Partito Comunista Internazionale

Critica e auto-critica

Categorie: Stalinism

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L’arma degli staliniani, siano essi figli legittimi o adottivi di Baffone, è l’autocritica, una fattispecie di confessione recitata davanti al Comitato Centrale o all’Ufficio Politico, oppure, in mancanza di assise di tale prestigio, di fronte alla polizia segreta agli ordini dello Stato, fatto strame una volta per tutte del partito e della sua primaria funzione. Il marxismo rivoluzionario, contro il dogmatismo delle religioni rivelate, laicizzate o meno, si è sempre considerato come il concentrato teorico della «critica» alla dominazione politica ed economica della borghesia sul proletariato, sempre chiaramente affermando che, anche quando la sua funzione storica si è dovuta necessariamente ridurre alla critica-critica, la sua fonte è la lotta di classe, l’anonima, oscura e gloriosa resistenza dei salariati contro la pressione del capitale.

Il comunismo rivoluzionario, dal Manifesto in poi, non ha conosciuto il fetido, lubrico e piccolo-borghese gusto per spettacoli e lubridi inni individuali fondati sul «culto della personalità», e conseguenti processi e terrorismi ideologici, occulti o palesi. La polemica virile ed aperta contro i nemici del proletariato è stato il terreno più adatto al collaudo della dottrina rivoluzionaria, come quando è culminata nell’espulsione degli anarchici, una volta per tutte, nel 1872.

L’arma della critica, considerato il terreno positivo e necessario sul quale si forgia l’opposizione dei transfughi della classe borghese dominante, parallelamente allo sviluppo materiale e sempre più imponente della lotta di classe tra capitale e lavoro, è invocata da Marx ed Engels ma non in astratto, sempre in rapporto all’azione reale del proletariato, non solo nella sua attitudine di resistenza, ma anche, e soprattutto, nella sua audacia di attacco al potere politico della borghesia. Di qui l’ansia e la soddisfazione di lasciare alla «critica roditrice dei topi» tutto ciò che corre il rischio di diventare libresco ed accademico, in rapporto alla lotta che incombe ed urge.

Consolidatasi la dottrina proletaria del potere, di fronte agli alti e bassi della lotta di classe, necessariamente non episodica e contingente, ma storica e di lungo periodo, facile è stato il gioco del revisionismo alla Bernstein, a rispolverare il valore astratto e moralistico della «critica», tanto più accademico, quanto più atto a giustificare il «fatto compiuto», tanto più scheletrica e intellettualmente osservante, quanto più tenera nei confronti del «movimento fine a se stesso».

Eppure non si è ancora alla pratica gesuitica e vergognosa dell’«autocritica», instaurata dopo il primo conflitto mondiale, all’interno del partito comunista, in seguito alla vittoria della borghesia, dello stalinismo.

Alla critica-critica dei Bauer già bollata da Marx nella Sacra Famiglia, dopotutto ancora espressione della insufficienza del movimento reale del proletariato, al quale l’intelligentsia radical-borghese cerca di opporre le armi della critica radicale, benché velleitaria, si sostituisce, a movimento storico maturo irradiato da un assalto al cielo come la Comune di Parigi e da un Ottobre Rosso nel bel mezzo del primo scontro interimperialistico, la sua caricatura più immonda e deformante: l’«autocritica».

La lezione delle vittorie e delle sconfitte aveva determinato il coagularsi e lo «scolpirsi», secondo la definizione della Sinistra, della tattica, nella sua accezione più vasta, dalla disposizione del partito comunista in rapporto al fronte antagonista borghese, alla sua interna organizzazione; la passione e l’abnegazione di rivoluzionari senza nome, per i tanto «deprecati capi» (nella «pruderie» democratoide alla Gorter e Pannekoek) non aveva avuto bisogno fino a questo momento di istanze amministrative interne ed esterne capaci di redimere contrasti nella ricerca spassionata della giusta tattica; nel fuoco della battaglia l’ardore dei Trotskij aveva potuto coniugarsi con la lucidità e l’intelligenza di Lenin senza che si dovessero erigere tribunali o comitati di probiviri.

La vittoria della borghesia mondiale, per i rivoluzionari di fede, transitoria e dialettica, produsse all’interno dell’Internazionale non semplicemente spostamenti di «frazioni» o di correnti, ma l’affermazione dell’opportunismo che aveva giocato il ruolo risolutivo nei paesi d’occidente dell’impedimento alla formazione tempestiva di partiti comunisti rivoluzionari.

