Il capitalismo tedesco affila gli artigli
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I risultati delle elezioni generali politiche tedesche dello scorso 6 settembre hanno messo in agitazione la politica e la stampa mondiale. Alla sconfitta del Terzo Reich, mentre girava il macchinone bastardo del processo di Norimberga e quattro eserciti di occupazione composti rispettivamente da esponenti di forse tutte le razze del mondo presidiavano (come fanno tuttora) il territorio tedesco, la propaganda dei vincitori, ancora uniti, ci ammannì la descrizione di una Germania resa innocua per l’eternità. La distruzione della Wehrmacht e della Luftwaffe, lo smantellamento della industria bellica della Ruhr, la campagna (farsesca) della denazificazione, furono presentati come prove infallibili dell’avvenuto sospirato rivolgimento: la Germania non avrebbe fatto più paura a nessuno nell’avvenire immediato e remoto.
Le reazioni internazionali alle elezioni del 6 settembre, che dovevano sanzionare la schiacciante vittoria del partito democristiano di Adenauer, attualmente detentore della maggioranza assoluta da solo, e, con i suoi alleati, della maggioranza di due terzi al Bundestag, dovevano confermare quello che ormai era risaputo da tutti, e cioè che gli Stati vincitori della Germania sono oggi ben lungi dalle posizioni antitedesche del dopoguerra. Dovevano mostrare che la cosiddetta guerra fredda tra Anglo-americani e Russi, benché in questi anni sia esplosa violentemente in Asia (Indocina, Malesia, Cina, Corea), verte sostanzialmente sulla questione tedesca, la questione che doveva scaturire dal compromesso di Yalta e Potsdam, ove si decise appunto l’attuale divisione della Germania in quattro zone di occupazione.
La Germania fa ancora paura. Fa paura ai governi di Londra e Parigi, che vedono pericolari le loro posizioni sul mercato internazionale, talune minacciate, altre già demolite, dalla concorrenza delle merci tedesche che due tremende sconfitte militari e l’assorbimento di ben nove milioni di profughi dalle zone ex tedesche occupate e snazionalizzate da Cechi, Polacchi e Russi, neppure hanno potuto intaccare nei loro costi di produzione mentre Inghilterra e Francia, due volte vittoriose, non possono sottrarsi ad una evidente crisi di decadimento imperiale. Fa paura al Governo di Mosca e ai satelliti suoi, che si figurano con terrore l’eventualità della costituzione di una coalizione europea (disegnata in embrione nella C.E.D.) capeggiata dal formidabile potenziale industriale e militare tedesco, in diretta alleanza con gli Stati Uniti d’America. Né si può dire, nonostante i peana di trionfo cantati dal Governo e dalla stampa di America all’annuncio della vittoria del filo-americano partito di Adenauer che la rinascita tedesca trovi assolutamente tranquilli i politicanti di Washington. Costoro, dietro la facciata di ufficiale ottimismo, debbono preoccuparsi profondamente, di premunirsi contro i pericoli di una nuova edizione del patto russo-tedesco dell’agosto 1939. E lo debbono proprio perché i Governi di Londra e Parigi lavorano sotterraneamente ad impedire troppo stretti vincoli tra Washington e Bonn.
Considerate dal punto di vista degli opposti imperialismi, la vittoria del partito democristiano filo-americano, filo-atlantico revisionista di Adenauer, segna un grave scacco di Mosca che ha raccolto, tramite il P.C. tedesco, meno frutti di quanti sperava, anche se è riuscito a segnare un punto nella sua ormai scoperta politica di utilizzazione in funzione antiamericana del nazionalismo estremo di taluni strati della borghesia dominante dei paesi dell’Occidente europeo.
