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L’epilogo borghese della rivoluzione cinese si legge nel suo passato Pt.17

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L’inizio: la costituzione delle Comuni

Prima quindi del lancio ufficiale del movimento delle Comuni, già nell’aprile si ha la fusione di più cooperative contigue, fatto che i cronisti cinesi appellavano lavoro, lavoro che nel luglio diventa una “alta marea”, termine metaforico per indicare una maggiore intensità nel processo di fusione delle cooperative.

Secondo i rapporti apparsi sulla stampa locale, l’ alta marea nel luglio 1958 aveva oramai interamente interessato le regioni dell’Hebei, dell’Henan e della Manciuria, tanto che un editoriale del “Jenmin Jihpao” del 21 agosto riferiva come il Comitato di Partito di uno hsien dell’Henan si fosse riunito dal 29 luglio al 5 agosto, nella sede della Comune Sputnik, futura Comune modello, per “consolidare la Comune Popolare e sviluppare ulteriormente la produzione”.

La provincia dell’Henan era stata colpita sempre nel mese di luglio da gravi alluvioni, e certamente i problemi idrici furono una formidabile molla nei confronti del movimento di fusione delle cooperative, primo decisivo passo per la costituzione delle Comuni.

Un rilievo si impone: il processo di “comunalizzazione” senza essere stato spontaneo non fu per questo interamente imposto dall’alto. Le condizioni oggettive, indiscutibilmente favorevoli alla trasformazione delle cooperative in strutture più ampie ed estese, erano presenti. La storia secolare delle campagne cinesi abbonda infatti di combattimenti per e contro l’acqua, combattimenti che si facevano valere nei confronti sia dell’organizzazione economica che di quella politica.

La continua presentazione di rapporti simili sulla stampa indicava chiaramente che tutto era predisposto per l’ufficializzazione delle Comuni Popolari, termine apparso per la prima volta sul “Jenmin Jihpao” dell’11 agosto in un articolo che descriveva la visita di Mao in un hsien dell’Hebei a seguito dell’ispezione dal 6 all’8 agosto nella Comune di Qili-ying nello Henan:

«Le Comuni che prima “fermentavano” nel villaggio Tassukochuang vennero formalmente costituite quella sera: tutti gli alberi vennero collettivizzati; anche le case dovevano essere uniformemente distribuite dalla Comune i cui membri dovevano mettere in atto un sistema di salari».

Rapporti simili su visite di Mao in altre Comuni appaiono sul “Jenmin Jihpao” il 12 ed il 13 agosto successivo, veri e propri vaticini per la Riunione di Beidaihe.

È infatti dal 17 al 30 agosto che si tiene nella stazione climatica di Beidaihe, prossima a Pechino nella provincia dell’Hebei, una riunione allargata dell’Ufficio Politico con presenti i segretari delle provincie ed i principali quadri statali, oltre i membri del CC del PCC.

La lunghezza stessa della riunione è un indice sia della gravità dei disaccordi fra i principali esponenti politici, sia che il CC non aveva potuto presentare precise decisioni politiche per una discussione operativa, tanto che il procedere della Comunalizzazione sarà oltremodo caotico e variegato da località a località.

Se quindi, probabilmente, la decisione di promuovere il movimento delle Comuni Popolari era stata presa dalla straordinaria II sessione dell’VIII Congresso svoltasi dal 5 al 23 maggio, la Riunione di Beidaihe sotto la spinta dell’ottimo raccolto estivo, il cui andamento già nel passato aveva deciso le svolte dei “grandi” uomini del regime, si apprestava a generalizzare, non senza contrasti che esploderanno di lì a pochi mesi, un movimento già esteso in molte importanti zone delle regioni settentrionali.

Come nel 1955 il Politburo si trovò di fronte al fatto compiuto, ad un processo già in atto che in un mese coinvolgerà l’intera popolazione contadina, come bene possiamo rilevare dalla tabella riportata.

