La questione nazionale nelle sue tre fasi storiche
Ευρετήρια: National Question
Θυγατρικές αναρτήσεις:
Nota: Ordiniamo qui un mosaico di citazioni al fine di esemplificare, come con delle pietre miliari, il percorso della interpretazione marxista del fondamentale fenomeno storico della formazione di nazioni. Le citazioni sono tratte da testi di Marx, di Lenin e del nostro partito, come indicato, ma la trascrizione dei singoli passi – vogliamo avvertire – per necessità espositive non e sempre rigorosamente alla lettera e le sottolineature spesso sono nostre.
SFONDO STORICO: LO SVILUPPO DELLE FORZE PRODUTTIVE
L’attuale stadio della rivoluzione industriale, già previsto da Marx, deriva dalla vittoria decisiva sulla manifattura. «Questo grado di sviluppo tecnico impone nuovi rapporti produttivi e sociali, che fanno sempre più imperiose le rivoluzioni borghesi, per spezzare e gettar via tutte le catene della vecchia società, per la vittoria completa della produzione mercantile; quindi l’unità politica dei territori la cui popolazione parla la stessa lingua, una delle condizioni più importanti per la circolazione delle merci realmente libera e vasta e per lo stretto collegamento del mercato con ogni padrone o piccolo padrone, con ogni venditore e compratore. Spingono a tale stato i fattori economici più profondi: ecco perché in tutta l’Europa occidentale – o meglio, in tutto il mondo civile – lo Stato nazionale è lo Stato tipico, normale, del periodo capitalistico. Per conseguenza, se vogliamo comprendere il significato della autodecisione delle nazioni, arriveremo necessariamente a questa conclusione: per autodecisione delle nazioni s’intende la lordo separazione statale dalle collettività nazionali straniere, s’intende la formazione di uno Stato nazionale indipendente» (Lenin, “Che cos’è il diritto delle nazioni all’autodecisione”, 1916).
L’IRLANDA
«Nel 1860‑70 in Inghilterra la rivoluzione borghese era terminata da lungo tempo. In Irlanda non era ancora terminata. Marx aveva pensato in un primo momento che l’Irlanda non sarebbe stata liberata dal movimento nazionale della nazione oppressa, ma dal movimento operaio della nazione che l’opprimeva: se il capitalismo in Inghilterra fosse stato tolto di mezzo rapidamente, come Marx allora sperava, non vi sarebbe stato posto per un movimento democratico borghese nazionale in Irlanda. Per Marx i movimenti nazionali non sono un assoluto, perché egli sa che soltanto la vittoria della classe operaia saprà portare alla completa liberazione di tutte le nazionalità.
«Ma le circostanze hanno fatto sì che la classe operaia inglese è caduta per un periodo abbastanza lungo sotto l’influenza dei liberali, accodandosi a loro e decapitandosi con una politica operaia liberale. All’opposto il movimento borghese di liberazione in Irlanda si rafforzava e assumeva una forma rivoluzionaria. Marx rivide la propria posizione. “È una disgrazia per un popolo d’aver asservito un altro popolo”. La classe operaia in Inghilterra non sarà liberata finché l’Irlanda non si libererà dal giogo inglese; l’asservimento dell’Irlanda rafforza ed alimenta la reazione in Inghilterra.
«Marx, facendo votare dall’Internazionale una risoluzione che esprimeva simpatia per la “nazione irlandese”, per il “popolo irlandese”, propugnava la separazione dell’Irlanda dall’Inghilterra, “anche se dopo la separazione si arriverà alla federazione”. Avversario, per principio, del federalismo, Marx ammette la federazione nel caso in questione, purché alla liberazione dei Irlanda si giunga non per via riformista ma per via rivoluzionaria, con un movimento delle masse popolari d’Irlanda, sostenuto dalla classe operaia d’Inghilterra (…)
«È indiscutibile che soltanto una tale soluzione del problema storico avrebbe maggiormente favorito gli interessi del proletariato e la rapidità dell’evoluzione sociale. Soltanto questa politica poteva risparmiare all’Irlanda e all’Inghilterra che le necessarie riforme si protraessero per mezzo secolo e che i liberali le deformassero a vantaggio della reazione» (Lenin, “L’utopista Carlo Marx e la pratica Rosa Luxemburg”).
