Il martirio del proletariato nella Venezia Giulia
Introduzione da Comunismo n.70 giugno 2011.
“Il Martirio del Proletariato nella Venezia Giulia”; con questo titolo la Libreria Editrice del Partito Comunista d’Italia pubblicava, nel 1921, l’intervento parlamentare del deputato Giuseppe Tuntar pronunciato il 21 luglio dello stesso anno.
Si tratta di un discorso tenuto alla Camera dei Deputati, cioè all’interno del tempio della menzogna borghese; è quindi naturale che il linguaggio, in un certo senso, risenta dell’ambiente. In un comizio proletario il tono sarebbe stato certamente diverso: in un comizio si parla per infuocare l’animo dei proletari, in parlamento per gettare circostanziate accuse in faccia ai rappresentanti borghesi. Infatti niente viene sottaciuto, le denunce rivolte al regime democratico sono nette, senza mezzi termini. Viene dimostrato come democrazia borghese e comunismo siamo incompatibili e come la democrazia, di fronte alla difesa di classe, non esiti un istante a violare i suoi stessi principi. Allo stesso modo il deputato comunista non implora il ritorno alla legalità democratica ed al rispetto per il proletariato dei diritti conculcati, anzi non esita a rivendicare il ruolo rivoluzionario del partito, l’uso della violenza di classe ed anche della rappresaglia contro le violenze subite. In poche parole, si tratta di un tipico esempio di quello che Lenin intendeva per parlamentarismo rivoluzionario.
Il documento, per la chiarezza della sua esposizione, non avrebbe bisogno di presentazione, ed i compagni che vogliono rinfrescarsi la memoria non hanno che da rileggersi la serie di articoli apparsi su Il Partito Comunista del 2009 che, rifacendo la storia della Sezione Italiana Adriatica del Partito Operaio Socialista in Austria, mettono in evidenza il suo carattere rivoluzionario, anti-irredentista ed internazionalista. Tant’è che, dopo il congresso di Livorno, nella sua stragrande maggioranza aderì al Partito Comunista d’Italia. Altro articolo da rileggere è quello del novembre 2010 sull’incendio del “Lavoratore “ di Trieste.
Visto che siamo in clima di 150° dell’unità nazionale, vogliamo soffermarci sul comportamento dell’esercito italiano durante e dopo quella che venne chiamata la “IV guerra di indipendenza”, che rappresentò il compimento dell’Unità nazionale e la “redenzione” degli ultimi italiani sottomessi all’Austria.
Il 24 maggio, alle cinque del mattino, le truppe italiane avevano attraversato il confine e nei primi giorni di guerra non avevano trovato resistenza. Gli unici ostacoli, oltre ai ponti fatti saltare, erano costituiti da rudimentali barricate, quasi sempre indifese, costituite da tronchi di alberi messi di traverso nelle strade principali. Pochissime azioni di disturbo furono effettuate da piccoli gruppi di gendarmi e soldati del Landsturm.
Gli austro-ungarici si erano attestati a ridosso della linea trincerata che, scendendo dalla valle dell’Isonzo correva davanti a Gorizia per risalire lungo il monte S. Michele a difesa del margine dell’altipiano di Doberdò, fino ad arrivare al mare tra S. Giovanni di Duino e Monfalcone.
Quello che restava degli abitanti delle zone sgomberate era stato abbandonato al proprio destino, cioè nelle mani dei “redentori”. Quando questi arrivarono, già da quasi un anno la popolazione subiva le conseguenze della guerra. L’ordinanza imperiale del 26 luglio 1914 aveva ordinato la coscrizione obbligatoria per tutti i maschi da 18 a 37 anni. Poi il 6 maggio 1915 furono chiamati alle armi gli uomini validi fino ai 42 anni di età. Qualche giorno dopo, in tutti i paesi del confine, vennero precettati anche i cinquantenni per trasportare verso l’interno, con carri e buoi, macchinari, manufatti e beni provenienti dalle fabbriche e dai magazzini della provincia e tutto quanto non avrebbe dovuto cadere in mano nemica. Quindi gli italiani trovarono paesi con una popolazione composta essenzialmente di anziani, donne e bambini.
Prima ancora che la guerra vera e propria iniziasse gli italiani cominciarono ad internare in massa la popolazione. Anche i preti perché ritenuti, quasi tutti, “austriacanti”. L’obiettivo a cui il provvedimento mirava può essere riassunto nelle parole del Segretario generale per gli Affari Civili, D’Adamo: «È indispensabile sia ben fermo e radicato nelle menti delle popolazioni che abitano nei territori occupati che nessun ritorno allo stato precedente può essere anche lontanamente ammissibile, e che su di esse è esercitata e irremovibilmente la sovranità d’Italia» (20 marzo 1916). Questo fu lo spirito con cui si intese colpire tutti coloro fossero ritenuti contrari o semplicemente “tiepidi” nei confronti dell’occupazione italiana.
Gli internamenti delle persone “sospette” vennero attuati in maniera arbitraria, senza che fosse stata emanata alcuna norma che indicasse le motivazioni in base alle quali si potessero eseguire le deportazioni. Gli arrestati venivano classificati, anche nei documenti ufficiali, nelle forme più varie: prigionieri civili, ostaggi, profughi, espulsi, presunte spie, detenuti, renitenti, etc.; venivano quindi inviati in luoghi di concentramento e carceri.
Il presidente del consiglio, Salandra, in una minuta preparatoria del suo intervento alla Camera dell’11 dicembre 1915, a proposito dei provvedimenti di internamento, scriveva: «L’allontanamento dalla zona di guerra di cittadini sui quali gravano sospetti, è provvedimento di polizia militare, fondato non su fatti specifici (che condurrebbero a processi innanzi ai tribunali di guerra e ad esemplari condanne), ma sulla condotta, su relazioni con l’estero, su pubbliche dichiarazioni, su considerazioni, infine, di qualsiasi natura che inducono a far ritenere pericolosa la presenza di individui che anche incoscientemente e senza loro colpa possono comunque avvantaggiare la condizione del nemico». Da ciò si evince come tutta quanta la popolazione delle zone di guerra potesse venire indiscriminatamente “internata”.
