Le cause storiche del separatismo arabo
Non è la prima volta che ci occupiamo delle cause della scissione araba. Soprattutto dobbiamo ricordare al lettore l’articolo La chimera dell’unificazione araba attraverso intese fra gli Stati, che pubblicammo su questo foglio l’anno scorso, nel n. 10. Si era da qualche giorno concluso nel sangue il moto antimonarchico di Giordania. Tutti ricordiamo lo svolgersi di quegli avvenimenti. Il successo ottenuto dal despotello di Amman, sostenuto dalla VI Flotta USA e dalle tribù del deserto, contro il movimento pan-arabista appoggiato dall’Egitto, non segnò soltanto una svolta nella politica interna della Giordania, in quanto provocò l’aperta rottura tra le monarchie arabe (la Giordania e, con essa, l’Iraq e l’Arabia Saudita) e le repubbliche che conducono l’agitazione nasserista nell’Islam (Egitto e Siria).
L’ultima scissione
La scissione determinatasi in occasione della crisi giordana si è pienamente appalesata in questi giorni con la proclamazione della Repubblica Araba Unita che federa l’Egitto e la Siria. Ad essa si contrapponeva immediatamente la Federazione araba sorta dall’unione dell’lraq e della Giordania. Per chi segue gli avvenimenti del Medio Oriente, le nuove invenzioni costituzionali non rappresentano un imprevisto. Esse vengono a confermare che la scissione araba continua più aspra e spietata che mai. L’unificazione araba attraverso intese tra gli Stati continua ad essere una vana chimera. Per attuarsi essa deve seguire vie diverse; non può affidarsi a modifiche dell’ordine costituito esistente, ma al contrario al suo totale capovolgimento. Cioè, deve seguire la via rivoluzionaria. Questione importante è vedere quale movimento politico è in grado di addossarsi il tremendo compito della guida della rivoluzione araba. Ma non possiamo almeno per ora occuparci di essa, essendo necessario studiare anzitutto le cause storiche che impediscono il realizzarsi dell’unificazione statale dei popoli d’Asia e d’Africa che parlano l’arabo. Non pretendiamo di esaurire in queste poche righe un così imponente lavoro, e neppure di stenderne il piano completo, ma soltanto di trattare, e neppure in maniera definitiva, i grandissimi problemi che sono ad esso connessi.
Innanzi tutto, come va posta la questione? Noi pensiamo che si può farlo solo in tali termini: “Quali fattori storici impediscono la formazione di uno Stato nazionale arabo, favorendo il perpetuarsi del nefasto sub-nazionalismo degli artificiali Stati arabi odierni, e agendo in senso opposto alle tendenze unificatrici che sgorgano dalla comunanza della lingua, dall’origine razziale e delle tradizioni che distinguono popoli che abitano l’Africa settentrionale, dal Marocco all’Egitto, e l’Asia occidentale, dalla penisola del Sinai al Golfo Persico?”.
Chi crede di rispondere a tale quesito facendo risalire all’imperialismo capitalista tutte le cause della scissione che strazia il cosiddetto mondo arabo dà una visione incompleta del fenomeno. E si capisce benissimo il perché, se si pensa che la divisione e la “balcanizzazione” della nazione araba si verificò molto prima che sorgesse l’imperialismo. In effetti, le antiche tribù che irruppero fuori dell’Arabia a seguito della rivoluzione religiosa sociale di Maometto, e conquistarono le loro sedi attuali in Asia e in Africa, non riuscirono praticamente a costituire una nazione ad onta dei legami di sangue e di cultura. Soltanto per breve tempo il Califfato riuscì a imporre l’autorità di un potere centrale sull’immenso impero islamico. Dire, pertanto, che la divisione degli arabi è un effetto della dominazione imperialistica non è esatto. E’ vero, invece, che la dominazione imperialistica ha potuto perseguire i suoi fini proprio sfruttando i potenti fattori storici che, dal secolo X, impediscono l’unificazione degli arabi.
In altre parole, per spiegare la causa immediata della soggezione degli arabi all’imperialismo capitalista, dobbiamo ricorrere alle lotte intestine che si manifestano nella esistenza di numerosi Stati e Staterelli arabi, diversamente dimensionati ma egualmente impotenti a sottrarsi alla morsa dello sfruttamento e dell’oppressione imperialista. Ma spiegare la disunione solo con l’intervento imperialistico sarebbe incorrere in una tautologia. In realtà, le cause della divisione araba sono collegate intimamente alla stessa epopea della conquista musulmana.
Il ciclo passato
Il maomettanismo, codificato nel Corano, fu l’ideologia della rivoluzione sociale delle popolazioni nomadi del deserto, dedite all’allevamento del bestiame in periodi normali come all’esercizio della razzia, che si levarono contro lo potente oligarchia mercantile imperante nella Mecca. Gli allevatori di bestiame – i beduini – e i piccoli agricoltori costituivano, all’epoca della predicazione di Maometto, la stragrande maggioranza degli abitanti della penisola arabica. Su di loro si ergeva la dominazione di classe dei mercanti della Mecca, che monopolizzavano il commercio marittimo attraverso il Mar Rosso e i trasporti carovanieri che collegavano il retroterra coi porti della costa, quando non operavano addirittura il congiungimento per via di terra, lungo il Sinai, delle correnti commerciali dell’Europa e dell’Asia. Nelle loro mani si concentravano tutte le ricchezze, non escluse le derrate alimentari, che le tribù nomadi, quando la siccità decimava gli armenti, erano costretti ad acquistare a prezzi esorbitanti. Esempio non raro nella storia delle rivoluzioni, Maometto era un “transfuga” della classe dominante passato nel campo della rivoluzione, essendo stato – fino all’Egira – un ricco mercante della potente tribù dei Coreisciti.
Per le speciali condizioni storiche in cui si svolse, la rivoluzione maomettana non poté essere che una applicazione in dimensioni collettive della razzia beduina, cioè una forma inferiore di espropriazione della ricchezza. La “guerra santa” islamica fu, in origine, una guerra sociale contro l’usura e la prepotenza della ricchezza. Ma la rivoluzione, uscita vittoriosa dalla guerra sociale, avrebbe potuto raggiungere le sue finalità solo a condizione di trasformarsi in un feudalismo agrario, come avevano fatto in Europa i conquistatori barbari che avevano rovesciato l’Impero romano. A ciò si opponevano le stesse condizioni naturali del paese, per gran parte desertico. Nella storia dell’Islam i1 deserto ha una parte di primaria importanza, e ciò prova come siano le condizioni materiali a “plasmare i destini” dei popoli, come amano esprimersi certuni.
