International Communist Party

Il Programma Comunista 1966/19

Partito e sindacati nella classica visione marxista Pt.6

Un’efficace dimostrazione della corretta azione comunista di rileva dal numero dei consensi ottenuti nel febbraio 1921 a Livorno, poche settimane dopo la scissione del Partito Socialista italiano, al Congresso della C.G.d.L.: su circa 2,5 milioni di iscritti, cinquecetomila andarono alla frazione comunista della Confederazione, sebbene tale proporzione non rispecchiasse la reale influenza che il giovane Partito Comunista d’Italia esercitava sulle masse lavoratrici.

Nel Manifesto ai lavoratori d’Italia lanciato il 30 gennaio 1921, il partito proclama alto al proletariato i suoi compiti:

«Il Partito comunista d’Italia ispira il suo indirizzo tattico alle deliberazioni dei congressi internazionali e quindi intende avvalersi dell’azione sindacale, cooperativa, ecc. come altrettanti mezzi per la preparazione del proletariato alla lotta finale (…) La propaganda, il proselitismo, l’organizzazione e la preparazione rivoluzionaria delle masse saranno basate sulla costituzione di gruppi comunisti, che raccoglieranno gli aderenti al partito che lavorano nella medesima azienda, che sono organizzati nel medesimo sindacato, che, comunque, partecipano ad uno stesso aggruppamento di lavoratori. Questi gruppi o cellule comuniste agiranno in stretto contatto con il partito, che assicurerà la loro azione d’insieme, in tutte le circostanze della lotta. Con questo metodo i comunisti muoveranno alla conquista di tutti gli organismi proletari costituiti per finalità economiche e contingenti, come le leghe, le cooperative, le Camere del Lavoro, per trasformarle in istrumenti dell’azione rivoluzionaria diretta dal partito.

«Il partito comunista intraprenderà così, fedele alle tesi tattiche dell’Internazionale sulla questione sindacale, la conquista della Confederazione Generale del Lavoro, chiamando le masse organizzate ad un’implacabile lotta contro il riformismo ed i riformisti che v’imperano.

«Il partito comunista non invita quindi i suoi aderenti ed i proletari che lo seguono ad abbandonare le organizzazioni confederali, bensì li impegna a partecipare intensamente all’aspra lotta che s’inizia contro i dirigenti. Non è certo, questo, breve e facile compito, soprattutto oggi che molti sedicenti avversari del riformismo depongono la maschera e passano apertamente dalla parte dei D’Aragona, con i quali militano insieme nel vecchio partito socialista. Ma appunto per questo il partito comunista fa assegnamento sull’aiuto di tutti gli organi proletari sindacali che conducono all’esterno la lotta contro il riformismo confederale, e li invita, con un caldo appello, a porsi sul terreno della tattica internazionale dei comunisti, penetrando nella Confederazione, per sloggiarne i controrivoluzionari con una risoluta e vittoriosa azione comune».

Ed ancora, in uno dei tanti appelli del 1921, Ai lavoratori organizzati nei sindacati per l’unità proletaria, il partito comunista ribadisce solennemente la sua funzione e gli scopi nella lotta sindacale: «Secondo i comunisti italiani e di tutti i paesi, il mezzo più efficace per far guadagnare terreno alle tendenze rivoluzionarie fra le masse organizzate, non è quello di scindere quei sindacati che si trovino nelle mani di dirigenti destreggianti, riformisti, opportunisti, controrivoluzionari. Tagliati i ponti, nazionalmente come internazionalmente, con questi traditori della classe lavoratrice; costituto nel partito politico comunista l’organismo che abbraccia i soli lavoratori coscienti delle direttive rivoluzionarie dell’Internazionale Comunista; i membri e i militanti del partito rivoluzionario non escono dai Sindacati, non spingono al masse ad abbandonarli e boicottarli, ma dentro di essi, dall’interno dell’organizzazione economica, impostando la più fiera lotta contro l’opportunismo dei capi».

