I lupi ridiventano agnelli
Sul frastuono assordante di questi ultimi mesi è improvvisamente calato il bianco lenzuolo della distensione. I direttori di orchestra della diplomazia, della politica, dei sindacati, della stampa, hanno cambiato registro: è bastato un cenno da Washington e da Mosca perché la marcia funebre si trasformasse in marcia trionfale, perché le mani che sembravano irrevocabilmente decise a non più stringersi si ricongiungessero. Madonna Pellegrina e Colomba picassiana si contendono l’onore di aver riportato in mezzo a questo branco di lupi il mite ramoscello di ulivo della pace. Addio petizioni, addio raccolte di ex-voto: il cuore dei criminali di guerra è stato toccato!
Dietro Madonne e Colombe c’è una realtà sola: la strapotenza americana ha imposto al mondo la sua legge. La distensione non è che il riconoscimento di questa realtà di fatto: il centro capitalistico a più alto potenziale economico si è conquistato il diritto di reggere, da buon cane da guardia le sorti della galera imperialistica internazionale. Congressi e processioni non c’entrano.
A guardare le cose in superficie, siamo di fronte a una gigantesca disfatta russa nella corsa ad inseguimento con l’America. Le condizioni che la diplomazia del Cremlino aveva dichiarato inaccettabili ieri sono accettate oggi; l’abisso cosiddetto incolmabile di ieri è diventato la passerella di oggi; l’irrevocabile conflitto fra capitalismo e «socialismo» è divenuto la pacifica convivenza di entrambi; all’inarrestabile processo di concentramento e di integrazione le cui tappe sono il piano Marshall, l’unione occidentale, il Patto Atlantico, la creazione dello Stato della Germania occidentale, la Russia non può contrapporre che la crisi del blocco orientale e l’avanzata in Cina delle truppe di Mao contro un Ciang Khai Scek che la stessa America ha abbandonato alla sua sorte per ritessere la tela degli accordi col generalissimo delle armate «rosse».
Ma, se è vero che la distensione suggella l’avvenuto consolidamento dei rapporti di forza su scala internazionale a favore del ladrone imperialista d’occidente contro il ladrone imperialista d’oriente, la realtà del nuovo clima di pace è ben più complessa di questa formula da consiglieri di amministrazione di trust imperialistici. La realtà è che la società capitalistica internazionale, unitaria nell’insieme dei suoi fenomeni, interpenetrabile nell’insieme delle sue manifestazioni, apre un capitolo nuovo della sua avventurosa marcia, non negando ma completando il precedente, e perseguendo il costante obiettivo di stritolare sotto il suo solidale rullo compressore le residue forze del proletariato. Sono i due grandi centri monopolistici di questa società internazionale di briganti che aprono, in un dialogo a porte chiuse, l’era della distensione, come erano essi a dominare la scena della guerra fredda. Non c’è, fra loro, il vincitore che spezza le reni al vinto: c’è il più forte che chiama il più debole -più debole rispetto a lui, ma più forte rispetto a tutti gli altri – alla compartecipazione pacifica ad un dominio che non può essere se non collegiale. Sono rapporti di affari che si stringono fra i due grandi gruppi monopolistici: c’è un do ut des, in cui importa poco che le condizioni fondamentali siano dettate dal più forte, se il risultato del contratto è, in definitiva, una compravendita. Lavoriamo d’accordo a stritolare il mondo, a mungere la classe proletaria di tutti i paesi, a mantenere l’ordine dovunque; abbiamo fatto baruffa per trarre ciascuno il partito maggiore nelle trattative commerciali future: ora sappiamo chi poteva guadagnare di più; tiriamo le somme e lavoriamo insieme, sotto l’unica ragione sociale Washington-Mosca, anche se il pacchetto più compatto di azioni lo detiene zio Sam. E’ questo il contenuto del dialogo fra reggitori e dittatori del mondo, che si chiama, nel linguaggio corrente «la distensione».
