Partito Comunista Internazionale

Condizioni materiali e tattica di partito

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È un luogo comune prodotto dalle correnti evoluzionistiche e riformiste passate armi e bagagli al servizio del campo borghese e causa di azione devastatrice nel cuore del movimento operaio, che la società si evolva per gradi, da una fase inferiore ad una fase superiore, progressivamente, senza scosse violente e nel tripudio generale.

S’intende che alcune di queste correnti non escludono qualche contrattempo, qualche incidente sul lavoro, come la necessità di sedare, magari con qualche dose di repressione violenta i sussulti inevitabili che le crisi ricorrenti del modo di produzione capitalistico determinano. Ma nella sostanza, per loro, la società e la natura procedono secondo « le magnifiche sorti e progressive ».

Non mancano poi raggruppamenti che pur giurando sulla necessità della violenza rivoluzionaria, la riducono ad un inevitabile infortunio reso maturo dall’andamento « naturale » o « gradualisticamente » preparato dalla « coscienza rivoluzionaria » delle masse e delle sue « molteplici avanguardie » più o meno colorite di rosso.

Gli uni si adeguano ad una sorta di fatalismo che coinvolgerebbe nella « armonia prestabilita » uomini e cose, gli altri, apparentemente di segno opposto, ma oggettivamente della stessa logica, ed espressione di basi materiali e sociali piccolo-borghesi, presentano la preparazione rivoluzionaria come un problema da risolvere a colpi di organizzazione secondo moduli in continua arbitraria necessità di rinnovamento o di dialoghi più o meno scoperti, filtraggi più o meno osmotici.

La corretta teoria rivoluzionaria comunista, in ormai più di un secolo di esperienza e di duri collaudi, dimostra senza equivoci che la dialettica storica non vale soltanto in rapporto a momenti « magici », tipo fasi rivoluzionarie montanti, ma anche, anzi soprattutto, nelle fasi difficili, di ritirata e di controrivoluzione. La necessità della « preparazione rivoluzionaria » non comporta che essa possa realizzarsi nel « progressivo » attestarsi di gruppi e movimenti « radicalizzati a sinistra », magari maledettamente rivoluzionari a parole, intorno ai principi fondamentali, validi per tutti in quanto grandi come le case, quali la presa violenta del potere, la dittatura proletaria e l’esercizio di essa da parte del partito comunista. Il salto di qualità non consiste semplicemente nel passaggio dalle schermaglie nella cornice dell’ordine borghese alla « critica delle armi »: la lotta delle classi e la sua dinamica vige anche nel corso della preparazione, coinvolge le avanguardie e la classe nel suo insieme, determina « salti » che nessuna « coscienza », per quanto alta ed erudita può pretendere di armonizzare a suo piacimento o programmare « razionalisticamente » attraverso ritrovati organizzativi coltivati in provetta. Solo il partito comunista, in rari risvolti storici, è riconosciuto capace, ed allora è la rivoluzione, di dominare gli eventi, di far pendere dalla parte delle finalità storiche del proletariato la risultante delle infinite forze che interagiscono nel parallelogramma dello scontro.

La stessa scienza borghese della società, nel momento più alto della sua capacità di analisi e di sintesi organica, ha battuto una volta per tutte l’illusione del progresso graduale ed armonico, salvo riesumarne le spoglie nella fase della sua agonia fatta di sussulti e di contraddizioni.

« Non si può confondere la dialettica con la teoria dell’evoluzione, la quale si adagia sul principio che né la natura né la storia fanno dei salti, e che nel mondo tutti i cambiamenti operano gradualmente » – ricorda Plekhanov nei suoi « Elementi fondamentali del marxismo », citando Hegel, allorché dice: « quando si vuole rappresentare l’apparizione o la scomparsa di qualche cosa essa si rappresenta come un’apparizione o una scomparsa graduale, tuttavia la trasformazione dell’essere sono non solo il passaggio da una quantità ad un’altra, ma anche il passaggio dalla quantità alla qualità, e inversamente, passaggio che comportando la sostituzione di un fenomeno a un altro, è una rottura della progressività. Alla base della teoria della progressività continua si trova l’idea che ciò che sorge effettivamente già esiste e resta impercettibile unicamente a causa della sua piccolezza. Allo stesso modo, quando si parla della scomparsa graduale di un fenomeno, lo si rappresenta come se la scomparsa fosse un fatto effettuato, come se il fenomeno che prende il posto del fenomeno precedente, già esistesse, mentre non sono percettibili né l’uno né l’altro … ma in questo modo si sopprime di fatto ogni apparizione e ogni scomparsa di un dato fenomeno; con la progressività della trasformazione è riportare tutto a una tautologia fastidiosa, perché è considerare come pronto in anticipo (vale a dire come già apparso o già scomparso) ciò che è in via di apparire o di scomparire. (I tomo della Logica) ».