Sviluppo delle comuni popolari – anno 1958

 

Fine agosto

1a

2a

3a

Fine dicembre

Decade di dicembre

Comuni popolari (unità)

8.730

12.824

16.989

26.425

26.578

Famiglie partecipanti (milioni)

37,8

59,8

81,2

121,9

123,2

id.% sul totale

30,4

48,1

65,3

98,0

99,1

No. medio di famiglie per comune popolare (unità)

4.328

4.662

4.781

4.614

4.637

 

I “quadri” furono spinti ad im­prov­vi­sare ed a pren­de­re pro­prie de­ci­sio­ni in pie­no pro­ces­so di for­ma­zio­ne del­le nuo­ve uni­tà eco­no­mi­che-am­mini­stra­ti­ve, ed il disordine e la confusione nacquero dal diverso procedere delle Comuni e delle differenti località riguardo la dimensione, la struttura e i sistemi di proprietà e di ripartizione, questioni su cui il PCC solo a fine 1958 prenderà precise posizioni.

Il Comunicato-risoluzione del CC sulla costituzione delle Comuni Popolari venne emesso il 29 agosto, ma non fu pubblicato che il 10 settembre successivo accompagnato dai regolamenti della Comune Sputnik a mo’ di esempio, quando la comunalizzazione aveva fatto un altro decisivo passo in avanti inglobando quasi il 50% delle famiglie contadine.

L’inizio particolarmente ottimista della risoluzione: «Il progresso senza precedenti dell’agricoltura permetterà di stabilire una nuova base per eliminare praticamente inondazioni e siccità», veniva bilanciato dalla prudenza di una successiva affermazione: «Si deve combinare la fusione delle grandi cooperative in Comuni con le condizioni di produzione esistenti; non solo tale fusione non deve influenzare negativamente la produzione esistente, ma questo movimento deve trasformarsi in una grande forza che stimoli un balzo in avanti ancora più grande della produzione», affermazione che indicava come la «mobilitazione permanente», pur con le differenze da zona a zona, fosse la sostanza della organizzazione delle Comuni.

Ma vediamo, prima di avanzare nella trattazione, quali fossero le caratteristiche e gli scopi delle Comuni presentate dalla propaganda filocinese come un’anticipazione della futura struttura della società comunista, caratteristiche e scopi ben diversi da quelli delle cooperative dalle quali pur derivavano.

La struttura della Comune Popolare

La risoluzione della riunione di Beidaihe non parlava dell’organizzazione della produzione e delle strutture della Comune, ma il “Jenmin Jihpao” del 4 settembre proponeva di ispirarsi alla Comune Sputnik e di ripartire i membri della Comune «in contingenti di produzione che si suddividano in brigate».

Cosa furono dunque le Comuni ? Per l’essenziale, delle cooperative che si fusero localmente. «Tutti i grandi raggruppamenti di cooperative saranno chiamati Comuni Popolari», annunciò Mao a commento del processo che vedeva prima la fusione delle esistenti cooperative, poi la loro trasformazione in Comuni.

Alla base si aveva pertanto la squadra composta dalle 20 alle 50 famiglie e che disponeva di 200-600 mu, cioè 15-40 ettari, di terra coltivabile, a seconda delle regioni. La squadra corrispondeva come dimensioni alle vecchie cooperative elementari o semisocialiste.

Al disopra delle squadre si aveva la brigata che corrispondeva sensibilmente alle esistenti cooperative. Costituita da 150-300 famigliegeneralmente una decina di squadrelavorava in media 2 mila mu (150 ettari) di terra.

Infine la Comune Popolare in quanto tale, che variava di molto come dimensioni, secondo la densità della popolazione e l’efficienza delle comunicazioni; comprendeva da 10 a 20 brigate, in media 5 mila famiglie (20 mila abitanti) e territorialmente i dirigenti di Pechino cercarono di far coincidere lo hsiang (villaggio amministrativo) con la Comune.

La Comune modello Sputnik tuttavia, comprendeva 9.300 famiglie e 43 mila abitanti ed aveva assorbito 27 cooperative tanto che il suo territorio si estendeva per ben 4 hsiang.

Ma a parte le eccezioni, anche se originariamente le Comuni erano di dimensioni diverse, col passare del tempo esse pervennero ad equivalere allo hsiang, come era nei voti della risoluzione dell’agosto:

«Per quanto riguarda le dimensioni organizzative delle Comuni, si può affermare che attualmente e complessivamente è opportuno che uno hsiang equivalga a una Comune, con un totale di 2 mila famiglie. I limiti di alcuni hsiang sono piuttosto ampi e la popolazione è relativamente scarsa; in questi casi, si possono ammettere meno di 2 mila famiglie, e uno hsiang può contenere più di una Comune. In certe aree, in dipendenza dalle condizioni naturali e dalle necessità dello sviluppo produttivo, più hsiang possono andare a comporne uno solo, e quindi si può costituire una sola Comune, con sei o sette mila famiglie. Per quanto concerne le Comuni con dieci o ventimila famiglie, non ci si deve opporre alla loro esistenza, ma nemmeno incoraggiarle».