I riflessi sul piano politico di tutti i paesi sono così chiari come immediati, tant’è vero che la cosiddetta vita politica delle democrazie bianche rosa e rosse non è che il pallido e anemico riflesso delle vicende alterne dei rapporti fra i superiori centri dell’imperialismo. Se il periodo della guerra fredda ha giovato alla stabilità capitalistica richiamando le masse proletarie ad una parvenza di lotta dopo il grigiore malinconico della collaborazione e ridonando una verginità piazzaiola e agitatoria ai partiti della ricostruzione nazionale e della tregua fra le classi, il periodo della distensione non è che la raccolta dei frutti, sul piano sociale, di quel secondo atto della cinica commedia di questo dopoguerra. La classe operaia, sbattuta fra i marosi dei «terribili» contrasti fra maggioranza e minoranza, fra governo e opposizione, spezzata in organismi sindacali concorrenti, mobilitata a seguire bandiere divise ma fondamentalmente identiche, è oggi chiamata a galleggiare sul mare d’olio della distensione. In questo mare d’olio, la funzione delle parti avverse è complementare come nella procella: una sostiene l’altra, tutte due tirano la corda al grande impiccato di questi anni di democrazia progressiva: il proletariato.
Smussare gli angoli dei conflitti di lavoro, stringersi di nuovo la mano in nome della democrazia, ridare nuova vita, sebbene in forme diverse, alla benemerita opera della ricostruzione: questa è la prospettiva politica della «pace» che viene. Nulla dovrà più turbare, all’interno dei singoli paesi, la pacifica opera di sfruttamento collegiale del mondo che i due sommi reggitori dell’imperialismo si preparano a compiere nel prossimo avvenire. Scelba all’ennesima potenza: è questa la formula del nuovo clima di pace. E poiché non c’è buon poliziotto senza buon mediatore dei conflitti di lavoro, Fanfani all’ennesima potenza. Lo Stato sarà una volta di più, nella propaganda e nella pubblicistica del prossimo futuro, il buon padre, superiore ai capricci e alle baruffe fra le classi.
Ne hanno avuto una prima degustazione gli operai italiani in lotta per la difesa del pane e del lavoro. Che importa il ridicolo, agli orchestratori della guerra fredda e della pace tiepida? Possono organizzare scioperi, disdirli, riorganizzarli ancora, sconfessarli infine; possono avanzare condizioni irrevocabili e revocarle un momento dopo; possono spezzare le trattative per non aver accettata la impostazione «avversaria» e riprenderle proprio sulla base di quest’impostazione. Possono negare oggi la possibilità di conciliazione e affermarla domani; gridare al fascismo di De Gasperi e al torquemadorismo di Scelba alle ore tredici, e tendere loro la mano alle tredici e un quarto. E cantar vittoria.
In una situazione tragica come quella in cui si dibattono due milioni e mezzo di disoccupati, nel buio di una tempesta che sa di fame e di guerra Di Vittorio può tornare dal Mosca col saio del terziario francescano e dire: «Siamo lieti di questa prospettiva di accordo generale. Vogliamo un po’ più di pane, di tranquillità, di stabilità, un po’ di felicità. Nella nostra casa deve entrare il sorriso e la luce dell’amore». Sono le parole autentiche dell’intervista concessa dal reduce. Capite? Avremo, in pieno regime capitalistico, il sorriso e la luce dell’amore. Padrini Costa e Di Vittorio, Pastore e Bitossi, De Gasperi e Togliatti, Truman e Stalin.
E’ questa, proletari, la «pace». Alla guerra ci ripenseranno dopo.
La dottrina dell'energumeno
Ieri
Dalle grandi alle piccole quistioni ogni sviamento opportunista del movimento di classe ha avuto questo carattere: sostituire agli occhi del proletariato l’avversario, il nemico, l’ostacolo costituito dal presente ordinamento sociale e dalla classe capitalistica con un altro obiettivo su cui dirigere i colpi, sotto pretesto che fosse un obiettivo transitorio ed intermedio, superato il quale si sarebbe tornati alla grande lotta. E per l’accreditamento demagogico di questo metodo che si può ben chiamare intermedismo, con parola brutta quanto lo è la cosa, il meglio è stato sempre, ai fini dell’imbonitore, quello della personificazione del nemico.
