Non mistica della libertà ma infamia della controrivoluzione
Per rivoltante che sia il losco cianciare sulla «libertà», che due esponenti-vertice dell’opportunismo politico italiota vomitano dalle colonne dei loro giornali, non possiamo mancare di spezzare, per la centomillesima volta, una lancia contro questa Turandot politica e i suoi «cortigiani», contro questa lubrica dea dell’olimpo borghese, in nome della quale è stato ed è giustificato ogni massacro, ogni «sacrificio» delle forze e degli interessi storici di classe del proletariato.
Abbiamo sempre sottolineato con vigore, e lo ribadiamo con sempre più energia, che peggiori nemici della classe operaia e del socialismo non vi sono – più ancora degli stessi suoi avversari frontali e aperti – di tutte quelle correnti e partiti politici, che, richiamandosi formalmente al socialismo e al comunismo, non fanno che innestare e mescolare al troncone marxista cocci e frantumi dell’ideologia borghese.
Mentre è trasparente che il processo evolutivo della controrivoluzione risolleva la logora impalcatura ideologica della classe «superfetata» sul terreno del processo produttivo, non è per contro meno evidente il fatto che il rispolverio più sfacciato delle categorie politiche congenitamente borghesi e smaccatamente controrivoluzionarie, viene operato da partiti e movimenti antiborghesi a parole, ma nei fatti anima e corpo legati alla conservazione di questa putrescente società, come i socialisti e i comunisti togliattiani.
Tutto il rigurgito storico delle dottrine politiche, sorte dalla società capitalistica, e impiegate allo sfruttamento del lavoro salariato e alla conservazione di un sistema sociale di conservazione inumano e oppressivo, quali la democrazia parlamentare, il legalismo costituzionale, la libertà politica, il pacifismo ecc., è stato infatti interamente raccolto dai suddetti partiti e dai medesimi posto a meta ed obiettivo della classe.
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La libertà, di tutti questi escrementi, è la «summa divinarum», la massima delle divinità.
Essa è prospettata come guida e limite di ogni azione. Ad essa giura e si inchina l’autentica peste piccolo-borghese, la purulenta cancrena controrivoluzionaria dei Saragat, Nenni Togliatti e consorti.
Categoria politica per eccellenza borghese, la libertà è anche divenuta lo strumento più controrivoluzionario che oggi si possa affacciare. Teorizzata dalla giovane borghesia rivoluzionaria per riflesso dello svolgersi storico delle forze produttive dai vincoli del sistema feudale, della necessità di spezzare la trama dei legami servili che a quello sviluppo si frapponevano, e di sgomberare la strada dell’accumulazione del capitale da tutti gli ostacoli politici degli ordini-casta; essa è connaturale al modo di produzione capitalistico: libertà del capitale di accumularsi, di espropriare, di circolare liberamente, di appropriarsi continuamente lavoro umano, di estorcere in modo crescente plusvalore. Codificata dalla borghesia vittoriosa, dalla stessa preposta alle sue più tipiche istituzioni politiche, la libertà rappresenta l’essenza del dominio di classe capitalistico; esprime tutto il senso oppressivo, antisociale, anarchico, inumano, di detta società. Smascherata in tutto il suo aspetto illusorio ed ingannevole dalla dottrina e dalla lotta di classe del proletariato, più che secolari, la libertà (con tutte le sue aggettivazioni) non ha che da essere travolta e inabissata in uno al suo presupposto materiale: il dominio politico della borghesia.
La vittoria rivoluzionaria del proletariato sopprimerà tutta la libertà politica della borghesia, in un primo tempo: abolirà ogni libertà politica in un secondo.
Forse che davanti a questi incarogniti opportunisti giova richiamare i fondamenti della dottrina comunista; o meno ancora rifare il percorso di quest’ultimo secolo di storia, per far ringurgitare le vomitate escrementa borghesi? La estensione della lotta di classe alla scala internazionale; l’avvicendarsi tempestoso delle guerre di stati e di classi; i massacri e le carneficine di sue sconvolgenti guerre di rapina; l’avvento del totalitarismo statale con la conseguente repressione spietata e capillare dell’avanguardia comunista rivoluzionaria; tutto ciò, dunque, non avrebbe altro valore di quello, stercorario, che con la libertà, nella libertà e per la libertà, si agisca e si avanzi?
Ovviamente il dilemma non è niente affatto di polemica teorica e storica. Esso è di reali rapporti di forza; di smascheramento feroce; di combattimento; di assalto; di completa demolizione.
La controrivoluzione corbella il proletariato imponendo alla sua adorazione il feticcio, che giorno per giorno la pratica e la necessità di reprimere le forze e le energie rivoluzionarie delle immense masse di sfruttati e di salariati costringono a mettere da lato. e a «profanare».
Essa magnifica, mercé tutti i ceri e gli incensi portati da quei partiti opportunisti, la dea libertà, che le consentirà di rimobilitare ancora una volta generazioni nuove di operai, per ricondurli ad un nuovo e più sanguinoso macello. La santifica per mano e per bocca di questi infami sicofanti, onde per tramite loro si scannino le classi sociali sfruttate, come già nelle passate guerre imperialistiche, in un nuovo e più allargato conflitto.
La imputridita società può tirare un respiro di sollievo davanti al losco cianciare sulla libertà dei Saragat – Togliatti. Esso ha un solo senso: perpetuare il dominio politico borghese; paralizzare il proletariato.
Ovviamente, per capire questo e vedere la perfetta identità della posizione del P.c.i. con quella cristiana, più antica nel tempo (cfr il n. 23 di Rinascita), non occorre possedere intelligenza speciale. Bisogna al contrario essere menomati da una testardaggine occhiuta per non capirlo e non vederlo. Si vorrebbe dire per Togliatti: «non ignorino gli increduli che la verità impudente, alla fine, potrà far scoprire le carte ai bari».
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Per noi, le cose sono abbastanza semplici e intellegibili, – non da ora, si intende, ma da periodi di distanza secolare: gli sciagurati opportunisti di oggi, mille volte peggiori di quelli del passato, non sono solamente i sacerdoti della dea libertà (borghese), i mistici di un feticcio da distruggere, ma anche e soprattutto gli infami servitori di una società schifosa; la feccia infame della controrivoluzione; i gendarmi del capitalismo contro il proletariato.
L’opportunismo politico deve dissipare le differenze che le apparenze implicano idolatrando le idee tipiche delle classi da stritolare; ma la sussunzione di queste non può non avvenire entro gli schemi formali della dottrina che si pretende rappresentare. Il risultato e il fine è sempre quello: somministrare ossigeno a un corpo in putrefazione, per prolungarne la fetida esistenza.
La società borghese è un cadavere che si regge in piedi solo per le forze fresche che l’opportunismo politico vi applica, dopo di averle tolte al proletariato.