Inoltre esisteva la categoria dei cosiddetti “profughi”, obbligati con la forza a sgomberare e concentrati in varie zone del territorio italiano, per i quali, pur essendo «in una posizione giuridica anormale», Salandra dichiarava che, bontà sua, non vi era «alcuna imputazione di polizia a loro danno».
La misura dell’internamento consisteva dunque nell’arresto e allontanamento in massa di persone considerate pericolose dalle autorità militari che venivano deportate di volta in volta in determinate località del Regno. Da parte loro, gli internati, il più delle volte non venivano nemmeno messi a conoscenza del motivo dei provvedimenti presi a loro carico.
Turati in un suo intervento alla Camera, il 6 giugno 1916, affermava che «si erano espulsi, internati, balestrati in esilio migliaia di individui, rovinate migliaia di famiglie e offese anche nell’onore senza la minima motivazione, senza un atto di accusa qualsiasi, senza il più piccolo contraddittorio, senza neppure quel semplice interrogatorio, che il più delle volte basta a dissipare le accuse infondate contro una persona; senza che i sequestrati, gli staggiti, i deportati venissero a conoscere il supposto perché della loro condanna; senza che avessero la possibilità di vedere in faccia i loro accusatori, di difendersi e, se condannati, di presentare un’istanza d’appello, di invocare quella revisione che non si nega al parricida condannato all’ergastolo!».
Riguardo poi al numero totale di internati dalle autorità italiane sia nel corso della guerra sia nell’anno immediatamente successivo al termine del conflitto, ossia dal 1915 al 1919, non ci sono fonti sicure. In un opuscolo del 1923 intitolato “Giustizia durante e dopo la guerra”, Giacomo Soravito de Franceschi, riferendosi a “calcoli approssimativi che risalgono al luglio/agosto del 1915”, stimava in 70.000 il numero degli internati dalle “terre redente”. Oggi, da parte dei ricercatori, si tende a considerare esagerata detta cifra, ma lo stesso numero, 70.000, veniva citato nel 1939 dallo storico Giuseppe del Bianco nella sua “La guerra e il Friuli”, pubblicata con il consenso del regime.
Di solito i malcapitati, prima di venire tradotti nelle località di destinazione, erano temporaneamente ammassati nelle carceri di Palmanova o di Udine. Un anonimo memorialista narra le vicissitudini dei prigionieri: «Ammanettati come delinquenti, il popolo sui carri, le persone civili in carrozza scoperta, sotto scorta di lancieri e carabinieri a cavallo, un ufficiale alla testa, si avviavano a Palmanova, dove una plebaglia feroce, sapientemente aizzata da fuoriusciti e disertori, munita di frutta marcia, di sassi, di bastoni, dava l’assalto al convoglio e penetrando tra la fila della scorta, copriva di immondizie di vituperi e di percosse l’innocenti vittime della vendetta liberale-irredentistica. Alle porte del carcere mandamentale, bisognava smontar di vettura, passando tra due file di mascalzoni che menavano le mani a più non posso […] Quando dopo due giorni il carcere era pieno, si facevano scender in cortile i prigionieri verso le 10 ant. si ammanettavano a 2 a 2 fra i lazzi del popolaccio dall’alto d’un muraglione sito dietro il carcere, avendo cura quando i prigionieri raggiungevano il numero di 12, di assicurare le castagnole che univano ogni coppia, con una catena trasversale che saldava dalla testa alla coda l’intera colonna […] Verso l’una si aprivano le porte, e si caricavano i prigionieri sui camions, gettandoli dentro legati come maiali. Nel salire il popolo gli spingeva sconciamente, strappando la talare ai sacerdoti, colpendo tutti con chiavi, pezzi di legno, sassi ecc.., mentre i carabinieri lasciavan libero sfogo al furor popolare» (Citato da Milocco: “Fratelli d’Italia”).
Poiché non rientra nel nostro costume quello di piangere sulle angherie sopportate dal proletariato, non andiamo oltre nel descrivere le condizioni dei popoli italiani “redenti”, ricordiamo solo che gli internati comprendevano anche bambini e vecchi di oltre settante anni.
Finita la guerra e compiuta l’unità d’Italia la caccia ai sospetti anti-italiani divenne ancora più feroce. Ma ora, accanto alle tradizionali accuse di lealismo austriaco e appartenenza al movimento cattolico, si affiancavano imputazioni di stampo diverso, legate a quello che le autorità italiane consideravano lo spettro del bolscevismo.
“Il Lavoratore” di Trieste del 16 gennaio 1918 denunciava il sistema di internamento praticato dagli italiani: «Non possiamo esimerci dallo stigmatizzare aspramente le misure prese durante l’occupazione dalle autorità militari e civili italiane contro moltissimi friulani, fra cui non pochi compagni nostri nient’altro rei che d’essere rimasti fedeli alle loro convinzioni politiche. Non va neanche sottaciuto che molti degli internamenti furono provocati non tanto per iniziativa delle autorità militari italiane, quanto per la pressioni di quegli “eroi e martiri”, i quali, dopo aver bramato lo scoppio della guerra tra Austria e Italia, alla trincea preferirono la comoda professione di denunciatori, come dimostreremo in momento più opportuno. Fra gli internati c’è ad esempio l’ottimo compagno nostro Clement di Cormons, colpevole d’essersi rifiutato di sottoscrivere il prestito di guerra italiano. Non gli giovò l’affermare ch’egli non avrebbe sottoscritto nessun prestito, a nessun Governo, perché ciò contrastava con la sua coscienza di socialista: fu internato in forme ben poco urbane assieme a tutti i suoi! Né si badò, neppure in Friuli, agli acciacchi dell’età e alle condizioni di salute, ché vennero internati in isolotti e scogli della Sardegna o dell’Italia meridionale vecchi settantenni solamente perché pensionati austriaci o sospetti di “tiepidi sentimenti nazionali”. Gli addetti poi alle Casse ammalati amministrate dai socialisti furono quasi tutti licenziati dai loro posti e internati, e si deve soltanto alle energiche proteste del gruppo parlamentare socialista italiano se a qualcuno l’internamento fu commutato in confinamento».