Nell’estate del 1958, la fusione della Comune e dello hsiang era diventata una direttiva politica ufficiale ed era vista nello spirito del “comunismo” imminente, dello Stato che si scioglie nella società.

Ma non si trattava di una “indigestione” di “democrazia”, tutt’altro.

La fusione della Comune con lo hsiang era enormemente facilitata per il ruolo dominante che il Partito svolgeva nell’amministrazione. Una volta che lo hsiang, con il suo Comitato di Partito, e la Comune, con il suo Comitato di Partito, si fossero semplicemente identificati, la fusione delle strutture amministrative e produttive diveniva una questione relativamente semplice.

Era questo un salto di qualità rispetto alle cooperative, le quali, di fronte allo Stato rappresentavano, almeno teoricamente un’unità economica particolare, con interessi propri.

La Comune-hsiang che, come “unità omogenea del fondamento della futura società comunista”, svolgeva anche attività amministrative di governo locale, rafforzava invece prepotentemente la lunga mano statale del PCC sulla popolazione rurale, con un controllo più diretto da patte delle autorità centrali sull’importantissima produzione agricola. Le funzioni dello Stato a livello locale che passarono sotto le Comuni furono: la riscossione delle imposte agricole che venivano calcolate quale percentuale di un reddito fittizio dei terreni, la giustizia, la sanità, l’educazione, la milizia, i lavori pubblici, l’industria ed il commercio.

Per rendere evidente il volere centralizzatore, il presidente dell’amministrazione della Comune era contemporaneamente un funzionario dello Stato e del Partito, chiara manifestazione di come i “quadri”cercassero di estendere il controllo statale sulla famiglia contadina, dopo i successi avuti nelle zone urbane e nelle fabbriche.

A scanso di equivoci va affermato che la centralizzazione non è un imperativo morale, ma è necessità economica prima di tutto, e politica poi; per questo non è un risultato dato per sempre.

Se la costruzione Stato-Comuni è nettamente centripeta, la base sulla quale poggiava, cioè il pulviscolo di aziende autosufficienti, autarchiche e familiari è altrettanto nettamente centrifuga, dissidio tuttora irrisolto a causa della difficile industrializzazione delle campagne cinesi.

Collettivizzazione della proprietà privata e teoria marxista

La questione importantissima della proprietà dei mezzi di produzione sarà, nei mesi seguenti la riunione di Beidaihe, oggetto di controversie e cambiamenti importanti, ma dall’inizio, dell’estate al dicembre 1958, è probabile che fu ovunque seguito l’articolo 4° dello Statuto della Comune Sputnik, secondo il quale al momento della loro fusione, le cooperative dovevano passare la totalità dei mezzi di produzione alla Comune che pure diveniva proprietaria delle intere risorse del suolo e delle acque, salvo nel caso in cui queste non venivano direttamente sfruttate dallo Stato o dalle Provincie e dallo hsien.

La risoluzione di Beidaihe aveva avanzato che: «In generale, gli appezzamenti privati possono eventualmente essere fusi nella gestione collettiva della terra (…) non bisogna aver fretta nello stabilire una regola precisa riguardo gli appezzamenti privati, gli alberi da frutta isolati, ecc.», ma il procedere impetuoso della comunalizzazione infranse ogni riserva e tutti i confini familiari privati.

L’articolo 5° degli stessi Statuti Sputnik precisava che anche le terre, le case, il bestiame, gli alberi dei membri delle cooperative o delle famiglie isolate venivano ugualmente trasferiti in proprietà alla Comune; al contadino rimaneva di proprietà solo gli scarsi beni di consumo, fatto che faceva definitivamente venir meno la speranza di una ridistribuzione della terra alle famiglie contadine da parte dello Stato com’era nella tradizione storica cinese.