La contrapposizione di democrazia a dittatura di classe; di pacifismo a rivoluzione; di legalità a violenza; di libertà ad autorità e dittatura esclusiva del PARTITO COMUNISTA; altro non è che l’affermazione della società borghese contro il socialismo; la negazione della rivoluzione comunista a favore della controrivoluzione borghese; la difesa infame della società di classe contro la storica liberazione del proletariato e dell’umanità tutta dallo schifo che quella promana.
Guerra sia a tutti questi filistei! Abbasso la loro libertà! Viva la Rivoluzione Comunista e la Dittatura del Proletariato!
[RG-35] La questione militare Pt.2
La questione militare e il proletariato
Nel corso dell’esposizione di cui abbiamo dato nell’ultimo numero le linee generali, vedremo come il proletariato – la classe più rivoluzionaria della storia, perché lotta per nascere fisicamente fino al momento della sua dissoluzione – si batta per formarsi nelle tre fasi del suo sviluppo storico: nascita fisica, nascita come classe che si costituisce in partito politico, formazione in classe dirigente che si costituisce in Stato dittatoriale. Storicamente esso combatte per esistere materialmente lottando a fianco della borghesia, poi per costituirsi in classe e, infine, per estendere la proletarizzazione della società prendendo con la violenza il potere politico (per es. Russia 1917). E’ quindi attraverso queste tre fasi storiche che dobbiamo seguire il fenomeno della nascita della classe proletaria.
Il problema delle alleanze
Data la struttura locale e nazionale della borghesia ed i suoi interessi antagonistici, le sue lotte si muovono in modo sinuoso e contraddittorio, e le diverse rivoluzioni borghesi, pur avendo la stessa natura, non presentano gli stessi caratteri, per il fatto che avvengono successivamente nello spazio e nel tempo, quindi in diverse condizioni di maturità delle forze produttive locali e generali. Inoltre, le zone che via via entrano nella lotta possono avere forme sociali di produzione differenti: in Europa, la lotta rivoluzionaria della borghesia si svolge contro rapporti sociali feudali poggianti sulla base della proprietà privata, mentre nel resto del mondo prevale la proprietà comune.
Dovunque, però, la ruota della storia gira irresistibilmente, sia pure con velocità diversa. Nelle stesse fasi di rinculo controrivoluzionario, le forme sociali continuano a svilupparsi, preparando nel sottosuolo potenzialità superiori a quelle che le forze reazionarie avevano potuto vincere precedentemente, cosicché la possibilità di marcia in avanti della storia diventano sempre maggiori.
Poiché i proletari si trovano coinvolti nella maggior parte delle lotte rivoluzionarie borghesi, il loro obiettivo segue, in questa fase, il corso sinuoso del movimento borghese.
Assistiamo quindi a situazioni storiche che possono sembrare, a chi non abbia una visione chiara del moto della storia, paradossali, ingarbugliate, assurde, perfino contro natura.
Così avviene che le due classi antagoniste per natura – la borghesia ed il proletariato – abbiano interessi “comuni” contro forze sociali precapitalistiche e quindi possano allearsi per separarsi in seguito o approfittare l’una della vittoria dell’altra, in quella che noi chiamiamo “rivoluzione doppia”: il trionfo sulle forze assolutiste è allora strappato non dalla borghesia, che pur avrebbe interesse a farlo, ma dal proletariato, che più tardi può dalla stessa borghesia essere battuto senza che la sua sconfitta sia stata storicamente vana.
In quanto dall’urto armato può dipendere la vittoria di una forza sociale o dall’altra, è evidente qui l’importanza che assume il gioco delle alleanze per l’affermazione e l’egemonia dell’una o dell’altra classe e dei relativi scopi. E’ dunque vitale sapere se il proletariato si mette al servizio della borghesia come suo strumento lasciandole la direzione ed i benefici del moto rivoluzionario, o se conserva la sua autonomia per realizzare le finalità sue proprie. Ma quando il proletariato può avere finalità sue proprie e disporre dei mezzi corrispondenti per realizzarli? Quando è divenuto una classe, cioè quando si è sviluppata una nazione capitalistica evoluta, il che non è vero solo del proletariato in questione, ma anche degli embrioni di strati proletari (industriali e contadini) in cui il proletariato non è ancora “classe nazionale”. Non è questo un punto di “tecnica rivoluzionaria”, ma un punto fondamentale che deciderà l’esito della lotta: l’internazionalismo della battaglia proletaria e dei suoi fini.
Ricordiamo però che anche quando il proletariato lotta apparentemente senza coscienza alcuna di classe e per scopi non suoi, sotto l’ala della borghesia, esso prepara già il terreno del proprio sviluppo e della propria esistenza e che, soprattutto, in quello stadio storico della stessa borghesia è ancora rivoluzionaria nel duplice senso che: a) abbatte le forze reazionarie che intralciano lo sviluppo di una produzione moderna; b) favorisce la formazione sociale del proletariato liberando il lavoro da ogni vincolo feudale e opponendolo direttamente al capitale. E’ quindi nell’ordine delle cose che il marxismo abbia il suo punto di partenza non nella prima rivoluzione proletaria, ma nel momento in cui la borghesia lancia il suo primo attacco rivoluzionario all’ancien regime: è da tutta questa lotta immensa che si sviluppa il suo programma.
Prime rivoluzioni borghesi e proletariato nascente
Più che lo sviluppo del primo Stato capitalista del mondo nell’Italia del Sud – nel 13° secolo, ed il suo prolungamento nei Comuni cittadini, dove il mercantilismo crea le basi di una prima forma di produzione capitalistica – ci interessa qui delinearne gli aspetti sociali, ricordando: 1) come il capitale accumulato in Italia poggiasse, prima che sul commercio, sulla grande proprietà fondiaria controllante l’approvvigionamento delle città, ed esportatrice di derrate alimentari; 2) come le ricchezze monetarie così accumulate si riversassero in una piccola industria soprattutto tessile che attingeva le sue materie prime prevalentemente nel Nord (Inghilterra per la lana, Fiandra per il lino e per le tele grezze da trasformare e tingere), ed era quindi vitalmente legata al mercato internazionale sul quale tornavano i suoi prodotti finiti (fiere della Champagne); 3) come, contrariamente agli artigiani, gli operai non lavorassero per una clientela diretta, ma per dei mercanti imprenditori che possedevano gli strumenti di lavoro, disponevano del monopolio del lavoro salariato, fissavano arbitrariamente i salari ed i fitti escludevano gli operai da ogni partecipazione alla vita politica, negavano loro il diritto di coalizione, colpivano di pena di morte lo sciopero. Nell’impossibilità di migliorare gradualmente e pacificamente le loro condizioni di vita, gli operai ricorrono spesso alla violenza, di cui tutta la sotria dei Comuni italiani è punteggiata. Abbiamo qui, in piccolo, una prefigurazione di quelle che saranno le condizioni invarianti di vita e di lotta del proletariato moderno.