La rivoluzione che aveva acceso la guerra civile tra gli arabi non poté arrestarsi allorché le schiere islamiche conquistarono e unificarono, sotto la guida del “Profeta”, la loro patria atavica: l’Arabia. Non potendo raggiungere all’interno le sue finalità essendo rimasti in molti, combattenti rivoluzionari della prima ora e nuovi convertiti, ad essere esclusi dal bottino, fu giocoforza forzare i confini degli Stati confinanti. Così, la “guerra santa” maomettana assunse sotto i suoi successori – i Califfi – le forme di una invasione barbarica, che fu impetuosa e irresistibile perché sul suo cammino si ingrossava di tutti gli oppressi e gli sfruttati. Costoro si convertivano con entusiasmo alla nuova religione, infiammante ideologia rivoluzionaria che chiamava a sé gli umili e i poveri, e respingeva con apocalittiche maledizioni i ricchi e gli usurai. La tremenda eruzione sociale invase e sommerse in breve tempo i due grandi Imperi che in Oriente perpetuavano tradizionalmente, contro i “barbari”, la funzione già svolta da Roma in Occidente, cioè l’impero bizantino e l’impero persiano sassanide. Vere “galere di popoli” e sedi della più raffinata dominazione di classe, essi si opposero invano alla conquista musulmana. Formidabile esempio di come Stati possenti ed antichi, ma conservatori, possono essere piegati da altri Stati di formazione recente o addirittura in via di formazione, ma resi invincibili dal furore rivoluzionario che li spinge!
In pochi anni, dal 632, data della morte di Maometto, al 720, la conquista musulmana si estese ad un territorio immenso. Dai Sind (la regione sudorientale del Pakistan attuale) esso andava fino al di là dei Pirenei. L’impero persiano sassanide ne era rimasto distrutto, l’impero bizantino enormemente mutilato. L’Asia Minore, la Siria, la Palestina, l’Egitto romano, il Maghreb erano perduti per Bisanzio. La monarchia visigota di Spagna veniva cancellata via e spariva nel nulla, il plurisecolare impero sassanide, comprendente l’Iraq e l’Iran attuali fino all’Amu-Daria, crollava fragorosamente e le sue antiche città, come Bagdad, diventavano i centri della nuova civiltà del Corano. Una immensa rivoluzione trasformava il mondo. Tanto più sorprendente, riflettendo a ciò, appare l’incapacità degli arabi, conquistatori magnifici, a crearsi uno Stato nazionale.
Sotto questo aspetto gli arabi rappresentano forse un caso unico fra i popoli conquistatori. I mongoli, ad esempio, riuscirono a fondare imperi molto più vasti che quello musulmano, ma occuparono per poco i territori conquistati, finendo col ritirarsi nella patria di origine o restando etnicamente assorbiti dalle popolazioni autoctone. Gli arabi, invece, riuscirono a sovrapporsi alle popolazioni assoggettate, anzi a trasformare in loro patria i territori conquistati; ma fallirono in pieno nel tentativo di superare il loro particolarismo barbarico e darsi un reggimento politico unitario, uno Stato nazionale. Ciò doveva ritardare di molto, lo vediamo oggi, lo sviluppo storico dell’Africa e del Medio Oriente.
A dire il vero, ci fu un tempo in cui parve che la tendenza unitaria dovesse prevalere nell’incandescente mondo islamico, e fu l’epoca che vide il Califfato passare nelle mani della dinastia degli Omeiadi (660-750). Sotto costoro l’Islam raggiunse la massima estensione territoriale, poi cominciò l’ineluttabile declino. Gli Omeiadi, divergendo alquanto dall’ortodossia politica coranica, tentarono di liquidare il separatismo, profondamente legato alle tradizioni di un popolo che aveva vagato per secoli nel deserto non conoscendo altra forma di convivenza sociale che la tribù nomade ribelle ad ogni forma di costrizione che non fosse quella esercitata dalle forze della natura. Fu un esperimento appena abbozzato. Il grande disegno politico di una monarchia nazionale, assoluta ed ereditaria, poggiante su una burocrazia militare e civile che assicurasse al centro del potere un controllo regolare sull’immenso impero, doveva fallire miseramente. Sulle tendenze accentratrici e nazionali dovevano prevalere le forze dell’atavico anarchismo beduino. Il primitivo comunismo tribale, collettivista all’interno e anarchico verso l’esterno aveva permesso ai nomadi del deserto, allevatori di pecore e di cammelli e implacabili razziatori di carovane e di villaggi contadini, di travolgere l’aristocrazia mercantile della Mecca. Aveva fornito l’alimento di una fanatica fede e di un coraggio favoloso alla rivoluzione maomettana. Ma operò negativamente quando, uscite le milizie islamiche dall’Arabia e conquistato l’immenso impero, si trattò di dare ad esso un assetto politico che ne assicurasse la continuità.
Qualcuno può meravigliarsi che noi attribuiamo al primitivo comunismo beduino una certa influenza negativa. Ma, per i marxisti, il comunismo non è un idolo al quale non si possono rivolgere che laudi. Esiste un comunismo primitivo che segna l’uscita della specie umana dallo stato bestiale della sua esistenza, e in quanto tale è una rivoluzione di incommensurabile importanza, forse la più grande di tutte le rivoluzioni. Consociandosi, l’antropoide divenne uomo. Quale maggior omaggio il marxismo può rendere al comunismo primitivo? Tutto ciò che esiste, e esisterà ancora, tra il comunismo primitivo e il comunismo moderno è, per il marxista, un’infame ma necessaria parentesi nell’esistenza della specie.
La rovinosa scissione tra Sciiti e Sunniti, cioè tra la vecchia guardia del maomettanismo che aveva accompagnato il Profeta nella sua emigrazione – la “egira” – dalla Mecca a Medina e gli innovatori, doveva far crollare per sempre le ancora fragili strutture dello Stato nazionale arabo. La dinastia degli Abbassidi che si impadronì nel 745 del Califfato, scacciandone gli Omeiadi, fu ridotta ben presto al rango di quelle monarchie feudali che la troppa potenza e lontananza dei feudatari svuota di ogni autorità effettiva. Il Califfo si ridusse al grado di mero capo della religione islamica, quasi privo di potere temporale. Lo smembramento dell’impero fu rapido e irrimediabile. Già qualche anno dopo il rivolgimento dinastico gli esuli omeiadi scampati alle vendette del partito vincente si rifugiavano in Ispagna e vi fondavano un emirato indipendente. In seguito, anche il Maghreb e l’Egitto si resero praticamente indipendenti dal governo di Bagdad. All’inizio del secolo l’involuzione è completa. Il Califfato si è ridotto a governare, e neppure direttamente, sul solo Iraq; l’Islam è diviso tra numerose dinastie più o meno indipendenti, lo Stato nazionale arabo appare meno che un sogno.
La mancanza di uno Stato nazionale arabo foggiato sul modello delle monarchie nazionali che si stavano formando in Europa, ebbe conseguenze storiche di importanza colossale. E’ agevole pensare che uno Stato nazionale arabo, saldamente costruito, avrebbe potuto impedire le vittorie riportate dalle Crociate. Non è da quell’epoca che l’Europa acquista una supremazia sull’Africa e le si oppone? Se poi si considera che i colpi inflitti alla potenza araba dagli eserciti crociati gettarono le premesse della rovinosa invasione dei Mongoli e, in seguito, della conquista degli Ottomani, si ha un quadro completo delle ripercussioni negative che la mancata unificazione degli arabi ebbe sulla storia di tre continenti.