Nella Mozione comunista al Congresso di Livorno della C.G.d.L. tali compiti si precisano ancora più dettagliatamente sullo specifico terreno sindacale: «Considerato che l’unica via che può condurre all’emancipazione dei lavoratori dal giogo del salariato è quella tracciata nel programma e nei metodi dell’Internazionale comunista, attraverso il rovesciamento violento del potere borghese e l’instaurazione della dittatura proletaria nel regime dei Consigli dei lavoratori, che attuerà la costruzione della nuova economia comunista;
– che strumento principale della lotta proletaria per realizzare questi obiettivi è il partito politico di classe, il Partito comunista, che in ogni paese costituisce la sezione della Terza Internazionale;
– che i sindacati operai, volti dalla politica socialdemocratica dei dirigenti riformisti e piccolo-borghesi ad una pratica antirivoluzionaria di collaborazione di classe, possono e devono essere fattori importantissimi dell’opera rivoluzionaria, quando ne sia radicalmente rinnovata la struttura, la funzione, la direttiva, strappandoli al dominio della burocrazia dei funzionari attuali;
– che la tattica che la Terza Internazionale adotta per conseguire tali obiettivi esclude e condanna l’uscita delle minoranze rivoluzionarie dalle file dei sindacati diretti dai riformisti, ma prescrive ad esse di lavorare e lottare dall’interno, con la propaganda dei principi comunisti, con la critica incessante all’opera dei capi, con l’organizzazione d’una rete di gruppi comunisti nelle aziende e nei sindacati strettamente collegata al Partito comunista, allo scopo di conquistare a questo la direzione del movimento sindacale e dell’insieme dell’azione di classe del proletariato;
– riconosce indispensabile la creazione, al fianco dell’Internazionale comunista di Mosca, di un’Internazionale di sindacati rivoluzionari; finalità raggiungibile solo con l’uscita delle confederazioni sindacali conquistate dai comunisti dall’Internazionale gialla di Amsterdam, organismo nel quale si perpetuano i metodi disfattisti della Seconda Internazionale, e attraverso il quale gli agenti dissimulati della borghesia e di quella sua organizzazione di brigantaggio che si chiama la Lega delle Nazioni, tendono a conservare un influsso sulle grandi masse proletarie; ritiene che queste confederazioni sindacali nazionali, ed anche le minoranze comuniste organizzate nel seno dei sindacati riformisti, debbano aderire all’Internazionale sindacale rossa di Mosca, che a lato dell’Internazionale politica raccoglie tutti gli organismi sindacali che sono per la lotta rivoluzionaria contro la borghesia. Per conseguenza il Congresso delibera che la Confederazione Generale del Lavoro italiana: a) si distacchi dall’Internazionale di Amsterdam; b) rompa il patto d’alleanza col Partito socialista italiano, sia perché tale patto è inspirato a superati criteri tattici socialdemocratici, sia perché il partito stesso è fuori dalla Terza Internazionale; c) aderisca incondizionatamente all’Internazionale sindacale di Mosca, e partecipi al suo imminente congresso mondiale per sostenervi le direttive sindacali sopra richiamate, ossia quelle contenute nelle tesi sulla questione sindacale approvate dal Secondo congresso mondiale dell’Internazionale comunista; d) inspiri a queste direttive i suoi rapporti col Partito comunista d’Italia, unica sezione italiana della Terza Internazionale, riconoscendo in esso l’organismo cui spetta la direzione dell’azione di classe del proletariato italiano».

