International Communist Party

Il Comunista 1921-12-09

Il Partito Comunista e la questione meridionale Pt.1

I termini del problema 

Il partito comunista, cha si propone di rendere cosciente o razionale il rivolgimento sociale reso storicamente inevitabile dal grado di evoluzione raggiunto dal sistema capitalista di produzione, deve inquadrare nella sua formula finale, il passaggio dall’anarchica produzione privata alla produzione socialmente organizzata, la soluzione di tutte le questioni particolari che affiorano in questo agitato periodo del definitivo disfacimento del capitalismo.

Una di tali questioni è quella che, non troppo propriamente, suol chiamarsi in Italia, questione meridionale. Ho detto non propriamente: infatti, se si considera che nel Mezzogiorno italiano lo sviluppo industriale è debolissimo, e che l’attività economica vi si riduce sostanzialmente alla coltivazione della terra, si ha che la «questione meridionale», cioè della arretratezza economica, culturale, igienica, ecc., ecc., dell’Italia del Sud in confronto a quella del Nord, non è altro che la questione, in minore o maggior grado, comune a tutti i paesi capitalistici, e creata appunto dal regime economico capitalista, del contrasto tra città e campagna, della soggezione dell’agricoltura all’egemonia del grande capitale industriale finanziario, dello sfruttamento di essa per opera del capitale finanziario. In questo senso quindi possiamo chiamare «Mezzogiorno» tutta l’Italia agraria piccolo-borghese, vale a dire, dal più al meno, tutte le zone prevalentemente agricole dove lo sfruttamento della terra è ancora fatto col sistema della piccola azienda indipendente, da contadini-proprietari, da mezzadri, da coloni affittuari, ecc.; escluse dunque le zone, relativamente non molto vaste, dove l’agricoltura è già più o meno industrializzata, ed ha assunto la forma della grande azienda capitalistica con relativo lavoro salariato.

Pertanto, per «questione meridionale» deve intendersi quella di tutta l’Italia agricola povera e arretrata

dovunque essa si ritrovi localmente; la questione, insomma, dei contadini poveri. In ciò sta la grande importanza della questione meridionale nei riguardi della rivoluzione sociale che si prepara anche in Italia. A differenza dei partiti socialdemocratici, che non essendo rivoluzionari non hanno in generale considerato seriamente i problemi fondamentali della rivoluzione, il partito comunista internazionale — sarebbe tempo di chiamarlo così almeno come augurio — ha rivolto sin dal principio la massima attenzione al problema dei rapporti tra proletariato e piccola borghesia agraria, sia nel periodo preparatorio alla presa di possesso del potere da parte del proletariato, sia dopo avvenuta la conquista del potere. Lenin in una serie di scritti, prima e dopo la rivoluzione d’ottobre, ha dimostrato luminosamente essere condizione indispensabile per la rivoluzione proletaria l’accordo, il «compromesso», tra il proletariato industriale e la piccola borghesia campagnola. E questa tesi vale non solo per i paesi prevalentemente agricoli, come la Russia e l’Italia centrale e meridionale, ma anche per quelli a prevalenza industriale e proletaria, coma la Germania, dove infatti i nostri compagni fanno ogni sforzo per conquistare non, soltanto i lavoratori salariati di campagna, ma anche i piccoli e medi coltivatori indipendenti, sebbene costoro costituiscano ivi una relativamente piccola minoranza in confronto ai salariati di città e di compagna.

Poiché in Italia tutto il Mezzogiorno, e con esso le isole e una parte del centro, va considerato in complesso come una completa zona agraria piccolo-borghese, che sta alla zona industriale e capitalistica del Nord nel generale rapporto della compagna verso la città, si ha che da noi il problema meridionale coincide quasi completamente col problema agrario e che per il partito comunista italiano risolvere la questione della sua attitudine nel problema meridionale equivale a determinare la propria tattica verso le masse contadinesche.