Infatti la Pravda non è rimasta sola a deprecare l’esito della votazione tedesca e a lanciare un grido di allarme contro il denunciato pericolo del rinascente pangermanesimo aspirante alla ricostituzione dello Stato tedesco entro le frontiere del 1939: la stampa gollista in Francia, quella imperialistica dei più sciovinisti circoli politici britannici, si sono unite al coro, formulando velati moniti al Governo di Washington. C’è da stupirsi? La contraddizione più stridente dell’imperialismo si manifesta proprio nel fatto che, mentre gli Stati nazionali conservano l’attribuzione della giurisdizione su territori ben delimitati geograficamente e politicamente, le questioni principali poste dallo sviluppo dei contrasti nazionalistici vengono discusse e sostenute con tutti i mezzi e ad ogni costo da partiti politici ad estensione mondiale che superano le stesse frontiere nazionali. Così, il partito antitedesco, cioè lo schieramento internazionale di forze politiche tendenti a perpetuare lo stato di tutela sulla Germania e l’attuale equilibrio internazionale, è apparso costituito dall’internazionale staliniana di Mosca, dai gollisti francesi, dai conservatori e liberali di estrema destra dell’Inghilterra, ecc. Viceversa il partito filotedesco che si attende dalla rinascita militare della Germania una garanzia di rafforzamento della egemonia americana ha spiegato i propri effettivi: il Governo americano, il Vaticano, i sostenitori della Comunità carbosiderurgica e della Comunità Politica Europea di Francia e Italia, i nemici dell’espansionismo russo. Entrambi gli schieramenti, i nemici e i sostenitori del riarmo tedesco, perseguono gli stessi obiettivi generali della conservazione del capitalismo, ma per gli opposti interessi particolaristici sono trascinati a combattersi. E ciò lascia immaginare facilmente con quale tremenda e sterminatrice violenza esploderebbe una tale carica di contrasti brutali, se un conflitto mondiale dovesse scoppiare. Anche senza le terrificanti apocalittiche anticipazioni dell’impiego delle armi atomiche, la ovvia previsione che l’incendio del conflitto tra gli Stati appiccherebbe il fuoco a feroci guerriglie partigiane entro gli Stati belligeranti, è sufficiente ad immaginare come le masse proletarie saranno trascinate nel massacro.
Il nazionalismo pangermanista corteggiato da entrambi i rivali dell’imperialismo, risorge. È un’altra causa di guerra che matura. Mentre l’imperialismo affila le armi, quali sono le condizioni del proletariato tedesco?
Lo stalinismo che pure raccoglie successi e trionfi in Francia e Italia, manca il bersaglio in Germania. Lassù, le macchine calcolatrici della Direzione stalinista macinano magri risultati: appena seicentomila voti, nessun seggio al Bundestag. Ciò avviene nel paese che conta un proletariato che è il più numeroso compatto, disciplinato, e più ricco di tradizioni rivoluzionarie d’Europa. Se il proletariato francese fu capace nel 1871, del gigantesco sforzo della Comune, le masse lavoratrici tedesche furono, nel primo dopoguerra, le sole in Europa occidentale a levarsi nella guerra armata di classe contro lo Stato capitalista. Né la rivolta spartachista capeggiata da Rosa Luxemburg e Carlo Liebknecht non rappresentò un isolato episodio di eroismo rivoluzionario, avendo alle spalle le gloriose tradizioni classiste e marxiste del salariato tedesco, dai primi tempi della Socialdemocrazia su su, fino alle prime lotte teoriche e politiche di Marx ed Engels in Renania. La rivolta operaia del 17 giugno, che ad onta delle sudicie speculazioni della propaganda imperialista, si scagliò contro il Capitale sfruttatore che accomuna ambo gli schieramenti imperialistici mostrò che il filone classista non è spezzato. Ora se il partito stalinista non solo fallisce nel lavoro di reclutamento elettorale, ma perde sensibilmente terreno, con ciò stesso dimostra che le sue capacità di influenzamento sortiscono effetto solo se applicate sul terreno sociale della piccola borghesia e delle masse operaie tradizionalmente dominate dalle ideologie opportuniste piccole-borghesi. In Germania, come in Inghilterra avviene per i laburisti le forti tradizioni social-democratiche utilizzate dal partito di Ollenhauer, neutralizzano ed annullano la politica, di esasperato nazionalismo svolta dallo stalinismo.
Questa è la conclusione che sul piano classista è lecito trarre dalle elezioni tedesche del 6 settembre. Se ormai è chiaro che l’America premedita di servirsi della Germania come di una rivoltella puntata sull’Europa (l’altra che arma le mani di zio Sam è, in Asia, il Giappone): se il rafforzamento del regime di Adenauer, altro modo di essere del militarismo e imperialismo germanico, è fatto compiuto; di ciò sono responsabili anche quelle forze subdole della controrivoluzione internazionale che, sotto gli emblemi del comunismo, lavorano a confondere e disperdere il proletariato rivoluzionario, non rifuggendo dal ricalcare le orme di Scheidemann e Noske, assassini dello spartachismo pronti a benedire i carri armati lanciati contro gli operai, che, come i rivoltosi berlinesi del 17 giugno, dovessero ergersi in armi, non in partigiane azioni di asservimento agli opposti imperialismi, ma contro il mostro divoratore dello sfruttamento salariale.