Nei testi si svolgono con stretto rigore programmatico le due questioni del rapporto tra partito di classe e sindacati – ritornando sulla funzione dello uno e sui compiti degli altri, preminente sempre quello del partito, subalterno quello delle organizzazioni economiche e contingenti degli operai – e del rapporto tra partito e classe, che si risolve nella tattica del fronte unico tra proletari disposti a lottare contro la politica socialtraditrice della centrale sindacale all’interno dei sindacati riformisti. Di particolare rilievo, ai fini della lotta internazionale del proletariato, la linea tattica tracciata per collegare il fronte proletario ispirato dal partito comunista con l’Internazionale sindacale rossa, strettamente collegata alla Terza Internazionale, e attuatesi nell’opera costante di distacco delle organizzazioni sindacali dalla Internazionale gialla di Amsterdam, infeudata alla Internazionale opportunista e all’Ufficio del lavoro della borghese Lega delle Nazioni.

* * *

Serrati e Bianchi, nel giugno del 1920 a Mosca, avevano già, il primo come rappresentante del Partito Socialista italiano, il secondo come rappresentante della C.G.d.L, aderito all’idea di una Internazionale Sindacale Rossa. Infatti in quel periodo, il 15 luglio del ’20, la C.G.d.L. e la Centrale sindacale di Russia avevano concordato l’istituzione del Consiglio Provvisorio Sindacale come Comitato che avrebbe dovuto predisporre il primo congresso costitutivo dell’Internazionale Sindacale Rossa. Ma quando si trattò di dare pratica attuazione all’organizzazione internazionale, che implicava la scelta “O Mosca o Amsterdam”, la C.G.d.L., tramite il suo delegato in veste di “osservatore” al 1 Congresso dell’I.R.S. nel luglio ’21, dichiarò che non avrebbe abbandonato Amsterdam e che avrebbe contemporaneamente appoggiato Mosca. A questa bella conclusione il delegato confederale, socialista di “centro”, come si definì Bianchi, perveniva sostenendo che si doveva restare con Amsterdam per organizzarvi un’ala sinistra che cristallizzasse attorno a sé una forte e crescente opposizione, tale da conquistare la stessa Centrale internazionale gialla e quindi portare su un piatto d’argento alla Centrale Rossa le masse socialdemocratiche radicalizzate da questa tattica “rivoluzionaria”.

Stessa tattica e stessa giustificazione verrà adottata più tardi, ma questa volta dalla Terza Internazionale, nel confronti del Koumintang, cioè del partito democratico nazionale cinese, dopo un esperimento simile di catturare il fradicio P.S.I. attraverso la quasi quinta colonna “internazionalista”. Ambedue fallirono e la prima segnò la fase terminale del disastro dell’Internazionale Comunista e con essa del partito cinese. Il P.S.I. conduceva anch’esso la sua tattica di “fronte unico” alla rovescia, negli scopi ma anche nei mezzi. Infatti, mentre l’I.S.R, e Repossi, delegato al Primo Congresso quale rappresentante della frazione comunista della C.G.d.L., ponevano alla Confederazione, e di riflesso ai socialisti che la dirigevano, l’alternativa “O Mosca o Amsterdam”, formula di rottura nel campo internazionale, pur non prospettando minimamente l’uscita dei comunisti dalla Confederazione se questa si fosse dichiarata per Amsterdam, i socialisti della C.G.d.L. approvarono nel febbraio a Livorno al congresso nazionale sindacale la formula: aderire a Mosca “senza riserve” e senza uscire da Amsterdam “purché il P.S.I sia ammesso nella Internazionale Comunista”! La tattica ricattatoria non fece presa, ma ben disegnava l’intenzione socialdemocratica di annidarsi nel seno del Comintern per operarvi come elemento disfattista.

La Sinistra comprese assai bene le intenzioni della socialdemocrazia e si batté al secondo congresso dell’Internazionale perché fosse costruito con le “Condizioni di ammissione alla Internazionale Comunista” il più solido sbarramento possibile a qualunque infiltrazione di elementi spuri, ed osteggiò sempre il metodo – che purtroppo ricalcava quello sempre combattuto e odiato – dalle “concessioni” e delle “trattative” diplomatiche tra l’Internazionale e raggruppamenti o partiti politici ad essa esterni; metodo, si diceva, che avrebbe consentito l’allargamento dell’influenza rivoluzionaria. Tale metodo e tale tattica, che possiamo benissimo definire socialdemocratici, allorché furono adottati da Mosca, condussero alla suprema aberrazione di affiliare all’Internazionale Comunista anche i cosiddetti partiti “simpatizzanti”.

