Le Alsazie-Lorene del Medio Oriente
L’incontro e il reciproco influenzarsi della rivoluzione nazionale e della guerra imperialista, si manifestano nel Medio Oriente in maniera più netta che nella restante parte dell’Asia, perché più stridenti vi sono i contrasti derivanti dal diverso grado di sviluppo storico degli Stati e più serrato il crudo gioco dell’imperialismo che qui non ha a che fare con grandi organismi statali – come gli capita nel resto del continente – e quindi non è costretto a mimetizzare i suoi interventi politici.
E’ un fatto che nel Medio Oriente si verificano i più grandi scarti nella scala dello sviluppo economico, politico e militare degli Stati. Infatti, se si prende in esame la differenza di sviluppo storico che esiste, ad esempio, tra la Cina e l’India, i più grandi Stati del continente, si vede che essa è inferiore alla differenza di sviluppo che intercorre tra l’evoluto Stato di Israele e l’Egitto, il quale, pur essendo il più progredito degli Stati della Lega Araba, non può reggere affatto il confronto con Israele, se si considerano entrambi dal triplice punto di vista dello sviluppo tecnico, economico e politico-militare. Mentre Israele, che è il prodotto di un “trapianto di capitalismo” sulla tabula rasa del deserto, può considerarsi un caso di “rivoluzione borghese sino a fondo” per la concomitanza di forme industriali modernissime e di gestioni collettive del suolo agrario, l’Egitto, ad onta della soluzione che ha apportato alla questione nazionale, rinserra in sé forme arretratissime di struttura sociale, specialmente nei villaggi, i miserabili spaventosi villaggi della Valle del Nilo, che pure è una delle più fertili terre del mondo. Al contrario, gli esordi di industrializzazione cinese, benché questa proceda ad un rapido andamento, non comportano un profondo squilibrio nei rapporti tra Cina e India, che hanno rispettivamente enorme spazio geografico e sociale da rivoluzionare.
D’altra parte, la relativa piccolezza degli Stati del Medio Oriente e lo squilibrio che la monocoltura o la monoproduzione (l’Egitto dipende per la vita e per la morte dal cotone, gli altri stati arabi dal petrolio, ecc.) apporta nella loro economia, facilitano la penetrazione dell’imperialismo e, per essa, la rivalità aperta delle Grandi potenze. Non deve meravigliare, dunque, il fatto che il Medio Oriente sia, dalla Seconda guerra mondiale, una delle ragioni più terremotate della politica internazionale.
Ad onta della retorica patriottarda, la rivoluzione nazionale non affratella gli Stati che pure da essa sorgono. La forma nazionale dello Stato rende illusorie tutte quante le “solidarietà” soprannazionali, anche quando queste sono fondate sulla giustificazione teorica della comunanza delle origini etniche o delle tradizioni dottrinarie e sociali o addirittura della lingua. Ne è prova quanto avviene nel “mondo arabo”. E’ un fatto che la costituzione in nazioni e in Stati nazionali delle popolazioni arabe sia stato proprio essa la causa del divampare di fiere rivalità benché i fedeli dell’Islam continuino, prescindendo dalle frontiere nazionali, a pregare con la fronte rivolta alla Mecca, la “solidarietà” è oramai solo una espressione letteraria. Mai come oggi l’Islam è diviso, nonostante tenti di mascherare il suo stato effettivo dietro le frasi della lotta comune contro l’espansionismo israeliano.
A guardare a ritroso il processo storico, ci si avvede che la organizzazione statale che riuscì a tenere unificato il “mondo mussulmano”, fu il secolare Impero Ottomano che univa in un solo confine la Turchia e l’immenso spazio che oggi risulta diviso negli Stati di Arabia Saudita, Yemen, Iraq, Israele, Libano, Siria, Transgiordania, ecc. La Prima guerra mondiale travolse la gigantesca costruzione politica, suscitando profondo rimpianto nei reazionari del mondo, ben consci della funzione di bastione antirivoluzionario svolta dal Governo della “Sublime Porta”. Non bisogna dimenticare che il quadro storico, in cui la rivoluzione dell’Asia è esplosa, è indubbiamente quello introdotto nel mondo dalle guerre imperialistiche. Diversamente non si comprendono a fondo i motivi di contrasto che dividono, in maniera virtuale o attuale, gli stati asiatici di nuova formazione, i quali necessariamente dovevano ereditare, sorgendo, le “tare” degenerative dell’ambiente storico nel quale si sono generati.
Durante la Seconda guerra mondiale, il nazionalismo arabo si orientò verso l’Asse nazifascista, da cui sperò a torto di ricevere valido appoggio nella lotta contro la dominazione della Gran Bretagna e della Francia, potenze “mandatarie”, la prima in Palestina, Transgiordania e Mesopotamia e la seconda in Siria e nel Libano. Ma l’Inghilterra ebbe rapidamente ragione dei propri nemici locali. Nell’Iraq la sollevazione e il defenestramento dell’emiro Abdullah da parte del partito filotedesco, offrì all’Inghilterra il pretesto agognato per occupare militarmente il paese, e soprattutto per mettere sotto diretto controllo i pozzi petroliferi di Bassora e di Mossul e il gigantesco oleodotto che porta il prezioso combustibile da Kirkuk a Kaifa in Palestina e a Tripoli in Siria. Dopo violenti combattimenti, il corpo di spedizione britannico sbarcato a Bassora e la Legione araba comandata dal generale inglese Glubb Pascià che aveva invaso il territorio iracheno dalla Transgiordania, spossessarono del potere i rivoltosi e restaurarono il regime filobritannico di Abdullah. Ciò avvenne nell’aprile 1941. In Siria, a schierarsi sugli opposti fronti della guerra civile non furono gli arabi, ma le stesse forze militari della potenza mandataria. Infatti, mentre il governo militare di Damasco si mantenne fedele al governo filotedesco di Vichy, una parte delle truppe si schierò per il movimento degaullista, e fu la guerra. Nel giugno 1941, truppe degaulliste e britanniche occuparono Damasco. Anche in Siria la lotta assunse carattere di estrema violenza e accanimento, e gli arabi assisterono compiaciuti a come i loro oppressori si scannassero reciprocamente. Lo sconvolgimento causato dalla guerra doveva costringere ì Francesi a proclamare, nel luglio, l’indipendenza della Siria. Nel dopoguerra, il governo di Parigi cercò di riprendersi il bottino mollato, ma fece fiasco, anche se lo smacco non raggiunse le dimensioni di una Dien Bien Phu.
Edificante, specie ai fini dello smascheramento delle ipocrite politiche paladinesche che vanno sbandierando, sia pure su opposte bande, anglo-americani e russi, fu la guerra anglo-russa contro l’Iran. La minuscola – nell’ordine di grandezza della popolazione e della potenza statale, bene inteso – e disarmata Persia si vide invadere dal nord e dal sud, dalle truppe dell’Inghilterra e della Russia, che procedettero alla spartizione del territorio conquistato: gli inglesi occuparono Teheran e le raffinerie del Golfo Persico, i russi presidiarono l’Azerbaijan, che nel dopoguerra tentarono di staccare dall’Iran e trasformare in una “democrazia popolare”. Se oggi Mosca compie une sforzo immenso per riporre piede nel Medio Oriente, introducendosi nella fortezza attraverso la pusterla aperta dall’interno dall’Egitto, non strilli per questo Londra se nell’agosto del 1941 non esitò ad approfittare dei servizi dell’alleato russo per accaparrarsi il petrolio iraniano. Ad essere giusti, il predominio del cartello internazionale del petrolio in Persia, contro il quale invano doveva lottare il regime di Mossadeq e Fatemi, conta tra i fasti della sua storia recente anche la occupazione anglo-russa della Persia.
L’Islam è diviso
L’attenuazione della dominazione, o almeno delle forme dirette della dominazione imperialistica anglo-francese non comportò affatto, nel dopoguerra, l’appianamento delle divergenze fomentate dai rissosi nazionalisti arabi, anzi incoraggiò le tendenze espansionistiche degli Stati che pretesero di monopolizzare, ciascuno per sé, la guida della Lega araba. A lungo andare, il panarabismo doveva rivelarsi, alla stretta dei conti – oggi è evidente – una versione mediorientale delle impotenti ideologie di terza-forza che in Europa hanno così miseramente fallito.