Come importanza relativa, primo compito del partito comunista è senza dubbio quello di svegliare e rafforzare nelle masse del proletariato industriale e agricolo, della classe specificamente rivoluzionaria, la coscienza di questa sua missione storica e la volontà di assolverla. Ma accanto a questo compito, e anch’esso di somma importanza, vi è anche l’altro di acquistare almeno la neutralità della classe intermedia, della piccola borghesia specialmente rurale, che non ha interessi bensì alla socializzazione della produzione, ma che o pur sempre in conflitto di interessi con la grande borghesia finanziaria, dalla cui causa pertanto una politica oculata può dissociarla. L’importanza di tale lavoro è evidente per il periodo della dittatura proletaria, quando dall’attitudine dei contadini dipende in buona parte la possibilità di rifornire di viveri i centri operai, vale a dire di assicurare l’esistenza del potere proletario; ma anche nel periodo della lotta per la conquista del potere, come è quello che attraversiamo in Italia, l’intesa del proletariato urbano almeno coi piccoli e parte almeno dei medi contadini-proprietari è condizione indispensabile per la vittoria di esso. Finché la grande borghesia capitalista delle zone industrialı potrà nobilitare a suo servizio le masse incoscienti delle regioni agrarie, difficilmente un movimento proletario può aver successo. Condizione indispensabile per la sconfitta della borghesia capitalista è che essa porta questo sostegno. Ciò è vero dappertutto; ma specialmente in Italia, dove la ripartizione territoriale quasi netta tra Mezzogiorno agricolo e Settentrione industriale fa sì che il primo costituisca, almeno finora, una riserva sicura per la reazione ed eventualmente per la controrivoluzione, quasi estranea ad ogni corrente rivoluzionaria emanante dai centri proletari, destinata, se il partito comunista non fa in tempo il lavoro possibile e necessario, a diventare il punto d’appoggio della borghesia nell’ora  della lotta decisiva.

Le varie “soluzioni,,

La questione meridionale è stata a lungo in Italia il terreno preferito dell’illusionismo democratico e riformista. Non v’è stato Governo «democratico», non v’è stato partito «d’opposizione» che non abbia scritto nel suo programma la soluzione del problema meridionale. Nonostante l’abbondanza di medici, ciascuno dei quali vantava l’onnipotenza e l’infallibilità dulcamarica del proprio specifico, l’ammalato è tutt’altro che sulla via della guarigione. Vale la pena dunque di esaminare da vicino tali specifici, per trovare la causa della loro inefficacia e dialetticamente venire al riconoscimento della cura veramente radicale.

Prescindendo dai partiti e correnti politiche rappresentanti gli interessi del capitale finanziario, che non considerano il Mezzogiorno — nel senso largo sopra indicato — se non come un territorio coloniale di libero sfruttamento mediante i monopoli industriali, i dazi protettivi, le operazioni finanziarie, ecc., e che in questa loro attività piratesca sono sostenuti dai grandi proprietari semifeudali dello stesso Mezzogiorno, contenti di dividere coi baroni del ferro, deite zucchero, ecc., i resti del bottino: si possono distinguere tre diversi tipi di «soluzione» della questione meridionale: 1. quello «democratico», «liberista», rappresentato principalmente dal gruppo, mai riuscito a diventar veramente un partito, sebbene ne abbia avuto la velleità col nome di «partito del rinnovamento», che fa capo al Salvemini e alla sua « Unità »; 2. quella del Partito popolare: 3. quello, se pure esiste, dei socialdemocratici (P. S. I.).