I sinistri combatterono la seduzione che la realizzazione del “fronte unico” sarebbe stata resa più facile, e più agevolmente e in fretta si sarebbe realizzata la condizione tattica della “conquista della maggioranza” delle masse lavoratrici e sfruttate per la vittoria rivoluzionaria. Gli argomenti probanti poggiavano proprio sulla vera intenzione dei socialisti: questi avrebbero aderito di buon grado a Mosca sia alla Internazionale Comunista, sia alla I.S.R., per costituirvi un’ala destra riformista col preciso scopo di sgretolare il movimento rivoluzionario comunista sabotandone l’azione, e facendo credere che la loro entrata avrebbe determinato il raggiungimento della maggioranza dei consensi proletari.

[RG-43] Il VI Capitolo inedito del "Capitale" nel quadro dell'opera economica di Marx

Per capire l’importanza del VI Capitolo (inedito) del Capitale1 — di cui abbiamo dato un’ampia sintesi nei nr. 5 e 6 di quest’anno, — è necessario fare una cronologia dell’opera economica di Marx; e lo è tanto più in quanto Marx, in realtà, non la potè condurre a termine. Sarebbe importante trovare l’ossatura comune, la preoccupazione centrale intorno a cui si ordinano tutti i suoi lavori.

Lo stesso Marx ha indicato lo svolgimento di questi. Nella prefazione alla Critica dell’Economia Politica, del 1859, egli parla come punto di partenza del geniale schizzo di Engels sulla critica delle categorie economiche, apparso negli “Annali franco-tedeschi”. Esso veniva, per così dire, a puntino. In realtà, Marx aveva dimostrato che i diversi sviluppi dell’attività umana hanno una stessa base: la produzione economica; e che dal modo di produrre dipendono tutte le altre manifestazioni dell’attività umana, in particolare il pensiero. Invece di studiare la coscienza dell’ uomo come un prodotto indipendente, bisognava capire il processo dì vita reale di questo ultimo. Questo rovesciamento appare in forma straordinariamente condensata nelle famose Tesi su Feuerbach. E’ nell’Ideologia tedesca che si trova elaborato il metodo di cui la prefazione alla Critica dell’economia politica darà una definizione così netta e limpida: il materialismo storico. In quest’opera v’è un tentativo di dare una dimostrazione della nuova teoria: provare che i fattori determinanti sono quelli economici e sociali. Perciò noi vi troviamo insieme un primo schizzo di quella che sarà più tardi l’Introduzione alla Critica della economia politica — esposizione del metodo e piano dell’opera Integrale — e un abbozzo delle Forme che precedono il modo di produzione capitalista: periodizzazione della storia umana. La coerenza con la dottrina è completa: la storia è la sola vera scienza.

Come è noto, l’opera non vide la luce, abbandonata come fu alla “critica roditrice dei topi”. Marx ed Engels non ci tenevano, del resto, eccessivamente. La sua elaborazione aveva, permesso loro, soprattutto, di veder chiaro nella nuova concezione, di rendersi padroni della nuova dottrina. In compenso, Marx lavorava già attivamente all’opera economica di cui Engels parla in una lettera del 20-1-1845: “Fa in modo di completare il tuo libro di Economia Politica, poco importa se molte pagine non ti soddisfino”; e alla quale lo stesso Marx accenna in una lettera a Leske dell’1-8-1848: “Attraverso un amico di quei signori, mi si era praticamente assicurata l’edizione della mia critica dell’ Economia”. Neppure questo libro doveva, vivente lo autore, vedere la luce. Esso fu pubblicato dopo la morte dei due amici sotto il titolo di Manoscritti parigini del 1844.