Resoconti dei giornali non facevano che riportare cronache di riunioni di massa in tutta la Cina, nelle quali i contadini «rinunciavano alla loro proprietà privata» per divenire di fatto degli operai agricoli al servigio della Comune.

Nello hsien Loto, provincia di Qinghai, nella Comune Bandiera Rossa, vennero riferiti i seguenti avvenimenti:

«Un giorno, quando la piccola brigata n.12 di questa Comune tenne una riunione, i membri della Comune registrarono gli orti, le case, le pecore, le sedie, le tavole, le panche, i banchi, i vasi e le stoviglie, insieme con il materiale di produzione e il materiale di sussistenza e con tutto il cuore lo donarono alla Comune. Abbiamo domandato ad alcuni membri della Comune: “Ora che avete donato tutti questi beni di sussistenza alla Comune, come sarete in grado più tardi, di comprare beni come le radio, gli orologi e altre cose simili ? E se sarete in grado, saranno proprietà della Comune anch’essi ?. Essi non esitarono a rispondere: qualunque cosa appartenga alla Comune e qualunque cosa appartenga ai privati va considerato dal punto di vista dell’utilità a fini produttivi».

Il quadro descritto per la Comune Bandiera Rossa venne stereopaticamente ripetuto migliaia di volte in tutta la Cina.

Nella febbre della comunalizzazione, i quadri premevano per la collettivizzazione di quasi tutta la proprietà privata, andando ben oltre al tentativo del biennio 1956-57.

Va risposto al quesito se tali quadri esprimevano inconsciamente le aspirazioni degli strati più poveri della popolazione rurale, come poi verrà sostenuto dalle Guardie Rosse durante la Rivoluzione Culturale, tesi che logicamente vede nel Mao di quegli anni l’integerrimo difensore del marxismo.

La teoria marxista non si lascia abbacinare dalle pretese collettiviste di un dato regime, proprio in quanto mai ha descritto il modo di produzione capitalistico come un modo di produzione privato, ma sociale tanto che già nettamente anticipò, in pieno capitalismo concorrenziale privato, che ad un dato grado di sviluppo, delle forze produttive potrà fare a meno della stessa classe borghese sostituendola con individui stipendiati.

Le sorti quindi di pochi e miseri oggetti di consumo appartenenti alle famiglie contadine, non possono smuovere di un millimetro il giudizio già formulato di uno Stato cinese capitalistico che aiuta, con tutti i mezzi, la formazione di capitale agrario nell’immensa e popolata campagna.

Marxisticamente la strada per il socialismo poggia su nessuna collettivizzazione ma ha come condizioni irrinunciabili il grado di sviluppo delle forze produttive e quello dell’internazionale rivoluzione proletaria, condizioni indissolubilmente legate.

Ma abbiamo invece uno Stato che ha bisogno di una industrializzazione forzata, di un’accumulazione forzata di capitale, che tenta di spingere al massimo le forze produttive, di basare l’accumulazione capitalistica, nell’industria e nelle campagne, sull’unico fattore effettivamente esistente in sovrabbondanza in Cina, che è la forza degli uomini, sulle braccia estremamente disponibili.

Mobilitazione a cui naturalmente si opponeva l’economia particellare e familiare dei contadini poveri come di quelli ricchi, tutti ugualmente attaccati alla loro casa, al loro orto, ai loro animali. L’eccezionale raccolto estivo del 1958 ed il relativo conseguente benessere fece accettare a tutti l’estrema collettivizzazione, che durò del resto pochi mesi per poi sbriciolarsi non solo per le sopraggiunte difficoltà produttive ma anche per la caparbia resistenza proprietaria dei contadini, pure di quelli poveri.

Va quindi detto che uno Stato che vuole rovesciare le forme di produzione, come sarà lo Stato proletario, procederà in maniera molto più lenta magari, ma procederà sicuramente a modificare i rapporti agricoli in maniera che non chiudano la strada che va verso la grande azienda statale condotta da salariati, verso la proletarizzazione della popolazione rurale.