LA POLONIA
«Così pure, Marx ed Engels, consideravano un obbligo assoluto per tutta la democrazia occidentale europea, e ancor più per la socialdemocrazia, l‘appoggio attivo alle rivendicazioni d’indipendenza della Polonia. Negli anni 1840‑50 e 1860‑70, periodo della rivoluzione borghese in Austria e in Germania, periodo della “riforma contadina” in Russia, questo punto di vista era completamente giusto ed era l’unico coerentemente democratico e proletario. Finché le masse popolari della Russia e della maggioranza dei paesi slavi dormivano ancora un sonno profondo, finché in questi paesi non v’era un movimento democratico di massa indipendente, il movimento di liberazione della nobiltà in Polonia aveva un’importanza gigantesca, di primo ordine, dal punto di vista della democrazia non soltanto panrussa, ma anche paneuropea. Esso ha cessato di esserlo nel ventesimo secolo.
«Movimenti democratici indipendenti, e per un movimento proletario indipendente, sono sorti nella maggior parte dei paesi slavi e persino in uno dei paesi slavi più arretrati, la Russia. La Polonia della nobiltà è scomparsa cedendo il posto alla Polonia capitalistica. In simili condizioni la Polonia non poteva non perdere la sua eccezionale importanza rivoluzionaria. Nel 1896 (…) fu fondato per la prima volta un partito puramente proletario in Polonia, enunciando il principio importantissimo dell’unione la più stretta fra operaio polacco e quello russo nella loro lotta di classe.
«Ma questo voleva forse dire che l’Internazionale, all’inizio del ventesimo secolo, deve considerare superfluo per l’Europa orientale e per l’Asia il principio di autodecisione politica delle nazioni? Il loro diritto alla separazione? Questo sarebbe un incommensurabile assurdo che equivarrebbe teoricamente al riconoscimento di una compiuta trasformazione democratica borghese degli Stati turco, russo, cinese e che equivarrebbe praticamente ad una posizione opportunista verso l’assolutismo» (Lenin, “La risoluzione del Congresso Internazionale di Londra del 1896”).
L’AUTO‑DETERMINAZIONE DELLE NAZIONI
«È nello spirito del marxismo la risoluzione del Congresso Internazionale di Londra del 1896. Questa risoluzione afferma: “Il Congresso si dichiara per il pieno diritto di tutte le nazioni all’autodecisione e esprime la propria simpatia agli operai di ogni paese oppresso attualmente dal giogo dell’assolutismo militare, nazionale o di un altro assolutismo; il congresso invita gli operai di tutti questi paesi a schierarsi nelle file degli operai coscienti di tutto il mondo, al fine di lottare insieme con essi per abbattere il capitalismo internazionale e per realizzare gli obiettivi della socialdemocrazia internazionale”» (Lenin, ivi).
Questa risoluzione è dettata dall’esperienza fornita dal momento storico in occidente, «che va dal risveglio dei movimenti nazionali, dalla partecipazione a questi movimenti dei contadini – lo strato sociale più numeroso e il più difficile a mettersi in movimento – attratti alla lotta per la libertà politica in generale e per i diritti delle nazionalità in particolare, fino al periodo caratterizzato dalla mancanza di movimenti democratici borghesi di massa; il periodo in cui il capitalismo sviluppato, ravvicinando e mescolando tra loro le nazioni già del tutto attratte nella circolazione delle merci, porta in primo piano l’antagonismo tra il capitale fuso su scala internazionale, e il movimento operaio internazionale» (Lenin, “Impostazione storica e concreta della questione”).