Bloccato nel suo sviluppo in Italia e Fiandra, il capitalismo mercantilista prosegue la sua marcia in Inghilterra. Ma già questa prima disfatta ci insegna delle cose interessanti sulla situazione del proletariato nascente. Non è tanto lui ad essere vinto, quanto la borghesia rivoluzionaria. Infatti, la Guerra dei Cent’anni imepdisce il rimborso delle gigantesche somme prese a prestito dai banchieri itlaiani, che quindi in grande parte falliscono, e chiude ai mercanti il mercato inglese. Analoghi effetti hanno le lotte tra Papato e Impero, e l’avanzata dei turchi e dei magiari in Oriente: impotenti a resistere all’urto, le grandi repubbliche mercantili decadono, le città divengono preda di una piccola borghesia avida e reazionaria, il cui peso sul proletariato è ancora più oppressivo di quello della grossa borghesia mercantile: le corporazioni dominano il campo, la regolamentazione dei misteri soffoca lo sviluppo delle forze produttive, la miseria crescente dei salariati impedisce loro di prendere partito per il modo di produzione più progressivo.
L’asse dello sviluppo economico e sociale si sposta quindi verso il Centro Europa, dove appunto sulla base del capitale mercantile divampa la lotta contro il feudalesimo: è esso la forza sociale che dirige i moti delle città e delle campagne contro i signori feudali, anche se non si insisterà mai abbastanza sul ruolo rivoluzionario che in questa lotta ebbe la classe contadina, unica classe asservita. La lotta rivoluzionaria dei contadini segue, evidentemente il grado di sviluppo sociale dei singoli paesi e dell’insieme della Europa. Ma parte da una base e tende verso fini dfiversi a seconda che la sua azione si fonda sul lotto di proprietà privata che riesce a difendere contro le ingerenze della gerarchia feudale accaparratrice delle terre comunali, o invece sulla proprietà comune del suolo che riesce a mantenere contro le usurpazioni dei feudatari.
Contadini e proprietà privata
Diamo uno sguardo ai paesi in cui il processo di eversione del sistema feudale e di proletarizzazione del contadiname fu più tipico:
- In Svizzera, il feudalesimo non potè mettere solide radici a causa dell’indipendenza dei suoi abitanti disseminati in una regione aspra e montagnosa favorevole allo sviluppo della proprietà privata. La resistenza contro le forze feudali straniere della Borgogna e dell’Austria permise ai contadini di trionfare nei loro interessi immediati, ma dxella loro vittoria approfittarono socialmente gli artigiani e i mercanti (specie nella valle del Reno), i quali ben presto assoldarono la forza militare dei contadini stagionali che servirono in tutta l’Europa da mercenari e condottieri alle forze progressive in lotta contro la reazione feudale.
- Il movimento iniziato in Svizzera si sviluppa e si completa in Inghilterra. Qui, dove uno strato contadino libero si era già formato nel corso del Medioevo (non senza lotte sanguinose, anche se sporadiche), il capitalismo trova un terreno particolarmente favorevole grazie al livello raggiunto dalle forze produttive nel commercio e nell’artigianato. Ma il movimento non si arresta qui: una gran parte dell’aristocrazia si imborghesisce e, nei secoli XVI e XVII, si allea coi fittavoli, la burocrazia statale, la finanza legata al commercio internazionale e i manifatturieri: le terre dei contadini vengono usurpate e i beni della Chiesa confiscati a favore dei grandi affittuari, mentre lo sviluppo della manifattura trasforma gli arativi in pascoli per le greggi che costituiscono i campi della free yeomanry, il contadiname libero, finché poi il Parlamento emana le leggi sulle recinzioni (enclosures) delle terre comunali, già in atto malgrado l’accanita resistenza contadina: ecco realizzarsi il processo di espropriazione dei lavoratori, condizione dello sviluppo della produzione capitalistica. Parallelamente, nelle città, anche il ceto artigiano piccolo-borghese, già nerbo insieme ai contadini liberi dell’esercito di Cromwell, viene schiacciato con la forza e pauperizzato sotto il ruollo compressore della manifattura: ma la proletarizzazione avviene sopratutto nelle campagne, dove i lavoratori della terra espropriati attraverso un’offensiva di una violenza inaudita si sdoppiano in modo fecondo in salariati agricoli e in salariati dell’industria. E’ nato nel ferro e nel fuoco il proletariato inglese.
Questi sarà tuttavia in grado di combattere contro la propria borghesia solo quando il capitalismo si sarà reso interamente padrone della società inglese subordinando a sè l’aristocrazia fondiaria soprattutto con le riforme elettorali del 1831, l’abolizione dei dazi sui cereali nel 1846, – arma del trionfo della borghesia industriale non solo sulla grande borghesia terriera ma sulle frazioni di capitalisti ad essa legati, – e l’inizio della grande espansione commerciale e imperiale britannica. Non a caso in questo periodo si colloca anche la fase più accesa e battagliera delle lotte proletarie, quella del cartismo: il proletariato dà il suo appoggio alla borghesia contro l’aristocrazia fondiaria e nello stesso tempo comincia a porre rivendicazioni proprie; ma vittima della ripresa economica seguita al 1847, si troverà praticamente inerme e passivo quando, un anno dopo, scoppierà la rivoluzione europea. Costituito in partito politico autonomo e quindi in classe, il proletariato inglese è vinto prima della battaglia decisiva per i suoi obbiettivi storici.
- In Francia, la rivoluzione del 1789 avviene in condizioni di maturità eccezionale. Anche qui il capitalismo si era sviluppato nell’agricoltura (non a caso la Francia è la patria del fisiocratismo), e affitturari e proprietari fondiari avevano cominciato ad allearsi per sviluppare nelle campagne la produzione capitalistica. Ma il processo di espropriazione dei lavoratori della terra si scontro in una resistenza accanita, e la violenza vi ha un ruolo eccezionale, suscitando a sua volta da parte dei contadini una violenza non meno forte e diretta sia ad abbattere le forme di sfruttamento feudale gravanti sulle loro spalle, sia ad espropriare i signori e il clero delle terre comunali usurpate. In tal modo i contadini allargano e generalizzano la proprietà particellare a aprono il libero accesso alla terra. E’ in questi interessi materiali immediati che il contadiname e la rivoluzione francese attingono le loro forze vive e la loro violenza, ritardando però nello stesso tempo lo sviluppo capitalistico nell’agricoltura e in parte anche nell’industria, e gettando le basi delle tendenze piccolo-borghesi così tenaci nella Francia del secolo successivo e rappresentate dagli ambienti democratici, repubblicani e proudhoniani.