Il programma meridionale della «Unità» è tipicamente piccolo-borghese. Esso riconosce bensì che la causa dei mali del Mezzogiorno sta nell’egemonia economica e politica dei gruppi capitalistici-bancari, monopolisti e protezionisti, dell’Italia settentrionale ed anzi il gruppo e il suo giornale – non abbiamo alcuna ragione per nasconderlo – hanno non poche benemerenze nell’aver svelato i metodi ladreschi con cui si esercitata tale egemonia, coniando il termine, diventato popolare, di « pescicani ». Ma dal riconoscere i sintomi del male a farne la diagnosi giusta, ci corre. Per la scuola salveminiana, il monopolismo protezionista non è, come per il marxismo rivoluzionario non adulterato, la necessaria conseguenza del sistema capitalista punto al massimo grado del suo sviluppo, non è il capitalismo stesso «nella sua ultima fase »; bensì una degenerazione morbosa del capitalismo, dovuta con già alle intime e ferrae leggi di sviluppo di tale metodo di produzione, ma a speciale e non necessaria avidità di questo o quell’individuo o gruppo capitalista. Rimedio semplicissimo: abolire ogni forma di protezionismo in economia, instaurare la «vera democrazia» in politica. Come se il monopolio e la sua necessaria appendice di protezionismo doganale e di ogni altra specie non fossero germogliati appunto dal terreno della «libertà economica» e della «democrazia»! A che cosa porterebbe la libertà di commercio propagata dagli «unitari» in regime capitalista – giacché essi non prendono in considerazione un mutamento delle attuali basi economiche della società? -Niente altro che a spostare in parte dal Nord al Sud l’accumulazione del capitale. Si formerebbero anche nel Mezzogiorno dei grandi industriali, che per legge necessaria di crescenza del capitalismo a loro volta si combatterebbero tra loro, eliminerebbero i più deboli, si riunirebbero in trust monopolistici e protezionisti, non meno avidi e pescecani di quelli del Settentrione. Le masse lavoratrici meridionali non guadagnerebbero niente ad essere sfruttate dal nuovo capitalismo meridionale anziché dall’antico settentrionale. Questo programma può essere buono per un movimento borghese regionalista, assolutamente affine al nazionalismo, ma non può pretendere di risolvere la questione delle masse contadine meridionali. Esso, che anche per altri caratteri, come l’utopistica fede nei miracoli della democrazia e del pacifismo wilsoniano è forse in Italia il più ingenuo rappresentante del kautskismo, al pari di questo rappresenta una tendenza reazionaria, non solo nei confronti della rivoluzione proletaria, ma anche dello stesso sviluppo capitalista.

Passiamo ai popolari. Questi che hanno ereditato qualche cosa dalla tradizione della chiesa, è l’arte di corbellare le folle. Essi, che sanno molto bene quale sia la suprema aspirazione del contadino italiano, già si presentano perciò con una formula seducente: «la terra ai contadini!». Con tale formula essi sperano di raggiungere due intenti: conquistare i contadini «affamati di terra» e allontanarli allo stesso tempo dai « socialisti », « che vogliono la socializzazione, cioè togliere al contadino anche quel poco che già possiede ». Essi vogliono invece «dar la terra al contadino  ma… cum grano salis! E che sorta di sale! Il felice contadino, diventato proprietario sotto gli auspici di santa madre chiesa e di don Sturzo suo procuratore, dovrà accontentarsi di avere quelle terre soltanto che gli attuali grandi proprietari non vorranno coltivare o fingere di coltivare da sé, vale a dire le peggiori, le meno redditizie; e, queste, le dovranno pagare agli attuali proprietari, perchè: la proprietà è sacra, come disse uno dei loro barbassori al Congresso di Napoli appoggiandosi all’autorità… di S. Tomaso d’Aquino! E dovranno pagarle per buone, e agli attuali fantastici prezzi. Sicché il partito popolare, mentre finge di accontentare i contadini, in realtà non mira che a far fare un ottimo affare al propгietari poltroni e assenteisti, che in luogo di terre d’incerto reddito, e cui la loro ignavia non riesce a far produrre di più, avranno intiero il corrispondente capitale, da impiegare comodamente in rendita, o, che è lo stesso, una rendita annua, sicura, pagata dal nuovo « proprietario » contadino. Per quel pezzo di carta che li farà «proprietari», i contadini dovranno sacrificare i risparmi accumulati nel periodo di vacche grasse della guerra, e per lo più dovranno cadere o ricadere nelle grinfie delle banche. Alle banche dovranno ricorrere per le scorte, per il bestiame, ecc. Sicché in realtà il contadino meridionale cadrebbe in uno stato di servitù economica anche peggiore dell’attuale, tanto più che la «proprietà» nella terra lo legherebbe indissolubilmente questa, impedendogli di cercar altra migliore occupazione in Italia o alle storo, e riportandolo quindi sostanzialmente allo stato di servo della gleba. Ed è questo bel dono di Pandora che la carità pelosa ed untuosa del partito popolare vorrebbe fare ai contadini italiani, facendo apparire, con an audace giuoco di bussolotti, come riforma fatta nell’interesse dei contadini quello che non sarebbe altro che un ottimo affare per i grandi signori terrieri che costituiscono lo stato maggiore del partito!

