Partito Comunista Internazionale

East-West trade: Il commercio carnale fra Occidente ed Oriente

Categorie: Atomic bomb, Imperialism, NATO, USA, USSR

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Pare proprio, a giudicare da molti sintomi, che le esplosioni delle bombe H, oltre che l’effetto stupidamente reclamistisco di strappare via dal mappamondo innocui atolli corallini, produrranno quello di aprire ricchi canali d’oro sonante nella famosa (per i gonzi) cortina di ferro. La potenza dell’idrogeno potrà far sognare gli scrittori di fantascienza; i porci borghesi continueranno, nella cosiddetta era atomica, a tenere in conto solo la forza dell’oro.

Il periodo che attraversiamo presenta molti aspetti che autorizzano a considerarlo un anello di transizione. Perciò, è, in apparenza, così complicato, così contraddittorio. Infatti da un lato, si fa rintronare il mondo con gli scoppi atomici e si terrorizza la povera umanità con anticipazioni impressionanti di metropoli di milioni di abitanti cancellati dalla faccia della terra nello spazio di pochi secondi; dall’altro lato, si fanno correre nelle masse attonite messianici verbi di perpetua pace e di fecondo lavoro. I padreterni del mondo mentre inscenano tracotanti ostentazioni di forza militare, dirette ad impaurire i popoli, intrattengono colloqui segreti sulla produzione atomica ed il Cremlino, rinnegando quattro anni di furibonda lotta, si dichiara pronto ad entrare nel Patto Atlantico.

Sul piano non propriamente politico, cioè in materia di scambi commerciali tra gli opposti (fino a quando?) blocchi avvengono cose ancora più incomprensibili, per coloro che veramente hanno creduto e credono nella contraddizione di classe tra i governi americano-occidentali e quelli russo-orientali. Che succede qui? In America, esponenti del governo ammettono apertamente l’esigenza dell’allentamento dei vincoli imposti negli anni passati, e propriamente durante la guerra di Corea al commercio tra l’Est e Ovest. Il rapporto Randall (reso pubblico nello scorso gennaio) avanzava le prime caute ammissioni del mutato indirizzo di commercio estero del governo di Washington, che si spiegavano da sé tenute presenti le note condizioni di «recessione» (leggi: mancanza di smercio) della produzione americana. Poi sono venute altre precisazioni di fonte governativa. Recentemente, Stassen, che detiene la carica della F.O.A., cioè dell’organismo americano che ha sostituito l’E.R.P. e la M.S.A., è ritornato sull’argomento, incitando gli esportatori americani ad approfittare delle nuove direttive adottate a Londra, nei colloqui anglo-franco-americani, in materia di politica commerciale con l’Est.

Che significa dunque la rinnovata offensiva psicologica degli Stati Uniti, basata sul terrore della bomba H? Può darsi che significhi questo: per le esigenze delle rispettive economie, entrambe fondate sul mercantilismo capitalista, Stati Uniti e satelliti atlantici da una parte e Russia e satelliti orientali dall’altra parte, hanno improrogabile bisogno di scambiare merci: hanno quindi necessità di tregua politica e diplomatica. Dubitarne non si può, visto che la Russia, pur di raggiungere l’agognata intesa con gli Stati Uniti, non ha esitato ad offrirsi di entrare nella coalizione militare del Patto del Nord-Atlantico. Ma se distensione e associazione (a delinquere) internazionale deve esserci, a scorno di tutto quanto è stato detto e fatto durante la cosiddetta guerra fredda, la quale se fate bene i conti vedrete che è costata milioni e milioni di morti: se gli antichi amori tra americani e russi debbono rinverdire, ciò non può accadere in maniera che emerga la necessità economica, di fronte alla quale gli stessi padreterni atomici del Pentagono nulla possono. Ah no! Se i giovani di Washington, di Mosca di Londra perverranno a intrecciare le antiche relazioni dell’epoca dell’alleanza antihitleriana, pappandosi di amore e di accordo il pianeta, ciò dovrà apparire come una grazia elargita dai Governi, come una volontaria menomazione delle loro capacità di espansione nel mondo, cristianamente accettata per risparmiare ai popoli gli orrori della guerra atomica, descritta con così enorme abbondanza di particolari dalla stampa americana…

Molte apparenti stranezze e contraddizioni della politica americana si spiegano chiaramente con un altro non meno valido criterio, e cioè tenendo presente che, se unico è l’interesse di classe degli Stati di fronte al proletariato, differenti e contrastanti sono gli interessi particolari sorgenti sul terreno della concorrenza commerciale internazionale.