II conflitto tra la Repubblica di Israele e la Lega Araba – che è ancora fermo alla fase armistiziale è stato enormemente gonfiato dalla propaganda e, come sempre accade, la stampa ha tirato fuori anacronistici schemi storici, parlando addirittura di “guerra santa” dell’Islam contro Israele. Saremmo, dunque, ritornati all’epoca del Califfato? In realtà, la comune appartenenza ad una stessa religione, non ha impedito agli Arabi di dividersi negli opposti campi del nazionalismo. Del resto, forse che gli Stati dell’Occidente sono trattenuti, quando la guerra scoppia, dalla comune qualità di “difensori della civiltà cristiana”?
Il fronte di guerra contro Israele non è valso a sanare i conflitti inter-arabi, che invece sono esplosi con estrema violenza, dopo lunga incubazione, provocando i grossi sensazionali avvenimenti che si sono susseguiti nel Medio Oriente, nel corso del corrente anno. E’ un fatto che Israele si è conquistato il territorio, su cui esercita attualmente la sovranità statale, con la forza delle armi: si può dire in proposito che i trattori delle “fattorie collettive” – i famosi Kibbutz – hanno avanzato dietro i carri armati. Ma è altrettanto vero che i territori conquistati da Israele non appartenevano prima a nessuno degli Stati della Lega Araba: Egitto, Arabia Saudita, Giordania, Siria, Libano, Iraq. Anzi, uno di essi, la Giordania, prese parte alla conquista territoriale, imitando in ciò il nemico Israele. In altri termini, nessuno degli Stati arabi belligeranti ha “un fatto personale”, volevamo dire una questione irredentista, da far valere su Israele. A chi appartenevano allora, i territori annessi?
Nel 1919, un anno prima della firma del Trattato di Sèvres che istituì, tra l’altro, il mandato britannico in Palestina, tale regione era abitata da 633 mila arabi e 58 mila ebrei. Le due nazionalità, finché erano rimaste nell’ambito dell’Impero ottomano, avevano intrattenute reciproche relazioni di amicizia: “coesistevano pacificamente” direbbe uno stalinista. Fu l’imperialismo, impersonato dall’Inghilterra a gettare fra di esse il pomo della discordia del nazionalismo. Nel 1917, in piena guerra mondiale, il governo di Londra aveva promesso, con la famosa Dichiarazione Balfour, di appoggiare la costituzione di un Centro Nazionale Ebraico in Palestina. Nel 1922, con eguale solennità, si impegnò a salvaguardare i diritti nazionali arabi. In tal modo la Palestina fu avviata a diventare oggetto di contesa fra arabi ed ebrei. La seconda guerra mondiale provocò profondi cambiamenti nella situazione dei rapporti di forza tra le nazionalità, segnando la sorte della regione.
Sotto la spinta della brutale persecuzione antisemita scatenata dai nazisti in Europa, le correnti della immigrazione ebraica, che l’Inghilterra cercò in seguito di frenare, si ingrossarono a dismisura. Secondo New Statesman and Nation gli ebrei palestinesi ammontavano nella primavera del 1946 a 600 mila persone. Giovandosi delle favorevoli condizioni obbiettive del dopoguerra, il sionismo si diede attivamente ad edificare il Centro Nazionale Ebraico, appoggiato dagli sforzi finanziari dei milioni di ebrei della Diaspora e dal concorso politico degli Stati Uniti. Ma l’alterazione profonda dei rapporti numerici tra le nazionalità e, soprattutto, i successi degli ebrei che si dedicavano alla colonizzazione della desolata regione, muniti dei ritrovati della tecnica e dell’organizzazione occidentale, ebbero per effetto il radicalizzarsi della resistenza araba. Il 29 novembre 1947 l’ONU credette di intervenire a sanare il conflitto e varò un progetto di spartizione della Palestina in due Stati indipendenti: uno ebreo e l’altro arabo. Gli avvenimenti, invece, ancora una volta si incaricarono di smentire l’inutile consesso internazionale. Infatti, la proclamazione dello Stato di Israele, avvenuta i 14 maggio 1948, allo spirare del “mandato” inglese in Palestina non si accompagnò con la fondazione del progettato stato arabo, ma diede agli ebrei il segnale dell’occupazione del territorio completo, al quale atto la Lega Araba rispose con la guerra contro Israele, riportando le tremende legnate che tutti conoscono.
Gli Arabi palestinesi, incalzati dalla guerra, abbandonarono le loro case e i loro miseri campi, e uscirono dalla Palestina, rifugiandosi negli Stati arabi confinanti: il Libano, la Siria, la Giordania, l’Egitto. Fu un esodo di una massa di circa 900 mila persone. La misura del movimento di “entrata” e di “uscita” della contabilità demografica, brutalmente impostata dalla guerra, è espressa ancora una volta dalle cifre: allo scoppio del conflitto, la popolazione palestinese contava 640 mila ebrei e 1 milione e 100 mila arabi, nel 1950 la popolazione dello Stato di Israele, che secondo certe fonti occuperebbe 1’80 per cento della vecchia Palestina sotto mandato, comprendeva 1 milione e 200 mila ebrei contro appena 170 mila arabi. La guerra finì il 18 luglio 1948, ma i profughi arabi non ritornarono nelle loro case: vivono ancora oggi nei campeggi istituiti dall’ONU e nelle bidonvilles sorte alle frontiere israeliane, da cui partono nelle notti di agguato le squadre di guastatori lanciate contro i villaggi israeliani.
Lungi da noi, trattando di questioni storiche e specialmente di quelle che mostrano lo zampino dell’imperialismo, l’indulgere a considerazioni di giustizia astratta. Ma quanta ipocrisia trasuda dagli atteggiamenti di quei governi, che a Potsdam decretarono con un tratto di penna la espulsione, manu militari,di milioni di tedeschi (non di SS naziste) dagli Stati della Europa orientale, e oggi piangono false lacrime sulla sorte dei profughi arabi di Palestina! Deportazione, scambi di popolazione, genocidio: è sulle piante delle ideologie patriottiche e nazionalistiche che maturano di tali frutti.
A conti fatti, gli Stati della Lega Araba non hanno nulla di proprio, in quanto a territori, da rivendicare contro Israele. Anzi, se il vecchio progetto della costituzione di uno Stato arabo palestinese avesse ad attuarsi – ma su questo tasto non sentiamo battere più nessuno – la Lega Araba rappresentata dalla Giordania avrebbe qualcosa da restituire. Di contro, gli Stati arabi hanno diverse controversie territoriali da risolvere gli uni con gli altri. Cerchiamo di illustrarne alcune, districando per quanto possibile il groviglio degli interessi in urto e delle sotterranee complicità diplomatiche.
Il conflitto più clamoroso scoppiato nella Lega Araba è quello che, fin dalla firma del Patto di Baghdad avvenuta il 24 febbraio 1955, oppone l’Iraq all’Egitto. Gli impressionanti avvenimenti che si sono incalzati nel Medio Oriente, negli ultimi mesi, e che sono stati coronati dalla cessione di armi all’Egitto da parte della Russia e della Cecoslovacchia, sono stati interpretati come uno svolgimento della lotta arabo-israeliana. Ma è un fatto che la guerra di scaramucce si è alimentata cronicamente anche prima della odierna trasformazione dei pacifisti russi in mercanti di cannoni. E’ egualmente vero che i più grossi scontri nel deserto del Negev si sono registrati all’indomani dell’annuncio dell’accordo russo-egiziano. Cioè, il maggiore pericolo di una ripresa della guerra tra Egitto e Israele si è concretato “dopo” e non “prima” della decisione di Mosca di contribuire all’armamento dell’Egitto. Colpisce, invece, la circostanza che il brusco voltafaccia in senso filo-russo del Governo del Cairo, che pure tiene in carcere i comunisti locali, è seguito di qualche mese alla clamorosa rottura tra Egitto e Iraq a causa della firma del Patto di Baghdad, che in origine era un patto bilaterale turco-iracheno, ma in seguito ricevette l’adesione del Pakistan e dell’Inghilterra, e, nelle scorse settimane, dell’Iran.