Volendo uscire dal campo delle congetture e restare sul terreno storico, emerge, dallo studio del ciclo storico degli arabi, una conclusione che può sembrare quasi ovvia. Per l’incapacità a fondare uno Stato nazionale, gli arabi divennero da conquistatori conquistati, e furono tagliati fuori dal progresso storico, cioè condannati a restare nel fondo del feudalesimo mentre gli Stati d’Europa si preparavano ad uscirne per sempre e acquistare in tal modo la supremazia mondiale.
Ora possiamo spiegarci agevolmente le cause storiche della caduta degli arabi sotto il giogo della dominazione imperialistica. Sappiamo, cioè, che a mantenere l’attuate stato di disunione e di impotenza degli arabi, che è la condizione del perpetuarsi dello sfruttamento imperialistico, concorrono due ordini di cause: le secolari tradizioni conservatrici all’interno, l’ingerenza straniera dall’esterno. Che significa ciò, in sede politica? Significa che il mondo arabo deve addossarsi il tremendo compito di una duplice lotta: la rivoluzione sociale e la rivoluzione nazionale, la rivolta contro le classi reazionarie che tramandano tradizioni ormai superate e contro gli occupanti stranieri. Soltanto una vittoria riportata in entrambi questi campi può assicurare il trionfo dell’unità araba dall’Oceano Atlantico al Golfo Persico.
Il gioco dell’imperialismo
Seguitando nella via intrapresa, la “balcanizzazione” degli arabi arriverà alle estreme conseguenze. Gli arabi si mureranno sempre più entro Stati prefabbricati, cioè fabbricati dall’imperialismo e dai suoi agenti, Stati ammorbati da una miseria deprimente, avviliti da una insuperabile impotenza, che consumeranno la loro inutile esistenza nella lotta intestina. Allo stato attuale esistono non si sa quanti blocchi inter-arabi. Alle due federazioni rivali che si contendono le adesioni degli altri Stati (i siro-egiziani sono riusciti ad ottenere il voto dello Yemen, gli irakeno-giordani sono ancora alla fase di corteggiamento dei sultanati del Golfo Persico), minaccia di aggiungersi – e contrapporsi! – la Federazione del Maghreb, caldeggiata da Maometto V e da Burghiba, che dovrebbe comprendere il Marocco, la Tunisia e l’Algeria, quando questa otterrà l’indipendenza. Ma già si sa, dai discorsi anti-nasseriani di Burghiba, che la progettata Federazione è orientata a favore dell’Occidente e contro il pan-arabismo. Sono poi da annoverare gli Stati doppiogiochisti come l’Arabia Saudita, il Libano, la Libia che hanno un sorriso per la Lega Araba (perché mai la tengono, ancora in piedi?) e due sorrisi per il Dipartimento di Stato.
Ma l’imperialismo non dorme sonni tranquilli. Le allarmate invocazioni al “pericolo russo”, le romanzature delle “infiltrazioni russe” nel Medio Oriente e nel Maghreb servono a nascondere il vero timore. Ciò che veramente temono le borghesie europee, e con esse l’imperialismo americano, è un effettivo progresso del movimento di unificazione araba. Avete mai pensato alle enormi conseguenze che la formazione di uno Stato unitario arabo comporterebbe? Essa segnerebbe la fine della dominazione colonialista in tutta l’Africa, non solo nell’Africa araba, ma anche nel resto del continente abitato da popoli di razzo negra, che è percorso da profondi brividi di rivolta. I miti che la classe dominante si fabbrica mirano a inculcare nelle menti delle classi oppresse il pregiudizio della inanità della lotta contro l’ordine vigente. Ebbene, chi può misurare la gigantesca portata rivoluzionaria che avrà il crollo del mito della superiorità della razza bianca?
Spezzettati in diversi staterelli, divisi da ignobili questioni dinastiche, divorati vivi da manigoldi dei monopoli capitalistici stranieri che volentieri cedono larghe fette dei profitti petroliferi, invischiati nelle mortifere alleanze militari dell’imperialismo, gli Stati arabi non solo non incutono timore agli imperialismi ma servono da pedine nel loro gioco diabolico. Ma che avverrebbe se gli arabi, superate le disunioni suicide, riuscissero a fondare uno Stato nazionale abbracciante tutti i territori africani e asiatici abitati da popolazioni arabe? Avremmo soltanto il risveglio dell’Africa intera? No, otterremmo, noi tutti che militiamo nel campo della rivoluzione comunista, ben altro. Otterremmo di assistere alla definitiva, inappellabile condanna a morte della vecchia Europa, di questa fradicia, corrotta, micidiale Europa borghese, impastata di reazione e di fascismo più o meno camuffato, che da quarant’anni è il focolaio inesausto della guerra imperialistica e della controrivoluzione.
Perciò siamo per la rivoluzione nazionale araba. Perciò siamo contro i governanti degli Stati arabi i quali o perseguono apertamente finalità separatiste e reazionarie (le monarchie mediorientali) o mirano ad un superficiale riformismo e alla collaborazione con l’Occidente (Burghiba, Maometto V). Né possiamo, come fanno i comunisti di Mosca, appoggiare incondizionatamente il movimento pan-arabo di Nasser, perché in esso c’è troppa zavorra reazionaria invano mascherata da un abile gioco demagogico. Lo Stato nazionale non sarà fondato da costoro. Ognuno di essi ama posare a campione dell’Islam. Ma il loro islamismo sta a quello dei compagni di Maometto come il cristianesimo dei cattolici sta a quello degli agitatori delle catacombe.
[RG-21] Le lotte di classi e di Stati nel mondo dei popoli non bianchi storico campo vitale per la critica rivoluzionaria marxista Pt.4
Bilancio ad alto potenziale
La scorsa che abbiamo fatto attraverso oltre quaranta secoli di storia della comunità umana ancoratasi, forse prima dell’umanità tutta, in una ben definita regione geografica della terra, ci ha permesso, per quanto abbozzata a grandi tratti e in grezzi contorni, di vedere questa massa di uomini in continua ebollizione tra urti, scontri e tempeste, e di provare che nell’ultimo secolo indiscutibilmente la ricca materia non è solo adatta per la storia convenzionale del succedersi di monarchi e capitani, ma dimostra che le intime forme sociali e i rapporti economici sono ormai allo stato fluido ed agitati da violente ondate di trasformazione.
