Διεθνές Κομμουνιστικό Κόμμα

Giostra di voti ma la musica non cambia

Κατηγορίες: Democratism, Electoralism, Opportunism, Partito Comunista Italiano

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Hanno un solo nemico, in sostanza, tutti quelli che da trenta anni ormai chiamano periodicamente ad una riverniciatura democratica del cadavere parlamentare un «corpo sociale» nel quale è soffocata ogni distinzione di classe: lo sbocco rivoluzionario della crisi presente.

Non ci interessa nessuna questione di vincitori e vinti; abbiamo sempre negato che potesse ricavare alcunché il proletariato, per la sua azione di classe, da un certificato elettorale «titolo di proprietà di una frazione del potere collettivo», né che da spostamenti percentuali del «democratico elettorato» si possa dedurre qualcosa sulle fortune del processo rivoluzionario; tutta la nostra storia di classe presenta la costante: «elezioni uguale fottitura della rivoluzione». Ben altre «vittorie» hanno registrato le cronache, ed in altre occasioni, in cui il movimento non era in ginocchio come adesso, ma le fiamme della rivolta serpeggiavano per strade e piazze. Senza andare troppo lontano, basti ricordare un 1919 quando il P.S.I. mille miglia distante dai fradici opportunisti d’oggi raccolse, e da solo, la maggioranza relativa dei suffragi; pure con un successo senza precedenti, mentre le «amministrazioni rosse» si sprecavano e non osando imbarcarsi in un regio governo, non meno severo fu il giudizio che ne ricevette dall’allora frazione astensionista, perché la preparazione elettorale aveva distrutto per quella organizzazione, ogni possibilità di preparazione rivoluzionaria.

Storia vecchia, è il ritornello sulla bocca dell’opportunismo e dello sconcio estremismo extraparlamentare, solo preoccupati dell’oggi. A cinquanta anni di distanza, le alterne vicende dei balletti parlamentari, hanno definitivamente acquisito quella che allora fu una tesi soltanto teorica: per quanto riguarda ogni pratica democratica, è stata condensata, già dal 1951, la nostra posizione, nelle Tesi Caratteristiche del Partito: «Il partito, permanendo questo stato di cose e gli attuali rapporti di forza, si disinteressa delle elezioni democratiche di ogni genere, e non esplica, in tale campo, la sua attività».

Breviter, non si vota. Definitivamente è stato fissato dall’esperienza storica del passato, che non c’è nulla da conquistare o da difendere, per il proletariato, in questa putrida società, né le forme, né i contenuti della democrazia, né c’è alcun terreno sul quale possa effettuare delle «alleanze» con pretesi strati progressisti: ed ogni riforma, ogni provvedimento che parta dagli istituti dello Stato borghese, è soltanto una catena che di più avvince allo stato del capitale, alla sua ideologia, la classe destinata ad affossarlo.

Quando nel 1953 esso fu chiamato ad «esprimersi» contro la «legge truffa», ribadimmo che la vera truffa era far credere che le forme democratiche avessero da essere difese. Tutta la storia dolorosa delle nostre sconfitte proletarie prova che dal I dopoguerra in poi, nei paesi fradici di capitalismo, i parlamenti, gli istituti rappresentativi esistono per unica funzione di ingannare gli operai: la sparizione di Montecitorio, di Palazzo Madama, non altererebbe di un etto la funzionalità dello Stato, che rimane, qualunque cosa ne dica l’opportunismo, la «macchina di oppressione di una classe nei confronti di un’altra classe».

Soltanto e sempre gli interessi borghesi di conservazione sociale ha rappresentato l’opportunismo, quando ha dovuto sostituire alla guida dello Stato i partiti esplicitamente borghesi incapaci di dominare i fermenti in atto nel corpo sociale, quando si è con loro alleato per le ricostruzioni nazionali, o la difesa dei sacri confini, quando, opposizione legalitaria, ha mantenuto negli operai l’illusione di vie pacifiche al socialismo, di conquiste graduali, di tappe intermedie, di riformabilità dello Stato; quando, trionfante il metodo di governo diretto e senza infingimenti del Capitale, la forma fascista di conduzione dello Stato, ha spacciato la menzogna di una necessaria riconquista del terreno democratico per l’azione di classe.

Il partito nel corso del suo trentennale lavoro di critica ed analisi dei fatti sociali, e delle forze che li determinano, ha compiutamente definito questa «anomalia», rispetto ai partiti socialdemocratici della II Internazionale; la natura dell’opportunismo è stata sintetizzata nel corpo di Tesi dette «Di Napoli» e datate al 1965: «… mentre patrimonio centrale della Sinistra è la coscienza che il più grande pericolo sono le illusioni popularesche e socialdemocratiche, basi non di una nuova rivoluzione che faccia il passo Kerenski-Lenin, ma dell’opportunismo, che è la più potente forza controrivoluzionaria».