In altre parole, la brusca sterzata dell’Egitto verso Mosca si è verificata mentre nella fascia settentrionale del Medio Oriente si costituiva una coalizione di Stati che rafforzava lo schieramento occidentale, dato che la nuova alleanza è collegata tramite la Turchia e l’Inghilterra al Patto Atlantico, e, tramite il Pakistan, al Patto dell’Asia sud-orientale (SEATO) mentre alzava, in particolare, il prestigio dell’Iraq di fronte agli altri membri della Lega Araba. E’ provato che mentre il governo del Cairo contrattava l’acquisto di armi russe e cecoslovacche e predisponeva il colpo di scena dell’accostamento alla Russia, i rapporti di forza tra Egitto e Israele si mantenevano stazionari, ma non avveniva lo stesso per quanto riguarda i rapporti tra l’Egitto e l’Iraq. E’ chiaro, infatti, che, stringendosi in intima alleanza con le potenze del Patto di Baghdad, il governo dell’Iraq saliva di molti scalini nella scala della grandezza politica e da quel momento figurava nei confronti degli altri Stati della Lega Araba non più come un semplice Stato-membro, ma come uno Stato avente dietro di sé una vasta coalizione militare con estese ramificazioni internazionali. Si comprende agevolmente che, grazie all’accresciuto potere di influenzamento, l’Iraq si apprestava a diventare la Potenza più autorevole nell’ambito della Lega araba. Di più, si delineava il pericolo che a lungo andare la pressione irachena avrebbe indotto gli altri stati arabi ad aderire al Patto di Baghdad, isolando così l’Egitto.
In tali condizioni, l’Egitto ha reagito, vista l’impossibilità di impedire la realizzazione del Patto di Baghdad, cercando di fare di sé stesso il centro di un’alleanza di segno opposto. Gli sforzi in tale senso hanno avuto un innegabile successo, sebbene i governanti del Cairo sperassero di allargare il numero attuale dei partecipanti al nuovo schieramento. Infatti, la Siria e l’Arabia Saudita hanno firmato, l’una dopo l’altra, un patto di assistenza proposto dall’Egitto, ma se ne sono tenuti fuori il Libano e la Giordania, per ragioni che esamineremo tra breve. All’indomani della stipulazione del trattato egiziano-siriano, firmato a Damasco il 20 ottobre c.a., cui l’Arabia Saudita aderì il 26, l’Egitto poteva così ritenere compiuta in gran parte l’opera intrapresa: di contro alla alleanza di Baghdad si opponeva ora l’alleanza del Cairo. Ma è chiaro che il lavoro diplomatico del governo Egiziano non avrebbe colto i risultati perseguiti, se la Russia non si fosse prestata, ricevendone naturalmente una grossa contropartita, a sollevare il prestigio del governo di Nasser, riempiendogli le tasche di bombe.
Politique d’abord in Egitto
Il violento dimenarsi del governo di Nasser si spiega agevolmente col fatto che esso si regge soprattutto grazie ad una politica estera clamorosa che spezza le armi delle opposizioni interne. La condizione generale del regime “rivoluzionario” di Nasser è questa: salito al potere il 23 luglio 1952, spingendo avanti l’uomo di paglia che era Neguib, il regime ha lasciato intatti i rapporti sociali esistenti nel miserrimo villaggio nilotico, ove il fellah trascina, come al tempo del maialesco Faruk, una esistenza atroce, insidiata dalla fame e da terrificanti malattie; è incontrovertibile che contro la dominazione della aristocrazia latifondistica, i cui rappresentanti vivono nel lusso al Cairo e ad Alessandria, il regime non ha alzato un dito. Lo schiacciamento delle formazioni politiche prerivoluzionarie, rappresentate soprattutto da Wafd e Fratellanza Mussulmana, non si è accompagnato certamente allo spossessamento delle classi sfruttatrici reazionarie, delle quali costoro esprimevano politicamente gli interessi. A conti fatti, la redenzione del fellah è affidata al problematico piano di colossali opere di irrigazione che dovrebbe aumentare in un incerto avvenire la terra coltivabile.
In tali condizioni, il governo di Nasser non può fare altro che applicare lo slogan nenniano della “politique d’abord “. Deve cioè buttarsi innanzitutto nella grossa politica, il che non può fare che alimentando una clamorosa politica esterna. Sintomatico il fatto che a pochi giorni dall’annuncio della decisione della Russia e della Cecoslovacchia di vendere armi all’Egitto, il governo di Nasser ordinava la liberazione dei capi della Fratellanza Mussulmana che erano tenuti in prigione dal tempo della congiura contro la vita di Nasser. Evidentemente, ogni successo di politica estera, che innalzi il prestigio del governo militare del Cairo, rafforza il regime e gli fa temere meno gli oppositori.
L’adesione della Siria e dell’Arabia Saudita al Patto del Cairo sottintende, a sua volta, altri conflitti intestini del “mondo arabo”. La Siria ha forti motivi di sospettare dell’espansionismo dell’Iraq, dove regna la dinastia hashemita, la stessa cui appartiene la casa reale della Giordania, che ufficialmente si denomina Regno hascemita del Giordano. L’Iraq difatti si è fatto banditore da tempo di un ambizioso progetto di unificazione, detto della “Mezzaluna Fertile”, che dovrebbe incorporare anche la Siria, dove non mancano correnti politiche partigiane del progetto. Non occorre sforzarsi per comprendere perché il governo di Damasco abbia rifiutato di aderire al Patto di Baghdad, preferendo invece di legarsi con l’Egitto e l’Arabia Saudita.
Non meno spinose controversie dinastiche e territoriali oppongono l’Arabia Saudita alla Giordania, la pupilla degli inglesi, che occupa i territori di Maan e Aqaba, dei quali l’Arabia Saudita si considera defraudata. Un cenno a parte merita poi la questione dell’oasi di Buraimi. Essa sorge nella costa dei pirati ed è composta di otto villaggi che sono rivendicati dall’Arabia Saudita, e allo stesso tempo vengono reclamati dallo Sceiccato di Abu Dhabi e dal sultano di Muscat, che sono sotto la protezione della Gran Bretagna. Nell’agosto 1952, l’oasi, che si suppone abbia valore petrolifero, venne occupata dalle truppe saudiane, ma la Gran Bretagna, a nome dei piccoli stati vassalli, protestò energicamente, ottenendo che la questione fosse deferita ad una Corte arbitrale. Il 27 ottobre c.a., formazioni militari di Abu Dhabi e di Muscat guidate da ufficiali inglesi procedevano alla cacciata delle truppe saudiane da Buraimi, che occupavano. Il Foreign Office, in un comunicato pubblicato qualche giorno dopo l’accaduto, cercava di giustificare il colpo di mano, accusando l’Arabia Saudita di complicati intrighi aventi lo scopo di corrompere gli staterelli arabi della Costa dei Pirati e spingerli contro la Gran Bretagna. In realtà, è chiaro che la occupazione militare inglese perseguì il duplice obbiettivo di dare una risposta intimidatoria all’Arabia Saudita Che in quei giorni stipulava il noto trattato di alleanza con l’Egitto e di mettere le mani su una zona di interesse pertolifero.
Tali contrasti e rivalità sono all’origine della scissione del “mondo arabo”, che è effettiva anche se la Lega Araba continua formalmente a sussistere. Ufficialmente la Giordania è rimasta fuori dei recenti patti, ma è notorio che le sue forze armate, il cui nucleo è la Legione Araba, sono animate e dirette dall’Inghilterra. Da parte sua, il Libano, la cui forza militare è praticamente nulla, si è dichiarato neutrale, nutrendo 1e aspirazione di diventare una sorta di Tangeri del Medio Oriente, in bilico tra Occidente e Oriente.
Nostro tema era l’esame, naturalmente sommario, dei contrasti nazionalistici che dividono il Medio Oriente. Ben altre “Alsazie-Lorene”, ben altre questioni territoriali, dividono le Potenze della restante parte dell’Asia. Il Pakistan e l’Afganistan si guardano in cagnesco per il Pashtunistan, l’India occupa il Kashmir che il Pakistan reclama, e non parliamo delle situazioni interne dell’Indocina, della Malesia, dell’Indonesia, della Cina, della Corea!
Per decenni, gli scrittori borghesi hanno sfruttato l’immagine di un Oriente convenzionale. Gli operai rivoluzionari non debbono lasciarsi sedurre dalle descrizioni staliniste di un Oriente non meno arbitrario, dove il comune odio verso la dominazione coloniale viene rappresentato come la leva miracolosa di un mondo governato dalla concordia e dalla fratellanza nel lavoro. In realtà, il mondo nuovo — e veramente esso è nuovo rispetto alle condizioni storiche dell’Asia — è tenuto a battesimo dal capitalismo. Quello che sorge in Asia è un “cucciolo” capitalista, che è ancora sprovvisto di zanne e di artigli, che però col tempo spunteranno e cederanno il posto al lupo. Il proletariato europeo conosce a fondo, perché ne porta le cicatrici nelle carni, i feroci contrasti di cui è intessuta la sanguinosa storia del capitalismo e del nazionalismo di Europa e di America. Perciò si rende conto che sistemandosi nel quadro degli Stati nazionali, l’Asia non potrà sfuggire al nazionalismo e alle guerre. Non c’è dubbio che laggiù è in atto una grande rivoluzione, ma è altrettanto certo che, se non interverrà la rivoluzione proletaria in Occidente, l’Asia partorirà anch’essa le sue “Sédan” e le sue “Sarajevo”.