Resterebbe da esaminare il programma agrario dei socialisti, se essi ne avessero uno. Giacché la caratteristica del «più grande partito proletario d’occidente» nel momento attuale è precisamente quella di non aver alcun programma, dal giorno in cui esso ha in pratica abbandonato quello di Bologna senza aver però coraggio di tornare apertamente ai vecchi amori riformisti. Al P.S.I., che ha perduto la fede nella rivoluzione proletaria non rimane infatti ormai altra via aperta fuori del riformismo. E il suo programma agrario dovrebbe essere quello già accennato degli unitari salveminiani, se da un lato i dirigenti di questo partito di cadaveri politici non avessero una specifica idiosincrasia per ogni problema che esca fuori dai maneggi elettorali e dalle manovre parlamentari, e dall’altra non temessero, appropriandosi della formula liberista e anti protezionista, di perdere l’appoggio di quei gruppi operai protetti e favoriti dallo Stato borghese, che insieme con la piccola Borghesia cittadina costituiscono ormai una base sociale del cosiddetto socialismo italiano. Nella polemica coi comunisti, i padreterni della socialdemocrazia italiana dicono di combattere il nostro programma «perché questo vuol conservata la piccola proprietà mentre essi sono per la socializzazione, essendo il ritorno dalla grande alla piccola proprietà un passo indietro»: dove con la ignoranza e incomprensione dei fenomeni economico-sociali che costituisce il tratto più saliente di quest’accolta di volgari politicanti essi confondono la grande azienda agraria a lavorazione collettiva e industrializzata, che sarebbe veramente reazionario distruggere, ma che non esiste nel Mezzogiorno, con la «riunione del possesso di molte terre, condotte però a piccole aziende individuali», che è la forma caratteristica dell’assetto agrario meridionale, e la cui distruzione per dar luogo ad una serie di piccoli possidenti-coltivatori, cioè alla trasformazione degli attuali mezzadri, affittuari, coloni. ecc., in altrettanti liberi possessori del suolo da loro coltivato con significherebbe alcun regresso tecnico, ma un grande progresso, giacché eliminerebbe dalla campagna una classe parassitaria per eccellenza, quella dei grandi proprietari nobili per lo più fannulloni e assenteisti, gravanti enormemente sull’economia agricola con la confisca che essi fanno di una ragguardevole parte della produzione a titolo di rendita fondiaria, di nudo riconoscimento dei privilegi della proprietà. Tuttavia i social-democratici italiani non dicono chiaramente alle masse contadine meridionali che essi vogliono conservare la «grande proprietà», ciò sarebbe dannoso agli interessi elettorali! 

Sicché, nessuno dei programmi o non-programmi affacciati per risolvere la questione meridionale è tale da corrispondere agli interessi dei contadini lavoratori. Esaminiamo ora quale sia la causa generale di tale insufficienza. 

Gli eccessi e gli orrori della reazione rumena

BUCAREST, dicembre.

Il nuovo organo del dottor Lupu L’Aurora ha pubblicato una statistica edificante, quella del numero dei prigionieri che sono rinchiusi in una fortezza rumena. Disgraziatamente questa statistica è molto incompleta e non riguarda altro che i detenuti nelle fortezze di Jilava per il periodo di un anno.

Risulta però egualmente da questa statistica che tra il 1° settembre 1920 e il 1° settembre 1921 333 socialisti e comunisti sono entrati nel forte di Jilava. Di essi 33 sono usciti, condannati ai lavori forzati, per essere trasportati nelle miniere di salgemma, 121 sono stati condannati e attendono l’esito del corso in appello, 32 subiscono da più di sei mesi l’arresto preventivo, 36 sono stati liberati senza aver subito nessun giudizio e 114, detenuti da più di sei mesi, attendono di passare davanti ai tribunali.

