Διεθνές Κομμουνιστικό Κόμμα

I pastori salariati vera classe sfruttata

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SARDEGNA, agosto. Da anni i partiti cosiddetti operai versano fiumi di lacrime e innumerevoli mozioni di sdegno contro la politica del monopolio privato che nelle zone altamente industrializzate continua ad investire i capitali, a danno delle zone depresse; questa cattiva volontà della borghesia, peraltro coadiuvata da cattivi governanti, sarebbe, a detta di questi agglomerati (PCI-PSIUP), modificabile.

Non è mai mancato l’appello alle masse in appoggio alle proposte di legge che i «compagni» deputati han presentato. Con l’unione di tutti i partiti democratici qualche anno fa veniva costituito il sindacato dei pastori, ARPAS, e da allora le uniche proteste «sarde» sono venute appunto da questa categoria che rappresenta circa 40 mila produttori.

Assemblee, convegni, studi di ogni sorta si sono svolti per salvare il patrimonio caseario, «il glorioso pecorino».

L’ultima di queste congreghe s’è svolta a Cagliari il 17 luglio. Erano rappresentati con diritto di parola i bonzi dell’Alleanza contadini e pastori nonché il presidente della regione sarda. I governanti e l’opposizione si sono trovati d’accordo su molti punti, ma la rottura è venuta quando l’ala più avanzata del movimento pastorizio ha messo a nudo i più «rivoluzionari» propositi chiedendo la sospensione del MEC.

Questi traditori della classe proletaria, che al nord sudano sette camicie al giorno per spegnere ogni anelito di rivolta al capitale, nel meridione cercano (per dirla con Marx) di far girare all’indietro la ruota della storia.

Vediamo un po’ fino a che punto il bonzume e l’opportunismo sono anticomunisti.

Esiste nelle campagne sarde una lurida situazione che è dovuta alla presenza di tre categorie: il proprietario fondiario, il padrone delle pecore ed il servo pastore, più «civilmente» detto salariato fisso. Ebbene, nei loro stancanti discorsi i sinistri isolani non hanno mai parlato dello schiavo annuale ma lo hanno identificato col proprio padrone cercando di unirli contro il nemico comune: il proprietario fondiario.

Col MEC in funzione i nemici sono aumentati, «il povero padrone di pecore non resiste alla concorrenza, salviamolo e chiediamo anche ai loro servi di aiutare i loro sfruttatori per la causa dell’autonomia regionale»; da qui la lotta per la sospensione del MEC con il solito nauseabondo ritornello: la terra a chi la lavora. Inutile ogni commento.

Una nostra conclusione: venga pure il MEC con tutti i suoi prodotti, faccia pure strage dei ceti medi, empia di proletari la campagna; essi saranno i migliori becchini del MEC, dei padroni, delle autonomie e dei socialcomuntraditori.