Struttura economica e sociale della Russia d'oggi (Pt.12)
Parte I. Lotta per il potere nelle due rivoluzioni
104. Il conquistato potere
Il nostro lavoro non è che un tentativo verso la stesura, non di una storia (nel senso che per i benpensanti si indica col termine di storiografia) ma di alcuni capitoli di scienza storica, termine che per tutto il moderno pensiero è una bestemmia. Il modernismo ostenta di aver cacciato da tutte le scienze, anche naturali e non umane (per il marxismo la scienza della specie umana è una scienza naturale), causalità e determinismo, solo perché molti problemi – da tempo per nulla recente – si affrontano e risolvono, quanto ad apparato matematico, col metodo probabilistico. Ossia non si assume di aver determinato, mediante leggi scoperte, il valore preciso del dato incognito, ma solo di avere stabilita la conoscenza di un certo campo di valori in cui il dato che si domanda dovrà con buona probabilità «aggirarsi». A una conoscenza del futuro (meglio dire dell’incognito, potendo essere una incognita del passato cento volte più difficile a calcolare di una del futuro: poniamo la composizione chimica del nero che Cleopatra si dava sotto gli occhi, e l’ora fino al minuto secondo del prossimo eclisse di luna) rigorosa e puntuale, obbligata e certa, se ne sostituirebbe una elastica ed approssimata. Non qui svolgiamo il punto che questa alternativa si riduce ad una masturbazione filosofica da tempi smidollati: la certezza assoluta della soluzione non è che una finzione di comodo, una convenzione, che nella prassi della specie ha fatto sempre buon gioco, figliando fiammeggiante potere di conoscenza, come il classico buscar oriente per occidente, come l’«altissimum planetam tergeminunt observavi» di Galileo, che primo adocchiò l’anellato Saturno. La sicurezza matematica non è che un espediente per evitare di pigliar cantonate troppo in pieno; la collettiva dotazione di esperienza della specie, che chiamiamo nella storia religione, filosofia, empirismo, scienza, è un edificio elevato con tante pietre, su ognuna delle quali si può scrivere: individuale fesseria.
È così che a noi parrebbe un gran risultato se si verificasse la previsione che la terza guerra mondiale avverrà intorno al 1975, a tre quarti del secolo, e non sarà preceduta da una generale guerra civile tra proletariato e capitalismo nei paesi avanzati di Occidente, offrendo soltanto la possibilità di questo grandioso evento. E saremmo quindi disposti ad ammettere che una tale cifra non si può ricavare da nessuna equazione (troppo vaga quella 1945 – 1918 + 1945 = 1972) ed è soltanto il risultato di induzioni probabilistiche. Nel «Dialogato» mostrammo che in tale profezia collimavano il pensiero di Stalin, quello dell’economista liberale Corbino, e quello della assai piccola ed assai anonima sinistra marxista ortodossa.
Questa digressione serve al rilievo che naturalmente siamo anche noi influenzati dal modo tradizionale di trattare l’argomento, e come siamo vittime dell’abuso dei nomi dei personaggi illustri, così lo siamo di quello della mania delle date «matematiche».
Trattando Russia svolgemmo alla riunione di Bologna una prima parte che saggiava l’esposizione marxista della storia di quel paese fino alla grande Rivoluzione. Nelle riunioni di Napoli e Genova siamo passati al tema dell’attuale struttura russa, e il contenuto di tale esposizione si divide in due parti: la lotta per il potere nelle due rivoluzioni, e quella più specialmente diretta al tema: ossia a provare la tesi che la società russa di oggi è capitalista in giovane sviluppo, non socialista.
Giunti al 26 ottobre / 8 novembre del 1917 dovremmo chiudere di colpo il primo argomento: i bolscevichi hanno preso il potere. Eccoli alla prova: Come hanno governato? Come hanno attuato il loro programma? È indubbio che nel marxismo il possesso del potere è un mezzo, non un fine – una partenza, non un arrivo. Ma numerosi argomenti restano, che sono ancora nel raggio della lotta per il potere, e non in quello della forma sociale, cui il trapasso di esso ha aperta la strada.
105. La luce di ottobre
I marxisti non avrebbero ragione di commemorare date a giorni fissi, è sicuro, ma non è delitto se lo fanno: quella tale avanzata alla conoscenza di specie, collettiva, si è fatta, come testé ricordato, congegnando insieme materiali eterogenei, piccole sciocchezze e grandi ingenuità, soprattutto clamorose contraddizioni, girando in labirinti ove non si incontrano Arianne. E solo alla fine di una corsa millenaria, e molto oltre questo nostro conato, che non può procedere senza intoppi e insuccessi, il «Filo del Tempo» sarà trovato.
Da molto più di un secolo lo si snoda dal fuso, ma solo in esso sta il miracolo, che più dei luminari del mondo ufficiale può segnare la giusta via il fesso qualunque; per la superiorità che ha l’ultimo timoniere con l’occhio alla bussola magnetica sul dantesco magnifico Ulisse, che non fermò il «folle volo» verso l’ignoto, «per seguir virtute e conoscenza», fino che il mare, sopra di lui coi suoi sacrilego, non fu richiuso.
Ha quindi una grande portata il martellare la data del 26 ottobre vecchio stile come uno svolto istantaneo, perché così si sottolinea una primaria lezione storica: quella contenuta nelle lettere di Lenin che invocano di non più attendere un giorno e nemmeno poche ore per rovesciare in Pietrogrado il governo Kerenski. In effetti questa grande verità, ossia che il partito deve saper scorgere il momento, determinato nella storia, tra i rarissimi in cui la prassi si capovolge e la volontà collettiva gettata nella bilancia la fa traboccare, non toglie che la lotta continui a lungo dopo quello svolto, eretto a simbolo: nel resto della Russia, nelle immense province, tra i reparti militari.
E non toglie che, anche dopo la prima conquista ripercossa dalla capitale a tutto il paese ancora libero dalla tedesca invasione, la lotta continui nella liquidazione della guerra, nella eliminazione dell’ultimo partito alleato, il socialista rivoluzionario di sinistra, e della Assemblea Costituente, e nella resistenza di vari anni a ribellioni interne e a spedizioni di guerra civile scagliate sulla nascente repubblica proletaria.
La lezione contenuta in questi dati della storia è tanto più grandiosa, in quanto il contenuto di queste imprese è totalmente di classe, e consacra il nome di socialista e comunista alla rivoluzione di Ottobre e allo Stato dei Soviet diretti dal partito bolscevico, in tutta la sua azione politica, in quanto ed in tanto questa ha un centro solo, non in un sistema di misure per governare la Russia e amministrarla, ma nella inesausta lotta per la Rivoluzione comunista di Europa.
Più dura, difficile e complessa è la lezione che deriva dallo studio delle misure, per così dire, di amministrazione interna.
Più ardua la sua utilizzazione rivoluzionaria, che si raggiunge solo compiendo lo sforzo di ammettere che un tale compito «russo», quando la rivoluzione occidentale declina, ha per massima parte contenuto non socialista.
Importano dunque molto ancora vari argomenti, che precedono una tale dimostrazione.
106. Distruzione dello Stato
Lo stato di classe è una macchina immensa, caratterizzata dalla esistenza di un «comando» centrale unico. È venuto il momento, come dice Lenin alla fine del classico «Stato e rivoluzione», di giustapporre la prassi alla dottrina. Ogni stato è definito, in Engels, da un preciso territorio e dalla natura della classe dominante. È dunque definito da una capitale dove si aduna il governo, che è in marxismo definito
«il comitato di amministrazione degli interessi della classe dominante».
Non sfugge a tale definizione il trapasso dal potere feudale a quello borghese nemmeno in Russia: una macchina di dominio deve sostituire un’altra, e ciò può avvenire solo con una cruenta lotta, che si svolge nel febbraio del 1917. Ma è inevitabile che in questa fase venga a galla la teoria politica, del tutto e diametralmente opposta, che in tutte le rivoluzioni storiche ha dissimulato il carattere del passaggio da feudalesimo a capitalismo. Si afferma di distruggere il dispotico potere centrale di una classe, che si configura in quello di un monarca e di una dinastia, non per sostituirvi il governo di una nuova classe dominante contro un’altra, ma per costruir uno Stato, un governo ed un potere che non esprimano la soggezione di una parte della società ad un’altra classe governante bensì si fondino su «tutto il popolo».