«In Asia, solo il Giappone, costituendosi in Stato indipendente riconfermava l’esperienza occidentale, e cioè che lo Stato nazionale è lo Stato tipico, normale, del periodo capitalistico. Ecco perché ha incominciato anch’esso ad opprimere le altre nazioni. Quindi rimaneva incontestabile che il capitalismo, dopo aver risvegliato l’Asia, vi ha provocato ovunque movimenti nazionali, che questi movimenti tendono a creare in Asia degli Stati nazionali e che precisamente gli Stati nazionali garantiscono le migliori condizioni per lo sviluppo del capitalismo» (Lenin, “Che cos’è il diritto…”).
IL RISVEGLIO DEI POPOLI COLORATI
«Nella maggior parte dei paesi occidentali tale questione era risolta da molto tempo. Quindi sarebbe ridicolo cercare nei programmi occidentali la soluzione di problemi che non esistevano. All’opposto dell’Occidente, nell’Europa Orientale il periodo delle rivoluzioni democratiche borghesi è cominciato soltanto nel 1905.
«Le rivoluzioni in Russia, in Persia, in Turchia e in Cina, le guerre dei Balcani: ecco la catena di avvenimenti mondiali di quel periodo nel nostro “Oriente”. Questa catena di avvenimenti manifesta il risveglio di tutta una serie di movimenti nazionali borghesi, di tendenze a creare degli Stati nazionali indipendenti ed omogenei. Per la Russia, che insieme con i paesi vicini attraversava quel periodo, occorreva includere nel programma del partito un articolo sul diritto delle nazioni all’autodecisione» (Lenin, “Le particolarità concrete della questione nazionale e la trasformazione democratica borghese in Russia”).
«Ma il proletariato, riconoscendo l’uguaglianza di diritti e il diritto, uguale per tutte le nazioni, di costruire uno Stato nazionale, apprezza e pone al di sopra di tutto l’unione dei proletari di tutte le nazioni ed esamina ogni rivendicazione nazionale, ogni separazione nazionale dal punto di vista della lotta di classe degli operai. Noi, proletari grandi‑russi, non difendiamo alcun privilegio, e quindi non difendiamo neppure questo privilegio! Noi combattiamo nei confini dello Stato esistente, noi uniamo gli operai di tutte le nazioni di questo Stato» (Lenin, “Il praticismo nella questione nazionale”).
«Le masse della popolazione istruite dall’esperienza quotidiana, conoscono benissimo l’importanza dei legami geografici ed economici, i vantaggi di un grande mercato e di un grande Stato, e si decideranno a separarsi esclusivamente nel caso che l’oppressione nazionale e gli attriti nazionali rendessero la vita comune assolutamente insopportabile, frenassero tutti i rapporti economici, i vantaggi di un grande mercato e di un grande Stato, e si decideranno a separarsi esclusivamente nel caso che l’oppressione nazionale e gli attriti nazionali rendessero la vita comune assolutamente insopportabile, frenassero tutti i rapporti economici di ogni specie. E in tal caso gli interessi dello sviluppo capitalistico e della libertà della lotta di classe saranno precisamente dalla parte di coloro che si separano» (Lenin, “La borghesia liberale e gli opportunisti socialisti nella questione nazionale”).
All’VIII Congresso del Partito Comunista di Russia, il 19 marzo 1919, Lenin afferma: «Bucharin vuole riconoscere soltanto alle classi lavoratrici il diritto all’autodecisione. Ma nazione significa: borghesia e proletariato. Voi vi richiamate al processo di differenziazione che si opera nel seno della nazione, al processo di separazione del proletariato dalla borghesia. Ma si tratta di vedere come si svolge questa differenziazione. Mettiamo in evidenza il grado di differenziazione in Germania, in Finlandia, in Polonia e negli altri popoli abitanti nei confini dell’impero Russo. Respingere l’autodecisione delle nazioni, sostituirla con l’autodecisione dei lavoratori sarebbe cosa assolutamente errata perché vorrebbe dire non vedere quanto sia arduo e tortuoso il cammino che segue la differenziazione nell’interno delle nazioni. L’autodecisione dei lavoratori esiste solo in Russia».