Non per questo Marx abbandonò gli studi economici e, nel 1847, pubblicò, in risposta a un volume di Proudhon, La miseria della filosofia. E’ questo, in certo modo, un riassunto di tutta la opera, e conclude la critica della filosofia così come era stata condotta nellaCritica della filosofia del diritto di Hegel e nella Questione ebraica: il proletariato è l’emancipatore della società umana. D’altra parte, vi si trova esposto il vero movimento di questa emancipazione: la costituzione della classe in Partito, il che implica una caratterizzazione esatta della società presente e la delimitazione di quella futura. Ma il 1847 è anche l’anno del Manifesto del Partito Comunista. Al movimento operaio, che prende un’ampiezza sempre crescente (così come è stato descritto nellaMiseria della Filosofia) bisogna dare un programma: il Manifesto condensa l’apporto di tutte le lotte proletarie passate, tanto sul piano pratico quanto su quello teorico, e lo illumina della chiara e evidente affermazione del Comunismo, spoglio di ogni utopismo perché presentato così com’è — come il movimento reale della società, il moto reale del proletariato verso la sua emancipazione.

I lavori economici di Marx non sono accademici: essi sono destinati al proletariato come armi e strumenti di lotta. Perciò, nel 1849, Marx condensa i risultati delle sue ricerche in una serie di conferenze tenute a Bruxelles: Lavoro salariato e capitale. Spentasi l’ondata rivoluzionaria, egli riprende la grande opera economica iniziata e mai apparsa — soprattutto non apparsa in tempo prima della rivoluzione. Bisognava dare una base indistruttibile al programma lanciato nel 1847. Marx, quindi, continua i suoi lavori e nel 1859 pubblica la Critica dell’ Economia politica. Questa doveva essere l’inizio di un’opera molto vasta che egli avrebbe valuto pubblicare di un sol blocco; tuttavia, Marx è costretto ad accellerarne la pubblicazione a causa delle storture economiche messe in circolazione da un gran numero di propagandisti socialisti, e in particolare da Lassalle.

L’opera trattava soprattutto del valore in fase di circolazione semplice delle merci e al momento della trasformazione del danaro in capitale. Ma era troppo densa e sintetica. Marx voleva fornire insieme la critica della base e quella delle soprastrutture; una spiegazione dei fenomeni reali e, insieme, delle teorie che essi hanno generato (quella che sarà più tardi la Storia delle dottrine economiche o Teorie del plusvalore): “E’ nello stesso tempo l’esposizione di questo sistema e la sua critica attraverso la sua esposizione” (Marx a Lassalle, 27-11-’58). Di qui il doppio piano dell’opera: esposizione dei fenomeni economici, e critica delle diverse concezioni in corso in merito al fenomeno studiato. Il carattere troppo dialettico di questa esposizione (flirt con Hegel!) spiega forse perché la Critica non ebbe alcun successo.

Il Capitale appare in pieno periodo di ascesa del movimento operaio in due dei maggiori centri dell’epoca: la Germania e la Francia. L’esposizione è più didattica, ed è in realtà il vero programma del proletariato per la sua emancipazione. Si può dire che l’opera era richiesta a gran voce dalla classe operaia. Questa aveva bisogno di un’arma critica e costruttiva per la sua lotta quotidiana contro il capitale, e per quella, molto più vasta, che avrebbe portato a distruggerlo. Questo il senso dell’esposto tenuto da Marx sull’argomento: Salari, prezzi e profitti, suppergiù alla stessa epoca, alla Associazione Internazionale dei Lavoratori.