Per la Sinistra l’opportunismo «non è un fenomeno di natura morale e riducibile a corruzione di individui, ma è un fenomeno di natura sociale e storica, per cui l’avanguardia proletaria, invece di disporsi sullo schieramento che si pone contro il fronte reazionario della borghesia e degli strati piccolo-borghesi, più di essa ancora conservatori, dà l’avvio ad una politica di saldatura fra il proletariato e le classi medie. In questo il fenomeno sociale dell’opportunismo non diverge da quello del fascismo, perché si tratta sempre di un asservimento ai ceti piccolo borghesi di cui fanno parte i cosiddetti intellettuali, la cosiddetta classe politica e la classe burocratico-amministrativa, che in realtà non sono classi capaci di vitalità storica, ma spregevoli ceti marginali e ruffiani..».

È questa una posizione caratteristica dei comunisti rivoluzionari, che li distingue in ogni modo, anche sul piano dell’azione pratica, da tutti gli altri raggruppamenti, che, in queste batracomiomachie elettorali, hanno tenuto posizioni formalmente diverse, tutte però, in un verso o nell’altro, riconducibili alla stessa matrice.

L’abilità tattica consisterebbe per gli uni a far ritrovare all’opportunismo, sulla scia del consenso delle larghe masse, la strada di una pretesa azione rivoluzionaria, magari sulla piattaforma di conquiste di «socialismo» alla scala locale, trovando il loro «spazio a sinistra» nel «contesto sociale», o meglio sui banchi di Montecitorio – una qualificata alternativa rivoluzionaria – conquiste tutte che dovrebbero aprire nuovi livelli di coscienza ai proletari; laddove per gli altri, il consenso delle urne, e l’impegno che ne deriverebbe al partitaccio, avrebbero la virtù di «smascherare» agli occhi degli «elettori proletari» la politica «essenzialmente riformista», mostrando l’illusorietà di quella strada. Salvo entrambi ad esultare per le «vittorie rosse», ad accreditarne la natura «operaia», posta cioè nel campo di classe – visto e considerato che le masse operaie, il P.C.I. lo seguono – a ritenere positivo un «governo di sinistra».

È proprio l’incapacità di comprendere il ruolo controrivoluzionario del P.C.I., fuori e dentro dello Stato, la natura irresistibilmente forcaiola e poliziesca, la funzione di principale ostacolo alla ripresa della lotta rivoluzionaria di classe, e di conseguenza l’appoggio, in un verso o nell’altro, alla «preparazione elettorale», che dimostra l’appartenenza di tutti costoro allo stesso campo di conservazione sociale, ne smaschera la natura di radicalismo piccolo-borghese; anch’essi, hanno qualcosa da difendere in democrazia; malgrado gli slogan arrabbiati e truculenti, riescono ad esprimere soltanto l’esigenza di un «governo operaio», cioè di una radicalizzazione «di sinistra» dell’attuale democrazia, magari mondata della purulenza e della corruzione degli attuali governi; in questa esigenza morale ben insieme alla parlamentare madre spirituale e materiale.

Per l’azione del Partito della rivoluzione non è certo «indifferente», dal punto di vista dell’azione pratica, della propaganda, e della organizzazione sul terreno dello scontro, l’avvento di un governo nel quale l’opportunismo rappresenti la forza trainante; solo neghiamo che possa essere in ogni modo una condizione favorevole alla ripresa rivoluzionaria, più di quanto non lo possa essere, per esempio, un governo borghese «forte»; l’essenziale veramente è la scomparsa dell’influenza dell’opportunismo nel seno del proletariato, dei suoi metodi, della sua ideologia, della presa delle sue organizzazioni, e per converso, il risorgere di organizzazioni di classe aperte che il Partito possa conquistare alla propria azione, per affascinare e guidare la classe secondo il proprio indirizzo. La denuncia inflessibile della natura controrivoluzionaria di qualsiasi governo di «sinistra», ha per corrispondente l’indicazione pratica che alla dittatura aperta dello Stato borghese, senza intermediari, non si risponde lottando per la riconquista del terreno democratico, ma per imporre la dittatura della propria classe. E diciamo questo basandoci sulla considerazione che un «governo di sinistra», mettiamo nel 1922, era cosa ben diversa da un governo di «compromesso storico» dell’anno 1975. La Sinistra presentò, nelle Tesi di Roma del 1922, una serie di punti che fissano «determinate condizioni» in cui un governo definito «di sinistra», cioè costituito dal blocco dei partiti della sinistra borghese e dei socialdemocratici, può essere favorevole all’azione rivoluzionaria di classe. Ma l’assunto si basa su punti precisi, cioè sull’effettiva divisione del campo politico borghese in due blocchi – di «destra» e di «sinistra» – che si contendano la direzione dello Stato e parallelamente sull’effettiva esistenza di un raggruppamento politico socialdemocratico non infeudato allo Stato; lo svolgimento della contesa tra queste forze verte su punti e rivendicazioni che interessano le masse proletarie, ed ancora la tesi 35 «d’altra parte il partito comunista non trascurerà il fatto innegabile che i postulati su cui il blocco di sinistra impernia la sua agitazione attirano l’interesse delle masse, e nella loro formulazione, spesso corrispondono alle reali loro esigenze».