Innanzi tutto, ma fondato sulla dialettica storica, si tratta del programma del partito comunista, che non può non tener conto dell’interesse della classe proletaria internazionale.
IL QUADRO DEL CONFLITTO AVANZA
Lenin (II congresso) «legge dalla tribuna del Cremlino le sue tesi sulla questione nazionale e coloniale, e la risolve in nuova chiarezza tra l’ammirazione dei rappresentanti del proletariato e del marxismo nel mondo (…) Oggi noi, Internazionale Comunista, noi, Russia dei Soviet, noi, partiti comunisti che in tutte le nazioni progredite tendiamo alla conquista del potere, in guerra dichiarata alla borghesia e ai suoi servitori socialdemocratici, stipuliamo nei paesi in Oriente una alleanza tra il giovanissimo movimento operaio, i nascenti partiti comunisti, e i movimenti rivoluzionari che tendono a cacciare gli oppressori imperialisti. Abbiamo in una discussione, alla luce della nostra dottrina, stabilito di non parlare di movimenti democratici borghesi, ma di movimenti nazionalisti rivoluzionari, poiché non possiamo ammettere alleanze con la classe borghese ma solo con movimenti che stiano sul terreno della insurrezione armata».
«Nel settembre del 1920, dunque tra il secondo e il terzo congresso della III Internazionale, ben ferma sulle direttive del marxismo rivoluzionario, si tiene a Baku il Congresso dei popoli d’ Oriente. Quasi duemila delegati, dalla Cina all’Egitto dalla Persia alla Libia. È Zinoviev che legge il manifesto conclusivo dei lavoratori, è il presidente della Internazionale Proletaria; e alla sua voce gli uomini di colore rispondono con un solo grido levando spade e scimitarre. “L’Internazionale Comunista invita i popoli dell’Oriente a rovesciare colla forza delle armi gli oppressori di Occidente; a tal scopo proclama contro di essi la Guerra santa, e disegna l’Inghilterra come primo nemico da affrontare e combattere!”. Ma un non diverso grido di guerra a lanciato verso il Giappone, contro il quale si invoca l’insurrezione dei coreani mentre l’odio bolscevico viene nel proclama di Zinoviev dichiarato anche alla Francia e alla America “ai pescecani statunitensi che hanno bevuto il sangue dei lavoratori delle Filippine”».
«E lo stadio di sviluppo sociale che a noi marxisti interessa (…) Le tesi di Lenin ribadiscono: “La congiuntura politica attuale (1920) mette all’ordine del giorno la dittatura del proletariato; e tutti gli avvenimenti della politica internazionale convergono inevitabilmente intorno a questo centro di gravità; la lotta della borghesia internazionale contro la repubblica dei Soviet, che deve raggruppare attorno a sé, da una parte tutti i movimenti di classe dei lavoratori avanzati in tutti i paesi, dall’altra quelli emancipatori nazionali nelle colonie e nazioni oppresse” (…) “Diventa attuale il problema della trasformazione della dittatura proletaria nazionale (che esiste solo in Russia e non può perciò esercitare una influenza decisiva sulla politica mondiale) in dittatura proletaria internazionale (quale realizzerebbero almeno diversi paesi avanzati, capaci di influire in modo decisivo sulla politica mondiale)”».