Nel suo discorso il compagno Tuntar denuncia casi di fucilazioni, avvenute in Friuli, ai danni di “poveri ed innocenti proletari e contadini”, ed in modo particolare quelli di Lucinico e Villesse.
È veramente impressionante come una cappa omertosa abbia cancellato il ricordo di questi episodi. Riguardo a Lucinico non siamo riusciti a trovare la minima notizia, mentre qualche cosa siamo stati in grado di rintracciare per Villesse.
La sera del 25 maggio vi giunsero i primi cavalleggeri italiani. Il 27 il maggiore Citarella prese possesso del paese, impose il coprifuoco non garantendo l’incolumità ai civili trovati per strada nelle ore serali. Non a caso Citarella era un veterano della guerra di Libia dove, con il suo reparto, si era distinto nelle sanguinose repressioni di Sciara Sciat.
Nel diario storico del XIII reggimento si legge: «Nella nottata 29/30 maggio 1915 il comandante del battaglione [Citarella]… ha preso ostaggi. Taluni si sono ribellati e sono stati uccisi dai soldati». In effetti gli ostaggi erano stati già presi in numero di 149, divisi in gruppi, e, in previsione di attacchi austriaci, erano stati posti davanti alle barricate come scudi umani. Nella notte si verificò uno scontro a fuoco, la popolazione venne accusata di avere sparato sulle truppe italiane, immediatamente dopo almeno sei ostaggi vennero fucilati davanti ad una delle barricate che sbarrava l’ingresso al paese. Un altro civile venne poi ucciso davanti al cancello del cimitero. Il motivo? Il maggiore Citarella dichiarò che si trattava di “un giovane robustissimo, intelligentissimo”, quindi non avrebbe potuto che essere “un ufficiale austriaco o per lo meno un messo dell’Austria”.
In un rapporto della prefettura del Friuli del 24 ottobre 1925 (si noti la data!) si legge: «non risponde a verità che gli ostaggi, insieme ad altri cittadini si siano rivoltati alle nostre truppe, poiché persone […] in quell’epoca alle dipendenze, come informatori, dei nostri Comandi Militari lo hanno completamente escluso». Rimane ora da spiegare l’origine della sparatoria, chi fossero gli attaccanti. Basta continuare la lettura del medesimo rapporto prefettizio che riporta il risultato dell’inchiesta militare ordinata subito dopo il fatto: «Di notte, senza saperlo, per evidente errore i soldati si erano sparati fra loro, come risulta da una perizia fatta eseguire dall’Autorità Militare sui proiettili che erano stati confezionati in Bologna o nei pressi della città». Quindi l’uccisione degli ostaggi fu a puro scopo di terrorismo, pur sapendo della innocenza loro e della popolazione.
Dopo aver ricordato una delle tante gloriose pagine della storia italiana, passiamo alla lettura del discorso del compagno Giuseppe Tuntar.
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Libreria Editrice del Partito Comunista d’Italia
IL MARTIRIO DEL PROLETARIATO NELLA VENEZIA GIULIA
Intervento parlamentare del deputato Giuseppe Tuntar pronunciato il 21 luglio 1921
PRESIDENTE. – Continuando la discussione sulle comunicazioni del Governo, ha facoltà di parlare l’onorevole Tuntar.
TUNTAR. – Quando l’onorevole Giolitti chiese, dopo le sue dimissioni, l’esercizio provvisorio per un mese, io, a nome del gruppo comunista, dichiarai che noi avremmo votato anche contro l’esercizio provvisorio per un mese perché convinti, prescindendo dalle nostre concezioni generali secondo cui ogni Governo borghese è necessariamente il comitato esecutivo degli interessi della classe capitalista, che il prossimo Governo non si sarebbe differenziato in nulla da quelli precedenti.
L’esame della situazione parlamentare ed il risultato della soluzione della crisi hanno dato completamente ragione a quella mia previsione ed io, siccome dovevo, proprio nello stesso giorno in cui l’onorevole Giolitti presentò le sue dimissioni, esporre l’atto d’accusa delle popolazioni della Venezia Giulia contro l’infame trattamento cui sono soggette da quasi tre anni, ho piacere di vedere al banco del Ministero, come capo del Governo, Sua Eccellenza l’onorevole Bonomi, che dei governi precedenti è stato magna pars.
Il discorso del trono dice: “Ai rappresentanti delle nuove terre, liberamente eletti dalle laboriose popolazioni di cui si accresce e si rafforza l’Italia, io rivolgo il mio saluto. Qui, nell’Assemblea nazionale che si amplia per raccoglierli, troveranno viva e perpetua la tradizione romana che plasma gli ordinamenti diversi e le varietà della cultura in una unità che non è mai soggezione”.
Il trattamento cui è soggetta la Venezia Giulia da circa tre anni è un’aperta smentita alle parole che sono state messe dall’onorevole Giolitti in bocca al rappresentante della Corona. La Venezia Giulia è stata trasformata, per cecità dei rappresentanti del Governo italiano, in una seconda Irlanda (Rumori dall’estrema destra). La Venezia Giulia è stata trattata non come una provincia pretesamente redenta, ma come una colonia, una provincia conquistata.
Si cominciò già nel 1915 allo scoppio della guerra ed io domanderei conto proprio all’onorevole Bonomi, oggi presidente dei ministri, perché ancora il ministro della guerra non ha risposto ad alcune interpellanze riguardanti i fatti obbrobriosi avvenuti a Lucinico ed in altre parti del Friuli, in cui dei poveri ed innocenti proletari e contadini sono stati fucilati ingiustamente da uomini i quali erano venuti nella Venezia Giulia animati da un odio settario contro quelle popolazioni, che non conoscevano, perché era stato loro detto che quelle popolazioni erano tutte austriacanti, mentre erano certamente contrarie alla guerra, ma non meritavano quella crudelissima sorte da parte di coloro che venivano coll’idea di redimerli nazionalmente.