In tutto il corso dei millenni non si è soltanto trattato di forze endogene di questo immenso e denso magma umano, ma anche dei frequenti rapporti esterni con altre comunità che si erano evolute in ben diverse condizioni materiali, e che, a un grado ben inferiore del corso tra l’orda combattente e lo Stato organizzato civilmente e militarmente, cercavano di avventarsi sui beni di cui si era dotato, sulla fertile terra, il vigoroso popolo lavoratore della Cina; ma nella recente fase storica non sono più le falangi barbare di turchi e mongoli dell’interno a minacciare la succosa polpa della “pagnotta” cinese, bensì, venendo dal mare, le piraterie imperiali del “civilissimo” mondo capitalista della razza bianca, colla sua sempre più potente organizzazione produttiva e la non meno “progressiva” dotazione di armi e mezzi di distruzione.
Le reazioni che nell’interno del magma giallo si sono sviluppate in questi drammi della storia mondiale sono state quantitativamente immense, hanno agitato e trascinato in vortici turbinosi uomini a centinaia di milioni, hanno visto eserciti sterminati avanzare e indietreggiare a vicenda come maree, lasciando il terreno delle guerre incessanti seminato di uno stragrande numero di vittime; le masse, a volte soccombere per la distruzione di forze produttive a scala gigantesca, a volte sollevarsi in disperate rivolte per aprirsi una strada nuova. Le convulsioni interne di questo sottosuolo sociale che cifra quasi un quarto della specie umana sono state negli ultimi decenni di una intensità di gran lunga superiore a quanto si constata entro la razza bianca, ma al confronto si tiene tutta inquadrata in un sistema statale inesorabile sotto le sue vernici liberali, e si lascia mobilitare come gregge a ritmi periodici negli eserciti gerarchici guerreggianti.
Follia di critici andati a male sarebbe il non attribuire nessuna possibilità di scioglimento al dramma che si svolge nel teatro geografico cinese, perché il destino di questa comunità e di tutte le altre dei popoli non euro-ariani dovrebbe solo essere attesa da una rottura di fronte sociale nelle nazioni capitaliste avanzate; mentre in queste, soprattutto dopo la terza ondata dell’opportunismo nata dalla putrefazione della rivoluzione russa di quarant’anni addietro, più che una linea di prossima frattura si è disegnata una saldatura ottusa e ripugnante di collaborazione di classe.
Ritardi millenari dell’Asia
Da quando l’Ottobre russo, come vittoria del proletariato internazionale, è stato spento nel pantano del “produzionismo mercantile”, il fatto più rivoluzionario della storia contemporanea è la rottura della tradizionale immobilità sociale dell’Asia.
Un secolo fa essa fu diagnosticata da Marx, in uno dei capitoli sintetici del Primo Libro del Capitale, a proposito della divisione sociale del lavoro, di cui il nostro programma attende uno sconvolgimento radicale rispetto alla forma industriale moderna. Dopo aver descritta la comunità indiana di villaggio che, pur nella soggezione allo Stato dinastico, aveva raggiunto un equilibrio completo nella distribuzione del lavoro agrario, artigiano e rudimentalmente amministrativo e culturale, Marx scrive: “La legge che regola la divisione del lavoro della comunità agisce qui colla inviolabile autorità di una legge fisica, poiché ogni artigiano esegue secondo il metodo tradizionale, ma con indipendenza e senza riconoscere autorità alcuna nella sua bottega, tutte le operazioni che sono di sua competenza. La semplicità dell’organismo produttivo di tali comunità sufficienti a se stesse, che si riproducono costantemente nella stessa forma e, quando accidentalmente vengano distrutte, si ricostituiscono nella stessa forma e collo stesso nome (nota da: Raffles, Storia di Giava), ci spiegano la immutabilità delle società asiatiche, immutabilità che contrasta in modo così strano colla dissoluzione e ricostituzione incessante degli Stati asiatici, e coi violenti cambiamenti delle loro dinastie. La struttura degli elementi economici della società rimane intatta dalle bufere che si scatenano nella regione politica“.
Anche laddove, come ben presto in Cina, le comunità di villaggio sono state liquidate, e la prima distribuzione periodica della terra alle famiglie che la lavoravano si è sviluppata nella proprietà privata ereditaria del contadino coltivatore diretto, questo è minacciato ad ogni momento dalla riduzione a servo di una classe terriera aristocratica o anche dello Stato fiscale centrale, e ne sorgono continue lotte; tuttavia la situazione si configura ancora in modo da richiudersi in se stessa senza vie di uscita, e questo durerà quasi due millenni. La descrizione la chiederemo questa volta al marxista di razza pura Trotzky (Stalin, appendice) laddove egli dimostra che il contadiname non può conquistare il potere per se stesso, ma solo al seguito delle classi urbane che dirigeranno la nuova società, ieri la borghesia, domani il proletariato. L’autore risponde alla obiezione che gli potrebbe venire dalla storia cinese. “È vero, nell’antica Cina vi furono rivoluzioni che condussero i contadini al potere, o piuttosto vi condussero i capi militari delle insurrezioni contadine. Ma ciò condusse ogni volta ad una redistribuzione della terra ed ad una nuova dinastia ‘contadina’; dopo di che la storia riprese ogni volta allo stesso modo: una nuova concentrazione della terra, una nuova aristocrazia, una nuova usura, e nuove sollevazioni. Fino a che la rivoluzione conserva il suo carattere puramente contadino, la società non potrà mai emergere da queste rotazioni senza speranza. Queste furono le basi dell’antica storia asiatica, inclusa la Russia. In Europa, cominciando col colmo del Medio Evo, ogni insurrezione vittoriosa dei contadini non portò al potere un governo contadino, ma un partito cittadino di sinistra. Più precisamente ogni insurrezione contadina si dimostrava vittoriosa solo nella misura in cui ciò rafforzava la posizione del settore più rivoluzionario della popolazione urbana. Quindi nella Russia borghese del ventesimo secolo una presa del potere da parte del contadiname era fuori di questione“.
Con ciò Trotzky esprime la condanna dei populisti e socialisti rivoluzionari russi che si prospettavano il rovesciamento dello zarismo feudale da parte di una rivoluzione nelle campagne, con un governo contadino ed un più assurdo ancora socialismo agrario, fondato (come nelle presenti consegne codine dei seguaci dello stalinismo, truccato da marxismo-leninismo) sulla piccola proprietà coltivatrice.
Oggi la situazione senza speranza dei cicli chiusi asiatici è stata spezzata dopo lunghe lotte in cui i contadini furono inquadrati e condotti da classi urbane, che oggi fa comodo confondere nella denominazione di “popolari”. Nella rivoluzione democratica di Sun Yat Sen del 1911 prevalsero i borghesi della nascente industria e del commercio, col codazzo abituale di intellettuali, studenti ed artigiani. L’intervento nella fase successiva degli operai industriali è stato travolto nelle vicende sfortunate e sinistre della rivoluzione russa ed europea, dopo la Prima Guerra Mondiale.