Il fatto più grande storicamente è che, là dove fatalmente si dovevano pagare i maggiori tributi a questa interpretazione democratica della rivoluzione, che come nelle rivoluzioni europee si adagiava bene su un grande campo di reali esigenze – ed anche tenaci illusioni – di vasti strati sociali, ivi una serie di fatti storici positivi mise in luce, per il mondo proletario, la robustezza della dinamica rivoluzionaria marxista fondata sulle classi, la dittatura di una di esse, la violentazione delle libertà delle altre e dei loro partiti fino al terrore, fatto del resto inseparabile da tutte le rivoluzioni anche puramente borghesi.
Uno dei primi di questi fatti è la rottura del vecchio apparato statale che la classe assurta al potere deve operare senza esitazioni: lezione già tratta da Carlo Marx dalle lotte in Francia, e dalla Comune di Parigi, che si installò contro Versailles all’Hôtel de Ville, pose macchina contro macchina armata, soffocò anche nel terrore, prima di venire assassinata, i fisici membri della classe nemica, ed ebbe dal proletariato rivoluzionario mondiale, dopo vinta, il formidabile attestato che, se ebbe colpe, non fu di essere stata troppo feroce ma di non esserlo stata abbastanza.
Non è la teoria che qui si debba ancora una volta disegnare, ma solo si devono presentare le sue conferme, le cui notizie facevano balzare come ebbri di luce e di gioia i rivoluzionari di occidente.
Il governo borghese è arrestato al Palazzo d’Inverno, ma i suoi uffici non vengono, col loro personale, posti agli ordini di nuovi capi di governo; essi sono chiusi e la guardia rossa bivacca nelle sale. Il nuovo governo si forma fin dalle prime cellule con nuova materia-uomo all’istituto Smolny, sede dei bolscevichi. Trotsky racconta un episodio, che voleva sfottere Stalin ma che a tutti fa onore. Questi era stato nominato Commissario del Popolo alle Nazionalità (il nome di Commissario del Popolo al posto di Ministro fu, pare, proposto da Lenin: indubbiamente esso definisce – sunt nomina rerum – una dittatura democratica: in Germania sarebbero stati Commissari operai, o del proletariato). Ma quel che è grande è il piantar baracca nuova, bruciando la vecchia. Un compagno bolscevico di tacca comune, ma di pasta adatta, apostrofa per le stanze dello Smolny Giuseppe Stalin: Hai un commissariato, compagno? No, rispose il secondo. Lasciati servire: non mi serve che un mandato. Stalin lo scrisse su un pezzo di carta e lo fece firmare nella sala del Consiglio (una comune stanza ove un tramezzo di legno divideva dal locale del dattilografo e del telefono). Pestkovskij in una delle stanze dello Smolny già occupata trovò un tavolo libero e lo spinse contro il muro, attaccando a questo una scritta: Commissariato del Popolo per le Nazionalità. A tutto questo aggiunse due sedie.
«Compagno Stalin, non abbiamo un soldo sul nostro conto» – «Occorre molto?» – «Per cominciare un migliaio di rubli» – «Andate da Trotsky: ha del danaro che ha preso al Ministero degli Esteri».
Aggiunse Pestkovskij che con regolare ricevuta prese da Trotsky in prestito tremila rubli, che probabilmente mai il Commissariato delle Nazionalità ha restituito a quello degli Esteri…
Sulle tombe dei comunardi fucilati aleggia l’ineguagliabile elogio funebre di Marx, che li assegna alla storia, ma li accusa di non avere, ingenuamente, fatto saltare i forzieri della Banca di Francia.
La Rivoluzione non ha il diritto di avanzare a mani pulite.
107. L’Assemblea Costituente
La rivoluzione liberal-democratica del 19 febbraio, sulla traccia storica di ogni rivoluzione borghese, convocò un’assemblea Costituente elettiva di tutta la Russia, che doveva promulgare la nuova Costituzione e le leggi parlamentari. Nel travagliato periodo che seguì, le elezioni venivano di continuo dilazionate dal governo provvisorio, anche quando divenne di coalizione tra borghesi e socialisti della destra opportunista.
Mentre i bolscevichi conducevano la lotta nei Soviet, ed anche quando rompendo gli indugi la trasferirono sul campo della guerra civile, mai essi sconfessarono ufficialmente la Costituente né annunciarono che ne avrebbero disertate le elezioni. Pure agitando la formula del potere ai Soviet, essi non dissero pubblicamente che il governo stabile non dovesse essere designato dalla maggioranza della Costituente. Annunziarono i loro candidati ad essa ripetutamente.
Noi sappiamo tuttavia che fin dalle «Tesi di Aprile» Lenin proclama il principio che la repubblica debba essere non parlamentare ma poggiata sul sistema dei Soviet, e quindi escludendo il voto dei non lavoratori, pure essendo ammessi nei Soviet oltre agli operai anche i contadini-soldati. Vi era fedeltà assoluta alla formula della dittatura democratica (ciò, ancora una volta, vuol dire non di una sola classe, ma di più classi. Se la base fosse di una sola classe, resta il sostantivo dittatura e va via l’aggettivo democratico – se di tutte le classi, va via la dittatura e resta la democrazia). Il preteso passaggio sostenuto dagli stalinisti, in un certo limitato senso anche da Trotsky, non solo in teoria ma anche in pratica, alla dittatura del proletariato tout court, come si concilia col fatto che oggi in Russia votano tutti i cittadini? La risposta che non essendovi borghesia la sanzione è superflua, è vana: in ogni caso, se valesse a dimostrare che vi è la dittatura, questa sarebbe sempre dittatura interclassista (ammette al voto contadini, artigiani, piccoli industriali, commercianti etc. che è pacifico esistano ad oggi) e quindi il passo oltre la dittatura democratica giusta Lenin 1905 non è mai avvenuto: infatti lo poteva solo per effetto della rivoluzione fuori Russia.
A suo tempo la questione dello studio delle Costituzioni, e della definizione della Russia odierna come una repubblica capitalistica che, malgrado la prassi statale totalitaria, è tanto parlamentare quanto lo erano quelle borghesi di Hitler e Mussolini.
Lenin dunque teorizza che, anche non essendo in presenza di una rivoluzione proletaria integrale, deve subito porsi il superamento della forma parlamentare di Stato. Quindi dall’Aprile condanna l’Assemblea Costituente. La stessa formula del 1903 – 1913 l’aveva già condannata come pratico programma di governo alla caduta degli Zar.
Abbiamo poi citato passi di Lenin, come il lettore conosce, che implicitamente contengono il principio della non convocazione della Costituente, pur nel protestare contro il rinvio a questa della espropriazione terriera.
Eppure lo stesso Trotsky, il quale si dice fautore della dittatura proletaria nella rivoluzione permanente, crede di doversi giustificare in via contingente della misura di scioglimento dell’Assemblea, convocata dopo la presa del potere da parte dei bolscevichi. Scrivendo nel 1918 egli evidentemente pensa che sia dai più ritenuto potersi buttar via la dittatura restando nel campo della democrazia, e non passare per sempre oltre la democrazia, andando traverso la dittatura uniclassista e unipartitica fino al traguardo del non-Stato – nel quale solo senso marx-engelsiano la dittatura è «transitoria».
108. Trotsky e Lenin
Riportiamo la giustificazione di Trotsky dal libretto «Dalla Rivoluzione di Ottobre alla Pace di Brest Litovsk» scritto appunto nelle lunghe more di quelle trattative.
«Noi eravamo perfettamente sinceri quando dicevamo che la via per l’Assemblea Costituente non passava attraverso il Parlamento Preliminare di Tsereteli, bensì attraverso la conquista del potere da parte dei Soviet. La continua proroga della Costituente aveva lasciate le sue tracce…».
Qui Trotsky spiega che il partito numericamente più forte in Russia era il socialista rivoluzionario, la cui ala destra prevaleva di gran lunga, nelle campagne, con una minoranza di sinistra di operai urbani. Ora sebbene le elezioni avessero luogo anche dopo la rivoluzione di Ottobre nelle prime settimane, le notizie si diffusero male nell’immenso territorio, e fu chiaro che gli esserre di destra avrebbero avuta la maggioranza: ciò significava la maggioranza al deposto governo di Kerenski: graziosa l’idea di richiamarlo indietro e dirgli: Abbiatevi le nostre scuse e risalite sullo scanno, i principi della democrazia sono per noi preliminari ed universali: rivoluzione, socialismo, proletariato, sono cose in sottordine!