«In Oriente i regimi sono ancora feudali (…) In genere la spinta (alla ribellione) viene dai contadini, dai pochi operai; ad essi si unisce la categoria degli intellettuali, divisi tra la xenofobia tradizionalista e le suggestioni della scienza e della tecnica bianca. Questa massa informe insorge; il suo moto crea difficoltà gravi alla classe capitalista europea: essa ha due nemici: il popolo delle colonie, il proletario di casa. Come pensiamo che da un sistema di economia sociale di Oriente si arrivi al socialismo? Occorre, come in Europa, attendere una rivoluzione borghese coi suoi moti nazionali appoggiata dalle masse lavoratrici e povere, e solo dopo, lo stabilirsi di una lotta di classe locale, del movimento operaio, della lotta per il potere e i Soviet? Con una tale strada la rivoluzione proletaria mondiale coprirebbe secoli e secoli. In modo più o meno chiaro, i delegati di Oriente nel 1922 dissero di no (…) volevano affiancarsi alla rivoluzione mondiale delle classi operaie nei paesi capitalisti, ed attuare anche nei loro paesi la dittatura delle masse non abbienti e il sistema dei Soviet. I marxisti occidentali accettano il piano (…) Esso significa che ove in Oriente scoppia una lotta contro il locale regime feudale (…) i comunisti locali e internazionali entrano nella lotta e la appoggiano. Non per darsi come postulato un regime democratico borghese, autonomo e locale, bensì per scatenare la rivoluzione permanente, che si fermerà alla dittatura soviettista».
«Il problema economico e sociale (in Oriente), in una simile prospettiva, veniva superato dalla garanzia contenuta nel piano economico mondiale unitario. Il proletario, padrone in occidente del potere e dei mezzi moderni di produzione, ne fa partecipi l’economia dei paesi arretrati con un piano che, come quello cui già tende il capitalismo di oggi, è unitario, ma a differenza di quello non vuole conquiste, oppressione, sterminio e sfruttamento» (“Oriente”, 1951).
Dopo la morte di Lenin, si svolge una lotta per la difesa del concetto di interdipendenza mondiale delle lotte, come dottrina, come strategia, come organizzazione, spezzato nel 1926 con la vittoria dell’opportunismo che dichiara di edificare il socialismo nella sola Russia. Se per Marx la classe operaia inglese nel 1860‑70 si era decapitata accodandosi ai liberali, nel 1926 incomincia di nuovo a distruggersi; anche fisicamente con l’uccisione dei suoi figli migliori, fino ad immolare nel secondo conflitto circa 20 milioni di giovani russi, e 50 milioni di proletari e di lavoratori fra tutti i paesi. E non per rovesciare gli oppressori di Occidente, ma per difenderli, rinnegando la dittatura internazionale della classe operaia, proclamata da Lenin al II Congresso.
DOPO IL 1926
Dopo il 1926 la classe capitalistica europea non ha più due nemici, ma solo il popolo delle colonie, quindi può vincere la contesa a scala del mondo. Il quadro dei moti nelle colonie e nelle semicolonie, già fiammeggiante nel 1920, dal 1920 al 1927 culmina nelle Comuni proletarie di Shanghai e di Canton, ove la classe operaia era considerevolmente aumentata.
Intorno al 1950 la situazione in gran parte dell’Asia e di Africa era al parossismo della tensione. «Istituti tremendamente statici come quelli terrieri e teocrati di Oriente stanno paurosamente crollando in un mareggiare di guerre civili» (“Pressione razziale del contadiname, pressione classista dei popoli colorati”, 1953).
Soprattutto è la parte più intelligente della borghesia cinese che si ammanta di socialismo a trascinare con sé il contadiname per imporre il proprio Stato nazionale.
Oggi, a cento anni dal Congresso Internazionale di Londra del 1896, il quadro sociale è assai mutato. Attualmente lo sviluppo delle forze produttive è tale da richiedere nuovi rapporti sociali, socialisti, in tutto il mondo. Urge la messa in opera del “piano economico mondiale unitario” promesso da Lenin al II Congresso dell’Internazionale Comunista, pronto a poggiare su potenti forze.