Ritardo secolare dell’Europa
Mentre la Cina guadagnava quei mille anni, l’Europa, avanguardia del mondo – a detta di certi marxisti andati a male – ne perdeva vergognosamente cento, col rischio di annullare anche quel balzo grandioso dei popoli di oltremare. Già nel 1848 il programma del marxismo, come cento volte abbiamo ricordato in questa ora di ignobile rinculo, era di porre la candidatura del proletariato alla direzione della rivoluzione antifeudale in immediata opposizione a quella della borghesia capitalista, che sotto la pressione della lotta di classe operaia doveva senza respiro essere spinta al potere ed essere buttata via da esso. Ma solo in Russia, ben settant’anni dopo la costruzione storica del Manifesto, la borghesia fu costretta a bere questo calice kerenskyano, e con essa tutte le succubi classi piccolo-borghesi della campagna e della città, e i loro partiti, corruttori ovunque del potenziale che è solo affidato alla classe operaia.
Frattanto le borghesie che avevano avuto respiri di lunghezza paragonabile a quello toccato al capitalismo inglese, dopo la loro rivoluzione liberale, tentavano di fermare la storia della società nel modo economico loro proprio, e nonostante terribili prove vi sono finora riuscite attraverso le vampe di due guerre mondiali, che i proletari hanno combattute al loro servizio.
Dopo la Prima Guerra, in cui una delle storiche ondate dell’opportunismo sabotò ogni energia tesa ancora nella direzione del programma rivoluzionario marxista, vi fu il contrattacco legato ai nomi di Russia, III Internazionale, Lenin. Ma col violento taglio tra la politica del potere russo e quella della classe operaia mondiale un’ulteriore ondata demolitrice di opportunismo ebbe il sopravvento, e tra gli altri delitti volle che il proletariato, come nel 1914, una seconda volta si schierasse sotto le bandiere borghesi, quella hitleriana non esclusa. Uscendo da questa fase atroce di alleanza con l’imperialismo capitalista, che significò mimetizzazione con esso, ma purtroppo senza che gli operai di Occidente lo intendessero menomamente, al posto del programma di lotta di classe e di abbattimento della borghesia liberale – che non si trattò più, se non in fraudolente versioni, di spingere oltre la reazione feudale – è stato propinato ai lavoratori un programma nazionale-populista, nelle cui consegne stanno ai primi posti la salvezza della proprietà privata, dello Stato parlamentare, e delle costituzioni borghesi.
Il lavoro dello stalinismo è stato davvero per asiatizzare l’Europa, non nel senso idiota in cui la propaganda occidentale fin dal tempo di Lenin usa un simile slogan, ma nel senso di imprigionare la razza bianca per secoli e secoli nella forma sociale borghese, così come la razza gialla era imprigionata nella forma dispotico-feudale, dalla quale era vanto dell’Europa essere uscita con le spade e le fiaccole giacobine al vento, e con la gloria delle dittature.
Ma l’Asia non è più lì ferma, essa fermenta e combatte. Onore all’Asia, onta all’Europa!
Via unica mondiale della controrivoluzione
La posizione del marxismo è che lo stesso insegnamento dato in Europa dalla storia del diciannovesimo secolo, circa quanto il proletariato deve aspettarsi dalle altre “classi urbane di sinistra” nelle contese rivoluzionarie, è dato in Asia e in Cina soprattutto dal ventesimo secolo.
La Rivoluzione francese e la Rivoluzione cinese sono serie di fatti positivi che esprimono la stessa sequenza di leggi storiche della lotta di classe, e sono quelle scoperte e scolpite in modo insuperabile nei classici di Marx.
L’Inghilterra era il primo paese in cui le forme sociali per cui si batteva la Francia dal 1789 avevano vinto, e prima della Francia aveva tagliata la testa del suo re, e applicato altamente il Terrore e la dittatura.
Ma nella costruzione marxista è classica la “guerra antigiacobina” e poi antinapoleonica, che la stessa Inghilterra conduce capitanando le coalizioni feudali europee e fino alla restaurazione della monarchia abbattuta; ed è marxismo non meno classico considerare queste guerre come continuazione delle guerre commerciali contro i grandi Luigi della stessa monarchia.
Quando nel 1848 i contadini cinesi iniziano un movimento contro la nobiltà terriera e la monarchia sui motivi dei “cahiers de doléances” con cui i servi della gleba francesi avevano prima suonata la campana per la Bastiglia, Inghilterra e Francia liberali non simpatizzano per una Cina costituzionale e parlamentare, ma aiutano la dinastia feudale ad abbattere la rivoluzione, rifanno cioè una prima guerra antigiacobina dell’Asia, in cui i motivi commerciali sono più spudoratamente evidenti, come Marx bollò a rovente fuoco.
Dopo la restaurazione del Borbone ottenuta dagli inglesi a Waterloo, più che dallo stesso Alessandro di Russia, nel 1831 Parigi si solleva una prima volta per rovesciare la monarchia assoluta e si forma un blocco delle quattro classi: borghesia, impiegati e bottegai della città, e contadini; si giunge alla monarchia orleanista costituzionale e borghese, ma il tentativo degli operai di proclamare la repubblica è una prima volta soffocato nel sangue.
Nel 1848 si arriva in una simile situazione alla repubblica, ma ancora una volta gli operai, dopo avere per essa combattuto, la chiedono socialista, e una seconda volta sono massacrati dagli “alleati” borghesi e piccolo-borghesi, che nella costruzione marxista non sono alleati, ma nemici fatti marciare avanti colla punta del pugnale tra le scapole o la canna del revolver sulla nuca, per una rapida fase storica, nella stessa direzione.
Nel 1871 i lavoratori pagano uno stesso tributo di sangue dopo avere rovesciato il secondo impero uscito dal colpo di Stato e crollato sui campi di battaglia. Borghesi e piccolo-borghesi che hanno proclamata la repubblica dopo la sconfitta stringono patti coll’invasore purché Parigi rossa sia soffocata.
Tre volte abbiamo giocata la partita colla controrivoluzione per scatenare la “sinistra urbana”, e dopo jugularla; tre volte noi rivoluzionari marxisti, di Europa diciannovesimo secolo, abbiamo perduta la partita.
Tre volte l’hanno nello stesso modo perduta i lavoratori e i comunisti cinesi.
Nell’aprile 1927 dopo le vittorie della spedizione contro il blocco militarista del Nord, Ciang-Kai-scek rovescia il suo fronte e piomba a Canton sui suoi alleati comunisti facendone orrendo massacro.
I comunisti che, diretti da Mosca non più rivoluzionaria a fare causa comune coi borghesi cancellando il fine organizzativo e sostituendo al programma di una rivoluzione cinese che, come la russa, ricordò Trotzky un giorno, “sarà socialista o non sarà“, un programma crassamente populista e piccolo-borghese, furono da Mosca stessa lanciati al contrattacco e furono una seconda volta, malgrado l’eroismo degli scioperanti dei grandi centri, schiacciati sanguinosamente.