Nei partiti socialisti di un tempo si è sempre lottato contro queste falle che si aprivano da tutti i lati, e talvolta con successo. Nei falsi partiti socialisti e comunisti di oggi, che falsamente pure si pretendono partiti della classe operaia, questo metodo disfattista non appare più in una serie di episodi e di parentesi, ma forma la loro stessa vita: nulla sanno fare o dire o agitare senza questo obiettivo fantoccio rinvenuto in un personaggio; tiranno, dittatore, Cesare, energumeno o criminale che lo chiamino.
Questi buffoni si pretendono sempre “marxisti” e hanno l’infinita sfacciataggine di dire: sì, le basi economiche delle lotte storiche, le classi in contrasto ed in lotta, la sostituzione del comunismo al capitalismo, tutto va bene, ma al momento preme dare addosso al Tal dei Tali (esempi: Guglielmo II, Cecco Beppe, Mussolini, Hitler, Franco, Pavelich, De Gaulle…) che con la sua vasta persona sbarra la via alla storia, sospende le leggi del marxismo, rinvia il ritorno alla lotta di classe. Tolto costui di mezzo, ah, siate certi allora che la dottrina e il metodo classista ci vedranno tra i più accesi seguaci. Ma questi birilli storici cadono un dopo l’altro, e il momento di ritornare a bomba non viene mai.
Noi siamo cocciuti a non credere che si possa essere marxisti a pezzi, ma ammettiamo per un istante che sia lecito, come oggi si vede in tutte le manifestazioni, far passare per un vessillo rosso l’abito di Arlecchino. Il fatto è che la teoria del Cesarismo, la dottrina dell’energumeno distrugge tutto il marxismo, cancella sulla infelice divisa l’ultima toppa rossa ricucita alla meglio nella scacchiera (l’hanno infatti scoperta e rivendicata, la strategia a scacchiera) multicolore.
A costo di essere paragonati a Pio XII quando cita con libro e versetto Isaia o Matteo, apriremo Marx. Se vi urta, ne godiamo.
Nel Diciotto Brumaio di Luigi Bonaparte è illustrata in scritti quasi contemporanei e che l’autore rinunzia a comunque rivedere (ciò chiarisce trattarsi di posizioni scientifiche e politiche al tempo stesso, valide per la critica teorica quanto per la propaganda di partito, signori che vantate la doppia anima, forse per aver venduta l’unica al Capitale) la vicenda del 2 dicembre 1852 traverso la quale Napoleone III si proclamò imperatore dei francesi. Marx dice: “Io spero che questo mio scritto contribuirà a liberarci dalla frase scolastica del cosiddetto Cesarismo” e ha l’aria di aver detto, quel tale secoletto fa: io spero che chi griderà al Cesarismo si degnerà di dichiararsi antimarxista.
Dalla distinzione decisiva che si trova in questa stessa pagina tra la funzione del Cesare (spesso benefica) nelle società antiche, e la natura delle moderne lotte civili che hanno a protagoniste classi e non individui, fino alla organica possente analisi contenuta nel lavoro, tutto stabilisce la spietata antitesi tra i due metodi nemici di decifrare la storia.