La forza rivoluzionaria del contadiname francese si espresse tuttavia ancora nella difesa delle conquiste della rivoluzione contro la reazione assolutistica all’interno dell’edificazione dello Stato borghese militare, e nella protezione della repubblica contro gli attacchi dell’assolutismo feudale centro-europeo alleato col concorrente borghese britannico: negli eserciti rivoluzionari e in quelli napoleonici, la classe contadina francese seppe riportare vittorie clamorose liberando un certo numero di paesi europei dai vincoli economici e politici feudali. Ma era qui, anche, il nec plus ultra delle sue aspirazioni e del suo compito storico: chiuso entro l’orizzonte borghese, il contadiname particellare assicura d’ora innnzi la stabilità sociale della broghesia capitalistica regnante sull’insieme della società, sommergendo il giovane proletario babouvista chiuso nei sobborghi della capitale, e rappresentando fino alla Comune ed oltre l’indispensabile cuscinetto ammortizzatore dei grandi scontri di classe.
Contadini e proprietà comune
Esiste tuttavia un altro contadiname rivoluzionario che ha legato la sua azione non alla proprietà privata particellare, bensì alla difesa della proprietà comune contro i signori feudali, – il che spiega perché, ad es., in Germania il movimento di Münzer non abbia fatto precipitare al livello feudale, piccolo borghese e borghese, la classe contadina tedesca.
- Germania. E’ in Germania che il marxismo nacque d’un blocco solo, nel 1848, e non a caso, perché ivi a causa dell’impotenza rivoluzionaria della borghesia nazionale, sotto l’egida dello stato prussiano, solo la classe dei lavoratori poteva far avanzare la ruota della storia prendendo la direzione del movimento e imponendo la su forza e il suo programma a tutto il popolo: ivi, «la rivoluzione di un popolo e l’emancipazione di una classe particolare della società borghese coincidevano».
Ma questa situazione era il frutta di una lunga storia di secoli durante i quali la Germania aveva consumato le sue energie nella difesa dell’«Occidente avanzato» prima, sotto la pressione dei grandi Stati vicini, più tardi, infine e soprattutto in seguito alla sanguinosa repressione della guerra contadina del Cinquecento e, in particolare, della sua manifestazione estrema, la rivolta di Münzer, «questo rappresentante della classe posta completamente al di fuori della società ufficiale, cioé dei primi elementi del proletariato che presentisce il comunismo» (Engels).
Il fallimento di quel grandioso tentativo rivoluzionario, i cui bagliori di fuoco riempivano ancora di spavento i borghesi del 1848-50, ebbe sulla situazione della classe contadina tedesca conseguenze di vasta portata. Anzitutto il contadiname venne sottoposto ad uno sfruttamento anche peggiore di quello della sua controparte russa, e abbandonato totalmente alla mercé del signore feudale. Occorreva che le forze rivoluzionarie di Napoleone – formate essenzialmente da figli di liberi contadini – calpestassero il suolo tedesco per infrangere questa situazione: il 14 ottobre 1806, in un sol giorno, tutto lo stato prussiano volò in pezzi e i contadini festeggiarono, a ragione, questo giorno ancor più del lontano 18 marzo 1848. Ma, sul piano pratico, il contadino si vedrà ben presto carpire i frutti dell’«emancipazione» napoleonica, giacché non solo il celebre editto del 9 ottobre 1807 che sulla carta aveva abolito il servigio feudale restò lettera morta ma quattro successive ordinanze dal 1808 al 1810 ne aggravarono le condizioni, e solo quando Napoleone mosse guerra alla Russia ed ebbe bisogno di forze fresche, il nuovo editto del 14.11.1811 raccomandò a contadini e signori di accordarsi pacificamente per eliminare le corvées e altri oneri feudali entro un periodo di due anni, trascorsi i quali un’apposita commissione regia sarebbe intervenuta di autorità. Ma la nobiltà non si scompose, Napoleone era di ritorno che i due anni erano già trascorsi e, dopo il suo crollo definitivo, l’ordinanza del 15-5-1816 lasciò l’iniziativa della liquidazione dei carichi feudali alla discrezione dei signori che ne approfittarono per riprendersi, con l’aiuto dello Stato assolutista, anche il poco che avevano perduto.
Wolf, cui Marx, dedicò il Capitale, calcolava che l’insuccesso della violenza contadina avesse fruttato alla reazione, dopo il 1816, un miliardo di marchi. Contro gli infami sistemi di riscatto dei carichi feudali, nel 1848, i contadini scatenarono di nuovo la loro violenza, soprattutto in Slesia, distrussero castelli e bruciarono le carte relative agli accordi sulla liquidazione degli oneri feudali; ma, quando la nuova sconfitta consolidò il ministero reazionario Brandenburg-Manteuffel, l’editto del 2-12-’48 ristabilì l’antico sistema di riscatto e poco dopo sotto la pressione della rivoluzione, nel marzo 1850, un’ordinanza prescrisse la trasformazione dei canoni fondiari in natura in canoni in denaro, aprendo la via all’introduzione del capitalismo in agricoltura. Così altri miliardi furono estorti e, servendo da fondo di accumulazione, permisero un rapido sviluppo anche dell’industria, il cui livello di esportazione sul mercato mondiale superò ben presto quello degli Stati Uniti avvicinandosi a quello della Gran Bretagna.
Comunque, vediamo come sia la lotta di classe condotta ad oltranza – la violenza – uno dei fattori essenziali dell’insediamento e dello sviluppo ulteriore delle strutture economiche moderne. Non si tratta per noi di eventi storici morti: Marx non solo seguì con ansia le ripercussioni dell’insuccesso dei moti contadini in Germania, ma ancora nel 1856 pensava che quell’energia rivoluzionaria esistesse ancora, se collegata a quella del proletariato tedesco e internazionale: «Tutto il problema – scriveva contro Lassalle – consiste in Germania nel sostenere la rivoluzione proletaria con una nuova edizione della Guerra dei contadini». La sua prospettive del 1848 era questa: il proletariato francese, malgrado il suo debole sviluppo, attacca direttamente la borghesia e la sua pletorica alleata, la piccola borghesia, per impadronirsi del potere, mentre il proletariato tedesco, appoggiandosi su una «Parigi rossa» e sul contadiname in rivolta, distrugge le vestigia delle forme precapitalistiche e muove guerra a quelle stesse forze nell’Est europeo.
Si vede bene qui come la ruota della storia abbia rapidament egirato, le rivoluzioni anticipando sempre, quando falliscono, sullo sviluppo storico successivo. Nel 1917 la parola d’ordine era l’aiuto del proletariato tedesco al debole proletariato russo in lotta contro l’assolutismo zarista prima, per i suoi propri fini di classe poi. La Prussia assolutista, nel 1849 alleatasi con le forze reazionarie dello zarismo per frenare il moto rivoluzionario, era nel ’17 pienamente capitalista, e fu la rivoluzione proletaria russa a trasmettere il fuoco dell’incendio rivoluzionario socialista alla Germania.