Com’è noto, solo il I libro del Capitale apparve mentre l’autore era vivo. Gli altri due furono pubblicati da Engels, che a sua volta non potè completare l’opera. Restava una grande quantità di manoscritti. Kautsky non pubblicò che l’equivalente del IV libro: La storia delle dottrine economiche. I Grundrisse furono pubblicati in tedesco dopo la guerra mondiale: il IV Capitolo, e senza dubbio molti altri materiali, particolarmente sulla questione agraria, attendono ancora di vedere la luce.

I quattro modi di affrontare la critica dell’economia politica in Marx

Lo studio di tutte queste opere mostra come Marx abbia affrontato la critica dell’economia politica in quattro modi che si completano.

Il primo è quello dei Manoscritti del 1844: fondamento della società capitalistica è il lavora salariato; lo stesso capitale non è che lavoro oggettivato. Marx spiega l’alienazione di cui parlava Hegel: tutta la storia è il prodotto del lavoro dell’ uomo: non solo del lavoro teorico, intellettuale, ma di tutto il lavoro, di tutta l’attività reale dell’ uomo. L’alienazione risiede nella vita pratica, nella vita reale, e deriva dal fatto che l’uomo, nella società borghese, è diventato merce.

Marx, tuttavia, è ancora troppo sul terreno dell’avversario, nel senso che affronta la questione, al modo dei filosofi e quindi di Hegel, partendo dall’ uomo, dal soggetto, mentre bisogna spiegare come il soggetto sia prodotto. Appunto perciò si parla prima del salariato, poi del capitale e della proprietà fondiaria, per infine analizzare la proprietà nella società borghese e nella società comunista: insomma, si fa, in parte, il contrario di quello che Marx farà in seguito: “… Il mio metodo analitico non parte dall’ uomo ma dal periodo sociale economicamente dato”… (“Il trattato di economia politica di Adolph Wagner”). Il procedimento è dunque ancora soggettivo. E’ vero, l’uomo è al centro della questione (non 1’uomo individuale, ma uomo sociale, la specie umana: ecco già confutata la posizione borghese), ma bisogna anche spiegare quali siano le condizioni economiche che lo producono. Ora, 1’uomo può essere soggetto solo nella società comunista. Nelle altre società di classe, è alienato e quindi oggetto: è proletario o borghese, ma ciò vuol dire che il soggetto è il capitale. “L’ex possessore di danaro marcia davanti come capitalista, il possessore di forza lavoro gli viene dietro come suo operaio; quello con aria soddisfatta, importante e indaffarata; questo timido e recalcitrante come chi ha portato la sua pelle al mercato e ora non ha da aspettare altro che la concia” (Il Capitale, I, cap. 4, par. 3).

L’ importanza dei Manoscritti è di segnare l’atto di nascita del comunismo. Nella polemica con gli economisti Marx scopre la forma futura così come l’aveva intuita nella sua lotta contro la filosofia di Hegel e nella Questione ebraica: ma va più lontano, perché ne scopre il substrato economico.

Il secondo modo di affrontare la questione è quello della Critica e del Capitale. Marx parte da ciò che è constatatile; cioè la merce (come osserva Lenin), per porre la questione del valore e delle sue diverse forme, e per poi tornare alla circolazione semplice delle merci e all’apparizione del capitale. Il lavoro salariato, produttore di plusvalore, appare in seguito per spiegare la genesi del capitale, cioè la genesi dell’incremento di valore senza il quale nessuna formazione di capitale è possibile; e appare attraverso l’analisi del processo di produzione immediato. “Ciò da cui parto, è la forma sociale più semplice in cui, nella società attuale, il prodotto del lavoro si presenta, cioè la ‘merce’. E’ questa che analizzo; e lo faccio dapprima nella forma in cui essa appare” (II trattato di economia politica dl Adolph Wagner).

Il terzo modo ci è dato dal frammento della versione primitiva delta Critica dell’Economia politica. Marx affronta il problema nel modo più generale possibile: la nascita del valore; e pone la questione: Come il valore può giungere all’autonomia (dato constatabile nella società borghese), cioè non essere più strettamente dipendente dalle condizioni che l’hanno generato?