Nello stesso preambolo Marx cita altri due autori. “Degli scritti che, quasi contemporaneamente al mio, si occuparono dello stesso argomento, due sono degni di nota: il Napoléon le Petit di Victor Hugo e il Coup d’Etat del Proudhon. Se però il primo dei due scrittori si limita ad amare e sarcastiche invettive contro lo spergiuro autore del colpo di Stato, non concependo l’avvenimento in sé stesso se non come un inesplicato fulmine a ciel sereno, come l’atto violento di un individuo né s’accorge d’ingigantire questo individuo, ascrivendogli una potenza personale d’iniziativa senza esempi nella storia del mondo, il Proudhon, dal canto suo, cerca di esporre il colpo di Stato quale conseguenza degli eventi storici che lo avevano preceduto. Ciò non pertanto a sua insaputa la ricostruzione dell’episodio gli si trasforma in un’apologia del suo eroe, ed egli precipita nell’errore consueto ai nostri cosiddetti storici oggettivi“. Prendete fiato e rilevate che, lungo quella tale ben lastricata avenue del Rinculo, non solo siete scesi al Proudhonismo, diagnosi già istituibile ed istituita con sicuri dati venti anni fa, ma siete oramai calati al disotto del Vittorughismo, distando tuttavia mille miglia da quella potenza espressiva e letteraria. Avete difatti ingigantito e apologizzato risibilmente, per poter fare il vostro basso gioco di successo politico, i Benito gli Ante e i Francisco, e quanto agli storici ufficiali oggettivi se ne può leggere tutta una ammirata rivalutazione nel discorso di Togliatti su Gramsci, che sembra voler far perdonare ad entrambi quello proprio che era un titolo di merito, l’essere stati fuori dalle viscide accademiche soglie.
Marx non ha finito: “Il mio scritto, per contro, tende a dimostrare come sia stato l’antagonismo tra le classi sociali a creare quelle tali condizioni della Francia, che resero agevole ad un personaggio mediocre e grottesco la parte dell’eroe“.
Se esistessero le discussioni obiettive e se il miglior mezzo polemico non fosse quello di non ascoltare, a questo punto si dovrebbe scuotere la testa e dire: in effetti qui non si era capito un Pajetta!… Invece si seguitano a consumare sbornie di “bonapartismo” e di tal peccato, tanto è formidabile la tigna, si pecca anche a “sinistra” in quanto non pochi sono convinti che la degenerazione russa debba trovare spiegazioni, anziché nei rapporti economico-sociali, in colpi di mano o colpi di stato di Napoleone-Stalin o della sua infamatissima “clique”.
Tutti quei vostri Barbablù, poglavnici o conducatori – non meno che i vostri Migliori, Ottimi e Supremi – sono alla luce del marxismo personaggi mediocri e grotteschi, e abbiamo piene le scatole di sentire chiedere ad ogni incontro da umili e da coltissimi che anelano ad orientarsi, per lo più per pilotare la pancia ai fichi, che uomo è, di che valore è Pinco dei Pallini? E con lo stesso tono sono capaci di chiederlo di Lenin e di Velio Spano. Vi sono poi quelli che da un momento all’altro cambiano colore, i Tito e i Dimitroff, passando di colpo dal Valhalla al girone di Giuda. Troppo in luce sempre, e crediamo che di personaggi veramente notevoli dai due lati la storia abbia finora aggettivata bene soltanto la Divina Poppea.
Oggi
Come nei supercolossi dello schermo si cita nelle didascalie il tecnico degli “speciali effetti di luce” così negli uffici politici e nelle redazioni dei giornali “popolari” vi sono gli specialisti pronti al lancio clamoroso dell’energumeno di turno. Talvolta il tipo adatto scarseggia, e non si sa se scandagliare con abile sonda tra i nuovi di scena, o starsene per maggior sicurezza ai vecchi. Il tipo si lancia a seconda delle situazioni. In Italia la fortuna di Mussolini non si avrà tanto presto, vi sono uomini al disotto della mediocrità e del grottesco. L’epiteto di cancelliere a De Gasperi ha prodotto una poliuria alla evocata ombra di Bismarck; quanto a Scelba si riducono ad accusarlo di cattivo carabiniere, e all’ufficio tipi raccomandiamo davvero la figura di Giuliano, non v’è di meglio sul mercato interno. C’è da invidiare quelli dell’Humanité con un De Gaulle a disposizione, non fosse che per il naso. Le fattezze in queste cose hanno primaria importanza. Il suo sottoeroe (non antieroe come per i fessi) faceva sudare Marx (per tradurre un modo di dire gallico) anche in effigie: “l’avventuriero Luigi Bonaparte il quale si affaticava a nascondere le sue fattezze triviali e ripugnanti sotto la bronzea maschera napoleonica”.