Ma solo in queste circostanze l’infeudamento della «frazione socialdemocratica» nello Stato, a fianco dei partiti borghesi, o da sola, costituisce un coefficiente positivo per la rivoluzione, perché ferma restando l’esistenza ed il radicamento del partito comunista nel seno del proletariato e l’inquadramento di questo in organizzazioni di classe, che il partito può conquistare alla propria politica, «il contenuto dei dissensi tra la destra e la sinistra borghese per la massima parte viene a commuovere il proletariato solo in virtù di falsificazioni demagogiche, che naturalmente non possono essere sventate attraverso una pura opera di critica teorica, ma devono essere raggiunte e smascherate nella pratica della lotta» (tesi 32) e (tesi 35) «il partito comunista non sosterrà la tesi superficiale del rifiuto di tali concezioni perché solo la finale e totale conquista rivoluzionaria merita i sacrifici del proletariato … il partito comunista inviterà dunque i lavoratori ad accettare le concezioni della sinistra come una esperienza, sull’esito della quale esso porrà bene in chiaro con la sua propaganda, tutte le previsioni pessimistiche … il partito solleciterà le masse ad esigere dai partiti della socialdemocrazia, che garantiscano delle possibilità di realizzazione delle promesse della sinistra borghese, il mantenimento dei loro impegni, e colla sua critica indipendente ed ininterrotta si preparerà a raccogliere i frutti del risultato negativo di tali esperienze …».

Queste condizioni non esistono più nelle aree a capitalismo sviluppato: gli anni ’30 hanno visto due esempi di «governo di coalizione», quello dell’Union-Sacrée ed ancor più tragico il Fronte Popolare in Spagna: in entrambi i casi l’opportunismo – non più le vecchie organizzazioni della socialdemocrazia, ma una espressione nuova «ala sinistra della borghesia» – non è stato neppure in grado di proporre quel «programma di riforme» cui accennano le tesi; l’assenza del partito – quindi l’impossibilità assoluta dello sbocco rivoluzionario – non sposta i termini della questione.

Tutte le funzioni borghesi, al governo o all’opposizione, sono direttamente assunte da questa «tendenza borghese nel seno del proletariato». In Italia, garante il partitaccio, dopo la bufera della seconda guerra mondiale, venne effettuato nel modo più indolore possibile il trapasso di potere tra l’occupante alleato e il risorto governo nazionale; non certo un «governo operaio», ché le «forze della Resistenza» più in là del popolare non erano andate: un governo di alleanza nazionale; il PCI, ne doveva fare parte, e fu chiamato, forza nazionale, a farne parte. I compiti erano molteplici: garantire la continuità dello Stato rimettere in moto il volano dell’economia, ributtare, costringendoli alla più frenetica produzione, gli operai nelle fabbriche appena riaperte riducendo al minimo possibile ogni scontro sul piano sindacale – lodevole iniziativa che prese il nome di «ricostruzione nazionale», prima produrre poi rivendicare – contenere la rabbia e la disperazione dei senza lavoro, e dare una patente di democraticità al nuovo regime, che del vecchio, vinto in battaglia, aveva ereditato non solamente l’intera impalcatura statale, ma anche i contenuti politici, il modo di governo; e l’ennesima tragedia fu consumata ai danni del proletariato che dalle nuove magnifiche sorti e progressive della Repubblica nata dalla Resistenza si attendeva forse l’alba radiosa del socialismo.