Potrei citare dei fatti tremendi a questo riguardo, ma attendo che l’onorevole Bonomi, il quale è stato ministro della guerra, ecciti il suo collega onorevole Gasparotto ad affrettare quell’inchiesta, la quale, se non fosse alfine esaurita con la punizione dei responsabili, turberebbe la coscienza di quelle popolazioni colpite nei sentimenti più sacri.
GASPAROTTO (ministro della guerra). – Atti di crudeltà da parte di soldati italiani non risultarono mai!
GRECO. – Dica a chi allude! (Commenti – Rumori all’estrema sinistra)
TUNTAR. – All’onorevole Gasparotto, ministro della guerra, io domando l’esito della inchiesta sulle immonde fucilazioni di Villesse e di Lucinico due località e nient’altro.
L’onorevole Gasparotto, che conosce quelle località, spero che risponderà e saprà risarcire le famiglie di quei poveri contadini, i cui capi furono fucilati mentre coltivavano pacificamente le loro campagne (Interruzioni e rumori a destra).
Quello che ha fatto l’Italia borghese
È un fatto che l’Italia borghese, perché io distinguo l’Italia borghese dall’Italia proletaria (Commenti, rumori, interruzioni), l’Italia borghese, monarchica, è venuta nelle nostre provincie del tutto impreparata, benché le truppe italiane fossero entrate a Trieste nell’ottobre 1918, dopo oltre tre anni di guerra, mentre si poteva avere tutto il tempo per studiare la psicologia delle nostre popolazioni, gli ordinamenti esistenti e le differenze tra le due nazionalità. Ora l’Italia, borghese, militarista, monarchica, fu del tutto impreparata ad affrontare tali problemi (Rumori, commenti). Una cosa sola ha fatto: ha mantenuto tutte le peggiori leggi austriache e ha tralasciato di introdurre le migliori leggi italiane (Rumori a destra).
L’Italia borghese avrebbe potuto acquistare, non dirò le simpatie, ma almeno l’adattamento al suo regime, se avesse provveduto, dopo che l’Austria reazionaria e asburgica aveva deportato quasi tutti i profughi, dal Goriziano e dall’Istria nelle baracche di Wagna e in altre località, a ricostruire, come suo primo dovere, le case dei contadini ed operai prima dei palazzi della borghesia. Se voi prendete il treno a Mestre e vi recate verso Trieste attraverso i campi dolorosi di guerra, in cui sono sepolte le migliori forze giovanili lavoratrici del popolo italiano e della defunta Austria-Ungheria; se voi prendete il treno e vi fermate a Gorizia, a Lucinico, a Gradisca, ecc., voi vedrete che le case borghesi, di quella borghesia che sotto l’Austria ammetto in parte che sia stata anche internata, sono state subito ricostruite. I borghesi hanno avuto già i compensi per i danni da loro subiti, le loro case sono ricostruite e i palazzi dei ricchi signori di Gorizia, di Monfalcone, di Gradisca, ecc., sono ben riparati, mentre i contadini, i proletari dormono ancora nelle baracche a Lucinico, a Sant’Andrea, a Podgora, a San Pietro (Rumori, interruzioni vivacissime all’estrema destra).
PRESIDENTE. – Non interrompano!
TUNTAR. – a Podgora, a Lucinico, a Vertoiba, a San Pietro, a Sant’Andrea, a Savogna, a Salcano ed in tanti altri paesi di quella regione i proletari, i contadini vivono in baracche indegne di ogni civile consorzio (Rumori all’estrema destra. Una voce: Esagerazioni! Rumori all’estrema sinistra).
PRESIDENTE. – Facciamo silenzio! Risponderà il Governo!…
TUNTAR. – A Monfalcone…
GIUNTA. – a Monfalcone ci sono i villini per gli operai!
PRESIDENTE (Con forza). – Ma non posso consentire che si prosegua a questo modo. Lasciamo che risponda il Governo! E se vogliono parlare, ne domandino la facoltà!
TUNTAR. – A Monfalcone gli operai vivono, per quanto riguarda le abitazioni, un po’ meglio che altrove, ma non certo per l’azione governativa, sì bene per quella di un industriale privato e perché non tutte le case operaie erano state demolite dalla guerra.
GIUNTA. – Non è vero! Sono state ricostruite tutte! (Rumori all’estrema sinistra).
TUNTAR. – Nel Carso, poi, la situazione è indescrivibile. La popolazione ha dovuto costruirsi da sé delle miserabili baracche con rozzo materiale residuato e non ha acqua da bere… (Una voce all’estrema destra: Se non c’è mai stata! Rumori all’estrema sinistra).
PRESIDENTE. – Facciano silenzio! Risponderà il Governo che ha diritto e il dovere di rispondere. (Una voce all’estrema destra: Ma se è tutta una diffamazione. Approvazioni all’estrema destra. Rumori vivissimi).
PRESIDENTE. – Prosegua, onorevole Tuntar.
TUNTAR. – Per concludere su questo punto io affermo che, mentre la borghesia nazionalista, tanto italiana che slovena, ha le sue case riparate, il proletariato di lingua slovena nei paesi danneggiati e distrutti ancora deve vivere nelle baracche e anche nelle caverne o nelle spelonche. Questa la situazione vera di quei paesi (Commenti). E quello che ho detto per la ricostruzione vale anche per gli indennizzi. I martiri dell’italianità, quelli che nell’anniversario della battaglia di Novara si inchinavano genuflessi alle autorità austriache, questi pretesi martiri dell’italianità hanno ricevuto tutto o quasi tutto il loro indennizzo per i pretesi danni sofferti, ma per i danni realmente sofferti dai proletari, dalle famiglie degli operai, dei contadini e dei piccoli esercenti della provincia di Gorizia e dell’Istria, costrette ad abitare ancora negli infami baraccamenti, non si è pensato ancora ad alcun indennizzo.