Trotsky è sotto l’effetto dell’orgia di imprecazioni venute dall’occidente alla notizia della dispersione del branco di neo-onorevoli a suon di calcio di moschetto e senza spargere una goccia di sangue, delle ignobili pedanterie di Carlo Kautsky, cui dedicò indi un volume formidabile: «Terrorismo e comunismo».
Dopo avere escluso con la storia della questione che fosse proponibile il recitare la parte del fesso fino a tal punto, egli prosegue:
«Resta ora da esaminare la questione sul terreno dei principi. Nella nostra qualità di marxisti noi non fummo mai idolatri della democrazia formale. Nella società di classe le istituzioni democratiche non solo non tolgono di mezzo la lotta di classe, ma danno agli interessi di classe una espressione sommamente imperfetta. Le classi dominanti continuano pur sempre ad avere a loro disposizione innumerevoli mezzi per falsificare, distogliere e violentare la volontà delle masse popolari lavoratrici. Un apparato ancora più imperfetto per esprimere la lotta di classe sono, nel trambusto della rivoluzione, le istituzioni della democrazia. Marx disse che la rivoluzione è ‹la locomotiva della storia›. Grazie alla lotta aperta e diretta per conquistare il potere governativo, le masse lavoratrici accumulano nel minor tempo una quantità di esperienza politica, e nella loro evoluzione salgono rapidamente da un gradino all’altro. Il lento meccanismo delle istituzioni democratiche può tanto meno seguire questa evoluzione, quanto più grande è il paese e quanto più imperfetto è il suo apparato tecnico»
Questa è buona polemica contro i socialdemocratici che tuttavia ammettono lotta di classe e conquista del potere politico. Ma sembra a noi analisi insufficiente, in quanto riteniamo che più un paese è sviluppato quanto a tecnica e quanto a lungo esercizio della democrazia rappresentativa borghese, tanto più l’apparato di questa si presta a menzogna, corruzione e rinvilimento delle masse, ed è atto, se consultato, sempre più a dire di no al socialismo proletario.
Trotsky stesso dice che Lenin tenne lui a redigere il decreto di sfratto. Da almeno sei mesi gli stava sullo stomaco.
109. Decreto di scioglimento
Volete un piccolo assaggio di dialettica? La Dichiarazione dei diritti del popolo lavoratore e sfruttato, nocciolo della prima costituzione sovietica, e che sarà in seguito oggetto del nostro esame, scritta da Lenin in data 4 gennaio 1918, ha per soggetto grammaticale l’Assemblea Costituente. Il decreto, della stessa penna, che questa discioglie, è del 7 gennaio.
Infatti l’Assemblea, adunata il 5 gennaio, non aveva accettata la richiesta del Comitato Esecutivo Centrale Panrusso dei Soviet di adottare la Dichiarazione dei Diritti nel progetto di Lenin, che comincia con l’affermazione che tutto il potere centrale e locale appartiene ai Soviet.
Il decreto di Lenin non si fonda su svolti contingenti ma va diritto alla sua lapidaria conclusione:
«Il Comitato Esecutivo Centrale decide: l’assemblea costituente è sciolta».
La decisione parte dal fatto che la Rivoluzione Russa fin dall’inizio ha creato i Soviet, che questi si sono sviluppati contro le illusioni di collaborazione coi partiti borghesi e
«le forme ingannatrici del parlamentarismo democratico-borghese», e «sono giunti praticamente alla conclusione che la liberazione delle classi oppresse senza la rottura con queste forme e con ogni specie di conciliazione è impossibile». Questa rottura «si è avuta con la Rivoluzione di Ottobre, che ha rimesso tutto il potere nelle mani dei Soviet».
Questa ha provocato la reazione degli sfruttatori e
«nella repressione di tale disperata resistenza ha pienamente dimostrato di essere l’inizio della rivoluzione socialista».
Tale rigorosa formula va fatta propria dai marxisti integralmente, in quanto si trattava della rivoluzione socialista internazionale, e non affatto della poi favoleggiata «edificazione socialista nella sola Russia».
Il testo prosegue:
«Le classi lavoratrici hanno dovuto persuadersi, sulla base dell’esperienza, che il vecchio parlamentarismo borghese ha fatto il suo tempo [giovane in Russia, vecchio in Europa, per la quale tutta la grandiosa dimostrazione storica si eresse allora, e resta oggi integrale], che esso è incompatibile con l’obiettivo della realizzazione del socialismo; che non le istituzioni nazionali, generali, ma soltanto quelle di classe, come i Soviet, sono in grado di vincere la resistenza delle classi possidenti e di porre [aggiunta nostra sul filo della logica e della dottrina: con questo stesso fatto] le fondamenta della società socialista. Ogni rinuncia all’integrità del potere dei Soviet, ogni rinuncia alla Repubblica sovietica conquistata dal popolo, a vantaggio del parlamentarismo borghese e dell’Assemblea costituente, sarebbe ora un passo indietro, sarebbe il fallimento di tutta la Rivoluzione di Ottobre operaia e contadina».
Il testo continua dicendo che questa Assemblea ha respinto la tesi del potere ai Soviet e con ciò
«ha spezzato ogni legame con la Repubblica Sovietica rossa. L’abbandono di una simile assemblea da parte del gruppo dei bolscevichi e dei socialrivoluzionari di sinistra, i quali formano oggi la maggioranza dei Soviet e godono la fiducia degli operai e della maggioranza [udite] dei contadini, era inevitabile».
I partiti in maggioranza alla Costituente conducono in realtà fuori di essa un azione disfattista della rivoluzione, difendono i sabotatori capitalisti, gli appelli al terrore di ignoti agenti della controrivoluzione.
«È chiaro che in forza di ciò l’altra parte dell’Assemblea costituente potrebbe avere soltanto la funzione di coprire la lotta dei controrivoluzionari per l’abbattimento del potere sovietico».
Giù, dunque, la scure, il grandioso documento è chiuso.
La grandezza di questo testo è che non si basa su contingenze scontate e particolari del concreto sviluppo russo. Questo ha offerto soltanto le attese occasioni: magnifica quella che, alle elezioni, i rivoluzionari non avessero avuta la maggioranza; sarebbe stato terribilmente imbarazzante, e chissà quanti bolscevichi avrebbero una volta ancora claudicato.
Lo storico testo si basa su argomenti di principio tolti non dalla storia decorsa, ma dalla storia attesa della rivoluzione proletaria e comunista mondiale, sulla incompatibilità tra la democrazia parlamentare e la realizzazione del socialismo, che seguirà al violento abbattimento degli ostacoli sociali, delle forme tradizionali di produzione, come nel «Manifesto» sta scritto.
Non lessero l’argomento, al di là di dieci frontiere, i seguaci del marxismo incorrotto, ma bastò loro la nuda notizia del fatto che la minoranza lasciò l’assemblea e ordinò che la maggioranza fosse ridotta al silenzio, per inneggiare ad uno dei più fiammanti incontri tra la previsione dottrinale e la vivente storia.
La massa dei proletari sfruttati, sollevata dalla guerra alla lotta rivoluzionaria, comprese la grandezza dell’evento, anche se in forma meno scientifica; gridò con milioni di voci che una volta ancora la Luce (chiamatela, o filistei, se vi dà veleno, messianica: nel lessico nostro non è il Verbo che si fa Carne, ma è la Teoria che si fa Realtà!) si era levata sfolgorando sull’orizzonte di Oriente.
Tramontò poi nel fetido spegnitoio dell’incarognata parlamentare.
A questo svolto la Storia ufficiale del Partito dedica poche righe.
«L’Assemblea Costituente, le cui elezioni si sono svolte in gran parte prima della Rivoluzione di Ottobre, e che si è rifiutata di ratificare i decreti del II Congresso dei Soviet sulla pace, sulla terra, sul passaggio del potere ai Soviet, è sciolta».
Sono di pura scusa.
110. Guerra e pace
Le pagine della narrazione stalinistica su questo punto sono tali, almeno per chi in quel tempo già campava, che il solo citarle per confutazione varrebbe confessare una idiozia congenita. Trotsky e Bucharin avrebbero lavorato contro la pace, per far sì che i tedeschi, che li pagavano, conquistassero la Russia e stroncassero la Rivoluzione. Il genio di Lenin lo impedì: ma come quel genio non sarebbe arrivato a capire che i suoi collaboratori in prima, ancora per anni ed anni e fino alla sua morte, erano dei puri sicari? e come non lo avrebbe capito nemmeno Stalin, per la cui grandezza si diffonde quel testo? Loro due, e tutti gli altri, e tutti noi, che fantastica mappata di fessi! Lasciamola lì. Non possiamo infatti confessare che i tedeschi pagano anche il Filo del Tempo.