Da questo momento nella vita del partito comunista mondiale, prodotto dagli eventi internazionali della lotta di classe al tradizionale metodo positivamente marxista della «critica» si andava affermando quello piccolo-borghese e democratico dell’autocritica, incarnato contingentemente nella persona, anzi nei baffi, dell’ex seminarista Josif Džugašvili Stalin. Non abbiamo da recriminare colpe o da comminare accuse personali: il metodo della compressione amministrativa, all’interno dell’Internazionale, non era altro che il riflesso, per quanto odioso e tragico, della vittoria del capitalismo, dalla quale andavano tratte lezioni, e non processi e tribunali.

La «critica critica», una vera e propria anticamera della più idealistica e masochistica «autocritica», lascia il passo alla pratica delle «confessioni» estorte, alle lubriche messe in scena di rivoluzionari devoti alla causa compressi ed assoggettati alla «tattica» stabilita dagli organi dirigenti, non sulla linea della tradizione comunista cristallizzatasi dinamicamente in ormai quasi un secolo di lotte, ma su «decisioni» fondate sulla «democratica conta delle teste» in barba alla scienza della rivoluzione, come ogni scienza non necessariamente democratica e nominalistica.

È in questo clima che la Sinistra italiana svolse la sua battaglia tacciata dal «democratico» antelitteram Gramsci, di comportarsi da «minoranza internazionale» all’interno del Partito Comunista d’Italia, sezione dell’Internazionale Comunista, piuttosto che – come a lui piaceva – da «maggioranza nazionale», non appena all’interno del partito mondiale la sua coerente concezione del partito come organo della classe, si scontrò con le statistiche e aritmetiche tesi degli Zinoviev e C., di «parte» della classe, ancorché «parte d’avanguardia».

Sarebbe stato troppo facile, troppo comodo che nei seguenti anni bui di controrivoluzione, in presenza di un fronte proletario dissanguato da due conflitti mondiali imperialistici, uno peggiore dell’altro in quanto combattuti prima sul terreno della difesa della patria, poi su quello della «democrazia e del socialismo», non si fosse affermata la teoria e la pratica dell’autocritica come metodo di azione e di organizzazione del partito proletario non soltanto all’interno dell’Internazionale russificata, ma addirittura all’interno di quelle formazioni che si definiscono «opposizioni» di sinistra allo stalinismo. I partiti nazional-comunisti neostaliniani, nonostante le successive ed interminabili autocritiche, culminate nella necrofila e macabra farsa krusciöviana della trafugazione della mummia di Stalin, sono ormai approdati in… confessionale pronti a ricevere l’assoluzione, con tanto di paramenti sacri, da Paolo VI e da Santa Romana Chiesa; le «storiche opposizioni», da quella virile di Trotskij, per quanto partita e necessariamente approdata alle più stomachevoli e anticomuniste conclusioni; a quella, che richiamandosi ai 21 punti di Mosca e ai principi dell’Internazionale, hanno inteso il comunismo rivoluzionario come un’associazione sociologica di tronconi e di gruppi purché sedicenti internazionalisti, perdendo la nozione di continuità organizzativa, teorica, programmatica e tattica, si trovano inevitabilmente a considerare il centralismo organico e la concezione del partito come integrazione anonima e centralizzata di forze estranee ad ogni individualismo e personalistico carisma, come un «lusso» teorico inaccettabile, reo di manomettere la «disciplina», da loro intesa come un caporalesco scimmiottamento di eserciti di soldatini di piombo allevati in vitro nel chiuso di artificiosi laboratori della rivoluzione, lontani dal contatto arduo ma reale con il proletariato, anche se in ginocchio, alla ricerca spasmodica di cugini o di parenti, o turbati nei sentimenti nel massacro del sangue e delle parentele perpetrato da 50 anni di controrivoluzione.

Di fronte a questa amara realtà non hanno un minimo di senso storico gli ukase lanciati contro ombre e fantasmi, compressioni ideologiche e richiami di sirena in direzione di pappagalli chiassosi o consanguinei, svilirizzati da una pratica più che semisecolare di matrimoni con affini, come è noto sterili e destinati a deformi concepimenti!

Al cospetto di tanta merda non valgono «depuratori» o filtraggi più o meno sofisticati: l’unico baluardo è la coerenza organizzativa, tattica e teorica capace di opporre una trincea di delimitazioni che solo la rivoluzione riuscirà a trasformare veramente in un salto di qualità in grado di dissipare i miasmi putrescenti e il cronico intasamento.