I capi della pretesa italianità, dico pretesa, perché ieri si inchinavano agli Asburgo, oggi si inchinano dinanzi ai Savoia… (Approvazioni dall’estrema sinistra – Rumori all’estrema destra) questi capi dell’italianità hanno ricevuto il loro indennizzo: non l’hanno ricevuto i proletari, i contadini del Goriziano e dell’Istria!
La giustizia e la tortura
Ma, quello su cui devo intrattenermi abbastanza lungamente ancora… (Rumori: Magari fino a mezzanotte! Proteste. Rumori) quello che ha suscitato nelle classi lavoratrici della Venezia Giulia il massimo risentimento verso il nuovo regime, è stato il contegno della giustizia, militare prima e civile poi. Voi mi direte austriacante… (Voci all’estrema destra: No, Jugoslavo! Rumori).
TUNTAR. – Vi dirò che sotto l’Austria i carcerati politici non venivano bastonati (Rumori) Sfido i signori che sono su quei banchi a provare il contrario! Essi non hanno mai provato le delizie delle carceri austriache come le ho provate io! (Voci all’estrema destra: Per quali reati? Ilarità – Rumori).
PRESIDENTE. – Ma la finiscano una buona volta con le interruzioni!
TUNTAR. – I carcerati e condannati politici sotto l’Austria non venivano bastonati, almeno nei nostri paesi. Invece, colla venuta del nuovo regime, non dirò italiano, perché io so distinguere fra il nome italiano e l’Italia borghese e monarchica, nelle nostre terre (Proteste e rumori all’estrema destra) la bastonatura dei carcerati politici è divenuta un metodo un sistema (Proteste all’estrema destra).
Alla vigilia delle elezioni politiche bisognava a Trieste scoprire un complotto. Ci si servì di un certo tenente ex-austriaco Grossman, agente provocatore, pagato dalla questura di Trieste con cinquemila lire, e vennero imprigionati circa 40 giovani comunisti.
Leggerò alla Camera una lettera contenente la descrizione delle sevizie inflitte a quei giovani, i quali (guardate la combinazione) temendosi il processo, di questi giorni sono stati tutti rilasciati dal tribunale di Trieste, perché non era igienico per la giustizia borghese e monarchica… (Vivacissimi rumori all’estrema destra) di aprire un siffatto processo. Udite come sono stati trattati i carcerati comunisti arrestati per il famoso complotto (Voci all’estrema destra: La lettera chi l’ha scritta? L’hanno scritta loro! Rumori all’estrema sinistra).
TUNTAR. – È firmata e se non basterà questa testimonianza, leggerò le attestazioni di giornali non comunisti, per esempio L’Emancipazione di Trieste ed anche di qualche giornale borghese.
Ecco la lettera: «Il tenente Fagioni, noto boia di Trieste della tenenza di via Chiozza, arrestò, in seguito alla delazione di qualche individuo infiltratosi nelle nostre file (l’agente provocatore Grossman, di cui la questura italiana di Trieste si serviva), il compagno Sciabar, il quale battuto a sangue dovette svelare i nomi dei componenti il direttorio, sempre dietro intimidazione del tenente Fagioni. Questi conosceva tutti i componenti il direttorio, ma, volendo essere sicuro dell’autenticità di questi nomi e delle loro funzioni, costrinse a colpi di verga e di moschetto il compagno Sciabar ad affermare veridico quello che si diceva.
«Poi, sempre munito di dati precisi, fece arrestare tutto il direttorio e inoltre moltissimi compagni comunisti. Il compagno Vidali, condotto a San Giovanni, fu battuto a sangue con nervi di bue, finché sanguinante per le percosse cadde mezzo svenuto.
«Riavutosi alquanto, un carabiniere lo prese per le carni della gola, stringendolo così fortemente da farlo cadere mezzo soffocato (Interruzioni – Rumori). È da notarsi che i carabinieri, spaventati dall’immobilità del comp. Vidali e credendo di averlo ucciso, gridarono di chiamare la guardia medica.
«Il tenente Fagioni, (che per ragioni igieniche presentemente è ammalato, ma venne promosso per meriti di ufficio!) categoricamente rifiutò.
«Al compagno Canziani furono legati gli organi genitali con una corda così strettamente che cadde al suolo svenuto, non sostenendo questo dolore» (Rumori vivissimi a destra).
PRESIDENTE. – Facciamo silenzio! La finiscano!
TUNTAR. – «Acciocché vi sembrino più veritiere queste nostre affermazioni, si sappia che mentre alcuni compagni nostri si trovavano a San Giovanni, venne a noi una ragazza tutta spaventata e singhiozzante ad annunciarci che le urla di questi disgraziati si udivano dalla strada, e ci pregò che intervenissimo in qualche modo (Rumori alla estrema destra – Proteste vivacissime all’estrema sinistra verso la destra).
«Il compagno Apollonio fu messo per un’ora sotto una doccia fredda e poscia trasportato in una sala… (Rumori a destra).
GRAY. – Ma nessuno vi crede! (Rumori e proteste all’estrema sinistra).
TUNTAR. – «…ove erano aperte tutte le finestre nella speranza che si prendesse una polmonite. Prima di farlo entrare lo cosparsero di sale, fregandogli la schiena col medesimo (Rumori a destra). E poscia glenuflesso lo fecero camminare sul pavimento cosparso di sale (Commenti – Rumori vivissimi da varie parti). Un brigadiere, Schiffano, sputò in bocca ad un nostro compagno e poi lo prese per il collo in modo che dovette inghiottire il rifiuto (Rumori a destra).
«Gli sbirri capeggiati dal venduto Fagioni, non terminavano le loro atroci invenzioni ma ne trovavano sempre di nuove. Fagioni acciocché i nostri compagni rivelassero la congiura ordinò ai carabinieri di chiudere le mani dei disgraziati fra gli stipiti d’una porta aprendola e chiudendola, in modo che il dolore fosse più acuto. E mentre i nostri compagni giacevano in quella posizione, gli sbirri li colpivano con calci dei moschetti, rompendo allo Scabar due denti (Rumori a destra).