- La Russia, con le sue strutture arretrate, fungeva al tempo di Marx da gendarme reazionario in Europa al soldo dell’Inghilterra. Per spiegarne la situazione sociale e le prospettive rivoluzionarie. Marx dovette risalire alla storia del 12° sec., quando il feudalesimo russo indietreggiò di fronte all’ondata mongola. Come in Germania, la proprietà comune vi rimaneva vivace; come in Germania, le prospettive di rivoluzione borghese vi erano scarse: il comunismo trovava invece un alleato potente nella comune agricola: la Russia poteva sfuggire alla fatalità del passaggio per il capitalismo «perché, grazie ad una combinazione di circostanze uniche, la comune rurale [che per Marx non era affatto una «particolarità russa»; egli ricorda come sopravvivesse nel suo distretto di Treviri], ancora stabilita su scala nazionale, può gradualmente spogliarsi dei suoi caratteri primitivi e svilupparsi come elemento di produzione su scala nazionale». Ecco quindi, nella prefazione del 1882 all’edizione russa del Manifesto, la grande ipotesi: «L’obscina russa, questa forma in gran parte già minata dall’antichissima proprietà comune del suolo, può passare direttamente alla forma comunista superiore di possesso collettivo della terra, o dovrà prima attraversare lo stesso processo di disgregazione che costituisce lo sviluppo storico dell’Occidente? La sua risposta possibile oggi è: se la rivoluzione russa diverrà il segnale di una rivoluzione proletaria in Occidente, in modo che le due rivoluzioni si completino a vicenda, allora l’odierna proprietà comune della terra in Russia potrà servire come punto di partenza ad uno sviluppo in senso comunistico».
In seguito, Marx ed Engels guardarono con ansia allo sviluppo del capitalismo e alla parallela dissoluzione della proprietà comune in Russia. Si sarebbe posta all’ordine del giorno una rivoluzione borghese pure e semplice? La risposta bolscevica fu netta: il proletariato russo, in stretto legame col contadiname, avrebbe preso su di sé, trovando il suo unico e vero appoggio nel proletariato dell’Europa progredita, il compito di una doppia rivoluzione, nella quale la dissoluzione delle strutture economiche e sociali accelerata dalla guerra le avrebbe imposto di applicare nelle campagvne il programma agrario dei socialisti rivoluzionari sotto la direzione bolscevica e nel quadro della dittatura comunista, poggiante sulla violenza proletaria e canalizzante la violenza del contadiname povero.
Economicamente, il contadiname comunista-primitivo russo non ha potuto essere salvato, ma esso ha fatto trionfare col proletariato industriale la rivoluzione socialista. La controrivoluzione staliniana doveva abbassare questa classe ad un livello inferiore allo stesso livello borghese, alla forma piccolo-borghese dei cholchos. Solo una aprte di essa costituisce oggi il proletariato industriale, che sarà domani il becchino del capitalismo russo. Questa sorte era stata risparmiata al contadino tedesco che, all’Est, formava il grosso dell’esercito proletario quando la borghesia fu al potere.
D’altra parte, la vittoria della controrivoluzione in Russia e in Europa non ha potuto impedire alla proletarizzazione di continuare nel mondo intero. Tale è il risultato dell’immenso moto rivoluzionario dei paesi coloniali di questo dopoguerra, in cui la classe contadina ha giocato un ruolo di primo piano pur movendosi sul terreno borghese. Malgrado la controrivoluzione, essa, pur con tutti i suoi limiti, è divenuta l’esecutrice testamentaria delle decisioni del congresso di Baku della III internazionale.
La lotta del proletariato, classe per il capitale
Piccolo schema teorico
Abbiamo analizzato fin qui la formazione del proletariato a partire dal piccolo produttore agricolo, e non seguiremo in dettaglio la sua formazione partendo dalla decomposizione di piccolo borghesi, artigiani, piccoli industriali, bottegai ecc. poiché essa è relativamente secondaria: la loro lotta è incosciente e la storia ama ironizzare a spese loro e di chi vi lega la propria sorte. La situazione economica e la direzione politica – borghese e raramente proletaria – decidono del destino di queste categorie ibride. Quando esse combattono per finalità proprie contro la borghesia, è una lotta perduta in partenza perché è reazionaria e mira a salvare dalla rovina la loro esistenza in quanto classi medie. «Se sono rivoluzionarie, lo sono in vista del loro imminente passaggio al proletariato; ma allora non difeondono i propri interessi presenti, bensì i propri interessi futuri; abbandonano quindi il loro punto di vista per adottare quello dei proletari» (Manifesto).
Consideriamo ora la lotta del proletariato quando «non è ancora una classe per sè, ma lo è già per i capitalisti che lo sfruttano («Miseria della filosofia»). Nella sua lotta contro la nobiltà, la borghesia aveva conservato durante un certo tempo per tradizione, le concezioni teologiche. Allo stesso modo il proletariato, all’inizio, prese a prestito le concezioni giuridiche e sociali del suo avversario, la borghesia, e vi cercò delle armi: il suo terreno giuridico rimase salvo limitate aggiunto o varianti, quello della borghesia.
Lo schema delle lotte che si svolgono in questa fase dello sviluppo proletario è il seguente: Da una parte, il giovane proletariato estende la rivendicazione dell’uguaglianza in modo da completare l’eguaglianza giuridica con quella sociale. Dall’altra, afferma il diritto al lavoro, il diritto all’esistenza e la rivendicazione di una «giusta ripartizione» del frutto del lavoro.
Ma ben presto il proletariato avverte che mantenere queste rivendicazioni su un piano puramente giuridico non significa affatto eliminare i mali generali del modo di produzione capitalistico.
Di qui l’abbandono del terreno giuridico da parte dei migliori teorici fra i primi socialisti (Saint-Simon, Fourier e Owen) e la loro tendenza a svalutare persino l’efficacia della lotta politica.