La Cina borghese del Kuomintang, come abbiamo esposto, consolidò la sua posizione, ma spostò il suo programma sempre più a destra, fino a preferire, come era ben prevedibile, e alla stessa scuola dei Thiers di Versailles, il patteggiare con lo straniero giapponese, alla probabilità di vedere una vittoriosa Comune di Sciangai o di Nanchino.
A questo punto gli stessi che avevano tradito mettendo sotto i piedi la lezione del marxismo internazionalista rivoluzionario (che facilmente avrebbe utilizzato chi non avesse già bestemmiato che le vie nazionali al socialismo sono diverse, e che il socialismo in ogni paese si fa da solo), inscenarono quella che si vanta come una vittoria sui giapponesi e su Ciang-Kai-scek, e che consiste nell’averlo cacciato, per attuare il suo programma, ossia quello di partenza del Kuomintang e di Sun Yat Sen, per una Cina borghese di sinistra, che ha rinunziato al passaggio ad una rivoluzione socialista, col motivo di chiamare come in Russia socialismo un capitalismo di Stato di grado ancora inferiore, perché non solo è ridotto alla sola industria, ma anche in questo settore si autolimita del cinquanta per cento lasciato in dominio di una borghesia privata, quarta classe del blocco.
Questa amara vicenda mostra come la via della controrivoluzione borghese non sia nazionale, né continentale, ma sia la stessa nell’Europa e nell’Asia, in Francia e in Cina, con la differenza di fase di un secolo.
Dialetticamente questo ci insegna che anche la strada della rivoluzione è unica nel mondo. Ed è condizionata da un programma in tappe inseparabili, in cui ad una ad una, coi loro partiti, e malgrado in date fasi il loro potenziale rivoluzionario sia stato utilizzato dalla storia che avanza, dovranno saggiare il peso della dittatura proletaria e del terrore rosso, e soccombere, le classi transitoriamente rivoluzionarie della grande borghesia industriale, commerciale o agraria, della piccola borghesia artigiana e contadina, e tutto il ceto servitore di impiegati ed intellettuali sempre accodato alla sinistra delle città. E questo dovrà essere annunziato e sostenuto nelle proclamazioni del partito comunista anche nei tempi in cui si rovesciano quelle classi, perché “corrano la loro frazione”, lungo la china tormentata della storia.
Conclusione
Programma mondiale della forma rivoluzionaria comunista
Raccoglieremo le vele di questa corsa attraverso i termini della questione nazionale e coloniale, che chiama sulla scena tutte le forme o modi di produzione dai più antichi ai più moderni – sulla linea di quanto faceva per la Russia del 1917-21 il classico discorso di Lenin sulla Imposta per natura, ed in attesa di ritornare a fondo su tutti gli aspetti storico-geografici del dramma immenso, che di ora in ora seguiamo – ribattendo i capisaldi dei già utilizzati Grundrisse di Marx.
La valutazione di ogni forma sociale remota o attuale, prossima o lontana, noi la facciamo contrapponendola alle caratteristiche che la nostra dottrina ha scolpite pel nostro nemicissimo numero Uno: la forma salariale mercantile, ossia il capitalismo. E su tutto si leva come programma dottrinario e come diana di combattimento l’appello per la forma antimercantile di domani di cui alla fine della parte prima di questo scritto abbiamo già data la formula base: non più gli uomini per la demenza della produzione, ma la produzione per la serena pienezza di vita dell’uomo, l’uomo-specie, e se è lecito, poiché partiti dalla ristretta consanguinea orda tribale andiamo oltre la razza e la nazione, l’uomo-umanità.
Prima del sommario elenco delle forme distinte colle stesse parole e frasi di Marx, daremo al teorema storico supremo un’altra espressione rigorosa. La lezione banale del socialismo, come affermato vagamente dai premarxisti e dalle mille posteriori specie di travisatori del marxismo, vuole condannare il capitalismo borghese in quanto “appropriazione” da parte dei singoli di settori di oggetti conquistati alla natura dall’uomo nella serie delle generazioni. La nostra lezione del socialismo è la distruzione del capitalismo in quanto essa è stata “espropriazione” di tutta l’umanità (e soprattutto di quella sua parte in cui il singolo è ridotto alla forma massimamente esaltata dalla ideologia borghese di “libero lavoratore”), “espropriazione” del suo collegamento oggettivo colla natura e col modo in cui l’uomo nella serie delle generazioni ne ha trasformato il campo materiale con una catena di gloriose e dolorose conquiste.
Il legame oggettivo tra le condizioni naturali in cui l’uomo lavora e l’uomo stesso come soggetto singolo e collettivo è ancora vivo nelle forme più antiche che il capitalismo distrugge; muore nella insensata forma borghese in cui il lavoratore ha esistenza meramente subiettiva, e tutto il mondo della natura e delle conquiste della sua specie è messo contro di lui come estraneo, come nemico, come “mostro che lo divora disperdendo l’illusione che il singolo libero possa viverne, divorandolo”.
La forma banale della rivoluzione proletaria come una cacciata di usurpatori, che abbiano peccato contro lo Spirito Santo, ha permesso di ridurre la rivendicazione socialista ai risultati più stupidi, in quanto non solo restano nell’ambito della forma borghese mercantile, ma perfino sono fuori del tutto dall’orbita storica che l’umanità o le sue parti descrivono, come la appropriazione sindacale, aziendale, comunale o statale del capitale, accezioni degeneranti e paranoiche della sua appropriazione privata personale.
Serie delle forme: Europa
Nel primo comunismo tribale, si tratti dell’orda nomade o del villaggio fissato sulla superficie agraria, tutto è proprietà, temporanea o stabile, di tutta la comunità. Ogni membro di essa è proprietario o comproprietario rispetto a tutte le condizioni del lavoro, allo stesso titolo degli altri: terra, greggi, primi arnesi del lavoro, prodotti del lavoro. Queste sono un prolungamento materiale del corpo organico dell’uomo e dei suoi arti. La proprietà è prolungamento dell’uomo, come lo strumento della produzione lo è della sua mano prensile. Quest’uomo primitivo esiste oggettivamente nelle relazioni con gli oggetti e la natura, non soggettivamente come oggi nel mito del cittadino deliberante, ma a cui la natura e la sua umana conquista reale sono state chiuse come porte sulla faccia.
Nella seconda forma tribale la proprietà resta comune a tutti, ma vi è una suddivisione temporanea delle condizioni del lavoro tra i gruppi familiari, e tra esse della terra da lavorare. La forma proprietà è in tutti, una forma possesso nei singoli, ma il legame non spezzato tra l’uomo e le condizioni del suo lavoro. La evoluzione è nel senso in cui si è evoluta la famiglia: a monogama, dal matrimonio di gruppo tra i membri dell’orda dei due sessi, alta forma anti-individualista delle “fratrìe” descritte dalla mano maestra di Engels.