«Ad uno svolto, che tutto al più possiamo porre al 1870», della fine in Occidente della sistemazione nazionale, «era puro disfattismo ogni rinvio della battaglia proletaria a dopo il raggiungimento di fini nazionali etnici o irredentisti». I marxisti diagnosticarono che nella fase imperialistica «il “principio di nazionalità” si presta bellamente a tutte le plastiche della arruffianata chirurgica diplomatica, specie nelle zone in cui, come nei disgraziati Balcani, non sono tracciabili sulla carta geografica i confini etnici linguistici e nazionali, i villaggi turco, greco, serbo e bulgaro, con i preti del caso, stanno a un passo tra loro, e mai l’odio, la guerra e la forza sistemarono quei terreni sul piano della nazionalità. Queste zone abbondano in Europa». «Il principio di nazionalità era tenuto sempre “in caldo” per poterlo agitare a fini di classe e soprattutto al fine di scombussolare l’autonomia vigorosa del movimento operaio, ma era disinvoltamente calpestato ogni volta che facesse comodo alle imprese economiche borghesi di soggiogare una provincia di confine, uno “spazio vitale”, o un disgraziato e colorato popolo d’oltremare» (“Il Proletariato e Trieste”, 1950).
CARATTERI NUOVI DI AUTODECISIONE
Nei primi anni del 1950 «l’attenzione del mondo è rivolta alla Persia, e al suo petrolio (…) Interessa rilevare che questa questione nazionale e questa rivendicazione di autodecisione presenta caratteri nuovi e suggestivi, se lumeggiati coi dati del materialismo storico. Non solo gli elementi razziali linguistici culturali e psichici e tutti quelli derivanti dalla tradizione, scompaiano quasi davanti alle grandi forze motrici del contrasto acutissimo odierno (…) primeggiando solo, ma allo stato incandescente di trasformazione, quelli che si traggono dalla vita economica (…)
«Lingua, cultura e carattere spirituale persiano, con profonde radici di tradizioni storica, se ne possono rinvenire largamente: ma quale contributo a questi caratteri trasmessi da millenni ha dato il petrolio dal 1900? La comunità di vita economica era poca cosa da quando il contenuto non era la costruzione di enormi cinte urbane e di dighe sui sacri fiumi col lavoro di milioni di schiavi. Paese con una densità di popolazione che non raggiunge dieci persone per chilometro quadrato, privo fino alla scoperta del prezioso minerale liquido di ferrovie; la stessa agricoltura copriva piccola parte del territorio e vi aveva sovrapposto un immobile ordinamento feudale culminante nella monarchia e nello Stato, in quanto la zona semidesertica e sterile era ancora percorsa da tribù nomadi, non uscite dallo stadio di barbarie, dedite all’armentizia ma incapaci di fissarsi in sedi stabili sul suolo inospitale. Nessunissima tendenza quindi ad una vita nazionale moderna, nessuna esigenza di costituzioni politiche nazionali come quella che provoca il sorgere delle forme moderne di produzione, dell’industria e del capitalismo.
«Tutto è sopraggiunto, in pochi decenni, dal di fuori e dall’oltremare. La scoperta del liquido prezioso, la nozione che esso è utile come combustibile, la tecnica che consente di estrarlo, di purificarlo, di trasportarlo, di utilizzarlo, la rete organizzata per collocarlo venderlo e trarne profitto. Tutto è recentissimo in quelle agglomerazioni costiere. Questa nuova versione del diritto nazionale, esaltata nella disdetta del governo persiano all’Anglo‑Iranian, merita di essere studiata dai marxisti. Che la nazionalizzazione iraniana del petrolio significhi conquista per il benessere dei poveri lavoratori del petrolio o dei poveri contadini servi della gleba e pastori vaganti; ecco l’immensa menzogna che l’analisi marxista deve sventare. Tutto quello che è sopraggiunto, in pochi decenni, non è dovuto a una borghesia che sempre più era evidente che non esisteva, ma all’afflusso di capitali internazionali che hanno sbloccato i compartimenti stagni, continuando anche dopo la nazionalizzazione, in aree sempre più grandi, come più sopra è stato dimostrato in Asia centrale, sostituendo ad essi l’intreccio grandeggiante della organizzazione mondiale del lavoro, quindi rivoluzionario» (“Patria economica?”, 1951).