Ma il rigetto della lotta politica da parte degli utopisti risulta in pratica irrealizzabile, perché la classe operaia trova nella lotta di classe l’unico campo di attività possibile per la difesa dei propri interessi. Solo dei dottrinari potevano nutrire illusioni e propagandare errori come quello ben noto che l’appropriazione di plusvalore è un furto e che le classi privilegiate intascano un reddito senza una contropartito alla società. «Essi ignorano completamente che le classi dominanti, nella fase ascendente del loro sviluppo, svolgono ben determinate funzioni sociali e appunto perciò sono le classi dirigenti». I capitalisti hanno quindi storicamente un «diritto» al plusvalore, che il giovane proletariato riconosce loro per i servizi che rendono alla società aumentando le forze produttive rispetto al modo di produzione precedente; e di fronte a questo «privilegio» la sua lotta momentaneamente si arresta. (In Saint-Simon, gli industriali non figurano tra gli oziosi e, fra i redditi parassitari», non trova posto il profitto). Fissato il principio che al capitalista spetta il prelievo di una parte del prodotto del lavoro dell’operaio, si tratta quindi di stabilirne la grandezza in rapporto a quella che va all’operaio. L’evoluzione storica della lotta è dunque chiara: il diritto al lavoro e la giusta ripartizione del prodotto del lavoro, che rappresentano l’affermazione, la difesa e la diffusione del capitalismo, diventano parole d’ordine di difesa economica del proletariato, e non appena brandite dai proudhoniani, si trasformano nella rivendicazione dell’«integrità del prodotto al lavoratore», della difesa di lavoratori in possesso degli strumenti di produzione e ansioni di mantenere una società basata sulla proprietà privata e sullo scambio. Il contenuto reazionario, demagogico e ingannevole di tali rivendicazioni e parole d’ordine in quanto riprese dai proletari senza riserve del capitalismo avanzato è ovvio: il comunismo rivendica al contrario il ritorno dei mezzi di produziuone e dei prodotti a tutta la umanità lavoratrice; ma ciò presuppone l’azione rivoluzionaria della classe proletaria, e significa l’eliminazione di ogni proprietà di persone o gruppi di là della società capitalistica.
Tra le prime e confuse formulazione del proletariato e il suo programma integrale, v’è – come vedremo in una successiva riunione – un salto qualitativo: la formazione del partito rivoluzionario. Vedremo allora come il Partito riesca a fondere le rivendicazioni economiche e quelle politiche in vista dell’obbiettivo finale della classe. L’opposizione storica tra le rivendicazioni economiche che sole erano possibili iun un primo stadio, è allora per sempre superata. Nello stesso tempo, è con la nascita del partito rivoluzionario che il problema militare della lotta proletaria si pone coscientemente.
La fiaba della «civiltà del benessere»
Fra le manovre più comuni di cui la classe dominante si serve per offuscare nella mente degli operai la visione del processo storico che fa di loro a un tempo le vittime di un sfruttamento crescente e l’arma della sua eliminazione rivoluzionaria, v’è quella di martellare nelle loro teste l’idea che i progressi realizzati dalla tecnica capitalistica, il suo diffondersi mondiale, l’apparente benessere di talune aristocrazie del lavoro, il generalizzarsi della democrazia, la stessa degenerazione della rivoluzione russa, rappresentino una smentita del marxismo, il quale «non avrebbe previsto tutto ciò» e quindi non potrebbe fornire al proletariato un valido strumento di guida per le lotte avvenire. Non è una manovra nuova, perché ogni riformismo e trasformismo… l’ha sbandierata; ma quello che le conferisce un’apparenza di novità e addirittura di plausibilità è il fatto che sulla stessa linea di sostanziale accettazione dell’ordine costituito, delle sue possibilità di graduale trasformazione, delle sue ideologie di pacifismo sociale e interstatale, si schierino e sempre più si schiereranno dei partiti e delle nazioni sulla cui bandiera è iscritto il nome di socialismo e comunismo.
In questa reclamizzazione della capacità del capitalismo di riformarsi per il «bene di tutti» si sono distinti gli organi di stampa della borghesia più «intelligente» cioè più sensibile ai propri interessi di classe e ai più raffinati modi di proteggerli dalla eventualità di un assalto rivoluzionario; per esempio, la torinese «Stampa», notoriamente legata alla grande industria automobilistica, con la serie di articoli (da noi già più volte commentati) sui paesi cosiddetti socialisti e sulla situazione della classe operaia e dei suoi partiti in essi. L’idea-base e le conclusioni di queste corrispondenze erano unanimi: il mondo batte vie nuove, ha trovato nuovi modi e sistemi di convivenza sociale, e il mondo socialista buttando a mare ogni «dogmatismo» e «talmudismo», va a poco a poco schierandosi sullo stesso fronte della «affluent society», la società del benessere made in USA, che è poi il fronte dell’antico riformismo contrabbandato come merce nuova di zecca, come trovata «neocapitalista».
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E’ vero che, parallelamente a questa «constatazione», – giusta non già perché ci troviamo di fronte a «fatti nuovi», ma nel senso che l’Est finto-socialista getta ogni giorno più la maschera e si autoconfessa capitalista, – i gazzettieri borghesi si divertono a sottolineare l’abisso che divide le condizioni della classe operaia laggiù e quelle del «felice» Occidente: ma lo fanno solo per dimostrare, una volta di più, che anche l’ultimo legame col passato marxista e rivoluzionario dev’essere buttato a mare, per mettersi in linea e sullo stesso traguardo coi paesi più «evoluti», dove nulla di tutto questo esiste più, dove il capitalismo si è pienamente riformato, dove le divisioni di classe tendono a … scomparire, dove la stessa concentrazione del capitale è un fatto di altri tempi, e la proprietà, come si dice, si è «disseminata» o «democratizzata».
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Il guaio è che gli stessi organi di stampa, quando passano a disegnare il quadro del prospero e felice Occidente, non hanno proprio nulla di meglio da fornire e, caso mai, recano senza volerlo acqua alla dimostrazione che il marxismo aveva diagnosticato alla perfezione lo sviluppo della società basata sulle merci, sulla moneta e sul profitto. Leggiamo per esempio le corrispondenze di Michele Tito (del resto molto superficiali) sulla situazione della classe operaia, dei ceti medi e della grossa e grossissima borghesia, in Francia, cioè in uno dei paradisi del «neocapitalismo» contemporaneo. Ci limitiamo, si badi bene, a trascrivere alcune frasi (gli articoli al completo si possono leggere su «La Stampa» del 19 e 25 maggio e del 1° giugno):
«I sindacati lanciano grida di allarme per il fenomeno della depauperazione progressiva del ceto operaio». (Possiamo ben immaginare come debba essere avanzato questo fenomeno, se gli ultra-opportunisti sindacati francesi, gli stessi che hanno pompieristicamente diretto e sabotato lo sciopero dei minatori, se ne allarmano. D’altra parte, come si conciliano queste affermazioni con la proclamazione corrente che la teoria di Marx sull’immiserimento crescente allo stato dei fatti s’era dimostrata falsa?. Ma proseguiamo nella lettura e troveremo altre conferme: «Nove milioni di famiglie , su 14 milioni, non sono tassate perché il loro reddito non raggiunge il minimo tassabile. Tre famiglie su 4, nonostante che, soprattutto nel ceto operaio, lavorino il marito e la moglie, non interessano il fisco… Ad eccezione della categoria dei tipografi nessun operaio supera i 100.000 vecchi franchi mensili… Nelle città, due milioni di appartamenti non hanno l’acqua, come metà delle case abitate a Parigi da famiglie operaie… Un terzo delle famiglie operaie, nel 15° arrondissement della capitale, abita in soffitte… senza acqua, senza riscaldamento, nel venti per cento dei casi perfino senza luce… I figli degli operai lavorano tutti, a sedici anni; solo tre studenti universitari su cento sono figli di operai, e solo un figlio di operaio su 900 non vivrà la stessa vita del padre».