L’ ultimo e quarto modo lo troviamo nelleForme che precedono la produzione capitalistica (capitolo dei Grundrisse). Il capitalismo può svilupparsi alla sola condizione di liberare 1’uomo e farne una merce. A questo fine, occorre che le diverse comunità che lo inglobavano e che, ín modo più o meno degradato, erano rette da un’economia in cui lo scopo della produzione era l’uomo, siano distrette. E’ in certo modo, lo studio degli ostacoli allo sviluppo capitalista, lo studio dell’inerzia sociale costituita dalle diverse comunità, di cui la più tenace si trva nel modo di produzione asiatico ancora perdurante, ad esempio, in India, e che rende cosa difficile lo sviluppo economico di questo paese.

Posizione del VI Capitolo nell’insieme dell’opera

Il VI Capitolo si trova al punto di convergenza di questi diversi modi di esporre: ecco perchè ci permette di capire l’insieme dell’opera. Esso si presenta sotto certi aspetti, come una chiave non per capire il Capitale, che basta a se stesso, ma 1’intera opera in cui questo è inserito. Esso permette di ricollegare l’uno all’altro dei lavori che sembravano non avere alcun rapporto fra di loro; mostra la coerenza assoluta di tutta la teoria.

Le opere che abbiamo citato sono, in realtà, altrettanti frammenti di un’opera unica. Perciò, se può sembrare che Marx abbia avuto diverse preoccupazioni, diversi modi di affrontare un solo e identico problema, che l’opera non ha potuto vedere la luce nella sua totalità. I suoi diversi “piani” ci illuminano a questo proposito. Nella Critica, Marx ne dà uno che è una semplice variante di quello dei Manoscritti del 1844, variante legata alle considerazioni da noi fatte a proposito di quest’opera. Nella Prefazione alla Critica, scrive: “Analizzo il sistema dell’economia borghese nel seguente ordine: capitale, proprietà terriera, lavoro salariato; Stato, commercio estero, mercato mondiale. Sotto le prime tre rubriche, studio le condizioni economiche di esistenza delle tre grandi classi in cui si divide la moderna società borghese; quanto alle altre tre, la loro connessione è evidente”. Questo pianto è identico a quello inviato da Marx a Engels il 2-4-1858. Nel 1862, nel suo XVIII quaderno, egli ne dà uno più dettagliato; ma i punti essenziali (suddivisione dell’opera) sono identici. Nel punto 5 dello studio del processo di produzione, Marx scrive: “Combinazione del plusvalore assoluto e relativo, lavoro produttivo e improduttivo”. Da altra parte, in un progetto di piano del 1859, suddivide lo studio del processo di produzione nel modo seguente: “I. Trasformazione del danaro in capitale. a) Passaggio, b) Scambio fra capitale e potenza di lavoro, c) Processo di lavoro, d) Processo di valorizzazione”. I punti c e d sono i due primi trattati dal VI Capitolo.

Perciò, in uno studio ulteriore, noi ci proponiamo di farne una analisi in collegamento con tutti i lavori citati più sopra. Due grandi questioni emergono da queste opere, siano esse complete o allo stato di piano o a quello di abbozzo: 1) Origine del valore, sue determinazioni e sue forme; 2) Origine del lavoratore libero, del lavoratore salariato. Si tratterà di analizzarle nell’ordine, con le conseguenze che esse implicano.

Note

  1. Alla riunione di Milano fu data una traccia dello studio in corso in Francia sul nesso che collega il VI Capitolo inedito del Capitale – di cui si era trattato nella precedente riunione – allo insieme dell’opera di Marx, e sulla luce che esso getta sulla nostra dottrina come arma di battaglia. Questa traccia riproduciamo qui, a chiusura dei rapporti della riunione generale dell’1-2/4/1966, come primo saggio del lavoro che dovrà essere svolto. ↩︎