Ma la Resistenza, movimento di classe sì, ma non della proletaria, nient’altro poteva dare per risultato che la riorganizzazione sotto altri panni della classe avversaria. Impostati i compiti gravosi della nascente Repubblica, più comodo all’opposizione per fatti interni ed internazionali, il PCI fu cacciato dal governo; e la tragicommedia delle elezioni del ’48 ne sanzionò in modo definitivo la natura di «opposizione costituzionale». In un quadro di stabilizzazione economica e politica, il PCI al governo prima, e poi all’opposizione, fu una necessità e l’operazione di anestesia sociale, favorita dalla ripresa alla scala mondiale dell’economia, filò senza grossi intoppi per lor signori: tutto il mondo marciava verso un periodo di «prosperità» – vale a dire di aumento spropositato della produzione, d’immensa accumulazione, buoni affari per tutti – i tentativi per un ritorno all’odiato amato Palazzo Chigi, urtarono tutti contro il muro della maggioranza relativa del partito d’elezione della borghesia nazionale filo-americana.

L’erosione della Fortezza avversaria è cominciata – guarda caso – dopo 30 anni di «prosperità» quando l’avvicinarsi della crisi mondiale del capitalismo – non fatto italiano od europeo, od americano, ma del sistema capitalistico nel suo complesso – ha invertito la tendenza economica, e cominciano i primi sordi brontolii nel sottosuolo economico, e di riflesso, sociale. Perdurando la necessità di mantenere ancora lo straccetto democratico sulla bocca dei cannoni statali, l’opportunismo potrà nuovamente essere imbarcato in qualche governo di «Alleanza Storica» od anche «operaio», per impedire il materializzarsi del fantasma della rivoluzione, sotto la spinta del determinismo economico, o per affogarla nel sangue pronto ad addossarsi anche questo compito del dominio borghese; ma neghiamo che vi possa andare per un gioco di miserabili percentuali elettorali. Sono del resto le medesime funzioni che divide con qualunque governo dichiaratamente fascista, del quale ha gli stessi metodi, gli stessi strumenti, che si troverebbe a dover usare ove la situazione avesse a radicalizzarsi. Da un gioco del tutto estraneo agli interessi del proletariato deriva questa «alternativa» nella conduzione statale; il volto camaleontico della borghesia si serve allo scopo anche di un preteso «movimento di sinistra» delle Forze Armate, valgano i recenti fatti della «rivoluzione» portoghese, per ribadire il proprio dominio in una fase delicata di sviluppo e distruzione di vecchie forme che impacciano il pieno dispiegarsi del capitalismo; una forma statale espressamente fascista, solo tinta di rosso, e sostenuta senza riserve dal Partito Comunista Portoghese. L’esempio più chiaro, ci pare, della compenetrazione tra i due «modi», sì che pure nel variare delle forme, l’uno trapassa «quasi senza colpo ferire» nell’altro; e d’altra parte la tragedia cilena, in cui, causa la perdurante situazione di dissesto economico, la radicalizzazione delle masse operaie nella loro pressione rivendicativa e la debolezza della borghesia nazionale, il trapasso è avvenuto con un bestiale spargimento di sangue proletario ed anche di piccoli borghesi nazionalisti: i due casi non sono in contraddizione, solo rispondono a caratteristiche particolari differenti, e differente ne è stato lo svolgimento.

In ogni modo il bilancio da trarre da tutto ciò è univoco e non ammette alcun tentennamento e ritrosia nell’enunciarlo: un «governo operaio» nel quale i proletari riconoscessero qualcosa di proprio, sarebbe una nuova sconfitta della Rivoluzione, da troppo tempo assente; chiunque gli attribuisca il valore di una conquista da difendere, o lavori per esso, od anche non ne denunci fermamente la infamia controrivoluzionaria, sta con la controrivoluzione.

Dopo una sconcia passerella pre-elettorale, tra un tripudio di bandiere rosse, di cittadelle tintesi di color della fiamma, il polverone dell’ubriacatura comincia a diradarsi, tornano alla vista, spinte dalla forza dei fatti, che non tollerano le fumisterie dei giochi governativi, i problemi di sempre: il salario eroso dall’inflazione, il posto di lavoro sempre meno sicuro, la toppa della cassa integrazione che sempre meno riesce a coprire un buco che si allarga, la disoccupazione del primo impiego; le cifre, che cadono giornalmente sotto gli occhi del proletariato illuso – per il momento – dalla «vittoria», oltre un milione di disoccupati, un aumento di 832% di cassa integrazione, vale a dire 100 milioni di ore rispetto alle 12 del 1974, un decremento della produzione del 9,7% rispetto all’anno scorso. Si possono baloccare finché vogliono, eletti e trombati, vincitori e vinti ma è il processo produttivo stesso che addita alle masse proletarie l’unica strada possibile: quella della ripresa della lotta di classe.