Ecco alcuni (e non certo i più stridenti) risultati del «benessere diffuso»: una vita tirata al limite della sopravvivenza, dal cui cerchio è quasi impossibile sfuggire (ammesso che sia un modo di «sfuggirvi» quello di diventare piccoli borghesi!). E poco importa che l’articolista si affanni a descrivere – per dimostrare la sua tesi benesseristica – la febbre delle vacanze, degli elettrodomestici, delle automobili da cui lo stesso proletariato è preso, e che lo spinge a faticare ancora di più e a mangiare e a dormire di meno sacrificandosi sull’altare della «produzione crescente» e correndo dietro il miraggio di una prosperità fittizia. Anche qui ci soccorre, guarda un po’, il vecchio e superato Marx quando, nei bisogni che agitano una classe sociale, distingue quelli materiali insopprimibili ( cibo, vestiario, casa ) e quelli sociali, storici, cioè legati e in un certo senso imposti dalle condizioni generali di vita della società in cui questa stessa classe si trova. Oggi, in un periodo di incontrastato dominio borghese, dei suddetti «bisogni» si è fatto un feticcio, li si è trasformati in bisogni non soltanto «sociali» ma addirittura «umani», che bisogna soddisfare pena la ricaduta in una condizione preumana e belluina: lungi dal costituire per l’operaio un elemento di «benessere», nella società d’oggi essi sono il sinonimo di una reale miseria diffusa, di una crescente «pena di lavoro», che logora il corpo e svuota il tanto idoleggiato «spirito». E’ questa la base della «civiltà dei consumi», della sua pubblicità martellante, della sua esaltazione delle macchine, della tecnica, della «scienza»: come una volta si sfruttavano territori e popoli colonizzati pretendendo tuttavia di iniziarli alle gioie e meraviglie del progresso, così oggi si sfrutta due volte (prima nelle galere aziendali, poi nella galera del mercato) una classe alla quale prima si estorce pluslavoro, e poi si impone di consumare plusprodotto. Come meravigliarsi, poi, che: «i servizi sociali della Renault hanno accertato che, verso il 15 del mese, non viene più chiesta carne alla mensa e il consumo della frutta è ridotto di due terzi»? Per soddisfare i cosiddetti «bisogni sociali», anzi «umani», cioè per aiutare la macchina produttiva a girare sempre a pieno ritmo, l’operaio deve rinunciare ad almeno una parte dei volgarissimi e dileggiati «bisogni materiali»: andrà in lambretta o in seicento, ma non consumerà frutta né carne, si indebiterà e, in fabbrica, farà lo straordinario in barba alla conquista delle 8 ore. Il benessere, o meglio l’illusione del benessere, agli operai costa caro: costa sangue e carne.
Vanno meglio le cose per quel che riguarda la proletarizzazione dei ceti medi? Dice l’articolista: «Oltre la metà degli impiegati, pubblici e privati, guadagna meno di 80.000 vecchi franchi mensili. Circa due milioni di loro non toccano i 60.000 franchi, e ve n’è un milione che non supera i 45.000… In complesso la vita di un impiegato, in Francia, è forse più difficile di quella di un operaio». Già, più difficile, perché il piccolo borghese, scaduto al livello proletario, deve purtroppo difendere un altro feticcio sociale, il decoro del suo misero, consunto colletto bianco.
E’ almeno vero che le distanze fra le classi si sono – come si dice – ridotte? Leggiamo (nel numero del 1° giugno): «In un paese dove si calcola che per risolvere la crisi degli alloggi occorrerebbe costruire due milioni di appartamenti, che conta otto milioni di appartamenti considerati troppo vecchi, che acquista a rate, attraverso una pianificazione nei decenni… il divario dei guadagni tra un salariato agricolo e un dirigente di industria o un alto burocrate o un grande professionista è, a volte, di uno a quattrocento… Il fisco confessa di non poter accertare i loro redditi esatti ed a essi attribuisce più del trenta per cento delle somme perdute dallo stato a titolo di imposte».
Commovente, vero?, l’amor di patria ed il senso di dovere civico di questa banda di ladri manovratrice di miliardi, di popoli e di nazioni. Ma, proseguiamo, «enfants de la Patrie!!!» : «I due terzi delle ville di campagna e il settanta per cento delle macchine più lussuose appartengono a questo gruppo… I nove decimi degli appartamenti considerati a Parigi di gran lusso sono abitati da loro, il loro apporto alle spese per le vacanze è sessanta volte superiore a quello degli operai… In venti anni il potere di acquisto reale del salario operaio è aumentato del venti per cento, quello dei dirigenti industriali dell’ ottanta per cento».
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Ed ecco allora dimostrato, per bocca di un articolista apologeta della borghesia, quello che il marxismo ha sempre sostenuto: che il potere economico, sociale e politico, si concentra sempre più in una cerchia sempre più ristretta di mani; che l’abisso fra questo nucleo centrale dominante e i salariati (e gli stessi ceti intermedi) non solo non si restringe, ma aumenta; che alle sue dipendenze la grossa borghesia tiene un esercito di funzionari ai quali distribuisce una parte del plusvalore spremuto ai lavoratori e sui quali riversa una parte del suo «prestigio» dorato; che in questa società l’operaio non solo non esce dalle condizioni primitive di immiserimento relativo, ma paga l’illusione di un più alto tenore di vita con una «pena di lavoro», una fatica fisica e nervosa, crescente; che le riforme (tra l’altro, quella suprema beffa che è la «giustizia fiscale») non cambiano nulla nella realtà della situazione degli sfruttati, ma ne infiacchiscono l’istinto di rivolta, e che, infine, le denunce lanciata dal marxismo, vecchie di oltre un secolo, sono sempre più vere.
Il favoleggiato «benessere» è in realtà più che mai benessere di pochi, benessere di una classe, benessere che condanna la stragrande maggioranza del genere umano a faticare per le esigenze del capitale. Noi non possiamo né vogliamo fare sfoggio di cultura, di erudizione, di ricerca di «novità». Noi ci teniamo legati alle vecchie bandiere che non ammaineremo mai, al filo di una tradizione gloriosa, alla teoria e al partito rivoluzionario della classe operaia, e senza eccitazioni e senza tentennamenti sappiamo di avanzare col passo sicuro e cadenzato della rivoluzione comunista. Rese sicure le spalle da una teoria che gli altri cianciano superata, siamo gli unici a poter guardare all’avvenire.