Fino ad oggi, le misure restrittive sugli scambi commerciali con l’Est, apertamente imposte dagli Stati Uniti, hanno contenuto e compresso le spinte antagonistiche esistenti nel commercio estero degli Stati occidentali altamente industrializzati. Ma che avverrà se la famosa legge Battle ed il COCOM saranno abrogati ed il commercio con l’Est liberato dagli attuali controlli? Non occorre essere profeti per prevedere che gli Stati Uniti dovranno, per conservare il predominio imperialistico, fare duramente pesare sugli alleati la loro schiacciante superiorità economica. Più verosimilmente, si premureranno di precederli nella corsa all’accaparramento dei mercati orientali (Russia, Cina, Stati dell’Europa orientale, Corea del Nord, ecc.).

È chiaro a tutti come l’Inghilterra morda il freno imposto alla espansione commerciale con l’Est. Il riconoscimento del governo di Mao-tse-tung, la riluttanza mostrata nell’intervento nella guerra di Corea, i disperati sforzi sostenuti da Churchill per ottenere incontri e conferenze tra i Grandi, e, da ultimo, la spedizione a Mosca degli affaristi britannici in cerca di commesse industriali, stanno a provarlo. Dietro il governo di Churchill, come dietro le commedie parlamentari dei laburisti, che ora biasimano gli esperimenti atomici statunitensi, dimenticando di essere stati i realizzatori dell’industria atomica in patria, stanno i banchieri della City, bramosi di pascolare, come ai bei tempi passati, sui mercati asiatici. Ma dietro il Dipartimento di Stato e il Pentagono stanno in agguato le molto più agguerrite bande di predoni dei plutocrati di Wall Street, ben decisi a conservare ed estendere la supremazia imperialistica conquistata con la seconda guerra mondiale.

Liberare dalle pastoie il commercio con l’Est! è il grido che infiamma i cuori della borghesia internazionale. Ma, a chi dovrà toccare la parte del leone nel banchetto di ordinazioni, di prestiti, di compravendita? e chi dovrà contentarsi delle briciole? Ecco il problema. E trattandosi di un problema politico, esso non potrà essere risolto che sul piano della forza.

Allora si spiegano benissimo le apparenti contraddizioni dell’atteggiamento del governo americano che mentre fa circolare negli uffici del Dipartimento del commercio con l’estero progetti e studi sulla ripresa in grande stile dei traffici Est-Ovest, fa stendere al Dipartimento di Stato e al Pentagono le linee direttrici del «New Look», cioè della nuova strategia fondata sulla rappresaglia atomica immediata, effettuata senza preavviso agli alleati. Allora si spiega il perché dell’accompagnare il «Rapporto Randall» e i colloqui commerciali fra Churchill e Stassen con l’intensificazione isterica del terrorismo atomico e con l’inasprimento – all’interno – della inquisizione maccartysta. Si spiega infine l’enigma della minaccia americana di internazionalizzare il conflitto in Indocina, mentre si avvicina la conferenza di Ginevra per i problemi dell’Asia, fissata com’è noto per il prossimo 26 aprile. Il ricatto imposto dagli Stati Uniti alla Russia e agli stessi alleati atlantici, non è stato mai così palese come oggi.

Il governo di Washington, eseguendo il comando della plutocrazia imperialista, sta intimando ad alleati e rivali di acconciarsi al suo predominio, nella svolta che si va preparando, pena il ritorno alla politica del conflitto periferico. Ma un inasprimento della guerra fredda e i tremendi sforzi che essa comporterebbe, potrebbero costare all’Inghilterra un ulteriore rovinoso indebolimento ed il definitivo smembramento del Commonwealth. Non sono riusciti gli Stati Uniti ad escludere, l’anno scorso, l’Inghilterra dal patto ANZUS, stipulato con Australia e Nuova Zelanda? La Francia che non è capace da sola di condurre la guerra in Indocina, quasi sicuramente perderebbe, in una eventuale ondata di bellicismo americano, i protettorati del Nord Africa (Algeria, Tunisia, Marocco) ove già gli Stati Uniti possiedono importanti basi aeree, arraffate durante la guerra di Corea, e vi godono sotterranee influenze politiche. La Germania, benché il governo di Adenauer sbandieri un atteggiamento oltranzista nei riguardi di Mosca, vedrebbe sfumare la non riposta speranza di pervenire alla riunificazione nazionale e alla riconquista dei mercati dell’Europa orientale, così amaramente rimpianti dai capitalisti tedeschi. E la Russia, la Cina, le democrazie popolari? Che hanno da attendersi da un eventuale irrigidimento della situazione internazionale?

