Partito Comunista Internazionale

Per il regime bolivariano lo sciopero è terrorismo lavorativo

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Il malcontento serpeggia fra i siderurgici dell’impresa statale venezuelana SIDOR (Siderúrgica del Orinoco). Sono circa 12 mila, ma da anni l’impianto è semiparalizzato e in 5 mila sono a casa con salario decurtato. Una delle loro richieste è il loro ritorno al lavoro. Giovedì 6 giugno si sono concentrati in sciopero dinanzi ai cancelli della fabbrica, superato il contenimento dei poliziotti, rivendicando anche miglioramenti nelle condizioni d’impiego, già ottenuti in passato ma poi revocati.

Lo sciopero è proseguito a oltranza. La notte fra sabato 9 e domenica 10 giugno gli uomini della Direzione Generale del Controspionaggio Militare (DGCIM) hanno arrestato il segretario del SUTISS (Sindicato Único de trabajadores de la industria siderúrgica y sus similares) della fabbrica Leonardo Azocar, il delegato sindacale Daniel Romero e il lavoratore Juan Cabrera. Questo è stato liberato poco dopo, mentre i due dirigenti sono rimasti agli arresti con le imputazioni di incitazione all’odio, associazione a delinquere e boicottaggio.

Lo sciopero è proseguito lunedì. Ma martedì gli operai, circondati dai militari, hanno ripreso il lavoro. La notte del martedì il Tribunale del Lavoro di Prima Istanza ha inflitto una pena cautelare contro 22 operai della SIDOR. Il Tribunale ha intimato agli operai:
     1) di astenersi da qualsiasi azione di forza o minaccia di perturbare, sospendere, ostacolare, interrompere l’attività amministrativa e operativa della SIDOR;
     2) di astenersi dal promuovere scontri, violenze verbali, affiggere manifesti, volantini, eseguire scritte e in generale di incitare all’odio, l’intolleranza, la violenza, intimidire con qualsiasi strumento di comunicazione all’interno dell’impresa;
     3) di astenersi dall’occupare o promuovere occupazioni di aree dell’impresa, di disporre dei beni e dei servizi dell’impresa messi a disposizione degli operai per il compimento delle attività aziendali;
     4) di astenersi dall’intralciare le vie di accesso alla fabbrica e la zona perimetrale all’impianto e dall’entrare nell’impianto senza adempiere alle procedure stabilite.

Il regime borghese venezuelano qualifica abitualmente le rivendicazioni operaie come “incitamento all’odio” e “intimidazioni” (“terrorismo laboral”).

Anche il regime borghese italiano ha una legge, l’art.415 del codice penale, che così recita: «Chiunque pubblicamente istiga (…) all’odio fra le classi sociali, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni». È del 1930, risale cioè al regime mussoliniano. Negli anni ’70 una sentenza della Corte Costituzionale ne dichiarò l’illegittimità «nella parte in cui non specifica che tale istigazione deve essere attuata in modo pericoloso per la pubblica tranquillità». Cioè borghesi e padroni debbono comunque restare “tranquilli”. Contemporaneamente, negli anni ‘70, gli operai combattivi che lottavano contro il tradimento dei capi della Cgil venivano accusati, non solo di “odiare” ma peggio ancora, di “affinità col terrorismo”. Più recentemente, dirigenti e militanti sindacali del SI Cobas e dell’Usb sono stati oggetto di procedimenti giudiziari a Piacenza e a Genova con l’accusa di “associazione a delinquere”.

Purtroppo, fra i dirigenti dei sindacati di base, in particolare fra quelli dell’Usb, vi è chi vede in Venezuela non un regime anti-proletario e borghese da abbattere al pari degli altri bensì un governo ammantato di socialismo (!) nonostante innumeri episodi di repressione antioperaia. La stessa Federazione Sindacale Mondiale, di cui l’Usb fa parte, esprime apertamente simpatie per il regime venezuelano, come scriviamo in altro articolo su questo numero.

La Central Bolivariana Socialista de Trabajadores (CBST), filogovernativa e membro della FSM, non ha espresso alcuna solidarietà con gli operai della SIDOR in lotta e colpiti dalla repressione, mantenendo un silenzio complice.