Conseguentemente Marx poté affermare, e certamente con una validità che vale per tutta un’epoca storica che conosce il dominio della borghesia sul proletariato, che « nella sua forma mistica (cioè mistificante) la dialettica divenne una moda tedesca, perché sembrava coprire con una aureola lo stato di cose esistente. Nella sua forma razionale la dialettica agli occhi della borghesia e dei suoi teorici non è che scandalo e orrore, perché oltre alla comprensione positiva di ciò che esiste, essa comprende egualmente la comprensione della negazione, della scomparsa « inevitabile » dello stato di cose esistente, perché considera ogni forma sotto l’aspetto del movimento, e per conseguenza, anche sotto il suo aspetto transitorio, perché non s’inchina davanti a niente ed è per sua essenza critica e rivoluzionaria ».

Per quanto ci riguarda la dialettica è ancora oggi orrore e scandalo non solo per la borghesia, che anche quando nelle sue frange più agguerrite propone la lotta aperta, la repressione e il ricorso alla violenza di classe, non fa altro che praticare e giustificare la necessità del rafforzamento dello Stato come espressione concentrata del suo potere politico, ma anche per tutti i suoi puntellatori, esoterici o meno, che nascondono dietro la facciata democratica e gradualistica il proposito di debellare la ripresa della lotta del proletariato e il pericolo della riorganizzazione dell’attacco all’assetto sociale esistente. Nel frattempo portano acqua allo stesso mulino quei movimenti, gruppi e tronconi che non sono altro che espressione del ribellismo piccolo-borghese schiacciato, specie nei momenti di crisi economica, dal prepotere degli « speculatori » e dai gestori dello Stato: la Sinistra comunista nei loro confronti ha sempre coerentemente sostenuto la necessità di non venire a patti, di non barattare il piatto di lenticchie di un episodico e falso appoggio al programma comunista con interessi estranei al proletariato come classe.

Assolutamente da respingere è allora per noi la pretesa di educare simili correnti o di attrarle con l’allettamento e la lusinga generica: peggio ancora invitandole con l’eloquenza dei grandi principi a collaborare alla formazione della « grande organizzazione rivoluzionaria comunista » sostituendo una pia intenzione ad una realtà storica che, seppure impone ai rivoluzionari di non abbandonare nemmeno per un attimo la trincea del rapporto pratico e vitale della lotta di classe, nello stesso tempo ingiunge di non attenersi alla contingenza del movimento, ma al dettato delle lezioni della storia come è stata interpretata nella sua continuità dal Partito di classe, anche quando esso è ridotto, non per sua volontà, ad un esiguo embrione di militanti decisi a non cedere all’avversità della controrivoluzione.

Di fronte a questi compiti a poco vale la facciata corruccia e, apparentemente, tremendamente organizzata: dietro la mente ordinata e tutta tesa alla « razionale » preparazione, trema la preoccupazione massimalista e sostanzialmente pavida di chi idealisticamente vive nell’angoscia di non fare tutto il suo kantiano dovere di fronte agli eventi che incalzano e corrono il rischio di cogliere « inopinati » i rivoluzionari o sedicenti tali. Da qui le proposte, lanciate in tutte le direzioni, gli appelli a « colmare il fossato che divide il partito dalla classe », ponendo in second’ordine la necessità di battere il chiodo sulle cause che hanno determinato questa situazione, dimenticando, come al contrario raccomanda Engels, che i risultati non vanno accettati per come si presentano empiricamente, ma come frutto di una complessa serie di antefatti che li hanno determinati. Dietro l’apparente metodo capace di andare « in profondità » spunta il « razionalismo intellettualistico », la pretesa di incidere sul corso della storia e dello scontro di classe attraverso i moralismi, perdendo di vista il movimento nel suo insieme, la conoscenza del quale rimane il compito primario del partito, da perseguire con la passione del cuore e la lucidità della mente, come raccomanda Lenin. Ciò perché esistono « innumerevoli forze che s’incrociano, un numero infinito di parallelogrammi di forze che hanno una risultante, l’avvenimento storico, che, a sua volta, può essere considerato come prodotto di una potenza che agisce come un tutto, senza né coscienza né volontà. Perché ciò che separatamente ognuna vuole è ostacolato da tutte le altre, e ciò che ne risulta è qualcosa che nessuno ha voluto » (Lettera di Engels del 1890 pubblicata nel « Sozialisticher Akademiker »).