Per la stessa ragione non interessano tutti i dettagli, sebbene decisivi, della confutazione che dà Trotsky dell’incredibile costruzione. Chi crede che il socialismo sia una costruzione, può anche mettersi ad «edificare la storia», come l’ufficialità cremlinesca. In ambo i casi fabbrica sulle sabbie mobili, e a noi premono cose più sode.
Il II Congresso panrusso dei Soviet che assunse il potere il 26 ottobre / 8 novembre, nella stessa seduta adottò il decreto sulla pace, preparato da Lenin, primo atto del nuovo potere. Con esso si propone a tutti i paesi in guerra l’immediato inizio di trattative «per una pace giusta e democratica». Il testo dice subito che cosa per tale formula si intende:
«Una pace immediata, alla quale aspira la schiacciante maggioranza degli operai e delle classi lavoratrici di tutti i paesi, sfinite, estenuate e martoriate dalla guerra, una pace senza annessioni (cioè senza conquista di terre straniere, senza incorporazione forzata di altri popoli) e senza indennità»
Una ulteriore delucidazione:
«Per annessione o conquista di terre straniere il governo russo intende – conformemente alla coscienza giuridica della democrazia in generale e delle classi lavoratrici in particolare – qualsiasi annessione di un popolo piccolo e debole ad uno Stato grande o potente, senza che il popolo ne abbia espresso chiaramente, nettamente e volontariamente il consenso e il desiderio, indipendentemente dal momento in cui questa incorporazione forzata è stata compiuta, indipendentemente anche dal grado di sviluppo o di arretratezza della nazione forzatamente annessa o forzatamente tenuta nei confini di quello stato, e indipendentemente, infine, dal fatto che questa nazione risieda in Europa o nei lontani paesi transoceanici».
Questa proposta concreta non costituisce una costruzione teorica. La posizione marxista è che un partito proletario non può in nessun caso appoggiare una annessione politica forzata; ma non consiste nel fare un capitolo del programma del partito della sistemazione ex novo di tutti i popoli omogenei in un nuovo ordinamento politico-geografico di Stati raggiunto e mantenuto dal consenso e senza violenza. Questa è ritenuta dai marxisti una utopia inconciliabile con la società di classe capitalistica, più ancora che con ogni altra, mentre in una società socialista il problema passa su altre basi, includenti la distensione e lo spegnimento di ogni violenza statale.
Una proposta tale che i paesi borghesi potrebbero accettarla, o almeno non possono rifiutarla per ragioni di principio, e che quindi li smaschererebbe se la rifiutassero – come è sicuro – nel loro appetito di brigantaggio imperiale. Si sarà così provato che una coscienza giuridica internazionale degli Stati non esiste di fatto, né può esistere nel mondo attuale.
Il decreto contiene altri due punti fondamentali: la rinunzia al segreto diplomatico e l’annullamento dei trattati, segreti o meno, stipulati dallo Stato russo fino allora – e la proposta di un armistizio di almeno tre mesi per lo svolgimento dei negoziati.
La conclusione della relazione illustrante il decreto è poderosa Essa spiega che non si può non offrire di discutere con i governi, e va dato carattere non ultimativo alla proposta di pace «senza annessioni e indennità», al fine di potere ingaggiare ogni discussione. Ma con ciò non si rinunzia a parlare anche ai popoli, agli operai di tutti i paesi perché rovescino i governi che si oppongono alla pace.
«Noi lottiamo contro la mistificazione dei governi che, a parole, sono tutti per la pace e per la giustizia, ma che di fatto conducono guerre di conquista e di rapina».
Il decreto apertamente inneggia alla insurrezione operaia, agli ammutinamenti nella flotta tedesca. Esso tuttavia esclude la possibilità di finire unilateralmente la guerra. Questa non può essere fatta finire che con la pace: il decreto non contiene – ancora – la previsione di una pace separata.
111. Cronologia tragica
Il 7 novembre la proposta fu trasmessa a tutti i governi in guerra. La risposta degli alleati francesi, inglesi, etc. fu trasmessa non al governo bolscevico ma al Quartier Generale dell’esercito l’11 novembre: era una chiara minaccia di attaccare la Russia se questa avesse osato concludere con i tedeschi una pace separata.
Lenin nel discorso di chiusura aveva lealmente spiegato che non si era data alla proposta di armistizio generale la forma di ultimatum minacciando la pace separata, ma che si faceva assegnamento sulla stanchezza delle masse belligeranti per costringere i governi a trattare: ancora aveva ricordato l’ammutinamento ferocemente represso nella marina tedesca, e i moti italiani dopo Caporetto e nelle giornate di Torino:
«Prendete l’Italia dove questa stanchezza ha provocato un movimento rivoluzionario di lunga durata, che reclamava la cessazione del massacro».
Alla minaccia alleata dell’11 novembre, rispose un proclama del Soviet agli operai soldati e contadini in cui si dichiarava che mai il potere sovietico avrebbe tollerato che il sangue «del nostro esercito fosse versato sotto la frusta della borghesia straniera». Il governo bolscevico mantenne l’invito all’armistizio, e l’impegno di pubblicare tutti i trattati segreti.
Il 30 novembre il governo sovietico decide di iniziare le negoziazioni per la pace con le potenze centrali, e inutilmente invita le potenze occidentali a parteciparvi. Il 2 dicembre a Brest Litovsk cominciano i negoziati della prima delegazione diretta da Joffe: dal 22 al 28 si svolge la conferenza della pace che si conclude con proposte severissime ed inaccettabili dei tedeschi. Le dette date sono nel nuovo stile, che seguiremo d’ora innanzi in quanto nel febbraio 1918 un decreto del nuovo governo lo adottava per tutta la Russia.
Un armistizio con i tedeschi era stato concluso il 5 dicembre. Il 9 si era cominciato a discutere e i tedeschi avevano in primo tempo ostentato di accettare le basi giuridiche della pace proposte dai russi, il che fece una grande impressione. La dichiarazione di Kühlmann in tal senso dopo molte proroghe era stata fatta il 25 dicembre e provocò il 28 una grande dimostrazione di massa a Pietrogrado per la pace democratica. Ma l’indomani la delegazione Joffe rientrava denunziando che le effettive richieste tedesche comportavano la caduta sotto il giogo germanico dei paesi baltici, della Polonia, perfino della Ucraina.
Il 10 gennaio viene inviata la seconda delegazione, diretta da Trotsky, e si iniziano nuove lunghe sedute che durano fino al 10 febbraio.
La situazione fu complicata da una delegazione della Rada ucraina di Kiev che, ostentando di essere autonoma dalla nuova Repubblica Russa, era come un fantoccio in mano tedesca, e il 9 febbraio, mentre il suo potere era divenuto sempre più fittizio, firmava da sola una pace con la Germania e l’Austria.
Il giorno dopo i russi dichiarano di non potere accettare le esose condizioni, e si ritirano dichiarando che porranno comunque fine alla guerra, smobilitando l’esercito.
Si sperava nella reazione dei proletari di Germania ed Austria, si sperava che l’esercito tedesco non avrebbe ripreso una avanzata di invasione. Ma così non fu. Il generale Hoffmann, cinque giorni dopo l’ultima seduta, violando il convenuto termine di sette giorni, dichiarò spirato l’armistizio e ricominciò le operazioni. Il fronte russo si sfaldò totalmente. I controrivoluzionari finlandesi e ucraini invocarono le baionette tedesche per resistere ai bolscevichi che li avevano sopraffatti. La minaccia gravava su Pietrogrado. Il 19 febbraio per radio il governo russo si dichiara pronto a firmare una qualunque pace dettata dai tedeschi, che non si arrestano e solo il 23 comunicano le nuove tremende condizioni. Il 28 febbraio la terza delegazione, diretta da Sokolnikov, giunge a Brest Litovsk: il 3 marzo 1918 finalmente la pace-capestro è firmata. Passavano alla Germania Estonia, Lettonia e Polonia, l’Ucraina ne diveniva Stato vassallo, una indennità doveva venire pagata dalla Russia. Ma tutto ciò sul quadrante della storia era destinato a durare solo pochi mesi, fino al crollo tedesco nel novembre e all’armistizio generale con gli occidentali vittoriosi. La crisi di Brest Litovsk aveva in sostanza fiaccato internamente la Germania e non la Russia.