Forma della libera proprietà lavoratrice. Forma romana classica. La terra della comunità è parcellata tra i cittadini e le loro famiglie che la lavorano. Una parte della terra resta comune: ager publicus, e tutta la comunità ha facoltà di usarne. Ogni membro della comunità è proprietario. Al centro vi è la città-Stato (polis , civitas) particolarmente guerriera. Il proprietario cittadino è anche soldato combattente. La popolazione cresce, la città conquista nuove terre, che divide ai legionari.
Forma germanica. La città vi ha minore importanza che nella romana. I capifamiglia vivono lontani (sono terre meno fertili e popoli poco densi ancora seminomadi) e si riuniscono solo periodicamente per deliberare e spartirsi o sorteggiarsi a turno le terre. Lo Stato non è accentrato.
In queste forme l’uomo lavoratore è ben legato alle condizioni del suo lavoro. Ruppero tale legame oggettivo la forma schiavista e il servaggio della gleba (orrori esecrati per il liberalismo borghese)? La risposta della nostra dottrina è profonda. Lo schiavo e il servo della gleba sono meno brutalmente del moderno lavoratore libero tagliati via dalle condizioni del loro lavoro. Quando le tribù libere nel loro errare o nel loro stabilirsi geografico divengono troppo numerose per la estensione disponibile, sorge tra esse la lotta. La guerra è un fenomeno di divisione del lavoro; alcuni componenti l’orda, forse gli addetti alla caccia che comporta una lotta cruenta, sono adibiti a difendere la vita e il lavoro di tutti. Debellata una tribù nemica, quale la sua sorte? Engels espone come tra gli antichi americani aborigeni essa veniva sterminata; questo salvava la tribù vittoriosa dalla miscela del sangue, ma soprattutto, deterministicamente, dal triste avvenire della divisione in classi e del sorgere del potere statale. Nella forma europea-romana sorge la schiavitù. Ma come la terra è spartita tra i cittadini che sono tutti agricoltori e soldati, lo saranno i prigionieri dopo aver seguito i carri del trionfo dell’unità superiore, la città-comunità. La schiavitù ha forma privata, in Europa.
Nel lungo corso storico i liberi si dividono tra patrizi e plebei (la distinzione di origine nella dottrina di Marx è che i plebei hanno la piena proprietà quiritaria della terra che lavorano e un godimento sull’ager publicus, che è prima amministrato e poi conquistato in parte come proprietà dei patrizi, sorgendo la grande proprietà terriera); ma tutti possono essere proprietari di schiavi.
Lo schiavo è considerato come una parte oggettiva delle condizioni di lavoro del libero che con la sua terra lo ha conquistato in battaglia. Ma lo schiavo, in questa forma obiettiva e passiva, non è tagliato via dalla terra e dal suo frutto; egli ne mangia col padrone, e per ragioni della nuova divisione sociale del lavoro e nel comune interesse l’uno avrà da mangiare fino a che ne abbia l’altro. Lo schiavo è ridotto alle condizioni dell’animale da gregge che il padrone difende e nutrisce, e (da che l’antropofagia nelle sue rare apparizioni è scomparsa) serve, come dice la stessa Genesi, da collaboratore dell’uomo così come il bue, ma non dà riserva di carne come questo.
Dobbiamo sorvolare le altre stimmate della forma romana. La città prevale sulla campagna per ragioni di direzione politica e militare, ma il lavoro agricolo è più nobile di quello artigiano della civiltà (il contrario nel Medioevo). Progressivamente le famiglie urbane e le gentes nobili, che si richiamano idealmente alle stirpi delle tribù originarie pure, non sono più definite dalla ereditarietà del sangue, ma da circoscrizioni territoriali di distretti di residenza a cui tutti i liberi accedono. Ciò nelle mirabili costituzioni dei demos ateniesi e dei comizi romani, che la ignobile età capitalista ha solo copiato, senza saper salire più oltre, e senza liberarsi dal corporativismo medioevale di mestiere se non in teoria (e dicasi ciò di intere schiere di pseudo-marxisti obliosi del fatto che lo supererà solo l’abolizione della divisione sociale del lavoro).
Riprendiamo l’arduo sentiero dei Grundrisse e diciamo della forma germanica. Anche in questi popoli comparve lo schiavo-prigioniero di guerra, ma forse solo al servizio dei condottieri. La servitù si delineò più tardi e soprattutto quando l’onda di quei popoli vaganti ruppe il legame unitario dello Stato imperiale romano, garanzia suprema di stabilità del lavoratore libero sulla sua terra, ossia del suo umano legame colle condizioni del suo lavoro, sola e più nobile espressione delle libertà che l’umanità abbia fin qui conosciuta. Il servaggio, che il cretino borghese tanto disprezza, è forma che più che da un atto di forza nasce da una divisione consensuale di compiti sociali. Il membro dell’orda teutonica passato dal carro alla terra è divenuto pacifico: non ha lo Stato e la patria del legionario-contadino romano. Egli non potrebbe più lavorare o almeno raccogliere il prodotto del suo sudore, se non si accomandasse ad un signore guerriero, in una forma classista a Stato assai poco accentrato. Il servo lavora la terra e il suo signore trae la spada e versa il suo sangue perché la terra sia sicura. Ne mangiano insieme il prodotto.
La sintesi è che in tutte queste forme il lavoratore resta attaccato alle condizioni del suo lavoro. Lo schiavo ed il servo non vanno in guerra, ma combattono per lui oltre che per se stessi il cittadino libero, plebeo o patrizio (fanteria e cavalleria), o il cavaliere medievale, mettendo in gioco la vita perché il legame tra l’uomo e le condizioni del suo lavoro non venga dal nemico infranto.
Comunismo primitivo totale, comunismo a rotazione di possessi, libera proprietà lavoratrice, schiavitù, servitù della gleba.
La serie continua nel modo capitalista. Poiché da tutti i lati esso ci ammorba, inutile è il descriverlo. Marx è ben altro che uno degli economisti intenti a trovargli leggi eterne che i felloni di domani vorranno imporre allo stesso socialismo. Marx descrive la fine e morte del mondo capitalista imputandogli di avere, in opposizione a tutte le forme passate come alla futura comunista, per primo ed unico, attuato il crimine contro natura di tagliare la carne dell’uomo vivo dalle condizioni oggettive della sua vita e attività, che si attuano nel suo lavoro; e questo ribadisce con colpi da muscoloso artiere, inchiodandolo alla sua totale infamia ed immancabile rivoluzionaria distruzione.
Serie delle forme: Asia
Questo continente immenso, dove la forma sociale umana è nata, sarebbe messo fuori da questo arco colossale gettato a cavallo dei millenni! Ciò non potrebbe essere che follia di chi abbia letto il marxismo come generato solo nel seno della società borghese, facendo una sterile copia della liberazione del salariato dal borghese, ricalcata dai tipi retorici di quella dello schiavo dal padrone, o del servo dal nobile, o del suddito dal monarca.