Tipicamente sia lo stalinismo, sia il maoismo, autori ambedue di due cruenti e radicali collettivizzazioni, hanno poi classificato come socialista una forma di conduzione agricola che se è superiore alla semplice conduzione familiare, non poteva arrivare alla forma di conduzione per salariati della grande azienda, proprio perché il basso livello delle forze produttive delle campagne si imporrà su qualunque posa radicale saldando indissolubilmente, sia nei colcos che nelle Comuni, la conduzione collettiva di una parte delle terre con quella individuale degli orti, ibrido connubio che reggerà mirabilmente la prova degli anni, anzi dei decenni, chiara sconfitta non solo del collettivismo maoista ma dello stesso capitalismo cinese.

Mobilitazione contadina e accumulazione capitalistica

La risoluzione di Beidaihe scandiva con forza:«La costruzione rurale di base e la tecnica agricola avanzata richiedono maggiore manodopera. Lo sviluppo industriale delle campagne richiede anche che una parte della manodopera venga trasferita dal fronte della produzione agricola al fronte della produzione industriale. Infine, diventa sempre più necessario meccanizzare l’agricoltura ed elettrificare le campagne (…) Sebbene la proprietà nelle Comuni sia ancora di carattere collettivo, sebbene la ripartizione (giornata di lavoro o salario) sia fatta sul principio “a ciascuno secondo il suo lavoro” le Comuni realizzano la migliore forma di organizzazione per compiere l’edificazione socialista e passare gradualmente al comunismo. Esse saranno dunque l’unità sociale di base della società comunista (…) La realizzazione del comunismo nel nostro paese non è cosa lontana e noi dobbiamo, grazie alle Comuni, aprirci una strada verso questa realizzazione (…) preparare attivamente l’avvento del comunismo (..). (per far questo ci vorranno) da tre a sei anni, se non un po’ di più».

Le Comuni furono quindi presentate come la forma finalmente scoperta di organizzazione comunista, questo perché le Comuni a differenza di una semplice
cooperativa non solo eliminavano qualsiasi conduzione particellare della terra divenuta proprietà di tutto il popolo, ma anche perché sia l’agricoltura che l’industria che le attività collaterali erano gestite in un’unica unità, la Comune il cui compito essenziale diveniva quello di mobilitare l’intera manodopera rurale maschile e in larga misura femminile per il raggiungimento quasi immediato del comunismo.

Conteggiando circa 120 milioni di famiglie contadine, 250 giornate di lavoro per gli uomini e 120 per le donne, la Cina rurale disponeva di ben più di 45 miliardi di giornate lavorative per anno, di cui i lavori agricoli propriamente detti ne assorbivano nella migliore delle ipotesi i 2/3, cioè 30 miliardi di giornate..

Rimaneva un’immensa torta di 15 miliardi di giornate disponibili per altri lavori, era la possibilità reale per i quadri per istituire delle vere e proprie “armate del lavoro”, da manovrare secondo le possibilità, i bisogni e i piani di sviluppo della Comune, migliore forma non per realizzare il comunismo ma per l’utilizzazione delle uniche forze, disponibili in abbondanza e a buon prezzo, i cinesi appunto.

Le Comuni costituivano quindi la forma di una divisione del lavoro ancora indifferenziata, nel tentativo di non disperdere queste immense energie umane, e soprattutto di risolvere il problema della sottoccupazione agricola e dell’emigrazione dei contadini verso le città, offrendo occupazione ai contadini durante le stagioni morte inserendoli nel processo di industrializzazione.

Giganteschi lavori effettuati a forza di braccia, con strumenti rudimentali verranno imposti facilmente (scavo di migliaia di canali di irrigazione, rivoltamento dei terreni in profondità) insieme a tecniche giudicate proficue come la coltivazione intensiva, sarchiamenti minuziosi, spandimenti di limo, ecc.

Contemporaneamente venivano incoraggiati i contadini a superare le loro attività agricole sviluppando un’industria leggera di interesse locale (concime, prodotti tessili e chimici, cemento e piccoli attrezzi) che lo Stato centrale non poteva né finanziare né controllare direttamente causa le ristrettezze delle sue risorse, fatto che decise per lasciare alle Comuni piena autonomia di investimento delle proprie risorse e dei propri profitti e delle proprie… perdite ! Sulla base infatti delle direttive statali era la Comune che compilava il proprio piano di produzione e di sviluppo, per poi ripartirlo ed imporlo alle brigate e alle squadre.