112. La grave crisi nel partito
Durante le tremende alternative di Brest si era sviluppato nel partito un profondo dissenso. Una corrente, che si disse dei comunisti di sinistra, e che trovava appoggio nell’atteggiamento della destra della coalizione di governo, ossia negli esserre, si schierò contro la pace separata e soprattutto contro l’accettazione di condizioni così gravose. Preso il potere dai lavoratori, sostenevano costoro, la guerra non è più quella degli imperialisti e degli opportunisti, ma è una guerra rivoluzionaria, una guerra santa: bisogna sollevare in armi tutto il popolo russo, non firmare apparendo ai proletari esteri come traditori dell’internazionale, e piuttosto soccombere nella lotta perdendo il potere e la conquista della rivoluzione, se le forze proletarie russe saranno schiacciate sul campo.
Contro questa posizione si levò con costanza e decisione inflessibile, e al solito in certe fasi quasi solo, Lenin. Il suo fondamentale argomento era la fiducia nella rivoluzione europea, cui occorreva fare il credito di un’attesa più lunga che quella di settimane e mesi, sacrificandosi a tutte le concessioni nazionali pur di trovarsi al potere alla fine della guerra, anche se si doveva, come poi avvenne, trasportare a Mosca la capitale.
Come già altra volta fatto, ricorderemo che, quando di questo tremendo dibattito pervennero in Europa gli echi, e quando molti che passavano per sinistri si esaltavano all’idea di una guerra di disperazione antitedesca, gli elementi di sinistra del partito italiano, pure nella quasi mancanza di documentazione, sposarono la tesi Leniniana e la sostennero sull’«Avanti!» e sull’«Avanguardia» dei giovani, con la stessa intensità con cui avevano solidarizzato con la dispersione della Costituente e la tremenda crociata contro gli opportunisti e traditori dentro e fuori di Russia; facendo carico ai lavoratori di Europa e d’Italia del compito di spegnere, di sotterrare la guerra scongiurando una fiammata di fanatismo patriottico, sulla china di quello dell’interventismo traditore e antitedesco.
La delegazione Trotsky ritornò con la notizia che non aveva accettato di firmare la pace il 10 febbraio. Ma già la questione era stata discussa in una conferenza di 63 bolscevichi, tenuta il 21 gennaio cui era stato chiamato Trotsky. La tesi di Lenin di firmare la pace come i tedeschi volevano fu battuta avendo avuto solo 15 voti. Ne ebbe 16 la tesi né guerra né pace di Trotsky. La maggioranza assoluta, 32 voti, seguì la tesi Bucharin per il rifiuto della firma e la proclamazione di una guerra rivoluzionaria. Il 24 gennaio la discussione tornò avanti al Comitato Centrale del Partito. Lenin propose di non rifiutare la firma, ma tirare in lungo le trattative: 12 sì, 1 no. Trotsky insistette nella proposta: rifiuto di firma, smobilitazione, con 9 sì e 7 no.
Il 25 gennaio si discute ancora in una riunione comune agli esserre di sinistra. La maggioranza decide di sottoporre al Congresso dei Soviet la formula: né guerra né pace.
Il 10 febbraio, come detto, rientra la delegazione che ha applicato questo indirizzo, contro il parere di Lenin ma non contro quello della maggioranza. Krylenko che aveva il comando supremo ordina la smobilitazione. Le condizioni militari in linea tecnica erano così palesi, che nessuno si oppose.
Quando si seppe che i tedeschi, dopo una conferenza presieduta dal kaiser Guglielmo ad Amburgo, avevano ripresa l’avanzata, fu ancora riunito il Comitato Centrale il 17 febbraio. La proposta tedesca di riprendere i negoziati e firmare fu rigettata con 6 voti contro 5. Non vi furono voti per la guerra rivoluzionaria, ma solo l’astensione di Bucharin, Joffe e Lomov.
Il 18 febbraio in una lunga seduta, prima sostennero la firma Lenin e Zinoviev, il diniego Trotsky e Bucharin, e la proposta di trattare fu respinta con sette voti contro sei: più tardi si decise l’invio di un telegramma che offriva la pace alle vecchie o anche diverse condizioni, con l’approvazione di Lenin, Smilga, Stalin, Sverdlov, Trotsky, Zinoviev, Sokolnikov, con 5 no e un’astensione. La risposta venne il 23. Il Comitato Centrale votò l’accettazione con 7 voti contro i quattro di Bucharin, Bubnov, Urickij e Lomov. Si votò tuttavia la preparazione alla guerra rivoluzionaria. Il 3 marzo si ebbe la pace.
Al 6–9 marzo la polemica scoppiò violenta al settimo Congresso del Partito, e fu approvata, contro la viva opposizione della frazione Bucharin, l’accettazione della pace di Brest. La risoluzione di Lenin ebbe 30 voti, contro 13 no e 4 astenuti. A questo congresso il partito prende il nome di Comunista (bolscevico), come proposto un anno prima da Lenin.
Al Terzo Congresso dei Soviet la questione ritorna e, stavolta, sono all’opposizione anche i socialrivoluzionari di sinistra: la coalizione viene rotta e questi passano all’opposizione più decisa contro il governo bolscevico. Siamo al 15–17 marzo; viene formato diversamente il governo, con Čičerin Commissario per gli Esteri, Trotsky per la Guerra.
113. La valutazione di Lenin
Gli scritti di Lenin colpiscono gravemente l’attitudine di quella «sinistra» che voleva il rifiuto di ogni pace e la guerra santa ai tedeschi. L’opposizione aveva guadagnato l’organizzazione di partito a Mosca, e il 24 febbraio votò la sfiducia al Comitato Centrale. Lenin chiama «strana e mostruosa» tale posizione. I sinistri dovevano ammettere che questa guerra sarebbe stata senza speranza e che i tedeschi avrebbero ulteriormente vinto ed avanzato, con la conseguenza della caduta del potere dei Soviet. Essi avevano risposto che una tale eventualità era preferibile al disonore di subire l’imposizione imperialista tedesca. Lenin mostra che questa è una posizione di disperazione e che non è disfattismo della rivoluzione internazionale firmare una pace onerosa e tremenda con l’imperialismo germanico: la sua prospettiva che la rivoluzione supererà questo passo tremendo avrà sapore, una volta ancora, di profezia.
Non ha tuttavia mai Lenin condannata in principio la guerra rivoluzionaria. Pochi giorni infatti prima dello scritto ora citato, il 22 febbraio, egli aveva redatto l’appello per la difesa rivoluzionaria intestato nelle «Opere» con le parole, non sappiamo se originali, e tanto abusate nel 1942:
«La patria socialista è in pericolo!».
Sono date tutte le disposizioni per la disperata resistenza all’invasore, nel caso che questo respinga la delegazione già partita per firmare la pace e continui deliberatamente ad entrare nel paese.
Ma negli ulteriori scritti in preparazione del VII Congresso Bucharin e i suoi sono ulteriormente, in base a minuta relazione sulla situazione reale, fieramente stigmatizzati.
La chiusura della guerra era un traguardo fondamentale, forse il più vitale, di una lunghissima lotta, che durava dal 1914 e in un certo senso dal 1900. Era indispensabile che questo caposaldo fosse a qualunque costo stabilito: la guerra imperialista e zarista è finita: il tradimento social-sciovinista è stato stritolato; ed era tanto un caposaldo della rivoluzione russa quanto, e sopra ogni altra cosa, della rivoluzione internazionale. Non sarebbero mancate lotte e guerre civili per la difesa della rivoluzione e delle vittorie di Ottobre: Lenin lo sapeva e chiaramente lo disse.
Ma Brest fu una tappa del cammino che doveva condurre dalla guerra imperialista alla guerra civile in ogni paese, come dichiarato nel 1914, e anche prima, dal marxismo rivoluzionario. E il proletariato tedesco dette con Spartaco nel 1918, alla fine di quel tremendo anno, la prova di avere inteso l’impegno che gli derivava dallo strazio consumato con la «pace obbrobriosa», cui il bolscevismo e Lenin ebbero il gigantesco coraggio di mettere deliberatamente la propria firma nello storico tre marzo di Brest. Fu la controparte stipulante e trionfante, che presto la storia pose al tappeto.
Alla tappa di Brest la Rivoluzione Europea era in marcia gloriosa. Sulla linea politica rivoluzionaria, il potere russo di Ottobre ne teneva in pugno da solo, e con tutti i crismi, la rossa bandiera.