Partito Comunista Internazionale

Splende viva la teoria marxista

Categorie: First International, Karl Marx, Party Doctrine

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«Eppure tutta la storia dell’industria moderna mostra che il capitale, se non gli vengon posti dei freni, lavora senza scrupoli e senza misericordia per precipitare tutta la classe operaia a questo livello della più profonda degradazione»: è con questa tragica constatazione che Marx (Salario, prezzo e profitto) esalta le lotte operaie e le organizzazioni di resistenza proletarie, e incita la classe ad unirsi sul terreno della difesa del salario e delle condizioni di vita. E continua: «Opponendosi a questi sforzi del capitale con la lotta per degli aumenti di salario corrispondenti alla maggiore tensione del lavoro, l’operaio non fa niente altro che opporsi alla svalutazione del suo lavoro e alla degenerazione della sua razza… Egli deve tentare di ottenere, in un caso, un aumento di salari, non fosse altro, almeno, che per compensare la diminuzione dei salari nell’altro caso. Se egli si rassegnasse ad accettare la volontà, le imposizioni dei capitalisti come una legge economica permanente egli condividerebbe tutta la miseria di uno schiavo, senza godere la posizione sicura dello schiavo».

Ma questo non basta, perché in tal modo si conserva la «razza» dei proletari, cioè si conservano le condizioni della sua esistenza di classe sfruttata e della esistenza del capitale. Occorre andare oltre, occorre «controllare» queste condizioni, si deve, quindi, conquistare il potere politico col quale prendere nelle proprie mani il destino storico della classe. Infatti, conclude Marx: «Se la classe operaia cedesse per viltà nel suo conflitto quotidiano con il capitale, si priverebbe essa stessa della capacità d’intraprendere un qualsiasi movimento più grande. Nello stesso tempo la classe operaia, indipendentemente dalla servitù generale che è legata al sistema del salario, non deve esagerare a sé stessa il risultato finale di questa lotta quotidiana. Non deve dimenticare che essa lotta contro gli effetti, non contro le cause di questi effetti; che essa può soltanto frenare il movimento discendente, ma non mutarne la direzione; che essa applica soltanto dei palliativi, ma non cura la malattia. Perciò essa non deve lasciarsi assorbire esclusivamente da questa inevitabile guerriglia, che scaturisce incessantemente dagli attacchi continui del capitale o dal mutamenti del mercato. Essa deve comprendere che il sistema attuale, con tutte le miserie che accumula sulla classe operaia, genera nello stesso tempo le condizioni materiali e le forme sociali necessarie per una ricostruzione economica della società. Invece della parola d’ordine conservatrice: “Un equo salario per un’equa giornata di lavoro”, gli operai devono scrivere sulla loro bandiera il motto rivoluzionario: SOPPRESSIONE DEL SISTEMA DEL SALARIO».

La lotta operaia nella singola azienda per strappare a quel dato padrone o a quella data direzione un aumento di salario ha bisogno, per legarsi alla lotta di classe del proletariato, di essere condotta secondo un piano sistematico che abbia per obiettivo la «soppressione del sistema del salario», cioè la distruzione del potere politico del capitalismo: di qui la necessità del partito politico alla testa delle lotte quotidiane degli operai.

L’Indirizzo inaugurale e gli Statuti provvisori della Associazione Internazionale degli operai, redatti da Marx nell’ottobre del 1864, in contrapposizione ad un testo di ispirazione mazziniana, pongono con chiarezza e forza la imprescindibile questione del necessario raccordamento tra partito politico e movimento operaio, tra indirizzo politico e lotte economiche.

Marx, dopo aver tracciato la storia delle lotte operaie dal 1848 e le condizioni miserevoli di esistenza dei proletari sia delle nazioni industrialmente più progredite che di quelle meno sviluppate, e dopo aver sottolineato il progresso industriale e produttivo a spese dell’immiserimento crescente e della proletarizzazione continua della popolazione lavoratrice, esalta le lotte della classe operaia inglese per imporre alle classi privilegiate la legge delle dieci ore.

Marx così commenta: «Questa lotta contro la limitazione legale della giornata di lavoro infuriò tanto più rabbiosamente perché, a prescindere dall’avarizia, essa toccava invero la grande controversia tra il cieco dominio delle leggi dell’offerta e della domanda, che costituiscono l’economia politica della borghesia, e la produzione sociale regolata dalla previsione sociale, che è l’economia politica della classe operaia. Perciò la legge delle dieci ore non fu soltanto un grande successo pratico, fu la vittoria di un principio. Per la prima volta, alla chiara luce del giorno, l’economia politica della borghesia soggiaceva all’economia politica della classe operaia». Il principio dell’economia politica della classe operaia è scientificamente espresso ne Il Capitale (vol. I, sez. V, cap. 15) e pone uno dei tanti principi su cui si fonderà la futura società comunista, quello cioè che «la parte della giornata lavorativa sociale necessaria per la produzione materiale sarà tanto più breve, e la parte di tempo conquistata per la libera attività mentale e sociale degli individui sarà quindi tanto maggiore, quanto più il lavoro sarà distribuito proporzionalmente su tutti i membri della società capaci di lavorare, e quanto meno uno strato della società potrà allontanare da sé la necessità naturale del lavoro e addossarla ad un altro strato».

Inoltre, Marx mette in rilievo il movimento cooperativo degli operai «non aiutati da nessuno» perché «queste cooperative hanno dimostrato che la produzione su grande scala e in accordo con le esigenze della scienza moderna è possibile senza l’esistenza di una classe padronale che impieghi una classe di lavoratori; che i mezzi di lavoro non hanno bisogno, per dare i loro frutti, di essere monopolizzati come uno strumento di asservimento e di sfruttamento del lavoratore; e che il lavoro salariato, come il lavoro dello schiavo, come il lavoro del servo della gleba, è solo una forma transitoria e inferiore, destinata a sparire dinanzi al lavoro associato che impegna i suoi strumenti con mano volenterosa, mente alacre e cuore lieto». «Ma invece, – continua Marx – i signori della terra e del capitale utilizzeranno sempre i loro privilegi per difendere e perpetuare i loro monopoli economici… Perciò il grande compito della classe operaia è diventato la conquista del potere politico». Il concetto centrale del Manifesto dei comunisti del 1848 ritorna nel programma della Prima Internazionale, in cui Marx traccia i compiti fondamentali della classe operaia: «La classe operaia possiede un elemento del successo, il numero; ma i numeri pesano sulla bilancia solo quando sono uniti dall’organizzazione e guidati dalla conoscenza. L’esperienza del passato ha insegnato come il dispregio di quel legame fraterno che dovrebbe esistere tra gli operai dei diversi paesi e spronarli a sostenersi gli uni con gli altri in tutte le loro lotte per l’emancipazione, venga punito inesorabilmente con la sconfitta comune dei loro sforzi incoerenti». In queste brevi righe è racchiusa la relazione tra partito e classe, che i marxisti rivoluzionari hanno costantemente difeso in ogni condizione storica ed in qualsiasi paese: il «numero», cioè la classe proletaria, l’«organizzazione», cioè il movimento operaio organizzato, e la «conoscenza» cioè il partito, insieme programma storico e unità di combattimento.