Si ha quindi una proliferazione di piccole imprese e di piccole industriepiù che altro segno dell’arretramento delle forze produttive per mancanza di capitaliche permetteva di assorbire sul posto il surplus di manodopera agricola, senza per questo aggravare i problemi del vettovagliamento che erano propri dell’emigrazione dei contadini verso i centri industriali.

In questa mobilitazione delle forze che fu il movimento delle Comuni, una parte importantissima l’ebbe il lavoro gratuito dei contadini, dalla costruzione di abitazioni rurali agli imponenti lavori di infrastrutture per il controllo delle acque, alle campagne per l’acciaio ai necessari lavori di manutenzione, nuova conferma della debole monetarizzazione dell’economia cinese tutta.

Ma è la chiave della “grande rivoluzione cinese”: voler rendere sociale il lavoro dei contadini in modo che l’industria – solo oggi anche agrariapotesse appropriarsi della loro capacità lavorativa, trasformando la corvée, tradizionale della storia cinese, in sfruttamento capitalistico della forza lavoro, ed i valori d’uso di uno scambio primitivo (il razionamento e la distribuzione in natura contro lavoro) in valori di scambio del moderno processo lavorativo.

E la tappa delle Comuni era per certi versi una tappa obbligata, perché mancando un’estesa produzione di merci ed essendo ogni nucleo economico (cooperative o Comune era lo stesso) “chiuso”, cioè praticamente autosufficiente, il regime non aveva potuto impiantare quella serie di meccanismi automatici, regolati dalla domanda, dall’offerta e dalla valorizzazione del capitale, che le società dichiaratamente capitalistiche possiedono.

La ricostruzione da noi fatta degli avvenimenti che ladestra” economicista puntava all’introduzione di questi meccanismi nelle campagne accettando la sfida delle inevitabili lacerazioni sociali. La “sinistra», vittoriosa nella contesa politica, impose invece il tentativo non da dozzina di una centrale mobilitazione di uomini con cui ci si sforzava di regolare dall’alto la produzione, secondo uno schema che, va detto, non deriva affatto dall’applicazione del centralismo di una società ultra matura e, meno che mai, in una società socialista, ma dallo schema imperiale asiatico, sia pure metamorfosato dal mandarino al quadro, schema che sarà infranto inevitabilmente dal sorgere di rapporti capitalistici più maturi ed estesi.

Da un punto di vista economico quindi le Comuni, corrispettive in agricoltura del Grande Balzo in Avanti, sono manifestazioni dello sforzo dello Stato cinese di risolvere all’interno dei confini nazionali le contraddizioni derivanti dall’arretrata struttura produttiva, in special modo agricola, inadatta ad una moderna economia di mercato che non conosce barriere nazionali.

Sforzo interno che logicamente favorì le tesi di Mao, profondamente attaccato alla terra, che ricercavano nel “villaggio” una risposta al problema chiave dello sviluppo della società cinese. Soluzione interna era pure quella dei “prezzi”.

Ad ambedue vi contrapponiamo l’unica soluzione internazionale, la rivoluzione comunista !

Vita “collettiva” e autarchia delle Comuni

La risoluzione di Beidaihe raccomandava di trattare i problemi economici e finanziari “nello spirito del comunismo”, e di non ricorrere pertanto al “regolamento troppo minuzioso dei conti”, L’avvertimento era conseguente ai continui appelli alle masse a sacrificarsi duramente per la grandeur degli obbiettivi di piano; effettivamente solo l’uomo nuovo, maoista tutto di un pezzo, poteva accettare di piegare la schiena per poi piegarla di nuovo !

Ma l’uomo non era nuovo, si emulava Stachanov.

Va però aggiunto che, una volta intrapresa la strada della mobilitazione sociale, il regime, con i suoi progetti di grandi lavori di infrastrutture e di creazione di una industria locale, doveva rompere i vecchi equilibri sociali dei villaggi, assestare un colpo mortale alle economie individuali delle famiglie contadine costringendole, volenti o nolenti, a dedicare integralmente i loro sforzi ai terreni collettivi ed ai progetti della Comune.

Solo un contadino cinese deterritorializzato era a disposizione dello Stato e della Comune, la quale lo poteva inviare sia qua che là.