Lo stesso contenuto reale e dottrinale anima nella costruzione di Marx la serie asiatica e quella europea.
Essa parte dalle due forme di comproprietà e compossesso della tribù primigenia: ma al sovrapporsi di tribù a tribù si sostituisce, in gran massima, la formazione anticipata di un potere centrale sovrapposto a tutte le tribù. Per lo storico idealista questo centro prenderà le forme del Dio, del Mito, della casta sacerdotale, del Profeta, dell’Eroe, del Condottiero, del Re, dell’Imperatore Figlio del Cielo. Per noi la differenza, che non muta la linea universale della grande serie, sta nel maggiore pericolo che per la originaria pacifica fratrìa rappresentò non la umana unità vicina, ma piuttosto l’ira della natura, la carestia, la inondazione, il cataclisma tellurico. Da questo una peculiare divisione del lavoro per cui la comunità di villaggio fu condotta a rendere tributo di una parte del prodotto del suo lavoro alla unità centrale che regolava i fiumi e ordinava il territorio con i primi grandiosissimi lavori pubblici. Sorsero così prima Stato, Magistrature Gerarchiche, Eserciti civili – come forse il lontano esercito di Vigili, per la Guerra alla Natura, che avrà la umanità di domani…
Sorsero anche da queste forme la libera proprietà contadina, ma non così fortemente tutelata dal potere centrale come nelle forme europee classiche; la schiavitù e il servaggio. Ma gli schiavi furono schiavi più dello Stato, rappresentato nella sua anche utile funzione dal Despota (che nasce dalla grande leggendaria figura del Patriarca; da cui la definizione di forma asiatica patriarcale), che de ricchi privati, e quando una nobiltà locale volle premere sui servi della gleba, il potere monarchico e amministrativo lottò contro di essa. La forma del Re capo della classe che lavora (Trotzky) non è del resto ignota all’Europa: la calunniata Italia del Sud fu teatro di dure lotte contro i baroni (debellati da due secoli e più, e mal risuscitati ai fini elettorali, in questo secondo e più lurido mezzo Novecento da puzzolenti demagoghi che osano parlare di Marx e di Lenin) condotte dai Re svevi, angioini e spagnoli in parallelo a rivolte vere e proprie dei villaggi agrari e delle folle urbane.
Anche nella serie asiatica appare prima la città in cui il potere centrale ha i suoi nodi di “genio civile e militare” e appare come nel Medioevo europeo l’artigianato manifatturiero urbano. Prima che in Europa, vi appare la moneta ed il mercato interno, ed anche internazionale. Prima che in Europa, appesantiscono la società le classi intellettuali e colte, adoratrici insaziabili del sistema mercantile monetario, e ritarda solo una loro denunzia cosciente da parte della feconda classe manuale che, come primo fece Babeuf dopo la Rivoluzione francese, mette nella storia la Forza contro la Ragione – denunzia cui il contadino è impotente.
Tuttavia oggi la Forza sorge dal basso in sommovimenti formidabili, ed in un momento storico in cui i senza-riserva occidentali, i tagliati-fuori dalle condizioni naturali del loro lavoro, i proletari, sembrano avere dimenticato il lancio dei sassi della rivolta contro gli istruiti, i qualificati di burocratico grado, i pretoriani e gli sgherri statali e di classe di tutte le specie.
Unica via mondiale della dittatura antimercantile
Non abbiamo avuto bisogno di ricordare come la forma slava sia l’anello di congiunzione tra quella d’Europa e quella d’Asia, molto avendo detto a suo tempo sul come la Russia ha dato un feudalesimo di Stato; e poi un capitalismo di Stato, avendo la sua rivoluzione rinnegato il cordone ombelicale con la dinamica mondiale rivoluzionaria della concezione marxista, e uccisa poi l’organizzazione che lo esprimeva.
L’odio del contadino cinese ed orientale contro il mercantilismo interno e straniero che tartassa il suo collegamento al poco cibo che gli lascia la terra, trova a pilotarlo nella difficile via un poco numeroso proletariato industriale asiatico che dalle città – che hanno tuttavia scritto pagine di ribellione non seconde a nessuna tradizione europea – si ponga alla testa della rivoluzione.
L’aiuto della Russia proletaria rivoluzionaria sarebbe davvero stato bastevole a far trionfare anche nella Cina di oggi la dittatura dei proletari ormai sciolti da ogni legame colle condizioni di lavoro, ossia “aventi da perdere nella rivoluzione solo le loro catene, e il mondo da guadagnare” – il mondo dell’oggettività natural-tecnologica – se la controrivoluzione capitalista nei suoi trionfi dopo la prima guerra imperialista non fosse pervenuta, come sempre traditori aiutando, a tagliare il legame tra le dense masse dei proletari europei e il proletariato russo.
La tesi leninista della sintonia tra la lotta contro il capitale imperialista dei lavoratori delle metropoli e dei servi colorati di Oriente avrebbe trionfato, ma negli anni cruciali tra il 1917 e il 1923 lo scontro supremo fu perduto, e la storia dovrà riproporlo domani.
Non dovrà essere dubbio allora, se si sarà saputa vincere la battaglia della teoria, che descrivere il capitalismo nella sua profonda essenza come separazione del lavoratore dalle condizioni del lavoro non significa inserire in una scienza passiva una fredda definizione, ma significa, per il comunismo dialettico, lanciare la consegna incendiaria per la lotta distruttiva del sistema capitalista. Il lavoratore è tagliato fuori dal suo legame con la terra, gli arnesi di lavoro ed il prodotto del lavoro, perché non può più allungare le sue mani su nessuna di queste condizioni; egli è ridotto a una funzione soggettiva morta e perduta perché può toccare una sola cosa: quel pugno di luridi soldi che è il suo salario, e che solo è la sua proprietà.
La caratterizzazione marxista del modo capitalista nei termini che abbiamo trattato, e che mettono al di sopra di esso tutte le forme storiche più antiche in cui l’uomo non era gettato fuori dalla natura e ridotto a strumento del mostruoso Automa della Produzione, esprime che la dittatura proletaria rivoluzionaria dovrà avere un solo bersaglio: il nefando meccanismo mercantile e monetario. Mancando a questo, sarà vittoria del mostro capitalista e non del socialismo, come in Russia è stato. Ma lo scontro si riproporrà ad un proletariato mondiale e inter-razziale che di questo disastro avrà tratta la decuplicata forza di domani.
Base necessaria di questo ciclo immancabile è la sintonia della dottrina tra l’iter storico della razza bianca e quello delle razze di colore, sintonia che va ritrovata tutta nelle Tavole fondamentali della rivoluzione già stabilite da un secolo da Carlo Marx – che non ci consentiamo di elevare da Profeta a portavoce della classe espropriata dal Capitale del suo prolungamento nella Natura e nella Vita – al cospetto delle quali saranno oggi disonorati e sterminati domani i bestemmiatori.