Questi detenuti sono racchiusi in camerate di 18 e 12 posti, entro celle fredde, oscure e umide, situate al di sotto del livello del suolo. Sono privi di coperte e di biancheria, nutriti in modo deplorevole e nella impossibilità di ricevere cibo dall’esterno, essendo troppo gravi le difficoltà pratiche per l’approvvigionamento. Fino al mese di aprile essi furono costretti a lavori faticosi e ripugnanti: taglio di alberi, sterro, spurgo di canali. Essi non possono leggere altro che la Bibbia e i giornali del governo.

Quattro compagni si trovano in carcere in queste condizioni senza essere mai stati interrogati. Una ventina di essi non ha più di ventun anni di età, quattro sono inferiori ai diciotto anni.

Sette detenuti sono incolpati di avere partecipato al congresso legale del partito, che ha avuto luogo nel mese di febbraio, quattro sono stati arrestati per aver manifestato l’intenzione di recarsi al Congresso sindacale del maggio, uno per avere effettivamente partecipato ad esso; ventisei sono noti militanti del Partito comunista, quattro sono fratelli di comunisti incarcerati, quattro sono socialisti, nove non conoscono il motivo per cui sono stati arrestati. Tra i prigionieri si trovano pure i deputati Poponitz e Stefanov.

Quando i prigionieri vengono interrogati, l’interrogatorio si riduce alle seguenti domande:

A qual partito appartieni? Sei favorevole all’adesione alla III Internazionale? Cosa farai quando sarai liberato?

I prigionieri che si ammalano non vengono portati all’ospedale.

Questi dati non comprendono però le vittime del terrore bianco rumeno che si trovano in altre carceri oppure sono stati incarcerati prima del settembre 1920. Tra questi ultimi si trova il deputato Bongior.

Migliaia di studenti lavorano nelle miniere di sale di Ocne-Nari, di Doftana, di Slanic, nella Bessarabia, in Transilvania, nella Rumania vecchia. Centinaia di giovani della Bessarabia sono in carcere per aver voluto fondare dei circoli di cultura. Centinaia di detenuti riempiono le prigioni di Văcărești, a poca distanza da Bucarest. Tra di essi vi sono i Delegati al Congresso di maggio, di cui 8 deputati e 27 donne.

In tutte queste carceri i comunisti hanno già sostenuto numerosi scioperi della fame. Il 23 novembre i detenuti della prigione di Văcărești hanno rivolto al commissario regio che ha l’incarico di istruire il loro processo una protesta di cui ecco il punto essenziale:

«Noi siamo detenuti da cinque mesi per aver preso la parola in un Congresso che si era radunato con il consenso delle autorità legali che hanno privato il nostro paese dei diritti di associazione, riunione e stampa. Successivamente ci è stato promesso che saremmo stati giudicati il 5, poi il 20 settembre, in seguito il 5 ed il 20 del mese successivo. Da cento giorni siamo in carcere senza essere stati mai interrogati. Noi non sappiamo ancora quando ci si giudicherà. Se il 25 corrente non sarà fissata la data del nostro processo o della nostra liberazione, noi ricorreremo allo sciopero della fame».

I misfatti della reazione rumena devono essere rivelati e lo saranno.

I comunisti si riservano di dare di essi una documentazione completa in occasione delle feste per l’incoronazione di Ferdinando I. Ci limitiamo oggi a citare un fatto: il nostro giovane compagno Leonhardt studente di 18 anni è stato condannato, dopo 12 mesi di pesante carcere preventivo, a 4 anni di lavori forzati e portato nelle miniere di sale di Doftana. Il suo delitto è quello di avere, per uno scherzo fanciullesco, fatto suonare le campane della chiesa metropolitana il 19 ottobre 1920, la vigilia dello sciopero generale.

A questo modo governa, in Romania, il Partito popolare. In modo non diverso governerà domani il Partito liberale. Come la Polonia e come la Jugoslavia, anche la Rumania subisce lo scatenarsi della reazione.