GRAY. – Ma non le credete neanche voi certe fandonie (Rumori all’estrema sinistra).
TUNTAR. – «Scabar inoltre venne legato e steso al suolo e gli salivano con gli stivali sul ventre (rumori e interruzioni a destra) finché un flotto sanguigno gli riempì la bocca».
Queste non sono esagerazioni. Sono verità. Chi più chi meno, tutti i compagni nostri furono trattati allo stesso modo! (Vive interruzioni all’estrema destra, scambio di vivacissime apostrofi fra l’estrema destra e l’estrema sinistra).
A questo punto si è svolto nell’aula parlamentare un vivacissimo incidente, dopo il quale il nostro compagno ha riavuto la parola.
TUNTAR. – Che la mia esposizione non sia solamente di fonte comunista o cosidetta bolscevica, lo prova anche la stampa avversaria.
L’Azione di Gorizia, organo del blocco nazionale nelle ultime elezioni politiche, di cui facevano parte anche i fascisti, scrive: «Ma tanto è inutile chiedere allo Stato italiano quello che non ha mai avuto; cioè la coscienza della moralità dello Stato e della necessità morale di chi lo rappresenta. Per ora l’Italia è quella che è».
E La Libertà, organo dei repubblicani di Gorizia, scrive: «E voi parlate – accennando all’accusa di austriacantismo rivolta alle popolazioni del Friuli – voi parlate di austriacantismo. Ma via! Tacete per carità! E piuttosto badate a che nel nostro paese non vengano introdotti certi costumi degni della Cirenaica e dell’Eritrea. Perché qui non siamo né arabi, né abissini. E se ebbimo bisogno di libertà, non ebbimo, né abbiamo bisogno di civiltà d’importazione».
E non parlo del funzionamento dell’Ufficio centrale per le nuove provincie perché spero di aver l’occasione di trattarne un’altra volta.
Voi comprendete che, dato il malcontento suscitato dall’amministrazione del Governo italiano nelle nostre provincie, bisognava creare per le elezioni politiche una atmosfera favorevole e quindi dalla Venezia Giulia cominciò ad infierire il fascismo, che io non ho mai considerato, a differenza di alcuni miei ex compagni, come un fenomeno localistico della Venezia Giulia, ma come la controrivoluzione prima della rivoluzione.
Non è l’on. Mussolini il capo od il creatore del fascismo nella Venezia Giulia e nell’Italia. Gli alimentatori sono la classe borghese, gli altissimi personaggi della Corte e i generali dell’esercito. Tutti lo sanno: il generale Giardino, il generale Cappello, il generale Caviglia e il Duca d’Aosta sono i principali sostenitori del fascismo (Interruzioni a destra, rumori altissimi, invettive).
GASPAROTTO, ministro della guerra. – Ma non dica cose assurde!
TUNTAR. – Io accuso esplicitamente l’onorevole Bonomi, presidente del Consiglio dei Ministri (interruzioni a destra, apostrofi, rumori), di non aver, mentre era ministro della guerra, impedito… (interruzioni all’estrema destra – rumori. Voci a destra: Basta, basta!)
PRESIDENTE. – L’onorevole Tuntar si rivolge al presidente del Consiglio, il quale per primo ha il diritto di conoscere cosa si dice contro di lui (rumori). Attenda, onorevole Tuntar. (Rumori, interruzioni a destra, voci di: Basta, basta!). Prosegua onorevole Tuntar.
TUNTAR. – Il fatto è che mentre era ministro della guerra l’onorevole Bonomi, gli ufficiali dell’esercito inquadravano i fascisti nella Venezia Giulia e i depositi militari fornivano loro le armi.
BONOMI, presidente del Consiglio dei ministri, ministro dell’interno. – Lei dice delle cose che non rispondono a realtà. Affermo qui recisamente che l’esercito, nei suoi capi, nei suoi gregari è all’infuori e al di sopra di ogni competizione politica (Vivissimi e prolungati applausi).
TUNTAR. – Il Lavoratore di Trieste ha dimostrato con prove apodittiche che quello che io dico, era ed è vero, e l’onorevole ministro Bonomi non ha preso nessun provvedimento. Era chiaro, ripeto, che bisognava preparare un’atmosfera per le elezioni politiche ed allora si ricorse ai due ferrivecchi dell’austriacantismo e del bolscevismo. Noi non rinneghiamo nulla della nostra gloriosa tradizione internazionalista, che ha sempre guidato le forze del proletariato nella Venezia Giulia (interruzioni, rumori), e questa tradizione internazionalista noi la continueremo, perché in essa vediamo il solo metodo di difesa dei diritti proletari. Questa tradizione noi la portammo immarcescibile nel partito socialista italiano prima, nel partito comunista d’Italia poi.
Contro la cultura proletaria
Se c’era una provincia, una regione, in cui il fascismo non doveva esperimentare i suoi mezzi era proprio la Venezia Giulia, ove convivono due stirpi che fino a ieri erano preda dell’azione fratricida di due borghesie. Il proletariato era riuscito a costruire i suoi fortilizi, i suoi circoli di cultura, perché tanto la borghesia nazionalista italiana che quella slava, teneva nell’abbrutimento intellettuale sia il proletariato italiano che quello slavo. Noi avevamo con grandi sacrifici, giorno per giorno, settimana per settimana, anno per anno, costruito questi grandi fortilizi del proletariato della Venezia Giulia.
I fascisti, protetti dalle guardie regie… (rumori vivissimi a destra) hanno tutto distrutto, e oggi nella Venezia Giulia non esiste più nemmeno un Circolo di cultura proletaria e sono state distrutte anche quelle meravigliose biblioteche, in cui si coltivava l’attaccamento anche alla cultura italiana. Tutto è stato distrutto dal fascismo (applausi all’estrema sinistra) con l’ausilio e la cooperazione del Governo.