È nota la lettura in chiave evoluzionistico-riformista di questo passo del lucidissimo Federico: al contrario esso calza a pennello nei confronti della attuale realtà sociale. Da una parte ci ricorda che nessuna forza isolatamente presa è in grado di smuovere le montagne per sua volontà, dall’altra richiama il Partito stesso, come forza tra le tante, per quanto privilegiata essendo la portatrice della « dottrina comunista », cioè della coscienza del movimento preso complessivamente, a svolgere la sua insostituibile funzione nell’ambito del numero infinito di parallelogrammi che costituiscono nella loro dinamica le forze della società divisa in classi. La risultante dovrà essere la conquista del potere politico da parte del proletariato sotto la guida del suo Partito, come condizione per il conseguimento dei suoi fini storici: tutto questo non per sua volontà soggettiva, ma oggettiva, come compito assegnatogli da forze impersonali, che vanno oltre ciò che « ognuno separatamente vuole ». L’inevitabilità del conseguimento di tale risultante per i comunisti rivoluzionari non è una necessità storica intesa in senso fatalistico e metafisico, né frutto di furore mistico o frenesia di volontà scardinata dal suo legame con la pratica storica sociale. La liberazione del proletariato non è astratta libertà, perché la vera libertà per i marxisti consiste « nell’imperio esercitato su noi stessi e sulla natura, dominio fondato sulla conoscenza delle necessità inerenti alla natura » (da « La scienza sovvertita del Signor Dühring » di F. Engels).

Ciò in netta contrapposizione con le aspettative di ogni gradazione di riformismo e di evoluzionismo, dietro i quali fa capolino la morale kantiana del dovere e dei principi disancorati dall’essere reale: « per essa l’uomo sarebbe più libero se potesse soddisfare i suoi bisogni senza sforzo. Ma la sottomissione alla necessità è la condizione per vincere le difficoltà. Il potere sulla natura si raggiunge sottomettendosi ad essa » (da Plekhanov: Questioni fondamentali del marxismo).

La necessità della rivoluzione proletaria non è una necessità assoluta, cioè, etimologicamente, sciolta dai condizionamenti che la ostacolano. Per i comunisti essa non è la condizione per salvare l’umanità dalla barbarie o dal pericolo di ripiombare nel « medioevo », come paventano umanisti di varia e dubbia tendenza, ma una necessità per il proletariato, « se esso vuole liberarsi » dal dominio borghese. Necessità condizionale dunque, come direbbe Aristotele. « È necessario prendere delle medicine per guarire, è necessario respirare per vivere, è necessario fare un viaggio ad Egina per incassare una somma di denaro, è necessario seminare per raccogliere » (Metafisica, I. V. 5).

Analogamente aggiungiamo: « è necessario per il proletariato fare la rivoluzione, se vuole liberarsi dall’oppressione borghese ». Ma è una necessità che comporta lo sforzo e la sottomissione per vincere le difficoltà. Hegel dice: « la libertà consiste nel non volere che se stesso » Plekhanov commenta: « il proletariato per volere se stesso deve ottenere il potere, ma come? Quando una classe aspira alla propria emancipazione compie una rivoluzione sociale; agisce nella circostanza nella maniera più o meno appropriata al fine perseguito, e in ogni caso la sua attività è la causa di tale rivoluzione. Ma questa attività, con tutte le aspirazioni che l’hanno suscitata, è essa stessa determinata dalla necessità ».

Si dirà: « ma è ovvio! »

Non tanto, diciamo noi. In ultima istanza le rotture, le scissioni, le selezioni, alla cui base stanno sempre delle necessità che « nessuno può vedere separatamente », finiscono quasi sempre per essere giustificate in nome di questa contraddizione: libertà e necessità. Engels dice che « occorre che i mezzi per sopprimere i mali sociali siano ” scoperti ” nelle condizioni materiali date dalla produzione, non inventati da questo o quel riformatore sociale ». I « riformatori sociali » d’oggi non sono più semplicemente quelli che si autodefiniscono tali, sarebbe troppo comodo, ma soprattutto quelli che propongono « moduli » e « piani » che non scaturiscono dalla lettura corretta che solo il materialismo dialettico è in grado di dare, contro tutti i marchingegni, le organizzazioni perfette, gli adoratori di forme, che sono i peggiori nemici della rivoluzione, indipendentemente dalla buona fede, s’intende.