavano anche la questione controversa del fronte unico che, secondo i dirigenti dell’Internazionale, doveva interessare non solo le organizzazioni economiche e di massa del proletariato, ma anche i partiti politici operai. La Sinistra fu tacciata di praticare una “tattica sindacalista”, perché, riteneva dannosa e improducente quella cosiddetta “politica”, cioè il fronte unico con altri partiti a base proletaria. La “Relazione” chiarisce egregiamente la controversia e mette in evidenza, al contrario, il significato squisitamente politico della tattica del partito: «È sembrato ad alcuni compagni dell’Internazionale che la nostra tattica meriti piuttosto il nome di sindacalista, perché prescinde dal fattore politico. Ciò non è esatto. Tutti i nostri compagni, nel portare comunque e dovunque nei sindacati la parola comunista, sanno di fare e fanno in realtà opera squisitamente politica. La verità è che noi stiamo costruendo nel sindacato il nostro solido congegno per la lotta contro i riformisti. Questo congegno è strumento prevalentemente politico nella lotta ingaggiata dal proletariato contro lo sfruttamento capitalista. Il nostro fronte unico significa il fronte unico delle organizzazioni di tutti i lavoratori. Esso varca ogni limite di categoria e di località. Esso si sforza di cancellare tutti i residui di tendenze corporativistiche che sovente vengono mascherate sotto un sindacato rivoluzionario che poco ha da invidiare alla socialdemocrazia federale. Questo fronte unico per il quale noi lottiamo è un patto eminentemente politico perché, attraverso la lotta per ottenere la sua realizzazione, si costituisce e si sviluppa l’inquadramento delle masse proletarie sotto la guida del partito politico di classe. Questa nostra tattica comincia già a dare i suoi buoni frutti (…) Noi conserveremo e difenderemo strenuamente la solidità di questo nostro inquadramento unitario; né disdegneremo in niun caso l’avvicinarci a qualsiasi organismo proletario per attirarlo nell’orbita del nostro movimento». Il chiarimento serviva non solo a rigettare certe accuse d’attivismo sindacale, in contrasto peraltro con quelle di uno sdegnoso atteggiamento di dottrinarismo che avrebbe racchiuso i comunisti in un “torre di avorio”, ma colpiva anche atteggiamenti di gruppi “ultrasinistri” che, nel rigettare il principio della lotta nelle organizzazioni economiche proletarie, non avevano alla lunga altra risorsa, per non soffocare nell’isolamento della masse operaie, che di veleggiare ai margini del movimento opportunista.

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Si deve ritenere che le citazioni date e gli atteggiamenti ricordati siano stati sufficienti ad inquadrare la questione, pur riconoscendo che la letteratura marxista rivoluzionaria abbonda di testi che trattano questo argomento; e che, negli anni incandescenti, formidabili lotte sul terreno dello scontro tra le classi e su quello dell’apprezzamento politico dell’azione del partito, oltre quelli qui riferiti, riproposero in continuazione il problema specifico dell’attitudine del partito comunista nei confronti dei sindacati, e quello più in generale della tattica.

Ma la presente serie di scritti non voleva soltanto e soprattutto essere una commemorazione più o meno riuscita, o un panegirico più o meno brillante, delle lotte del partito comunista rivoluzionario e della sua integrità marxista. Come al solito, i comunisti rifuggono da tali atteggiamenti e si preoccupano invece di ricercare nelle condizioni del presente, dell’oggi particolarmente avverso, i motivi di conferma del programma rivoluzionario e le ragioni di conforto della ripresa della lotta. È la tensione verso questi obiettivi preliminari e storicamente attuali che spinge la nostra piccola compagine a sondare nel processo reale quali possibilità sussistano per la penetrazione del programma rivoluzionario in uno con l’azione rivoluzionaria. Non ci accontentiamo di compiacerci d’aver sciolto grossi problemi teorici: vogliamo soprattutto impegnare la nostra organizzazione nel terribile e duro lavoro tra le masse proletarie, nelle fabbriche, nei campi, nelle organizzazioni di difesa economica e di classe, consapevoli che soltanto in virtù di questo lavoro oscuro sarà possibile riconquistare alla rivoluzione comunista i consensi e le adesioni dei proletari. Si devono raggiungere le condizioni di lotta e di capacità rivoluzionaria che furono proprie del partito di allora, e da esse con rinnovato slancio ritentare l’assalto al potere.

Ogni sforzo, quindi, sarà fatto perché i comunisti possano guidare dalla prima trincea l’armata proletaria, non temendo “di sporcarsi le mani”, perché nella lotta rivoluzionaria tutto si purifica e si esalta.