Citerò una testimonianza – non crediate che io esponga queste cose con compiacimento, perché so che la borghesia ha altri mezzi per difendersi contro l’avanzata proletaria, che non siano questi mezzi, cui oggi ricorre per cercare di estirpare ogni movimento proletario – citerò una testimonianza non sospetta: quello che ha scritto L’Emancipazione, organo repubblicano mazziniano di Trieste: «Il fascismo devastò ed incendiò, compiendo un vero delitto contro l’italianità a Trieste e nella regione, i circoli di cultura operaia dove c’erano le ottime biblioteche popolari, solamente italiane, che qualunque regione d’Italia avrebbe dovuto invidiare ai “beduini” della Venezia Giulia». Il fascismo ha incendiato la Camera del Lavoro di Trieste, dove si faceva sì della politica, ma dove c’era anche un Circolo di studi sociali, sotto i cui auspici, per esempio, nel 1905, l’onorevole Enrico Ferri teneva le più grandi e popolari commemorazioni dei maggiori patrioti d’Italia, a cominciare da Giuseppe Garibaldi, a Bovio, a Cavallotti, a Imbriani, mentre tanta parte di quella borghesia panciafichista oggi rifugiata sotto il paravento fascista, se ne stava allora a fare il chilo sotto le capaci ali dell’aquila bicipite.
Andrei troppo per le lunghe se volessi dimostrare coi fatti innegabili come la distruzione di tutte le istituzioni proletarie della Venezia Giulia sia avvenuta con l’approvazione e con la cooperazione degli organi governativi. Io mi soffermerò al secondo incendio del Lavoratore, del Lavoratore Comunista, al quale ho assistito.
Alle 19 e mezzo Sua Eccellenza Mosconi il quale rimane governatore di Trieste per i servizi resi ad un ex-presidente del Consiglio, era stato avvisato, dico alle diciannove e mezzo, che alle ventitrè di sera i fascisti avrebbero incendiato Il Lavoratore Comunista.
Alle ventuna e mezzo vennero chiusi dalle guardie regie e dai carabinieri tutti gli sbocchi delle vie che conducono a quella dove era la sede del giornale, mentre i fascisti indisturbati visitavano la saccocce dei passanti per vedere se portavano la rivoltella e per impedire l’accorrere di operai verso il giornale.
Alle ventritrè ed un quarto in punto i fascisti capitarono sotto la redazione del giornale. I giovani comunisti risposero come si doveva rispondere.
I fascisti vennero respinti due volte, ed allora capitarono le guardie regie e si condusse la brigata Sassari all’assalto del Lavoratore Comunista (Rumori). E dopo che eravamo tutti stati ammanettati, mentre il questore Perilli e il Commissario Carusi sorridevano ironicamente, noi venivamo battuti e bastonati dalle guardie regie; frattanto i fascisti, sotto i loro occhi, incendiavano il Lavoratore: si ebbe poi l’impudenza di tenere noi tre mesi in prigione (Applausi all’estrema sinistra).
Santa rappresaglia
Naturalmente il proletariato della Venezia Giulia, stanco di assistere alla impudente connivenza delle autorità governative civili e militari con i fascisti, dopo il terzo incendio (tre volte venne incendiata la Camera del Lavoro, il magnifico fortilizio del proletariato di Trieste… (Vivi rumori all’estrema destra).
Il proletariato di Trieste allora è ricorso alla santa rappresaglia ed ha colpito chi doveva colpire: gli alimentatori del fascismo, incendiando il cantiere di S. Marco. E la giuria popolare di Trieste, compresa la situazione intollerabile creata dal nuovo regime alle nostre provincie, assolse ad unanimità di voti gli accusati incendiari, ai quali io mando il mio saluto solidale! (Applausi dei comunisti – Vivi rumori e proteste a destra).
Il Lavoratore Comunista risorgerà fra breve. Io vi sfido a incendiarlo ancora. Vedrete cosa saprà fare il proletariato di Trieste! Compirà una rappresaglia tremenda!… (Vivi rumori all’estrema destra).
E nei pochissimi giorni del governo dell’on. Bonomi, il fascismo della Venezia Giulia continua imperturbabile le sue gesta. È avvenuto un nuovo incendio della Camera del Lavoro di Pola, della casa di quel proletariato (e in quest’aula c’è qualcuno che potrebbe comprovarlo), il quale in un’ora tragica, veramente tragica per l’Istria, aveva saputo anche fare tutto il suo dovere civile contro le autorità marinaresche austriache! Ebbene, a quel proletariato di Pola, per ben tre volte venne incendiata dai fascisti la Camera del Lavoro, sotto gli occhi delle guardie regie e degli agenti investigativi, senza che nessuno mai venisse arrestato! (Commenti – Rumori).
A Trieste, sotto gli occhi degli agenti, viene bastonato l’avvocato Zennaro, difensore degli accusati per l’incendio del cantiere di San Marco. Domenica 10 c.m. a Mossa (ero presente fortunatamente anche io) dopo che gli operai di quel villaggio industre e laborioso avevano accompagnato all’estrema dimora un loro compagno di lavoro, una squadra fascista, sostenuta, onorevole Gasparotto, dal comandante militare del presidio di Mossa, revolverò quei lavoratori perché comunisti (Vive proteste e rumori alla estrema destra).
Ma che di più? Vengono scarcerati alcuni forti minatori di Albona. Vanno ad Albona e vengono aggrediti dai fascisti. E sapete cosa avviene? Che vengono messi in prigione gli aggrediti liberati dal carcere, e i fascisti sono lasciati indisturbati.
Elezioni infami
Si fecero le elezioni politiche. Io che conosco l’ambiente posso dire che, se le elezioni della Venezia Giulia fossero avvenute in modo corrispondente alla libertà di voto, forse due o tre candidati borghesi italiani sarebbero stati eletti, e non di più (Apostrofi all’estrema destra – Rumori).