Non solo l’Asia ma tutto il globo ha oggi raggiunto (anche se per vie diverse) un generale sviluppo della produttività e socialità del lavoro connesso internazionalmente da permettervi la dittatura proletaria, Resta certo da considerare la sopravvivenza di residui di classi detronizzate, il diverso grado di sviluppo del capitalismo, del salariato e della classe operaia nelle diverse aree, delle soprastrutture politiche, e delle soprastrutture delle soprastrutture: culturali, religiose, psicologiche ecc. Ma solo per individuare il metodo più spiccio per allontanare gli inerti storici dalla sola reazione esotermica che la chimica sociale conosce: la scissione della molecola nazionale borghesia imperialista-proletariato industriale moderno. Se, essendo finita nel 1870 la sistemazione nazionale in occidente, vi era puro disfattismo ogni rinvio della battaglia proletaria a dopo il raggiungimento di fini nazionali etnici o irredentisti, lo è ora anche per la rimanente parte dell’umanità. Di nuovo vediamo come la borghesia, nei disgraziati Balcani, nel medio Oriente, in Africa, e, quando le sarà utile, in qualunque luogo, resuscitare quel “principio di nazionalità” «per poterlo agitare a fini di classe e soprattutto al fine di scombussolare l’autonomia vigorosa del movimento operaio».
L’ATTUALE TERZO PERIODO
La diagnosi di Lenin che il capitalismo sviluppato “ha ravvicinato e mescolato tra di loro le nazioni, già del tutto attratte nella circolazione delle merci”, è più evidente oggi che la tecnica richiede sempre maggior contributo di materie prime ed energetiche provenienti dai quattro angoli del pianeta ed è in grado di produrre nel modo più efficace solo in quantità tali da poter soddisfare il bisogno di masse d’uomini ben maggiori di quelle contenute in un solo Paese, sia pur esso grande. La dimensione nazionale diventa sempre più stretta ed un limite per lo stesso capitalismo. «Le fabbriche diventano degli automi sempre più grandi», scrive Marx ne “Il Capitale”, Libro Primo, cap.13; oggi molte di esse sono composte di stabilimenti distribuiti su tutto il globo, collegati fra loro da un ferreo unico piano, «nelle quali aumenta la socialità del lavoro. Ma nelle relazioni fra le diverse unità produttive rimane il dominio del mercato». Il senso è quello del “Manifesto del Partito Comunista”: «La borghesia non può esistere senza rivoluzionare di continuo gli strumenti di produzione, quindi i rapporti di produzione, quindi tutto l’insieme dei rapporti sociali». Per il poderoso sviluppo tecnico, che comporta un consumo maggiore di quantità di materie prime e prodotti energetici, di gran lungo maggiore al 1920, tutti i paesi sono sempre meno autosufficienti; il capitalismo sviluppato, ravvicinando e mescolando tra di loro le nazioni, si è fuso su scala internazionale. Sul piano tecnico lo dimostrano, per esempio, i grandi gasdotti che dalla Siberia attraversando diversi paesi portano il gas a tutta l’Europa occidentale, così come il gas algerino che sottopassa il Mediterraneo. Molti elettrodotti attraversano diversi paesi.
Di questa stretta interdipendenza non possono non tener conto i piani di guerra degli Stati capitalistici, ormai ben oltre la dimensione nazionale, nei mezzi e nei fini: la guerra imperialista è una suppurazione del globale capitale mondiale, che nel suo complesso internazionale si distrugge per poter sopravvivere.