La Comune doveva pertanto cercare di sostituire ai rapporti di parentela, in generale molto stretti anche fra membri ricchi e poveri di uno stesso gruppo familiare, un genuino spirito, se non di classe per lo meno nazionale; la costituzione di mense, asili, lavanderie, come il pagamento individuale delle retribuzioni, tutto tendeva ad allentare l’unità familiare, con le sue visioni particolari, riflesso di interessi particolari.

Riducendo l’importanza della famiglia, la Comune doveva esaltare la vita collettiva, si trattasse di lavoro, di cibo, di divertimenti, di abitazione, sparendo pure, per lo meno nel secondo semestre 1958, il senso della proprietà ridotta ben presto al vestito, ai mobili, a qualche oggetto ed a pochi soldi.

Le manifestazioni estreme del collettivismo delle Comuni saranno la scomparsa delle abitazioni private dei contadini e la consegna alla Comune di mattoni, tegole e legno per la costruzione di nuove case che essa affitterà per assicurarne le spese di manutenzione e di riparazione (art. 20 degli Statuti della Comune Sputnik), e la creazione di refettori comunitari di cui non sempre i quadri oseranno imporre l’uso; ce ne saranno, comunque, 3-400.000 alla fine del 1958, nelle sole regioni rurali anche per provvedere all’alimentazione dei lavoratori urbani respinti a forza nelle campagne.

L’istituzione di grandi servizi comunitari, oltre alle mense, sartorie, lavanderie, nidi di infanzia, bagni pubblici, permettevano da una parte di recuperare un’ingente quota di manodopera femminile, ma dall’altra anche di evitare lo spreco e di controllare meglio i consumi, rovescio di un collettivismo che per più di un decennio ha meravigliato la piccola borghesia occidentale ben pasciuta, ben riposata e nulla facente.

Tutto questo avrebbe decisamente sconvolto i modi di vita e la mentalità, come le secolari abitudini di lavoro, fatte di industriosa ma anche troppo lenta pazienza, unico modo per riuscire a trascinare nelle attività produttive milioni di donne delle campagne altrimenti non occupate. Il processo di accumulazione necessitava degli sforzi di tutta la popolazione, il che involontariamente dava fiato alle varie e multicolori teorie populiste !

Altra questione importante era quella del sistema di retribuzione dei membri della Comune.

Va detto subito che, fino al dicembre 1958, è stato il sistema di retribuzione quello che ha presentato le maggiori differenze fra Comune e Comune e località e località, soprattutto riguardo la quota del prodotto destinato al consumo; certe Comuni infatti distribuiranno senza controllo le derrate alimentari, all’inverso altre praticheranno un rigoroso razionamento.

La maggior parte delle volte esse adotteranno un sistema intermedio denominato “semi-approvvigionamento e semi-salario”. Li Xiannian, allora Ministro delle Finanze, indicherà che l’approvvigionamento, in derrate o servizi doveva ispirarsi alla formula “a ciascuno secondo i suoi bisogni” e corrispondere ad un sistema di cinque, sei o sette garanzie: cibo, abbigliamento, cure mediche, parti, istruzione, alloggio, spese di matrimonio ed esequie. Il salario invece, quando veniva rapportato al lavoro personale, variava da 4 a 15 yuan al mese, secondo la ricchezza delle Comuni, e veniva pagato metà in contanti e metà in derrate.

La Comune Sputnik teneva in particolare conto della natura, e della quantità del lavoro fornita da ognuno ed assegnava un posto importante ai premi di produzione (al massimo un quarto totale dei salari), sistema questo che con qualche variante sarà poi generalizzato.

Era questa una stridente contraddizione; mentre da una parte si faceva sparire la proprietà personale dei beni più umili dall’altra si faceva versare in moneta sonante un salario a cottimo !

E aggiungiamo, la contraddizione non era solo dell’organizzazione della Comune, ma dell’intera ideologia maoista ispirante tutte le mosse dello Stato centrale di Pechino che, stretto al suo compito di accumulazione forzata di capitale, dovette fin dal 1949, unire il decentramento al centralismo, la socialità all’autarchia, l’individualismo al mutualismo, contraddizioni del modo di produzione capitalistico costretto a gettare le sue basi ed a svilupparsi su una struttura economica costituita di isole produttive familiari e locali, disseminate su un’immensa superficie con scarse vie di comunicazione, ed anche per questo chiuse in sé.