Nostri ghetti di emigranti
Bisognerà pure, un giorno, prendere in esame dal nostro punto di vista e coi nostri occhi il problema delle condizioni di vita create dal miracolo economico alla manodopera meridionale emigrata nel Nord per sfuggire alla miseria e trovatasi quassù a gustare le delizie del grande capitalismo industriale; manodopera ultra sfruttata sul luogo di lavoro, ultra sfruttata dai proprietari di «case» o di autentiche baracche (le bidonvilles non sono un fenomeno soltanto francese, né abitate soltanto da manovali algerini), e per soprammercato circondata da uno stato d’animo tendenzialmente razzista germogliante nelle «civilissime» popolazioni nordiche e serpeggiante, ahinoi, perfino in ambienti proletari e, di certo, almeno nell’ «aristocrazia operaia».
Per ora, limitiamoci a qualche documentazione di fonte borghese «benintenzionata» di quelle cioè che si sono accorte dell’esistenza di un «ghetto degli immigrati» e se ne scandalizzano per via del prestigio cittadino o della morale. La Stampa del 2 giugno getta un’occhiata sugli aspetti meno clamorosi del fenomeno parlando di una «locanda» nel centro di Torino:
«Vi dormono ogni notte almeno 150 uomini, quasi tutti immigrati, gente che è venuta a Torino spinta dalla miseria, e che qui sta lottando per conquistare un posto di lavoro e un pezzo di pane per i figli rimasti al paese. Ma quanta fatica e quanti sacrifici. Certi manovali non prendono più di 230 lire all’ora. A sera, stanchi, sudati, sporchi rientrano in questa specie di abituro dove pagano per una notte, 210 lire. Le stanze più piccole contengono tre letti, le più grandi quindici o venti. In un locale può starci, oltre i letti, al massimo un comò o un armadio, tutti mobili di 30-40 anni fa, sgangherati, sfondati,inservibili.
«Se uno dovesse descrivere con accuratezza e verismo le condizioni igieniche di questi locali, turberebbe troppo il lettore [non, non «turbatelo», per carità!]. Bisogna limitarsi a qualche accenno: le lenzuola e le federe vengono cambiate una volta ogni trenta giorni; la stoffa dei materassi e dei cuscini è nera della sporcizia di chissà quanta gente; di notte, quando le luci sono spente, c’è ovunque l’assalto delle cimici: escono dagli interstizi delle reti, dalle fessure dei muri e del pavimento, diventano la dannazione di chi vorrebbe dormire. Una decina di giorni fa il titolare della licenza ha acquistato, in blocco, una partita di materassi dei quali un’altra locanda di questo tipo aveva voluto disfarsi: sono ancora più carichi di cimici di quelli che hanno sostituito.
«In tutte le stanze, ma specialmente nelle camerate, il tanfo è insopportabile, viene dai letti, dai muri, dal pavimento, dagli abiti sporchi. Questa gente che può soltanto lavarsi la faccia, nei quattro o cinque rubinetti che devono servire per tutti.
«Otto giorni fa le camere sono state disinfestate: una spruzzata che ha lasciato le cose esattamente come prima. E può darsi che sia l’unica operazione igienica dell’anno: nel 1962, infatti, le stanze furono disinfestate una volta sola. C’è un uomo che vive in questa locanda da 36 anni. Adesso ne ha 72 ed è mutilato di una gamba dal 1911. Riceve un po’ di assistenza dall’Eca, tanto per pagare il dormire, per il resto si arrangia, mangia come può, quando ne trova. A parlare della sua vita passata fra queste mura si mette a piangere: «Che tristezza – dice -sapete!». E’ facile capire che ha ragione.
«La locanda di cui parliamo non è l’unica, a Torino: ce ne sono in Borgo Po, in San Donato, in Barriera di Milano, tutte su questo piano di miseria, di squallore e di assenza completa di igiene. E’ quasi [!!!] incredibile che tanti immigrati debbano sottostare a queste situazioni così degradanti, per trapiantarsi dal Sud al Nord, per inserirsi nel lavoro delle nostre fabbriche».
E, dei lettori avendo espresso la speranza che si trattasse di un’eccezione, ancora la Stampa dell’11 giugno:
«Dobbiamo deluderli. Locande come quella ce ne sono altre. Abbiamo fatto un giro per visitarne alcune. La prima che abbiamo visto, nell’Oltrepò, può stare alla pari con quella descritta: «oggi non si fa credito, il letto viene pagato in anticipo» c’è scritto sulla porta della custode.
«La casa è vecchissima, forse una volta era una cascina, le 20 camere sono sparse un po’ dappertutto, nei tre piani e nelle soffitte, al di qua e al di là del cortile. I letti sono un centinaio, sgangherati, sporchi; per rimetterli in ordine, al mattino, ci pensa una donna sola; è facile intuire con quale cura potrà dedicarsi alle pulizie. La tariffa è di 230 lire per notte e dà diritto al cambio delle lenzuola una volta al mese. «Cimici?» «Non me ne parli – dice uno degli ospiti -;certe notti non si dorme, sembrano più accanite del solito, bisogna camminare avanti e indietro per la camera perché a letto non si può stare. Verrebbe voglia di dar fuoco a tutto.» Ma la donna della pulizia ci rassicura premurosa: «Tutto in ordine, parassiti in casa nostra, nient’affatto».
«In Borgo san Donato c’è una locanda con una ventina di camere, 60 letti: la casa è a due piani, vecchia, ma compatta, forse i parassiti non ci sono. I servizi igienici sono scarsi per tanta gente e non sempre sono usati come l’educazione insegnerebbe [!!!]. La tariffa per notte varia dalle 250 alle 275 e 300 lire a seconda del numero dei letti riuniti nella stessa camera.
«Nel centro della vecchia Torino, in un palazzo settecentesco che fu di nobile fattura, c’è una di queste «case d’alloggio». Le camere sono 14, i letti 52. Gli ospiti dicono che ai parassiti soliti che abitano nei letti e nelle crepe dei muri si aggiungono, di notte, grossi topi che entrano per i buchi delle porte. La tariffa si aggira sulle 400-450 lire per notte: siamo in pieno centro e le comodità [un po’ di ironia ci vuole, per non «turbare» il lettore] bisogna pagarla.
«Nello stesso quartiere c’è una locanda che ha 16 letti, due per camera, e la tariffa di 350 lire, ma questo, rispetto all’altro, è già un ambiente diverso, dà l’idea di un appartamento: nell’ingresso c’è anche la specchiera dorata, che vuol conferire un tono dignitoso all’abitazione…».
E così via La Stampa, che sembra ignorare le baracche di periferia e pensa solo al «decoro» del centro urbano, spera («sarebbe augurabile») che l’autorità intervenga. Gli emigranti lo sperano sotto tutti i cieli da oltre un secolo: campa cavallo…
Tutto questo, poi, avveniva in forme ancor più «scandalose» nell’anno centenario della famosa unità italiana. Senza dubbio, i lavoratori meridionali, capitati a Torino in quei giorni di grancassa avranno potuto farsi un’idea concreta delle delizie e della generosità della patria «conquistata» cento anni fa!