Ma le sonde nel campo mondiale si fanno lanciare agli esperti di prima fila. Tra gli americani non pare ci sia molto da pescare, quel Truman ha lo stile, tutt’al più, di un cancelliere di pretura, Roosevelt aveva connotati forti, paralisi a parte, ma è crepato e quindi meglio farne una statuina per il Museo degli eletti, accreditando la inverosimile balla che l’America borghese è plutocratica e negriera solo in quanto ha abbandonato l’indirizzo rooseveltiano. Sentivate, se quello era ancora vivo! Gli altri americani, diplomatici o generali, sono in diversi, vanno e vengono, e non offrono gran presa al fiocinatore. Gli inglesi al governo sono laburisti, non paiono di forte rilievo, scimmiottano la politica economica sovietica, potrebbero avere qualche divario con gli americani.
Come già sapete, posta la sonda nelle capaci mani di Togliatti – senza che sia mancata la sicura vibrazione di un la dato fin da Mosca – è venuto a galla il cetaceo Churchill. Non precisamente, come abbiamo spiegato, una rivelazione. Ma faute de mieux, se si fosse dovuto cominciare il montaggio in grande, la scelta poteva andare, non fosse altro che per il muso da can Bulldog; e poi quel sigaro! Ed ecco il commento ai discorsi di Churchill in America, ecco le appropriate citazioni, ecco il ricordo dell’inveterato antibolscevismo, ecco il grido trionfale: abbiamo scoperto chi fa scoppiare la guerra! Il capitalismo, l’imperialismo, la plutocrazia? Ohibò, lasciamo andare queste vecchie teorie, che fanno poca cassetta. Lui, l’energumeno, che, secondo il surrogato del marxismo, farà la stessa fine “di quell’altro energumeno guerrafondaio che si chiamò Hitler”.
Ma il fatto sta che proprio la storia Hitler-Churchill sta a dimostrare che il giochetto della uccisione degli energumeni è senza fine, il secondo promise che se lo aiutavano a sopprimere il primo la pace eterna avrebbe trionfato; adesso, perbacco, siamo daccapo? Uno dei più solidi teoremi della togliattiana (per verità molto pretogliattiana) dottrina dell’energumeno è questo: gli energumeni sono come le ciliegie, uno tira l’altro.
La sonda non ha potuto pescare nulla di meglio, in quanto Winston è vecchio quanto coriaceo, e potrebbe venir meno prima dello scoppio della guerra con grave fastidio della dottrina. Sarebbe la terza guerra che fabbrica; sante le prime due, diabolica questa. Ce la farà? Nell’ufficio “speciali effetti” non avevamo merce più fresca, siamo un po’ giù coi Dardanelli.
Ma la sonda potrebbe addirittura essere alata a bordo e non lanciata ulteriormente se verrà quest’altro magnifico miraggio, ad uso interno ed estero, e ad uso anche dei Dardanelli, la distensione. Potremmo allora vedere Churchill in qualche incontro di grandi a braccetto con gli stalinisti, o componente con essi di una Presidenza d’Europa. Elasticità, perdio! Ministero De Gasperi-Nenni-Giuliano!
Palmiro aveva annunziato la scoperta nel suo quasi accademico latino: habemus confitentem reum. Abbiamo il reo confesso, nel vecchio mastino anglosassone. Ma in nuove situazioni fasi e svolgimenti della illuminata politica mondiale, possiamo fare a meno del reo confesso. Vi è però una cosa di cui non possono fare a meno ed è il fesso.
Fesso il pubblico che legge o ascolta, e, per disgrazia, ma non in eterno, il proletariato.
Non vi era che una pagina da voltare: “Le rivoluzioni proletarie si demoliscono incessantemente… sembra che rovescino i loro avversari solo perché questi attingano energia dalla terra e risorgano giganti contro di esse, si ritraggono atterrite dinanzi alla indefinita mostruosità dei loro veri scopi, finché la situazione è creata, ogni ritorno è impossibile e le cose stesse gridano: Hic Rhodus, hic salta!“.
Latino, questo, marxista, che ricorda alla classe operaia di dove dovrà passare, senza di loro, contro di loro, sopra di loro.