LA GUERRA RIVOLUZIONARIA
«Il socialismo proletario nel suo programma supera la nazione, non la organizza in forme nuove; prende atto che la stessa forma capitalistica sviluppata è capace di superarla» (“Patria economica?”, 1951). «Il Secondo Congresso panrusso dei Soviet adottò il decreto sulla pace, preparato da Lenin, primo atto del nuovo potere. Con esso si propone a tutti i paesi in guerra l’immediato inizio di trattative “per una pace giusta e democratica”: “Una pace immediata (…) una pace senza annessioni (…) e senza indennità” (…) Questa proposta concreta non costituisce una costruzione teorica. La posizione marxista è che un partito proletario non può in nessun caso appoggiare una annessione politica forzata; ma non consiste nel fare un capitolo del programma del partito della sistemazione ex novo di tutti i popoli omogenei in un nuovo ordinamento politico-geografico di Stati raggiunto e mantenuto dal consenso e senza violenza. Questa è ritenuta dai marxisti un’utopia inconciliabile con la società di classe capitalistica, più ancora con ogni altra, mentre in una società socialista il problema passa su altre basi, includenti la “distensione” e lo spengimento di ogni violenza statale. È una proposta tale che i paesi borghesi potrebbero accettarla, o almeno non possono rifiutarla per ragioni di principio» (“Struttura economica e sociale della Russia d’oggi”, cap.110, 1955).
«Lenin non ha mai condannata in principio la guerra rivoluzionaria» (cap.113). «Il trionfo finale del comunismo non può giungere se sono in armi, in parti del mondo borghese, eserciti indenni. Questa lezione dei fatti scrive nella nostra dottrina l’altro teorema che “la guerra delle classi non ha pacifismi”, non ha coesistenze di eserciti in armi e nemmeno e tanto meno di Stati politici nazionali» (cap.123).
«La guerra russo-polacca. Questo episodio storico ebbe una portata incalcolabile e sembrò rimettere in movimento tutte le forze proletarie di Europa: credemmo davvero che al levarsi delle baionette rosse sulla progredita, industriale, occidentale Varsavia tutto il sottosuolo dell’ovest avrebbe tremato e la faccia della vecchia Europa sarebbe tutta cambiata, come al principio del XIX secolo quando la incendiarono le baionette della grande rivoluzione borghese» (…) «Qui scrive Trotski: “Per quanto una tale guerra fosse imposta all’armata rossa, lo scopo del governo sovietico non era solo parare l’attacco, ma di portare la Rivoluzione in Polonia e in tal modo aprire con la forza la porta per il Comunismo in Europa”. Ecco il linguaggio di una Stato ed un esercito rivoluzionari (…) Il 30 aprile Trotski scrisse al Comitato Centrale ammonendo contro la speranza ultra-ottimistica di una rivoluzione in Polonia (i soliti falsi sinistri sostenevano ancora una volta che non si dovesse combattere in campo aperto esercito contro esercito, ma contare sulla forza notevole dei proletari e comunisti di Polonia). “Che la guerra termini con una rivoluzione dei lavoratori in Polonia, non vi può esser dubbio, ma non vi è nessuna base per credere che la guerra cominci con una simile rivoluzione”» (…) «Il 1° agosto Tukacevski è a Brest: Varsavia è a meno di 100 chilometri ad ovest; l’11 l’Armata Rossa è schierata davanti alla città. Purtroppo questa marcia trionfale fu duramente fermata, con un colpo terribile all’entusiasmo rivoluzionario» (cap.133).
La Rivoluzione comunista è una sola: inizia con la presa del potere statale all’interno di uno o alcuni paesi, e termina con l’abbattimento dell’ultimo Stato borghese del mondo. In questo complesso, forse non breve, ma continuo storico transitorio, la guerra rivoluzionaria non è che la prosecuzione della rivoluzione, la proiezione offensiva dell’esercito rosso come coerente prosecuzione della difensiva all’interno dai bianchi. Una volta vinta la virulenza del Capitale mondiale nei suoi centri di resistenza e nelle sue mostruose metropoli, allora in periferia si porranno non questioni nazionali, necessità di affermazioni politiche di classi locali borghesi, ma quelle di retaggi di arretratezza sociale da risolvere, in presenza di residui di classi piccolo produttrici urbane e rurali, come anche sopravvivenze preborghesi da accompagnare in uno sviluppo oggettivo.