Stando alle accademie pacifiste di Molotov, la Russia perseguirebbe la fine della tensione internazionale e il ristabilimento dei traffici commerciali Est-Ovest soltanto per amore della pace e per orrore della guerra atomica. Sappiamo che pensare del pacifismo russo. Uno Stato che ha raggiunto un tale livello di industrializzazione da scendere sul mercato mondiale a caccia di sbocchi (e abbiamo forniti decisivi dati al riguardo nell’articolo «La Russia a caccia di mercati esteri» nel n. 6) non può pretendere di godere della fama di grande potenza industriale e nello stesso tempo aspirare al primato di Stato-guida del pacifismo. I governi – e quello di Mosca ne è certamente uno – che tendono a procurare alla propria industria una vasta clientela internazionale, sottraendola magari a potenze esportatrici già piazzate, non possono parlare di pace che a puro scopo di demagogia. La guerra delle armi è solo la continuazione della guerra delle merci. Del resto (non sono merci le stesse armi?) mente alle leggi dell’accumulazione capitalistica. Le esigenze tiranniche dell’industria pesante e degli armamenti furono esaltate fino al parossismo, a scapito della produzione dei beni di consumo, cioè furono soddisfatte attraverso un feroce sfruttamento della forza-lavoro salariata. Andando al potere il governo Malenkov ha ereditata una situazione difficile. La piccola e media industria, da cui la popolazione dei paesi civili trae i mezzi di abbigliamento e di arredamento, sono rimaste notevolmente indietro. L’agricoltura ancora di più. Ciò non lo immaginiamo, né lo deduciamo dai soliti libri sensazionali alla Kravcenko. Ciò è detto, invece, senza perifrasi nel rapporto letto da Kruščëv al Comitato Centrale del P.C.U.S. nel settembre dello scorso anno (vedi l’Unità del 19-9-1953) da noi commentato a varie riprese. La recente decisione del Cremlino di porre a coltura una enorme estensione di 13 milioni di ettari, prova che i piani di industrializzazione hanno ignorato deliberatamente l’incremento della popolazione e l’accresciuto bisogno di pane per cui le stesse esportazioni di grano russo sono in pericolo continuando l’attuale corso economico. È chiaro, dunque, che un ulteriore irrigidimento della tensione internazionale, costringendo il governo di Mosca a fermare l’odierno piano di incremento dell’industria leggera e della produzione agraria e a buttarsi a corpo morto nella produzione di armamenti, aggraverebbe ancora più i pericolosi squilibri produttivi, col risultato che le basi sociali dello Stato ne rimarrebbero indebolite. Tale alternativa non si trova, ovviamente, nel rapporto Kruščëv. Ma la brutale soppressione di Beria e dei suoi amici basta a tradire le profonde preoccupazioni dei governanti del Cremlino.

Se a Mosca comandasse un governo rivoluzionario, e in quanto tale nemico mortale dell’imperialismo, il governo dei plutocrati americani non esiterebbe, potendolo, a causarne la rovina. Ma a Washington conviene che crolli quel grande pilastro della conservazione borghese, che è il governo di Mosca? Certamente no. Pur non rinunciando per un solo istante alla supremazia assoluta di primo Stato dell’imperialismo e della controrivoluzione, gli Stati Uniti possono permettersi di somministrare ossigeno al Governo Malenkov, nonostante lo spaventapasseri del Cominform, nonostante le frenetiche quanto bluffistiche campagne della Pravda. Lo possono, perché dispongono di mezzi di coazione altrettanto potenti quanto la rivolta antigovernativa, e molto meglio controllabili. Quali? I mezzi economici, che permettono di affittare governi, parlamenti e stati maggiori lasciando intatte le parvenze di indipendenza. I capi del governo di Mosca ben lo sanno, ma al tremendo pericolo di vedere sgretolarsi l’edificio sociale e politico per il fallimento dei piani di industrializzazione sono costretti a reagire in un solo modo: mendicando l’accordo politico con gli Stati Uniti, allo scopo di riottenerne l’assistenza economica goduta durante gli anni di guerra e interrotta dal sopravvenire della guerra fredda. Forse che offrendosi di fare parte del Patto Atlantico non hanno mostrato di pagare qualunque prezzo l’America richieda per i suoi «aiuti» economici? A tanto è arrivato un governo che si autodefinisce comunista, il quale ha amministrato la produzione sociale in modo che oggi è in grado magari di esportare automobili, mentre le masse lavoratrici delle città rischiano di rimanere senza pane! E per allontanare questo spettro, deve buttarsi, ad onta delle povere filippiche contro il maccartismo, ai piedi dei briganti di Wall Street!…