La prova migliore l’abbiamo in questo: che nel Goriziano, dove è avvenuto nella giornata elettorale l’unico incidente del defraudo delle urne e degli atti elettorali di una sezione da parte dei fascisti (e adesso ricorrono alla Giunta delle elezioni per questo fatto!): nel Goriziano, dove le elezioni si svolsero secondo la legge, vennero eletti quattro nazionalisti slavi ed un comunista e nessun nazionalista italiano (Interruzioni a destra).
Ai signori della destra rispondo che sono orgoglioso d’aver avuto per la lista del mio partito il voto anche di operai sloveni; mi vergognerei invece di aver avuto il voto dei borghesi. Oltre 4.000 operai sloveni hanno votato per la lista comunista; ma questa ha avuto tale plebiscito nella parte italiana (Friuli orientale – quasi 7.000 voti) che essa avrebbe avuto un quoziente in qualunque caso (Interruzioni all’estrema destra).
PRESIDENTE. – Facciamo silenzio! Questa è diventata una cosa intollerabile! (Benissimo!)
TUNTAR. – A Trieste furono esclusi dalle liste circa ottomila operai e, non paghi di ciò, fascisti e guardie regie strapparono, con le rivoltelle spianate, la mattina dell’atto elettorale agli operai dei villaggi del circondario, scontrini e schede. Così hanno vinto! (Interruzioni).
In Istria, quando venivano fatte le elezioni sotto l’Austria, erano eletti a suffragio universale tre nazionali slavi, due nazionali italiani ed un clericale italiano. In queste elezioni furono eletti, dopo scacciati maestri e comunisti slavi dalle loro sedi ed abitazioni, cinque nazionali italiani: e badate che in due collegi italiani entravano in ballottaggio candidati slavi, perché tutti sanno che l’Istria è abitata dal 62 per cento di slavi e dal 38 per cento di italiani (Interruzioni).
Una parola debbo dire all’onorevole Baratono. Egli, parlando delle elezioni a Trieste, ha detto che se i socialisti furono sconfitti, ciò si deve alla politica del Governo italiano, per cui l’Italia fu odiata a Trieste; il che vorrebbe dire che per questa ragione unicamente gli elettori operai votarono per i comunisti. È questa una insinuazione che respingo a nome del proletariato di Trieste e che ci venne fatta anche a proposito della votazione della Venezia Giulia al congresso di Livorno.
Domando perché i tedeschi della conca del Tarvis hanno votato presso che ad unanimità per i socialisti. Hanno votato non perché tedeschi, ma perché socialisti; invece secondo l’onorevole Baratono e l’Avanti!, gli operai slavi hanno votato per i comunisti, non perché comunisti, ma perché slavi (Interruzioni).
VELLA. – Non ha capito niente! (Commenti).
TUNTAR. – Ho capito benissimo. Il partito socialista italiano ha attirato i socialisti tedeschi del Tirolo meridionale nel suo seno, dopo che esso fu escluso dalla Terza Internazionale (Interruzioni all’estrema sinistra – Rumori a destra).
PRESIDENTE, rivolto a destra. – Vogliono entrare anche in questa questione? (Ilarità).
TUNTAR. – l’on. Scek nel suo discorso, differenziandosi dall’onorevole Wilfan, che rappresenta la corrente borghese nazionalista intransigente, ha auspicato l’affratellamento delle due nazioni che convivono nella Venezia Giulia.
SICILIANI. – Una sola nazione (Rumori all’estrema sinistra).
La classe sopra le nazioni
TUNTAR. – Questi appelli alla solidarietà e alla fratellanza, questi voli lirici provenienti dai banchi nazionali, non devono illuderci sulla realtà della situazione: e la situazione è questa come diceva benissimo il mio amico e compagno Graziadei (Rumori a destra) che ogni borghesia tende a sopraffare le classi proletarie all’interno e i popoli minori all’estero.
Come la borghesia capitalistica italiana, raggiunto, anzi sorpassato il suo confine etnico e geografico, tende ora alla conquista di paesi finitimi abitati per il 95 per cento da un popolo d’altra stirpe, così se la Serbia si fosse piazzata all’Isonzo, avrebbe a sua volta spinto le sue mire ben oltre, verso la pianura friulana e veneta (Applausi all’estrema sinistra – Rumori a destra).
Il problema nazionale nella Venezia Giulia non si risolve con lo spostamento dei confini; esso non poteva venir risolto dalla guerra, perché gli attriti fra i popoli commisti l’un l’altro non si possono risolvere con lo spostamento di confini, ma con la fratellanza, anzi con la fusione delle stirpi, di cui sarà artefice solo il proletariato. A questo fine è diretta la nostra nobile missione alla quale abbiamo sempre tenuto fede (Approvazioni all’estrema sinistra – Rumori a destra).
I capitalisti italiani e slavi tenderanno ad acuire, anche per il loro interesse di classe, sempre più gli antagonismi nazionali; ma io confido che il proletariato delle due stirpi saprà sventare tutti i loro piani fratricidi, forte della sua incrollabile fede comunista.
Da questi banchi mando a quel proletariato un saluto fraterno e solidale con la promessa che non verremo mai meno, neppure in avvenire, ai nostri principi cui abbiamo votato e dato tutti gli anni della nostra gioventù e della nostra maturità (Rumori a destra).
I fascisti potranno, con l’aiuto degli organi governativi, distruggere tutte le Camere del Lavoro, tutti i nostri istituti di cultura, tutti i nostri Circoli; potranno sopprimere anche alcuni di noi, ma non potranno stroncare la fede immarcescibile (Commenti) da cui è animato il proletariato della Venezia Giulia (Rumori a destra – Proteste dell’estrema sinistra verso destra). Questo proletariato combatterà, indomito, in unione ai suoi compagni di tutta Italia, fino al giorno in cui, sulle vette altissime delle Alpi Giulie, esso innalzerà la rossa bandiera dei Soviets! (Applausi all’estrema sinistra – Rumori a destra – Vivi apostrofi fra la destra e l’estrema sinistra).